PROPRIETÀ LETTERARIA.

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tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Copyright by Fratelli Treves, 1917.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che

non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

È bene che il lettore, chiuso questo libro del nostro caro morto Guido

Gozzano, indugi un poco prima di giungere ad una conclusione sul suo

significato e sul suo valore.

Udrà allora molti suoni fievoli e sordi comporsi in una triste armonia

seduttrice; vedrà molte macchie di colore, che parevano buttate a

caso, connettersi pei margini e formar quadro. Le tinte, elementari e

franche, parevano, finché leggevamo, giustaposte. Il ricordo le modula,

così come fa la distanza per certe tele del Segantini o del Previati.

Da principio non si vede altro ordine e legge che quelli della

curiosità esotica. Si pensa a un De Amicis meno colto e ardito,

a un Barzini meno esperto e potente. L'Italia deve molto a questa

strana categoria di scrittori, tutta italiana. Dopo secoli di piè di

casa, di provincialismo non senza odore d'aglio, ecco l'Italia nuova

e avida di novità, un po' giapponese per l'ansietà d'avvenire, un

po' americana per il disdegno delle catene tradizionali. V'è già un

accenno di futurismo in questo viaggiare per viaggiare, così diverso

dai viaggi intimi e psicologici dei romantici, in queste esplorazioni

del settentrione e dell'Oriente, delle capitali brumose e dei fronti

di battaglia. Sciami di circumnavigatori e di grandi reporters,

ritornando in patria, non contribuivano soltanto a introdurvi il

_whisky and soda_ e il rasoio automatico; ma anche un certo numero

d'impressioni fresche e d'idee elastiche, utili per mettere bene a

fuoco l'obbiettivo dell'attenzione nostra; ed anche un certo numero di

parole giovani, d'immagini acri, di temerità sintattiche, delle quali

la tecnica sperimentale delle nuove scuole poetiche ha fatto un'orgia,

ma che daranno qualche buon frutto nella poesia di domani. Lo stesso

d'Annunzio dell'inno ad Ermes, il d'Annunzio di Corrado Brando e degli

Ulissidi, si ricollega, almeno in parte, a questa tendenza, ch'era già

preannunziata nel Carducci innografo della locomotiva.

Il Gozzano del viaggio in India desume le occasioni e i metodi da

questa scuola. Ma, dentro di sé, è assai più romantico e sentimentale,

con molto maggiori affinità ai viaggiatori sterniani. In India cercava

soprattutto se stesso, il se stesso fisico e morale: un po' di buona

salute, un po' di quiete e d'oblio promessigli dalla dottrina vagamente

intravveduta del nirvana, e forse un ampliamento del suo dolce

orizzonte canavesano. Cercava anche le farfalle — ch'egli adorava,

egli così magro e fragile e occhiuto, egli così simile a una povera

farfalla dall'ali bruciate —: le farfalle sotto archi anche più grandi

che quello di Tito.

I suoi tentativi d'interessarsi alle cose esterne, quali sono

realmente, non mancano: ma scissi, deboli, abbandonati ben presto quasi

col gesto pallido e febbrile con cui l'incurabile rifiuta la pozione

accostata alle labbra in una velleità di speranza. Né la salsedine può

rifabbricargli i polmoni, né le lontananze esotiche possono nutrirgli

l'anima che ha ormai compiuto il suo ciclo e si consuma in sé medesima.

