Coloro che più ardentemente cercavano i favori temporali e celesti,

prevenivano l'elezione che farebbe la sovrana, e non mancavano

d'approvarla. La promozion di Tarasio, suo segretario, alla dignità di

Patriarca di Costantinopoli, la fece arbitra della Chiesa d'Oriente: ma

i decreti d'un Concilio generale non si poteano rivocare, che da

un'assemblea della stessa qualità[284]; gl'Iconoclasti da lei radunati,

fatti forti dal possesso attuale, pareano poco inclinati alle

discussioni, e la debole voce dei loro Vescovi era avvalorata dalle

grida assai più formidabili dei soldati e della plebe di Costantinopoli.

Fu differito per un anno il Concilio; e in quest'intervallo si ordirono

maneggi, si separarono le squadre mal affezionate, e finalmente, per

toglier di mezzo tutti gli ostacoli, fu deciso che si congregherebbe il

Concilio in Nicea; così secondo l'uso della Grecia fu un'altra volta la

coscienza dei Vescovi in mano dei principi. Non si assegnarono che

diciotto giorni pur l'esecuzione di sì grande affare; comparvero

gl'Iconoclasti nell'Assemblea non come giudici, ma come rei o penitenti;

la presenza dei Legati del Papa Adriano e dei Patriarchi dell'Oriente

crebbero la pompa di quella scena[285]. Tarasio, che presedeva al

Concilio, stese il decreto, che fu confermato e ratificato dalle

acclamazioni e dalla sottoscrizione di trecentocinquanta Vescovi. I

quali con voce unanime dichiararono, che il culto delle Immagini è

conforme ai dettami della Scrittura e della ragione, dei Padri e dei

Concilii; ma stettero in forse quando si volle determinare, se questo

culto sia relativo, o diretto, se la Divinità e la figura di Gesù Cristo

ponno ammettere la stessa forma d'adorazione. Abbiamo già gli Atti di

questo secondo Concilio di Nicea; monumento singolare di superstizione e

d'ignoranza, di menzogna e di follia. Solamente riferirò il giudizio

dato dai Vescovi sul merito comparativo del culto che si rende alle

Immagini, e della moralità nelle azioni della vita. Aveva convenuto un

monaco[286] una tregua col demonio della fornicazione, a patto che

cesserebbe di fare le solite orazioni quotidiane davanti un'Immagine

sospesa al muro della sua cella. Fu dagli scrupoli indotto a consultare

il suo abate. «È meglio, gli rispose il casuista, entrare in tutti i

lupanari; e visitare tutte le prostitute della città, che astenerti

dall'adorar Gesù Cristo e sua Madre nelle lor sante Immagini[287]».

[A. D. 841]

È gran disgrazia per l'onor dell'ortodossia o per lo meno di quello

della Chiesa romana, che i due principi i quali convocarono i due

Concilii di Nicea si sieno macchiati del sangue del loro figlio[288].

Irene approvò e mandò despoticamente ad effetto i decreti della seconda

di queste Assemblee, e ricusò ai suoi avversari quella tolleranza che da

prima aveva conceduta a' suoi amici. La lite fra gli Iconoclasti e i

difensori del culto delle Immagini durò trentott'anni, o sia per cinque

regni consecutivi, collo stesso furore, benchè con diversi successi; ma

non è mio intendimento di rivangare minutamente fatti simili ai già

narrati. Diede Niceforo su questa materia una libertà generale di

discorsi e di contegno; e i monaci indicarono questa sola virtù del suo

regno come origine delle sue disgrazie in questo Mondo, e della sua

dannazione eterna. Superstizione e debolezza fecero il carattere di

Michele I; ma non valsero nè i Santi nè le Immagini, a cui offeriva

omaggio continuamente, a sostenerle sul trono. Quando Leone ottenne la

porpora, col nome d'Armeno, ne prese pure la religione, e le Immagini

coi lor sediziosi aderenti furono di bel nuovo sbandite. Avrebbero i

partigiani delle Immagini santificato cogli elogi l'assassinio di un

empio tiranno; ma Michele II suo assassino, e successore, era sin dalla

nascita affetto dell'eresie frigie volle interporre la sua mediazione

fra le due Sette, e l'intrattabile contegno dei cattolici fece pendere

la bilancia a poco a poco dall'altra parte. Per timidezza si mantenne

nella moderazione; ma Teofilo, suo figlio, incapace del pari di timore e

di compassione, fu l'ultimo e il più crudele degl'Iconoclasti. Allora

erano sfavorevoli ad essi le disposizioni generali, e gl'Imperatori che

vollero fermare il torrente, non conseguirono altro che l'odio pubblico.

Morto Teofilo, una seconda moglie, Teodora sua vedova, a cui lasciò la

tutela dell'Impero, finì il trionfo compiuto delle Immagini. I suoi

provvedimenti furono arditi e decisivi. Per rimettere in onore la

riputazione e salvar l'anima di suo marito, ebbe ricorso alla

supposizione di un tardo pentimento. La punizion degl'Iconoclasti, che

li condannava a perdere gli occhi, fu commutata in una flagellazione di

duecento colpi di sferza; tremarono i Vescovi, mandarono grida di gioia

i monaci, e la Chiesa cattolica celebra annualmente la festa del trionfo

delle Immagini. Non rimaneva più da discutere che una quistione, cioè,

se abbiano esse una santità loro propria ed inerente: se ne trattò dai

Greci dell'undecimo secolo[289], e quest'opinione è tanto assurda, che

mi fa maraviglia il vedere che non sia stata ammessa in modo più

positivo. Approvò Papa Adriano e pubblicò in Occidente i decreti del

Concilio Niceno, rispettato oggi dai cattolici come il settimo dei

Concilii ecumenici. Roma e l'Italia furono docili alla voce del lor

Padre spirituale; ma la maggior parte dei cristiani della Chiesa latina

rimasero in questo proposto molto addietro nella carriera della

superstizione. Le Chiese di Francia, di Germania, d'Inghilterra, di

Spagna s'apersero una strada fra l'adorazione e la distruzione delle

Immagini, le quali da quei popoli sono ammirate ne' lor templi, non come

oggetti di culto, ma come cose atte a richiamare e conservar la memoria

di qualche fatto che concerne la Fede. Comparve sotto il nome di

Carlomagno un libro di controversia scritto collo stile della

collera[290][291]. Si adunò a Francoforte sotto l'autorità di questo

principe un Concilio di trecento Vescovi[292]. Questi biasimarono il

furore degl'Iconoclasti, ma furon più severi nel censurare la

superstizione dei Greci e i decreti del preteso loro Concilio, il quale

fu lunga pezza vilipeso dai Barbari dell'Occidente[293]. Non fece il

culto delle Immagini presso di loro che progressi taciti ed

impercettibili; ma la loro esitazione e i loro indugi furono bene

espiati dalla grossolana idolatria dei secoli che precedettero la

riforma, e da quella che regna in diverse contrade tanto dell'Europa che

dell'America, tuttavia ottenebrate dalla caligine della superstizione.

Dopo il secondo Concilio di Nicea, e nel regno della pia Irene, avvenne

che i Papi dando l'Impero a Carlomagno, assai meno ortodosso di lei,

distaccarono dall'Impero d'Oriente Roma e l'Italia. Era mestieri

scegliere fra due nazioni rivali; non fu la religione il solo motivo che

prevalse: dissimulando i falli dei loro amici, vedeano con inquietudine

e con ripugnanza le virtù cattoliche dei nimici; di già per la

differenza di lingua e di costumi s'era perpetuata la nimistà delle due

capitali, e settant'anni di scisma le avevano totalmente alienate una

dall'altra. In questo spazio aveano i Romani assaporata la libertà, e i

Papi la signorìa; se si fossero sottomessi si sarebbero esposti alla

vendetta d'un despota geloso, e la rivoluzion dell'Italia avea già

svelata l'impotenza ad un tempo e la tirannide della Corte bizantina.

Aveano gl'Imperatori greci rimesse le Immagini, ma non restituiti i

demanii della Calabria[294], nè le diocesi dell'Illiria[295], usurpati

dagl'Iconoclasti ai successori di San Pietro; e Papa Adriano li minacciò

di scomunica se non abiuravano questa eresia pratica[296]. I Greci

allora erano ortodossi, ma potea il monarca regnante infettar col suo

soffio la lor religione; i Franchi comparivano restii; ma da un occhio

acuto si potea facilmente scorgere che presto passerebbero dall'uso al

culto delle Immagini. Il nome di Carlomagno avea la taccia del fiele

polemico versato da' suoi scrittori: ma quanto alle opinioni sue proprie

s'uniformava il vincitore, con la pieghevolezza d'un uomo accorto, alle

varie idee della Francia e dall'Italia. Nei quattro pellegrinaggi, o

visite ch'egli fece al Vaticano, era sembrato e per affetto e per

credenza unito coi Papi; s'era inginocchiato davanti alla tomba, e per

conseguente davanti l'immagine di S. Pietro, e senza scrupolo avea

partecipato alle orazioni e alle processioni della liturgia romana. Ma

la prudenza e la gratitudine doveano forse impedire ai Pontefici di Roma

lo scostarsi dal lor benefattore? Avean essi il diritto di vendere

l'Esarcato ricevuto da lui? avean essi l'autorità d'abolirne a Roma il

governo? Troppo inferiore al merito e alla grandezza di Carlomagno era

il titolo di patrizio, e non avean essi altro modo di sdebitarsi con

lui, o di raffermare il proprio Stato, fuor quello di rinnovare l'Impero

d'Occidente. Quest'atto decisivo avrebbe per sempre annichilite le

pretensioni dei Greci, e Roma si sarebbe sollevata dall'umiliante

condizione di città provinciale per riprendere l'antica sua maestà; i

cristiani della Chiesa latina sarebbero stati riuniti sotto un Capo

supremo nella prisca metropoli, e avrebbero i vincitori dell'Occidente

ricevuta la corona dalle mani dei successori di S. Pietro. Si

procacciava la Chiesa romana un difensore zelante e formidabile, e sotto

la protezione potente dei Carlovingi avrebbe da indi in poi potuto il

Vescovo di Roma governare quella capitale con onore e con

sicurezza[297].

[A. D. 800]

Prima della caduta del paganesimo, dalla concorrenza pel Vescovado di

Roma, erano sovente nate turbolenze ed uccisioni. Nel tempo di cui

parliamo era meno numerosa la popolazione, ma erano più rozzi i costumi,

più rilevante il conquisto, e però dagli ecclesiastici ambiziosi, che

aspiravano al grado di sovrani, era con furore disputata la Cattedra di

S. Pietro. Il lungo regno d'Adriano I[298] fu anche più lungo di quello

de' suoi predecessori, e dei Papi che vennero di poi[299]; trofei della

sua gloria furono l'erezione delle mura della città di Roma, il

Patrimonio della Chiesa, la distruzion dei Lombardi, l'amicizia di

Carlomagno; innalzò segretamente il trono dei suoi successori, e in un

picciolo teatro spiegò le virtù d'un gran principe. Fu rispettata la sua

memoria; ma quando fu d'uopo sostituirgli un altro, fu preferito un

sacerdote della Chiesa di Laterano, Leone III, al suo nipote ed al suo

favorito, da lui investiti delle prime dignità ecclesiastiche. Costoro,

sotto la maschera della sommessione o della penitenza, dissimularono per

quattr'anni gli orrendi loro disegni di vendetta; finalmente in una

processione, un drappello di cospiratori furibondi, dopo aver dispersa

una moltitudine inerme, si avventò alla sacra persona del Papa; che fu

oppresso da colpi e da ferite. Voleano torgli la vita o la libertà; ma,

fosse confusione o rimorso, non conseguirono l'intento. Leone, lasciato

come morto sulla piazza, riavutosi dallo svenimento sofferto nel perdere

il sangue, ricuperò la parola e la vista: e su questo accidente naturale

fu poi fabbricata la storia miracolosa aver lui ricuperati gli occhi e

la lingua, di cui l'avea privato due volte il ferro degli

assassini[300]. Scampò dalla prigione, e si riparò nel Vaticano; volò il

duca di Spoleto in suo soccorso; Carlomagno fu irritato da tanto

misfatto, e il Pontefice di Roma, invitato da lui, o spontaneamente,

andò a visitarlo nel campo di Paderborna in Vestfalia. Ripassò Leone le

alpi, scortato da conti e da vescovi, che dovean difendere la sua

persona, e sentenziare ch'egli era innocente; e non senza rincrescimento

indugiò il vincitor dei Sassoni fino all'anno seguente d'andare esso

stesso a compiere questo pio dovere in Roma. Vi si trasferì di fatto

Carlomagno per la quarta ed ultima volta, e fu accolto cogli onori

dovuti al re de' Franchi, e al patrizio di quella capitale. Fu permesso

a Leone di scolparsi col giuramento dai delitti imputatigli; i suoi

nimici furon ridotti al silenzio, e troppo umanamente puniti furono

coll'esilio i sacrileghi assassini che aveano cospirato contro la sua

vita. Nel giorno di Natale dell'ultimo anno del secolo ottavo, si

trasferì Carlomagno alla Basilica di S. Pietro: per satisfare alla

vanità dei Romani avea cangiato l'abito semplice della sua nazione, in

quello di patrizio di Roma[301]. Dopo la celebrazione dei Santi Misteri

improvvisamente Leone pose sul capo del principe una corona

preziosa[302], e risonò la Chiesa di questa acclamazione «Lunga vita e

vittoria a Carlo, piissimo Augusto, coronato dalla mano di Dio, grande e

pacifico Imperator dei Romani». Gli fu versato l'olio reale sulla testa

e sul corpo. Secondo l'esempio de' Cesari fu salutato e adorato dal

Pontefice; nel giuramento della sua incoronazione era inchiusa la

promessa di mantener la Fede e i privilegi della Chiesa, e ne furono il

primo frutto le ricche offerte che depose sulla tomba del Sant'Apostolo.

Protestò per altro l'Imperatore, ne' suoi colloqui famigliari, di avere

ignorata l'intenzione del Papa; che se ne fosse stato consapevole,

l'avrebbe delusa colla sua assenza; ma per altro gli apparecchi della

cerimonia doveano averne palesato il secreto, e prova il viaggio di

Carlomagno ch'egli s'aspettava questa incoronazione; egli avea

confessato d'ambire il titolo d'Imperatore, e da un Sinodo tenuto in

Roma era stato detto quello essere il solo guiderdone proporzionato al

suo merito e a' suoi servigi[303].

[A. D. 768-814]

Soventi volte fu dato il soprannome di _Grande_, e talora giustamente;

ma non v'ha che Carlomagno per cui questo nobile epiteto sia stato

indissolubilmente accoppiato al nome proprio. Questo nome è stato

collocato nel calendario di Roma fra quello dei Santi; e, per una sorte

ben rara, questo Santo ottenne gli elogi degli storici e dei filosofi

d'un secolo illuminato[304]. È fuor di dubbio per altro, che il suo

merito reale risalta di più per la barbarie del secolo e della nazione

sulla quale egli si sollevò; ma gli oggetti acquistano pure una

grandezza apparente dal confronto della picciolezza di quelli che stan

loro d'intorno, e alla nudità del deserto son debitrici le rovine di

Palmira di gran parte della loro maestà. Io posso senz'ingiustizia

notare alcune macchie sulla santità e la grandezza del restauratore

dell'Impero occidentale. La continenza non è tra le sue virtù morali

quella che risplenda di più[305]: per altro nove mogli o concubine,

altri amorazzi meno osservati e meno durevoli, i tanti bastardi, che

tutti furon da lui collocati nell'Ordine ecclesiastico, il lungo

celibato e i licenziosi costumi delle sue figlie[306], le quali, per

quanto sembra, erano da lui amate più del dovere, non avranno forse

avuto conseguenze realmente funeste alla pubblica felicità. Appena si

vorrà permettermi d'accusare l'ambizione d'un conquistatore; ma in un

giorno di ricompense, i figli di Carlomano suo fratello, i principi

Merovingi d'Aquitania, e i quattromila cinquecento Sassoni decapitati

nel luogo medesimo, avrebbero qualche rimprovero da fare alla giustizia

e all'umanità di Carlomagno. Il trattamento che soffersero i

Sassoni[307] fu un abuso del dritto della vittoria. Le sue leggi non

furono men sanguinarie delle sue armi, e nell'esame de' suoi motivi

tutto quello che non si attribuisce alla superstizione debbe essere

imputato al suo naturale. Il lettor sedentario stupisce

dell'instancabile attività dello spirito e del corpo di quel gran

principe; e i suoi sudditi erano sorpresi del pari che i suoi nemici

delle subitanee comparse, con cui veniva lor sopra, quando lo credeano

nelle contrade più lontane dell'Impero. Non riposava nè in tempo di

pace, nè in tempo di guerra; non nel verno, non nella state; e la nostra

immaginazione non sa facilmente conciliare gli annali del suo regno

colle particolarità geografiche delle sue spedizioni. Ma quella

prontezza era una virtù nazionale piuttosto che personale: a que' giorni

il Francese passava la sua vita vagabonda alla caccia, in pellegrinaggi,

o in avventura militari; nè differivano i viaggi di Carlomagno se non

per una serie più numerosa di corse, e per un oggetto più rilevante. A

ben giudicare della fama, che ottenne nel mestiere dell'armi, è d'uopo

considerare quali fossero le sue soldatesche, i suoi nemici e le azioni

sue. Alessandro fece i suoi conquisti coi soldati di Filippo; ma i due

eroi, che avean preceduto Carlomagno, gli lasciarono in eredità col nome

gli esempli loro, ed i compagni delle lor vittorie. Con queste vecchie

milizie, di gran lunga più numerose, sconfisse egli nazioni selvagge o

tralignate, inette a riunirsi per la sicurezza comune; e giammai non

ebbe a combattere un esercito ugualmente copioso, o paragonabile al suo

per armi o per disciplina. La scienza della guerra s'è perduta e

ravvivata colle arti della pace; ma le campagne non sono state

illustrate da verun assedio o da veruna battaglia molto difficile, o di

successo molto strepitoso; e dovette con occhio d'invidia vedere i

trionfi del suo avo sui Saracini. Dopo la sua corsa di Spagna, il suo

retroguardo fu sbaragliato nei Pirenei; e i suoi soldati, che vedeansi

in un cimento irreparabile e dove il valore era inutile, poterono

morendo accusare il lor Generale di poca abilità o circospezione[308].