Non ignora certo Kipling, eppure non lo ricorda mai, perfino temendo

la vicinanza di quell'imperiale britannico appetito di esistere; e

i suoi occhi, già colmi di penombra, non sostengono le policromie

fragorose che Gauguin cercava pei mari australi. Ammira gl'inglesi

conquistatori e organizzatori, senza che questa ammirazione oltrepassi

l'accento giornalistico e tocchi la soglia della storia. Ha appreso lì

per lì, non senza sazietà e noia, le alcune cose che ci riferisce; e a

lui, così vicino al gelo dell'eternità, la storia non è ormai che una

lacrimevole commedia di equivoci in uno scenario orpellato. E tale gli

era parsa, anche prima, immutabilmente; e non v'è nulla che neghi il

carduccianesimo epico quanto _l'Amica di Nonna Speranza_: obbiezione

nichilistica pronunciata con tanto più radicale decisione quanto più

semplice e cordiale vi è la modestia del discorso. Perciò quasi non gli

costa fatica la lealtà di confessare che, prima di sbarcare in India,

confondeva i Parsi coi Paria. Nessuna dissimulazione d'ignoranza,

nessuna pretesa di sapienza. Le cose che guarda sono spesso «buffe

ed assurde». «Buffa ed assurda questa torre, circondata di alti

palmizi, alternati alle aste della luce elettrica e del telegrafo,

buffi ed assurdi quest'automobile e noi che sostiamo su questo pendio

come dinanzi ad un aereodromo, a un ippodromo occidentale...» Tra

l'incomprensibile passato e l'impossibile avvenire egli vacilla in

un'ondulazione inconsistente — che è il ritmo lirico di queste sue

prose — come uno che vada innanzi, su una passerella tarlata, certo in

cuor suo che da un istante all'altro cadrà nell'abisso.

Poi tornò in Italia. E vennero i giorni di questa immensa

rappresentazione storica. Bisognava credere nella realtà della storia,

o sparire. Ma egli, Gozzano, già da tanto tempo amava le farfalle, il

simbolico animale della rinunzia nel fuoco trasfiguratore. Già da tanto

tempo aveva detto addio alle donne, agli amici, alle immagini care.

Partì silenzioso — per un viaggio più lungo — verso il mitico buio

Occidente, questa volta, ove tramonta il desiderio.

*

Anche allora, in India, aveva sperato questa pace. Sapeva delle

dottrine orientali, vagamente. Ma era troppo stanco e sfiduciato per

un pellegrinaggio ascetico; e, in fondo, soffriva troppo per imporsi

penitenze. Nella terra ove fu rinnegata «la ruota delle cose» e fu

celebrato il silenzio, udiva invece il frastuono di una barbarica

idolatrica polifonìa. E doveva oscuramente riconoscere d'essere troppo

artista perché gli riuscisse facile la condanna dei sensi.

Un odore di sensualità esotica circola qua e là per queste pagine. Ma

ha qualcosa di chiuso, di stantìo, ed è come punteggiato da acredini

di preziosa putrefazione. «Mi sono avvezzo agli strani frutti che si

spaccano offrendo una polpa gelida, mantecata come un sorbetto, odorosa

di muschio e di creosoto; strani frutti che si direbbero preparati da

un confettiere, da un profumiere e da un farmacista. E da un orefice si

direbbero ideate le orchidee che ho dinanzi; petali di lacca policroma,

polverizzata di mica, gole fantastiche e sogghignanti di draghi

nipponici, petali gibbuti, cornuti, panciuti, nell'interno iridescenti

come le tinte intraviste nei toraci aperti delle bestie macellate; il

fascino dà l'incubo della peste e del malefizio, e nell'afa pomeridiana

emana un odore fetido insostenibile». Senza ambizioni metafisiche, per

associazioni forzose e istintive cui vediamo seguire sul suo viso un

pallore madido, una contrazione di agonizzante, appanna anche altre

volte il desiderio della vita con l'alito della corruzione. Ecco la

danza della Devadasis, ed ecco le due misere cortigiane francesi che

vorrebbero prostituirsi al Gran Mogol, morto trecent'anni prima.

Ecco nudità intravvedute, così perfette che il poeta s'esalta,

riconoscendosi puro e immune di lascivia: od ecco lo stridulo ricordo

di Madame Angot.