Con tutto il rispetto farò un cenno delle leggi di Carlomagno, tanto

lodate da un giudice sì rispettabile. Le quali non formano già un

sistema, ma una serie d'editti minuziosi pubblicati secondo i bisogni

del momento per la correzion degli abusi, la riforma dei costumi,

l'economia dei suoi possedimenti, la cura del suo pollame, ed anche la

vendita delle sue uova. Volea migliorare la legislazione, e l'indole dei

Francesi, e meritano elogio i suoi tentativi comecchè deboli ed

imperfetti: sospese o alleviò colla sua amministrazione i mali

inveterati che gravitavano sul suo secolo[309]; ma nelle sue

instituzioni non so scorgere che di rado le mire generali e lo spirito

immortale d'un legislatore, che sopravvive a sè stesso pel bene della

posterità. L'unione e la fermezza del suo Impero dipendevano dalla sua

vita unicamente: egli seguì l'usanza pericolosa di dividere il regno tra

i figli, e dopo le tante Diete che tenne lasciò tutti i punti della

Costituzione incerti, fra i disordini dell'anarchia e quei del

dispotismo. Fu sedotto da' suoi riguardi per la pietà e pei lumi del

clero a porre fra le mani di questo Ordine ambizioso i demanii

temporali, e una giurisdizione civile; e quando Luigi suo figlio fu

accusato e deposto dal trono per opera de' Vescovi, potea aver qualche

dritto di accagionarne l'imprudenza del padre. Ingiunse colle sue leggi

il pagamento della decima perchè i demonii avevano gridato per aria, che

una penuria di grani era succeduta per motivo che non s'era pagata la

decima[310]. Il suo gusto per le lettere è provato dalle scuole che

fondò, dalle arti che introdusse ne' suoi Stati, dalle Opere pubblicate

col suo nome, e dal suo commercio familiare con quei sudditi e

forestieri che chiamò alla sua Corte, affinchè attendessero alla sua

educazione e a quella del suo popolo. Tardivi furono i suoi studii,

laboriosi ed imperfetti: se parlava il latino, e se intendeva il greco,

aveva apparato più nel conversare che sui libri ciò che ne sapea di

queste due lingue; e solo in età matura s'ingegnò il sovrano dell'Impero

Occidentale di familiarizzarsi coll'arte dello scrivere, che oggi sin

dall'infanzia è conosciuta da tutti i paesani[311]. Allora non si

studiava la grammatica, la logica, l'astronomia, la musica che per farne

uso in servigio della superstizione; ma la curiosità dello spirito umano

debbe finalmente perfezionarlo, e gl'incoraggiamenti dati alle scienze

sono i più puri e i più bei raggi della gloria di cui si cinse il

carattere di Carlomagno[312]. La sua figura maestosa[313], il lungo suo

regno, la prosperità delle sue armi, la forza della sua amministrazione,

gli omaggi che gli tributarono le nazioni lontane lo sollevano sopra la

turba dei Re; e la rinnovazione dell'Impero d'Occidente, ristabilito da

lui, incominciò una nuova epoca per l'Europa.

Ben era degno quest'Impero del suo titolo[314]; ed il principe che per

diritto d'eredità o di conquista regnava ad un'ora sulla Francia, sulla

Spagna, sull'Italia, sulla Germania, sull'Ungheria, potea considerarsi

come possessore della maggior parte de' più bei reami d'Europa[315]. I.

La provincia romana della Gallia era divenuta la monarchia di Francia;

ma nel decadere della linea dei Merovingi ne furono ristretti i limiti

dall'independenza de' Bretoni e dalla rivolta dell'Aquitania. Carlomagno

incalzò i Bretoni sino alle rive dell'Oceano, confinò sulle coste quella

feroce tribù, per l'origine e pel dialetto tanto rimota dai Francesi, e

per gastigo le impose tributi, ne trasse ostaggi, e obbligolla alla

pace. Dopo lungo contrasto, la provincia d'Aquitania fu confiscata, e i

suoi Duchi perdettero libertà e vita. Sarebbe stata questa una punizione

troppo rigorosa per governatori ambiziosi, rei soltanto d'aver voluto

troppo imitare i Prefetti del Palazzo; ma una carta non guari

scoperta[316] prova che quelli erano gli ultimi discendenti di Clodoveo,

e i legittimi eredi della sua corona per parte d'un ramo cadetto

proveniente da un fratello di Dagoberto. Era ridotto l'antico loro regno

al Ducato di Guascogna, colle contee di Fesenzac e d'Armagnac, situate

alle falde de' Pirenei; se ne propagò la razza fino al cominciamento del

sesto secolo; e sopravvissero ai Carlovingi, loro oppressori, per

provare l'ingiustizia o il favore d'una terza dinastia. Unendo a sè

l'Aquitania acquistò la Francia quell'estensione, che oggi conserva,

aggiugnendovi i Paesi Bassi sino al Reno; II. I Saracini erano stati

cacciati di Francia dal padre e dall'avo di Carlomagno; ma rimanevano

padroni della maggior parte della Spagna, dalla rupe di Gibilterra fino

ai Pirenei. Nel tempo delle lor dissensioni civiche, un Arabo, l'Emir di

Saragossa, andò alla Dieta di Paderborna a implorar la protezione

dell'Imperatore. Carlomagno si trasferì in Ispagna, ripose in carica

l'Emir, e senza far distinzione, tra le varie credenze, oppresse i

cristiani che vollero resistere, e premiò l'obbedienza e i servigi de'

Musulmani. Indi partendo, statuì la Marca spagnuola[317] che si

prolungava dai Pirenei sino alla riviera dell'Ebro: il governator

francese presedeva in Barcellona e reggeva le contee di _Rossiglione_ e

di _Catalogna_, e i piccioli regni d'_Aragona_ e di _Navarra_

soggiacevano alla sua giurisdizione; III. come Re dei Lombardi, e

patrizio di Roma, Carlomagno governava la maggior parte

dell'Italia[318], la quale dalle Alpi fino alle frontiere della Calabria

aveva un'estensione di mille miglia. Il Ducato di Benevento, feudo

lombardo, erasi a spese dei Greci allargato su tutto il paese che forma

oggi il regno di Napoli. Ma il Duca allora regnante, Arrechis, non volle

partecipare alla servitù del suo paese; si dichiarò principe

independente, e oppose la sua spada alla monarchia Carlovingia. Si

difese egli con fermezza, nè fu senza gloria la sua sommessione;

l'Imperatore si contentò ad esigerne un tributo modico, la demolizion

delle Fortezze, e l'obbligo di riconoscere nelle sue monete la

superiorità d'un Signore. Grimoaldo, figlio d'Arrechis, lusingando

Carlomagno, e scaltramente onorandolo col nome di padre, sostenne del

pari la propria dignità con prudenza, e a poco a poco Benevento si

sottrasse al giogo francese[319]. IV. Carlomagno è il primo che sotto lo

stesso scettro tenesse la Germania. Il nome di _Francia orientale_

sussiste nel Circolo di _Franconia_; e per la conformità di religione e

di governo s'erano recentemente incorporati gli abitanti dell'_Assia_ e

della _Turingia_ alla nazion dei vincitori. Gli _Alemanni_, sì

formidabili a Roma, eran divenuti i fidi vassalli e gli alleati dei

Franchi, e il lor paese abbracciava il territorio dell'_Alsazia_, della

_Svevia_ e della _Svizzera._ I _Bavaresi_, a cui pure si lasciavano le

leggi e i costumi patrii, erano più intolleranti di dominio estero; le

continue tradigioni del lor Duca Tasillo giustificarono l'abolizione

della sovranità ereditaria, e fu divisa l'autorità dei Duchi fra i conti

che doveano custodire ad un tempo quella rilevante frontiera francese,

ed esercitarvi l'officio di giudici. Ma la parte settentrionale

dell'Alemagna, che dal Reno s'estende oltre l'Elba, era sempre nemica e

pagana, e solo dopo una guerra di trentatre anni abbracciarono i Sassoni

il cristianesimo, e furono soggetti a Carlomagno. Si discussero gl'idoli

e i loro adoratori: la fondazione dei vescovadi di Munster, di

Osnabruck, di Paderborna, di Minden, di Brema, di Verden, d'Hildesheim e

d'Halberstadt, segnò dalle due rive del Veser i confini della Sassonia

antica: formarono quei vescovadi le prime scuole e le prime città di

quella terra selvaggia, e così la religione e l'umanità instillate ai

fanciulli espiarono in qualche modo la strage dei padri. Al di là

dell'Elba, gli Slavi, o Schiavoni, popoli di conforme costume, benchè

diversi di nome, occupavano il territorio, che oggi forma la Prussia, la

Polonia, la Boemia; e da qualche indizio di temporaria obbedienza furon

condotti gli Storici francesi a prolungare l'Impero di Carlomagno fino

al Baltico ed alla Vistola. È più recente il conquisto o la conversion

di quel paese; ma si può riferire alle armi di quel principe la prima

congiunzione della Boemia al Corpo Germanico. V. Agli Avari o Unni della

Pannonia rendette le calamità, onde avean essi aggravate le nazioni, e

dal triplice sforzo d'un esercito francese, che penetrò nella loro

contrada per terra e pei fiumi, attraversando i monti Carpazii che

ingombrano per lo lungo la pianura del Danubio, furono atterrate le

fortificazioni dei boschi che ne cingeano i distretti e i villaggi. Dopo

una lotta sanguinosa di otto anni, fu colla strage dei loro Nobili

primarii vendicato l'eccidio d'alcuni Generali francesi: il resto della

nazione si sottomise. Fu devastata e al tutto distrutta la reggia dal

Chagan, e i tesori accumulati in due secoli a mezzo di rapine

arricchirono le milizie vittoriose, o andarono ad ornare le Chiese

dell'Italia e della Gallia[320]. Dopo l'assoggettamento della Pannonia,

non ebbe l'Impero di Carlomagno altri confini che il confluente del

Danubio, della Teyss e della Sava: acquistò senza fatica, ma con poco

profitto, le province d'Istria, di Liburnia e di Dalmazia; e per un

effetto della sua moderazione soltanto, rimasero i Greci possessori,

veri o titolari, delle città marittime; ma l'acquisto di que' paesi

rimoti giovò più alla sua fama che alla sua potenza, e non ebbe il

coraggio di avventurare qualche fondazione ecclesiastica per togliere i

Barbari alla lor vita vagabonda, ed all'idolatria. Non fece che pochi

tentativi per aprire qualche canale di comunicazione tra la Saona e la

Mosa, il Reno e il Danubio[321]. Questo divisamento se fosse stato

compiuto avrebbe dato vita all'Impero; e in vece Carlomagno sprecò

spesse volte, nel costruire una cattedrale, più denari e lavori di

quelli che avrebbe costato sì fatta impresa.

Raffrontando i grandi tratti di questa dipintura geografica si vedrà,

che l'Impero dei Francesi si estendeva fra l'Oriente e l'Occidente

dall'Ebro all'Elba, o alla Vistola; fra il Settentrione e il Mezzodì,

dal Ducato di Benevento alla riviera d'Eyder, che ha sempre separata la

Germania e la Danimarca. Lo stato di miseria e la divisione del

rimanente dell'Europa davan maggiore risalto personale e politico a

Carlomagno. Gran numero di principi, d'origine Sassone o Scozzese, si

contendeano fra loro le isole della Gran Brettagna e dell'Irlanda; e

dopo la perdita della Spagna il regno dei Goti cristiani, governati da

Alfonso il Casto, fu limitato da un'angusta catena dei monti delle

Asturie. Riverivano quei regoli la potenza o la virtù del monarca

Carlovingio; imploravano l'onore e la protezione della sua alleanza, lo

nomavano padre comune, sommo e supremo Imperatore dell'Occidente[322].

Trattò più da pari a pari col Califfo Harun al Rascid[323], i cui Stati

andavano dall'Affrica fino all'India, e dagli ambasciatori di questo

principe ricevette una tenda, un orologio da acqua, un elefante e le

chiavi del Santo Sepolcro. Non è agevol cosa a comprendere la personale

amicizia d'un Francese e d'un Arabo che non si eran veduti giammai, e

che aveano sì diverso il linguaggio e la religione; ma quanto al loro

carteggio pubblico era fondato sulla vanità; e la lontananza dell'uno

dall'altro non permetteva che i loro interessi potessero trovarsi in

concorrenza. Furono soggetti a Carlomagno i due terzi dell'Impero

posseduto da Roma nell'Occidente, ed egli era ben compensato della parte

che gliene mancava col dominio di nazioni inaccessibili e indomabili

della Germania; ma nello scegliere i suoi amici fa maraviglia ch'egli

preferisse sì spesso la povertà del Settentrione alle ricchezze del

Mezzodì. Le trentatre campagne che fece con tante fatiche nelle foreste

e nei paduli della Germania, avrebbero bastato a cacciare d'Italia i

Greci, di Spagna i Saracini, e a procacciargli così tutto l'Impero di

Roma. La debolezza dei Greci gli prometteva sicura e facile vittoria; la

gloria e la vendetta avrebbero mosso i sudditi ad una Crociata contro i

Saracini, la quale avrebbe avuto i suffragi della religione e della

politica. È probabile che nelle sue imprese al di là del Reno e

dell'Elba avesse in mira di sottrarre la sua monarchia al destino

dell'Impero romano, di disarmare i nemici delle culte nazioni, e di

sterpare i germi delle trasmigrazioni future. Ma fu saggiamente

osservato dover le conquiste di precauzione essere universali per

conseguire l'intento, avvegnachè allargando la sfera delle conquiste,

non si fa che ingrandire il circolo de' nemici intorno alle proprie

frontiere[324]. Coll'assoggettar la Germania s'aperse il velo che sì

lungamente aveva celato all'Europa il Continente o sia le isole della

Scandinavia; si risvegliò allora in que' barbari abitanti il sopito

valore. Gl'idolatri della Sassonia che aveano più energia, scamparono

dalle mani dell'oppressore cristiano, e cercarono un asilo nel

Settentrione; ingombrarono di corsari l'Oceano e il Mediterraneo, ed

ebbe Carlomagno il dolore di scorgere i funesti progressi dei Normanni,

che in meno di settant'anni di poi accelerarono la ruina della sua

razza, non che della sua monarchia.

[A. D. 814-887]

Se il Papa e i Romani avessero rinnovata la primitiva costituzione, non

avrebbe Carlomagno goduto che in vita i titoli d'Imperatore e d'Augusto,

e sarebbe stato necessario, ad ogni vacanza, che con una elezione

formale o tacita fosse collocato sul trono ogni successore; ma

nell'associare all'Impero suo figlio, Luigi il Buono, statuì i suoi

diritti d'independenza, come monarca e come conquistatore; e pare che in

quella occasione scorgesse e prevenisse le occulte pretensioni del

clero. Ordinò al giovine principe di pigliar la corona sull'altare, e di

porsela in capo da sè, come un dono che gli veniva da Dio, da suo padre

e dalla nazione[325]. Di poi, quando furono associati all'Imperio

Lotario e Luigi II, si ripetè la stessa cerimonia, ma con minore

pubblicità; passò lo scettro de' Carlovingi di padre in figlio per

quattro generazioni, e l'ambizione dei Papi fu ridotta alla sterile

onorificenza di dar la corona e l'unzione reale a quei principi

ereditari di già investiti del potere, e possessori dei loro Stati.

Luigi il Buono sopravvisse ai fratelli, e unì sotto il suo scettro tutto

l'Impero di Carlomagno; ma presto i popoli e i Nobili, i Vescovi e i

suoi figli s'avvidero, che quel gran Corpo non era avvivato dalla stessa

anima di prima, e che i fondamenti erano scassinati nel centro, mentre

la esterna superficie sembrava tuttavia bella e intatta. Dopo una guerra

o una battaglia in cui perirono centomila Francesi, fu da un trattato di

divisione partito l'Impero fra i suoi tre figli, che aveano mancato a

tutti i doveri figliali e fraterni. I reami della Germania e della

Francia furono per sempre separati; Lotario, a cui fu dato il titolo

d'Imperatore, s'ebbe le province della Gallia fra il Rodano, le Alpi, la

Mosa e il Reno. Quando poscia fu divisa la sua porzione tra i suoi

figli, la Lorena e Arles, due piccioli regni fondati poco prima, e che

poco durarono, furono il retaggio de' suoi due figli più giovani. Luigi

II il maggiore fu contento del regno d'Italia, patrimonio naturale e

bastante ad un Imperatore di Roma. Morì senza figli maschi, ed allora i

suoi zii e i cugini si contesero il trono: i Papi afferrarono

destramente questa occasione per farsi giudici delle pretensioni o del

merito de' candidati, e per dare al più docile o al più liberale

l'imperial dignità di avvocato della Chiesa romana. Non s'incontra più

nei miserabili avanzi della grande stirpe Carlovingia la menoma

apparenza di virtù o di potere, e solo dai ridicoli soprannomi di Calvo,

di Balbo, di Grosso, di Semplice sono caratterizzati i tratti nobili ed

uniformi di questa folla di Re, tutti ugualmente degni dell'obblivione.