La volontà di vivere era già quasi esausta, e il desiderio di morire

tardava ancora. Lo vedo tutto freddoloso e rattrappito, povero caro

fanciullo esangue, davanti al focherello malcerto della sua vita, come

già lo vidi, in una giornata di nevischio, davanti al camino della

_salle à manger_, in un alberghetto di montagna, ove, prima che in

India, era venuto a cercare un po' di salute.

*

Lo ricordo ancora altrimenti, come lo vidi in un giorno d'agosto

1913, in riva al mare ligure. La memoria del bene che mi volle e

della stima ch'ebbe per me (gli parevo un luminare di scienza: caro,

umile, timoroso fanciullo che temeva i còmpiti e riveriva i professori

e i primi della classe!) è fra le cose buone e nobili che m'ha date

la vita. Era venuto per vedermi e parlarmi. Aveva ancora il volto

abbronzato dal lungo viaggio, con una maschera illusoria di floridezza.

Parlava piano, fissando la lontananza e il queto Occidente che

s'oscurava, con uno sguardo leopardiano. Progenie di Leopardi, aveva

varcato la siepe, aveva navigato verso l'infinito. Era freddo, deluso,

risoluto.

Credeva nelle farfalle, per la sua gioia; nella pellicola

cinematografica, pel suo pane; in qualche amico. Anche, soprattutto

nella poesia; ma in una poesia fatta _sibi et paucis_, stampata

in pochi esemplari non venali, condotta fino all'ultima nudità

d'espressione, ridotta a sé medesima: senza risonanza pratica e senza

gloria. Mi parlò delle poesie, candide e ignude, che aveva scritte in

India: e che non conosco.

In questo volume non mancano echi di canto. Vi è il Tai-Mahal coi

suoi cipressi di bronzo e il suo cielo di cobalto (un po' di quel

«soprannaturale» che sperava di trovare in India); vi è Giaipur

(«nessuna cosa è più inutile di questa grande città color di rosa»

— «mi ricorderò di Giaipur...»); e quella pagina dei frutti e dei

fiori; e il conquistador di Goa (p. 54). E v'è «la demenza beata

che accompagna le agonie senza fine di certi consunti», e, sulla

fine, il gracidìo conclusivo dei corvi: «l'altro romore che è la

nota acustica dell'India, alla quale bisogna abituarsi come in certi

paesi al fragore del mare o dei torrenti: il gracidìo dei corvi così

monotono, assiduo, che non rompe, ma sottolinea il silenzio; inno alla

putredine, dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra

discernere tutte le parole non liete: _Ricordati! Ricordati! Morire!

Morte! Morirai!_». E v'è, soprattutto, quell'occulta accentuazione

lirica che sorregge tutta questa prosa piana; ma l'una e gli altri,

la musica occulta e gli echi percettibili, indipendenti dalla volontà

dello scrittore, permeati nella quieta e modesta prosa quasi suo

malgrado. Giacché non amava più (non aveva forse mai amato) questi

intarsî equivoci, e spregiava, senza indignazioni oratorie, le cose

brillanti da bazar. Qui voleva dare notazioni semplici e opache,

diarî di curiosità forestiere, per molti lettori: un po' di buona

cinematografia, se si vuole. La poesia doveva essere altrove, nella sua

anima e nel suo cassetto, per il poeta e per pochi cari. Doveva essere,

ormai, tanto più schiva quanto più veritiera: una nudità pudica che non

si mostra in piazza, una lealtà che non ricorre all'enfasi, perché non

le giova di persuadere le folle.

Ho già detto pocanzi la parola lealtà per Gozzano. E non mi dolgo della

ripetizione. Soprattutto per questo egli è e rimane un maestro: per

avere contribuito a restaurare nella nostra lirica il gusto del parlare

sobrio e a bassa voce, del riferire l'esperienza interna qual'è, del

collocare il valore poetico nell'accentuazione più che nel lessico: per

aver dunque lavorato a rimettere in onore la verità dell'emozione e la

lealtà della parola.

_Parigi, aprile 1917._

Verso la cuna del mondo: Lettere dall'India · 第 3 / 19 题