L'estinzione dei rami materni trasmise l'intera eredità a Carlo il

Grosso, ultimo Imperatore della sua famiglia: dalla debolezza del suo

ingegno derivò la diffalta della Germania, dell'Italia e della Francia:

fu deposto in una Dieta e ridotto a mendicare il pane giornaliero da'

ribelli, il disprezzo de' quali gli avea lasciata la libertà e la vita.

I Governatori, i Vescovi ed i Signori, ciascheduno secondo le sue forze,

usurparono qualche frammento dell'Impero che andava in ruina; si usò

qualche preferenza a coloro, che per parte di donne o di bastardi

discendeano da Carlomagno. Erano ugualmente incerti il titolo e il

possesso della maggior parte di questi competitori, e il loro merito

pareva adeguato alla poca estensione de' loro dominii. Quelli che

poterono comparire con un esercito davanti alle porte di Roma furono

coronati Imperatori nel Vaticano; ma fu paga il più delle volte la loro

modestia del solo titolo di Re d'Italia; e si può considerare come un

interregno lo spazio di settantaquattr'anni trascorsi dall'abdicazione

di Carlo il Grosso, sino all'esaltamento di Ottone I.

[896]

Ottone[326] apparteneva al nobile lignaggio dei Duchi di Sassonia, e se

è vero che discendesse da Vitichindo, già nemico e poi proselito di

Carlomagno, la posterità del popolo vinto giunse in fine a regnare sui

vincitori. Enrico l'Uccellatore, suo padre, eletto dal suffragio della

sua nazione avea salvato, e su salde basi fondato il regno della

Germania. Il figlio d'Enrico, il primo e il più grande degli Ottoni,

allargò d'ogni lato i confini di quel reame[327]. Fu aggiunta alla

Germania quella porzion della Gallia che all'Occidente del Reno

costeggia le sponde della Mosa e della Mosella, i cui popoli, fin dai

tempi di Cesare e di Tacito, avean co' Germani molta somiglianza di

linguaggio e di temperamento. I successori d'Ottone acquistarono tra il

Reno, il Rodano e le Alpi una vana supremità sopra i regni di Parigi, di

Borgogna e d'Arles. Dalla parte del Settentrione, il cristianesimo fu

propagato dalle armi d'Ottone, vincitore ed apostolo delle nazioni

Schiavone dell'Elba e dell'Oder; con varie colonie d'Alemanni fortificò

le Marche di Brandeburgo e di Schleswik; il Re di Danimarca, ed i duchi

di Polonia e di Boemia si dichiararono suoi vassalli e tributari. Valicò

egli le Alpi con un esercito vittorioso, soggiogò il regno d'Italia,

liberò il Papa e congiunse per sempre la corona imperiale al nome ed

alla nazione dei Germani. Da quell'epoca memoranda s'introdussero due

massime di giurisprudenza pubblica fondate dalla forza, e ratificate dal

tempo; I che il principe eletto in una Dieta di Alemagna acquistava ad

un tempo i regni subordinati dell'Italia e di Roma; II ma che non poteva

legalmente qualificarsi per Imperatore ed Augusto prima di ricevere la

corona dalle mani del romano Pontefice[328].

Il nuovo titolo di Carlomagno fu annunziato in Oriente dal cangiamento

di stile nello scrivere; fu sostituito il titolo di padre che gli davano

gl'Imperatori greci a quello di fratello, simbolo d'uguaglianza e di

famigliarità[329]. Forse ne' suoi carteggi con Irene aspirava al titolo

di sposo: i suoi ambasciatori a Costantinopoli parlarono il linguaggio

della pace e dell'amicizia; e il fine segreto della lor missione fu

quello per avventura di trattar un matrimonio con quell'ambiziosa

principessa, che aveva abiurato tutti i doveri di madre. Non è possibile

il congetturare quale sarebbe stata la qualità, la durata e le

conseguenze di tal unione fra due Imperi così lontani ed estranei l'uno

all'altro; ma dal silenzio concorde dei Latini si debbe argomentare che

la nuova di questo trattato di matrimonio fosse inventata dai nimici

d'Irene, per porle addosso il delitto d'aver voluto dar la Chiesa e lo

Stato in balìa dei popoli dell'Occidente[330]. Gli ambasciatori di

Francia furon testimoni della cospirazion di Niceforo e dell'odio

nazionale, e per poco ebbero a divenirne le vittime. Fu irritata

Costantinopoli dal tradimento e sacrilegio dell'antica Roma; e ogni

bocca ripetea quel proverbio «che i Francesi eran buoni amici, e cattivi

vicini»; ma doveasi temere di provocar un vicino che poteva esser

tentato a rinnovare nella Chiesa di Santa Sofia la cerimonia della sua

incoronazione. Dopo un viaggio disastroso, lunghi andirivieni, e molti

indugi gli ambasciatori di Niceforo trovarono Carlomagno nel suo campo

sulle sponde della Saal; il quale per confondere la lor vanità dispiegò

in un villaggio di Franconia tutta la pompa, o per lo meno tutto il

fasto della reggia Bizantina[331]. Passarono i Greci per quattro sale

d'udienza; nella prima stavan già per prostrarsi davanti un personaggio

magnificamente vestito, seduto sopra un alto seggio, quando egli

avvisolli, esser lui soltanto il Contestabile o maestro de' cavalli,

cioè un servo del principe. Fecero uno sbaglio simile, ed ebbero la

stessa risposta, nelle tre stanze successive ove stavano il Conte del

palazzo, l'Intendente e il gran Ciamberlano. Essendosi così raddoppiata

in essi la impazienza, finalmente fu aperta la porta della camera ove

era Carlomagno, e videro il monarca attorniato da tutto lo sfarzo di

quel lusso straniero ch'egli spregiava, e dall'amore, e dal rispetto de'

suoi capitani vittoriosi. Conchiusero i due Imperi un trattato di pace e

d'alleanza, e fu deciso che ciascuno serberebbe i dominii che possedeva;

ma i Greci[332] dimenticaron ben presto quest'umiliante uguaglianza, o

non se ne ricordarono che per detestare i Barbari che li aveano

obbligati a riconoscerla. Fino a tanto che furono congiunti in un uomo

il potere e le virtù, salutarono ossequiosamente l'augusto Carlomagno,

dandogli i titoli di Basileus, e d'Imperatore de' Romani. Come tosto

coll'esaltamento di Luigi il Pio, queste due qualità furono disgiunte,

si videro nella soprascritta delle lettere della Corte di Bizanzio

queste parole «Al Re, o come egli stesso si qualifica, all'Imperatore

dei Francesi e dei Lombardi». Quando più non videro nè potere, nè virtù,

tolsero a Luigi II il suo titolo ereditario, e dandogli la barbara

denominazione di rex o rega, lo relegarono nella turba dei Principi

latini. La sua risposta[333] ne dimostra la debolezza; provando con

molta erudizione, che nella storia sagra e profana il nome di Re è

sinonimo della parola greca Basileus; e soggiungendo, che se a

Costantinopoli viene preso in un significato più esclusivo e più

augusto, egli ricevè da' suoi antenati e dal Papa il giusto diritto di

partecipare agli onori della porpora romana. Ricominciò la stessa

disputa nel regno degli Ottoni, l'ambasciatore dei quali dipinge con

vivi colori l'insolenza della Corte di Costantinopoli[334]. Affettavano

i Greci molto disprezzo per la povertà e l'ignoranza de' Francesi e de'

Sassoni; e, ridotti all'estremo avvilimento, ricusavano ancora di

prostituire il titolo d'Imperatori romani ai Re della Germania.

Gl'Imperatori d'Occidente continuavano ad ingerirsi nell'elezione dei

Papi, come già facevano prima arbitrariamente i principi Goti e

gl'Imperatori greci; e il valore di questa prerogativa crebbe coi

dominii temporali, e colla giurisdizione spirituale della Chiesa romana.

Secondo la costituzione aristocratica del clero, i suoi membri primari

formavano un Senato che cooperava all'amministrazione de' suoi Consigli

e nominava al vescovado, quand'era vacante. Ventotto erano le parrocchie

in Roma, ed ognuna era governata da un Cardinale prete o presbitero,

titolo modesto nella sua origine, ma che poi volle uguagliarsi alla

porpora dei Re. Il numero dei membri di questo Consiglio venne crescendo

coll'associazione dei sette Diaconi degli spedali più considerevoli, dei

sette giudici del palazzo di Laterano, e di alcuni dignitari della

Chiesa. Questo Senato era diretto da sette Cardinali vescovi della

Provincia romana, i quali non attendeano tanto alle lor diocesi d'Ostia,

di Porto, di Velletri, di Tuscolo, di Preneste, di Tivoli, e del paese

de' Sabini, situati, può dirsi, ne' sobborghi di Roma, quanto al

servigio settimanale nella Corte del Papa, e alla premura d'ottenere una

maggior parte degli onori e dell'autorità della Sede apostolica. Morto

il Papa, questi Vescovi indicavano al Collegio de' Cardinali quello che

doveano eleggere per successore[335]; e dagli applausi o dagli

schiamazzi del popolo romano era approvata o rigettata la scelta. Ma

dopo il suffragio del popolo era ancor imperfetta l'elezione; e per

consecrar legalmente il Pontefice era d'uopo che l'Imperatore, come

avvocato della Chiesa, avesse data l'approvazione e l'assenso. Il

Commissario imperiale esaminava sul luogo la forma e la libertà

dell'elezione, e solamente dopo aver ben disaminate le qualificazioni

degli Elettori, ricevea il giuramento di fedeltà, e confermava le

donazioni che aveano successivamente arricchito il Patrimonio di San

Pietro. Se sopravveniva uno Scisma, e di frequente ne accadevano, si

sottometteva il tutto al giudizio dell'Imperatore, il quale in mezzo a

un Sinodo di Vescovi osò giudicare, condannare e punire un Pontefice

delinquente. Si obbligarono il senato ed il popolo, in un trattato con

Ottone I, di eleggere quel candidato che più a sua maestà fosse

aggradevole[336]: i suoi successori anticiparono o prevennero i loro

suffragi: diedero al proprio Cancelliere il Vescovado di Roma, non che

quelli di Colonia e di Bamberga; e qualunque pur fosse il merito d'un

Francese o d'un Sassone, prova il suo nome abbastanza l'intromissione

d'una Potenza straniera. I disordini d'un'elezion popolare erano per

questi atti autorevoli una scusa assai speciosa. Il competitore, escluso

dai Cardinali, si appellava alle passioni o alle venalità della plebe:

il Vaticano e il Palazzo di Laterano furono imbrattati d'assassinii, e i

senatori più potenti, i Marchesi di Toscana e i conti di Tuscolo tennero

in lungo servaggio la Sede apostolica. I Papi del nono e decimo secolo,

furono insultati, incarcerati, assassinati dai lor tiranni; e quando

erano spogliati dei demanii dipendenti dalla loro Chiesa, tant'era la

lor indigenza, che non potevano sostenere la condizione d'un principe

non solo, ma neppure esercitare la carità d'un sacerdote[337]. La

riputazione ch'ebbero allora due sorelle prostitute, Marozia e Teodora,

era fondata su le ricchezze e l'avvenenza loro, sui loro raggiri amorosi

o politici; la mitra romana era il guiderdone dei più instancabili dei

loro amanti, e il loro regno[338] ha potuto[339] nei secoli d'ignoranza

dar origine alla favola[340] d'una Papessa[341]. Un bastardo di Marozia,

un suo nipote e un pronipote, discendenti dal bastardo (genealogia

veramente singolare!) salirono la Cattedra di San Pietro, ed aveva l'età

di diciannov'anni il secondo degli anzidetti, quando divenne Capo della

Chiesa latina. Giunto alla maturità degli anni corrispose

all'aspettazione che avea dovuto dare di sè in gioventù; e la folla de'

pellegrini che concorrevano a Roma poteva attestar la verità delle

accuse fattegli in un Sinodo romano, e alla presenza d'Ottone il Grande.

Dopo avere rinunciato all'abito e al decoro della sua dignità, potea

Papa Giovanni XI, nella sua qualità di soldato, non avere taccia per gli

eccessi nel bere, per gli omicidii, per gl'incendii, per la smodata

passione del giuoco e della caccia: poteano i suoi Atti pubblici di

simonìa essere una conseguenza della sua ristrettezza; e supposto che

abbia invocato, come è fama, Giove e Venere, potea essere questa una

facezia; ma noi veggiamo con istupore questo degno nipote di Marozia

vivere pubblicamente in adulterio colle Matrone romane; il palazzo

Lateranense trasformato in un postribolo, e lo svergognato Papa, tiranno

del pudore delle vergini e delle vedove, il quale impediva così alle

donne di andare in pellegrinaggio al sepolcro di San Pietro, ov'elle

avrebbero corso rischio, in quell'atto di divozione, d'essere

violate[342] da quel successor dell'apostolo[343]. Hanno insistito con

maligno diletto i protestanti su questi segni di somiglianza

coll'anticristo; ma agli occhi d'un filosofo son men pericolosi i vizi

del clero che le virtù del medesimo. Dopo lunghi scandoli fu purificata

e rialzata la Sede apostolica dall'austerità e dallo zelo di Gregorio

VII. Questo frate ambizioso[344] passò tutta la sua vita meditando, e

regolando l'esecuzione de' suoi gran disegni, il primo de' quali era

fissare nel Collegio de' Cardinali la libertà e l'independenza della

elezione del Papa, e per sempre togliervi l'intervento, o legittimo o

usurpato, degl'Imperatori, e del popolo romano; il secondo di dare e

riprendere l'Impero d'Occidente come un feudo, o benefizio[345] della

Chiesa, e a stendere il suo dominio temporale sopra i re, e sopra i

reami della terra. Dopo cinquant'anni di combattimenti, la prima di

queste operazioni fu condotta ad effetto mercè dell'Ordine

ecclesiastico, la libertà del quale andava congiunta a quella del Capo;

ma la seconda, non ostante qualche buon esito apparente o parziale,

trovò nella potestà civile una gran resistenza, e fu impedita da'

progressi dell'umana ragione.

Quando risorse l'Impero di Roma, nè il suo Vescovo nè il popolo poteano

dare a Carlomagno o ad Ottone le province, perdute per la sorte

dell'armi come erano state acquistate; ma i Romani aveano la facoltà

d'eleggersi un padrone, e l'autorità delegata al patrizio fu

irrevocabilmente conferita agl'Imperatori francesi e sassoni. Gli annali

imperfetti di que' tempi[346] ci serbarono qualche memoria del palazzo,

della moneta, del tribunale, degli editti di que' principi, e della

giustizia esecutiva, che sin al decimo-terzo secolo era dal Prefetto di

Roma esercitata in virtù de' poteri conferitigli da' Cesari[347]; ma

infine per gli artificii de' Papi e per la violenza del popolo, questa

sovranità degl'Imperatori fu soppressa. I successori di Carlomagno,

paghi de' titoli d'Imperatore e d'Augusto, non posero cura nel mantenere

quella giurisdizione locale; ne' tempi prosperi, era l'ambizione loro

pasciuta d'idee più lusinghiere, e nella decadenza e division

dell'Impero i lor pensieri furono del tutto assorti da quello di

difendere le province ereditarie. In mezzo a' disordini dell'Italia, la

famosa Marozia indusse uno degli usurpatori a sposarla, e la sua fazione

guidò Ugo, re di Borgogna, entro la Mole d'Adriano, ossia Castello

Sant'Angelo, che domina il ponte principale, ed uno degli ingressi di

Roma. Suo figlio Alberico, ch'ella ebbe da uno de' suoi primi mariti, fu

astretto a servire al banchetto nuziale; il suo suocero sdegnato della

ripugnanza manifesta con cui quegli adempieva tale ufficio gli diede una

percossa. Questa originò una rivoluzione. «Romani, gridò il giovanetto,

voi eravate un tempo i signori del Mondo, e questi Borgognoni erano

allora i più abietti fra i vostri schiavi. Ed oggi regnano, que'

selvaggi voraci e brutali, e l'oltraggio ch'io ricevetti è il principio

della vostra servitù[348]». Sonarono le campane a stormo; corse il

popolo all'armi da tutti i quartieri della città, e i Borgognoni

fuggirono a precipizio svergognati e atterriti. Il vincitore Alberico

cacciò in un carcere sua madre Marozia, e ridusse suo fratello, Papa

Giovanni XI, all'esercizio del suo ministero spirituale. Governò Roma

per più di vent'anni col titolo di principe, e dicesi che per

assecondare i pregiudizi del popolo, rinnovò l'officio, o almeno il nome

de' Consoli, e de' Tribuni. Ottaviano, suo figlio ed erede, prese col

Pontificato il nome di Giovanni XII: tribolato come il suo predecessore

da' principi Lombardi cercò un difensore che potesse liberare la Chiesa

e la Repubblica, e quindi la dignità imperiale divenne il guiderdone de'

servigi d'Ottone; ma il Sassone era prepotente, e intolleranti i Romani.

La festa dell'incoronazione fu turbata dalle secrete dispute suscitate

per una parte dalla gelosia del potere, per l'altra dal desiderio di

libertà. Temendo Ottone d'essere assalito, e assassinato al piè

dell'altare, ordinò al suo Porta-spada di non iscostarsi dalla sua

persona[349]. Prima di ripassare le Alpi, l'Imperatore punì la rivolta

del popolo, e l'ingratitudine di Giovanni XII. Il Papa fu deposto dalla

Sede in un Sinodo; il Prefetto a cavallo d'un asino fu frustato per

tutti i quartieri della città, poi cacciato nel fondo d'un carcere;

tredici cittadini de' più colpevoli spirarono su le forche, altri furono

mutilati e sbanditi, e servirono le antiche leggi di Teodosio e di

Giustiniano a giustificare tanta severità di gastighi. Ottone II dalla

voce pubblica fu accusato d'avere con una atrocità pari alla perfidia

fatto trucidare alcuni Senatori, da lui invitati a pranzo, sotto le

sembianze d'ospitalità e d'amicizia[350]. Durante la minorità di Ottone

III, suo figlio, Roma tentò con vigoroso sforzo di scuotere il giogo de'

Sassoni, e il console Crescenzio fu il Bruto della repubblica. Dalla

condizione di suddito e d'esule giunse due volte al comando della città;

perseguitò, cacciò, creò i Papi, e tramò una cospirazione per

ristabilire l'autorità degl'Imperatori greci. Sostenne un assedio

ostinato in castel Sant'Angelo; ma sedotto da una promessa d'impunità,

fu appiccato, e s'espose il suo capo su i merli della Fortezza. Per un

rovescio di sorte avvenne poi che Ottone, avendo diviso qua e là il suo

esercito, fu assediato per tre giorni nel suo palazzo, ove difettava di

vittovaglie; e solamente con una vergognosa fuga potè sottrarsi alla

giustizia o al furor de' Romani. Il senatore Tolomeo guidava il popolo,

e la vedova del console Crescenzio ebbe la consolazione di vendicare il

marito dando il veleno all'Imperatore divenuto suo amante: almeno se ne

dà il vanto a lei. Era intendimento di Ottone III abbandonare le aspre

contrade del Settentrione per collocare il suo trono in Italia, e far

rivivere le instituzioni della monarchia romana; ma i successori di lui

non comparvero che una volta in tutta la lor vita sulle sponde del

Tevere per ricevere la corona nel Vaticano[351]. La loro assenza li

esponea al disprezzo, e la loro presenza era odiosa e formidabile.

Discendeano dalle Alpi co' loro Barbari, stranieri all'Italia, ove

giungevano coll'armi in mano, e le loro passaggere comparse non

offerivano che scene di tumulto e di strage[352]. I Romani, sempre

tormentati da una debole memoria dei loro antenati, vedeano con pio

sdegno quella serie di Sassoni, di Francesi, di principi di Svevia e di

Boemia usurpare la porpora e le prerogative de' Cesari.

[A. D. 774-1250]

Non v'ha forse nulla di più contrario alla natura e alla ragione, che il

tenere sotto il giogo paesi lontani e straniere nazioni contro lor

voglia, e contro il loro interesse. Può un torrente di Barbari passare

sopra la terra; ma per mantenere un vasto Impero, si richiede un sistema

profondo di politica e d'oppressione. Vi dev'essere al centro un potere

assoluto pronto all'atto e ricco di espedienti; è necessario poter

comunicare facilmente e rapidamente dall'una estremità all'altra; fan

d'uopo Fortezze per reprimere i primi assalti dei ribelli;

un'amministrazione regolare atta a proteggere e a punire, e un esercito

ben disciplinato che possa infondere timore senz'eccitare l'odio e la

disperazione. Ben diversa era la situazione de' Cesari della Germania,

allorchè divisarono d'assoggettare a sè il regno d'Italia. Le loro terre

patrimoniali s'estendevano lunghesso il Reno, od erano sparse qua e là

nelle loro varie province; ma l'imprudenza o la miseria di molti

principi aveva alienato questo ricco retaggio, e la rendita, che

traevano da un esercizio minuto e gravoso delle loro prerogative,

bastava appena alle spese della lor casa. Erano i loro eserciti fondati

soltanto sopra il servizio, legale o volontario, dei loro diversi

feudatarii che valicavano le Alpi con ripugnanza, si permetteano ogni

sorta di rapine e di eccessi, e sovente disertavano avanti la fine della

campagna. Il clima dell'Italia ne distruggeva eserciti intieri; quelli

che sfuggivano alla sua mortifera influenza riportavano in patria le

ossa dei principi e Nobili loro[353]; imputavano talvolta l'effetto

della loro intemperanza alla perfidia e malizia degl'Italiani, che

rallegravansi almeno dei mali dei Barbari. Questa tirannia irregolare

combattea con armi uguali contro la potenza de' piccioli tiranni del

paese: l'esito della disputa non interessava molto il popolo, e dee oggi

interessar poco il lettore. Ma ne' secoli undecimo e duodecimo

riaccesero i Lombardi la fiaccola dell'industria e della libertà, e le

repubbliche della Toscana imitarono finalmente quel generoso esempio.

Avevano le città d'Italia conservata mai sempre una specie di governo

municipale; e i loro primi privilegi furono un dono della politica

degl'Imperatori, che voleano fare servire i plebei a raffrenare

l'independenza della Nobiltà. Ma i rapidi progressi di queste Comunità,

e l'estensione ch'esse davano ogni giorno al loro potere, non ebbero

altra cagione che il numero e l'energia dei loro Membri[354]. La

giurisdizione di ciascuna città abbracciava tutta l'ampiezza d'una

diocesi o d'un distretto; quella de' Vescovi, de' marchesi e dei conti

fu annichilata, e i più orgogliosi de' Nobili si lasciarono persuadere,

o furono costretti, d'abbandonare i loro castelli solitari e d'assumere

la qualità più onorevole di cittadini e di magistrati. L'autorità

legislativa apparteneva all'Assemblea generale; ma il potere esecutivo

era nelle mani de' tre consoli che s'estraevano annualmente dar tre

Ordini de' quali componevasi la repubblica, cioè: i _capitani_, i

_valvassori_[355] e i _comuni_ sotto la protezione d'una legislazion

uguale per tutti. L'agricoltura e il commercio si ravvivarono a poco a

poco; la presenza del pericolo sosteneva il carattere guerriero de'

Lombardi, ed al suono della campana, o al ventilare del vessillo[356],

sboccava dalle porte della città una schiera numerosa ed intrepida, il

cui zelo patriottico si lasciò ben tosto guidare dalla scienza della

guerra, e dalle regole della disciplina. L'orgoglio de' Cesari ruppe

contro questi baluardi popolari, e l'invincibile Genio della libertà

trionfò dei due Federici, i due più gran principi del medio evo: il

primo forse più grande per le geste militari, ma il secondo dotato senza

dubbio di maggiori lumi e di virtù più grandi che convengono alla pace.

Vago di ravvivare tutto lo sfarzo della porpora, invase Federico I le

repubbliche della Lombardia coll'arte d'un politico, col valore d'un

soldato, e colla crudeltà d'un tiranno. Aveva la recente scoperta delle

Pandette rinnovata una scienza molto favorevole al dispotismo; e alcuni

giureconsulti venali dichiararono che l'Imperatore era assoluto padrone

della vita e delle proprietà dei sudditi. La Dieta di Roncaglia

riconobbe la regia prerogativa in un senso meno odioso; a sessantamila

marchi d'argento[357] fu portata la rendita dell'Italia, ma ad infinita

ampiezza la estesero colle estorsioni gli officiali del fisco. Col

terrore e colla forza dell'armi furono ridotte al dovere le città più

pertinaci; i prigioni furono consegnati al carnefice, o fatti perire

sotto i dardi scagliati dalle macchine guerresche: dopo l'assedio e la

resa di Milano, Federico fece radere gli edifici di quella magnifica

capitale; ne levò trecento statici cui spedì in Alemagna, e disperse in

quattro villaggi gli abitanti messi sotto il giogo dall'inflessibile

vincitore[358]. Non tardò Milano a risorgere dalle sue ceneri: la

sventura formò la lega di Lombardia; Venezia, il Papa, Alessandro III, e

l'Imperator greco ne difesero gl'interessi; l'edificio del dispotismo fu

atterrato in un giorno, e nel trattato di Costanza Federico

sottoscrisse, con qualche riserva, la libertà di ventiquattro città.

Aveano queste acquistato tutto il vigore e la maturità, quando entrarono

in lotta contro il suo nipote; ma questi, Federico II, era dotato di

qualità personali, e singolari che lo segnalavano[359]. Per la nascita e

per la educazione era raccomandato agli Italiani, e durante l'implacabil

discordia della fazione de' Ghibellini e de' Guelfi, aderirono i primi

all'Imperatore, mentre i secondi inalberarono il vessillo della libertà

e della Chiesa. La Corte romana, in un momento di sonno, avea permesso

ad Enrico VI di congiungere all'Impero i regni di Napoli e di Sicilia; e

Federico II, suo figlio, ricavò da quegli Stati ereditarii grandi

sussidii in soldati e in denari. Fu non di meno oppresso in fine dalle

armi lombarde e dai fulmini del Vaticano; ne fu dato il reame ad uno

straniero, e l'ultimo della sua razza fu pubblicamente decapitato sul

palco nella città di Napoli. Per uno spazio di sessant'anni non si vide

più un Imperator in Italia, e appena fu ricordato questo nome per la

vendita ignominiosa degli ultimi rimasugli della sovranità.

[814-1250 ec.]

Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il

titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il

dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era

libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere

nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della

nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler

imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano

sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano

obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle

nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii

delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno

e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata

delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo

più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser

la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta

senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono

nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più

durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi.

Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare

l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi

furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli,

dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente;

dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei

principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella

d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui

gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di

Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli

attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e

di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere

imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare

l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore

ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di

necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o

d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da

lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello;

così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è

formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o

conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la

Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo

particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne

avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed

accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie

Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua

moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione

e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze

e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori

conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici,

la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti

della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni

ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per

una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime

preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il

suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che

obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere

dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età

della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre

era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine

fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si

estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero,

denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi

e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un

deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e

trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi

colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un

anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea

consultare la Dieta generale o quella della provincia.

[A. D. 1250]

Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una

moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi

dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad

imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle

forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di

conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile

delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in

brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i

vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre

l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema

di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno

serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello

Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e

delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii

fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio

esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il

re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte

palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di

Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una

moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti

rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i

Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del

pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo.

III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante

quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre

nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della

civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee

nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega

anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione;

i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna

nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata

alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le

risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e

dell'altro dei principi[360].

[A. D. 1347-1378]

Nel quattordicesimo secolo precipuamente fa stupore la contraddizione

che si trova fra il nome e lo Stato dell'Impero romano di Alemagna, il

quale, eccetto sulle rive del Reno e del Danubio, non possedeva una sola

provincia di quelle di Traiano e di Costantino. Questi principi aveano

per indegni successori[361] i conti d'Absburgo, di Nassau, di

Lussemburgo e di Schwartzenburgo: l'Imperator Enrico VII ottenne pel

figlio la corona di Boemia, e suo nipote, Carlo IV, ebbe la culla presso

un popolo che gli stessi Alemanni trattavano da forestiero, da

Barbaro[362]. Dopo avere scomunicato Luigi di Baviera, i Papi che,

quantunque esuli o prigionieri nella contea di Avignone, affettavano di

disporre dei reami della Terra, gli diedero o gli promisero l'Impero

allora vacante. La morte dei competitori gli procurò i voti del Collegio

elettorale, e fu dagli unanimi suffragi riconosciuto Re de' romani e

futuro Imperatore, titolo che veniva prostituito ai Cesari della

Germania e a quei della Grecia. Altro non era l'Imperator d'Alemagna che

il magistrato elettivo, e senza autorità, d'un'aristocrazia di principi

che non gli aveano lasciato un solo villaggio di cui potesse dirsi

padrone. La sua più bella prerogativa era il diritto di presedere il

senato della nazione, convocato per le sue lettere, e di proporvi le

cose su cui deliberare; e il suo regno di Boemia, meno opulento della

città di Norimberga posta in quel dintorno, era il fondamento più saldo

del suo potere e la fonte più ricca delle sue rendite. Non più di

trecento guerrieri componeano l'esercito con cui varcò le Alpi. Fu

coronato nella cattedrale di S. Ambrogio colla corona di ferro

attribuita dalla tradizione alla monarchia Lombarda; ma non se gli

permise che un picciol seguito; gli furon chiuse alle spalle le porte

della città, e le armi de' Visconti tennero prigioniero il re d'Italia,

che fu obbligato di confermarli nel possesso di Milano. Una seconda

volta, fu coronato nel Vaticano colla corona d'oro dell'Impero; ma per

adattarsi ad un articolo d'un trattato segreto, l'Imperatore romano si

ritirò senza passare neppure una notte nel ricinto di Roma. L'eloquente

Petrarca[363], il quale trasportato dalla sua immaginazione vedea di già

risorgere la gloria del Campidoglio, deplora ed accusa la fuga

ignominiosa del principe Boemo; e gli autori contemporanei osservano,

che la vendita lucrosa de' privilegi e de' titoli fu il solo atto

d'autorità che esercitò l'Imperatore nel suo passaggio. L'oro

dell'Italia assicurò l'elezion di suo figlio; ma tanta era la vergognosa

povertà di questo Imperator romano, che fu fermato sulla strada di Worms

da un beccaio, e ritenuto in un'osteria per cauzione, o per ostaggio

delle spese che avea fatto.

[A. D. 1356]

Da questo spettacolo d'avvilimento volgiamo lo sguardo all'apparente

maestà che Carlo IV portò nelle Diete dell'Impero. La Bolla d'oro che

fissò la costituzione germanica è scritta in tuono di sovrano e di

legislatore. Cento principi s'incurvavano ai piedi del suo soglio, e

sublimavano la propria dignità cogli omaggi volontarii, che concedeano

al lor Capo o al lor ministro. I sette Elettori suoi grandi officiali

ereditari, che per grado e per titoli pareggiavano i re, servivano alla

tavola imperiale. Gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia,

arcicancellieri perpetui dell'Alemagna, dell'Italia e della provincia di

Arles portavano in gran pompa i suggelli del triplice reame. Il gran

Maresciallo, montato sur un palafreno, per segno di sue incombenze,

tenea in mano un moggio d'argento pieno d'avena, ch'egli spandea per

terra, indi scendea da cavallo per regolare l'ordinanza de' convitati.

Il gran Siniscalco, il conte palatino del Reno, recava i piatti in

tavola. Dopo il banchetto il margravio di Brandeburgo, gran Ciamberlano,

si presentava colla brocca e il bacino d'oro, e gli dava da lavar le

mani; il re di Boemia era raffigurato, come gran Coppiere dal fratello

dell'Imperatore duca di Lussemburgo e del Brabante; e la cerimonia era

terminata dai grandi officiali della caccia, i quali con un frastuono di

corni e di cani introduceano un cervo ed un cignale[364]. Nè alla sola

Alemagna era ristretta la supremazia dell'Imperatore; i monarchi

ereditari dell'altre contrade dell'Europa confessavano la preeminenza

sua di grado e di dignità: era egli il primo dei principi cristiani, e

il Capo temporale della gran repubblica d'Occidente[365]: già da gran

tempo assumeva il titolo di maestà, e contrastava al Papa l'eminente

diritto di creare i re, e di convocare i Concilii. L'oracolo delle leggi

civili, il dotto Bartolo, riceveva una pensione da Carlo IV, e la sua

scuola risonava di questa sentenza, che il romano Imperatore era il

sovrano legittimo della Terra, cominciando dai luoghi ove si leva il

Sole sino a quelli dove tramonta. La contraria opinione fu condannata

non come un errore, ma come eresia, in vigor di quelle parole

dell'Evangelo: «E un decreto di Cesare Augusto dichiarò che tutto il

Mondo dovesse pagare l'imposizione»[366].

Se attraverso lo spazio dei tempi o de' luoghi, noi raffrontiamo Augusto

con Carlo, i due Cesari ci presenteranno un contrapposto ben forte.

Carlo nascondea la sua debolezza sotto la maschera dell'ostentazione, e

il primo velava la sua forza coi colori della modestia. Augusto,

capitanando le sue vittoriose legioni, dando leggi alla terra e al mare,

dal Nilo e dall'Eufrate sino all'Oceano Atlantico, si dicea servitor

dello Stato e l'uguale a' suoi concittadini. Il trionfator di Roma e

delle province si sottomettea alle formalità volute dagli offici legali

e popolari di censore, di console e di tribuno. La sua volontà era la

legge del Mondo; ma per pubblicar questa legge prendeva in prestito la

voce del senato e del popolo; da essi il padrone riceveva le nomine

rinnovate delle cariche temporanee già conferitegli per amministrar la

repubblica. Negli abiti, nell'interno della casa[367], nei titoli, in

tutte le azioni della vita sociale serbò Augusto le maniere d'un

semplice privato, e da' suoi scaltri adulatori fu rispettato il segreto

della sua assoluta e perpetua monarchia.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 14 / 20 题