CAPITOLO XLIX.

_Introduzione, culto e persecuzione delle Immagini. Ribellione

dell'Italia e di Roma. Patrimonio temporale dei Papi. Conquisto

dell'Italia fatto dai Francesi. Istituzione delle Immagini.

Carattere e incoronazione di Carlomagno. Ristabilimento e

decadenza dell'Impero romano in Occidente. Independenza

dell'Italia. Costituzione del Corpo germanico._

Non considerai la Chiesa che ne' suoi legami collo Stato, e ne' vantaggi

che procura ai Corpi politici; maniera di considerare, a cui era

desiderabile che ognuno si fosse attenuto inviolabilmente nei fatti,

come nel mio racconto. Ebbi cura di lasciare alla curiosità dei teologi

speculativi[188] la filosofia orientale dei Gnostici, l'abisso tenebroso

della Predestinazione e della Grazia, e la singolare trasformazione che

si opera nell'Eucarestia, quando la rappresentazione del Corpo di Gesù

Cristo convertesi nella sua vera sostanza[189]; ma esposi con diligenza

e piacere que' fatti dell'Istoria ecclesiastica i quali hanno

contribuito al decadimento e alla ruina dell'Impero romano, come sarebbe

la propagazione del cristianesimo, la costituzione della Chiesa

cattolica, la ruina del paganesimo, e le Sette che escirono dalle

controversie misteriose e sublimi, relative alla Trinità ed alla

Incarnazione. Tra i fatti principali di questa specie devesi contare il

culto delle Immagini, che ai secoli ottavo e nono cagionò dispute

accanite, poichè questa lite d'una superstizione popolare[190] produsse

la ribellion dell'Italia, il patrimonio temporale dei Papi ed il

ristabilimento dell'Impero romano in Occidente.

Erano i primi cristiani dominati da un'invincibile ripugnanza per le

Immagini; si può attribuire quest'avversione alla loro origine giudaica

e alla loro antipatia pei Greci. Aveva la legge di Mosè vietato

severamente tutti i simulacri della Divinità; ed avea un tale precetto

messo profonde radici nella dottrina e nei costumi del popolo eletto.

Impiegavano gli Apologisti della religion cristiana tutto il loro

ingegno contro gl'Idolatri che si prostravano d'innanzi all'opera delle

lor mani, d'innanzi a quelle Immagini di rame o di marmo[191], le quali,

se fossero state dotate di moto e di vita, avrebbero piuttosto dovuto

balzare dai loro piedestalli, ed adorare la potenza creatrice

dall'artista. Alcuni Gnostici, che aveano appena abbracciata la religion

cristiana, rendettero forse alle statue di Gesù Cristo e di San Paolo,

ne' primi momenti d'una mal ferma conversione, i profani onori, che

offerti aveano a quelle d'Aristotele e di Pitagora[192]; ma la religion

pubblica dei cattolici fu sempre uniformemente semplice e spirituale, e

parlasi delle Immagini per la prima volta nella censura del Concilio

d'Illeberis, trecento unni dopo l'Era cristiana. Sotto i successori di

Costantino, nella pace e nell'abbondanza di cui godeva la Chiesa

trionfante, credettero i più saggi de' Vescovi dover autorizzare, in

favore della moltitudine, una specie di culto atto a colpire i sensi;

dalla ruina del paganesimo in poi, essi non temeano più un paralello

odioso. Cogli omaggi renduti alla Croce e alle reliquie ebbe

cominciamento quel culto simbolico. Collocavansi alla destra di Dio i

Santi, e i Martiri, de' quali s'implorava l'aiuto; e la credenza del

popolo ai favori benefici, e spesse volte miracolosi, che si spargeano

intorno alla lor tomba, era fortificata da quella folla di devoti

pellegrini, che andavano a vedere, toccare e baciare la spoglia inanime,

che ricordava il loro merito e i loro patimenti;[193] ma una copia

fedele della persona e delle fattezze del Santo, fatta col soccorso

della pittura o scultura, era una memoria più grata che non il suo

cranio o i suoi sandali. Furono tali copie, così analoghe alle affezioni

umane, carissime in ogni età alla privata tenerezza o alla pubblica

stima. Si prodigalizzavano onori civili e quasi religiosi alle immagini

degl'Imperatori romani; riceveano le statue dei sapienti e dei patriotti

omaggi meno fastosi, ma più sinceri; e queste profane virtù, questi bei

peccati scomparivano alla presenza dei santi personaggi, che avean data

la vita per la celeste ed eterna lor patria. Fecesi da principio

l'esperimento del culto delle Immagini con precauzione e scrupolo; erano

permesse per istruire gl'ignoranti, per infervorare gli animi, e per

conformarsi ai pregiudizi dei pagani che aveano abbracciato, o che

desideravano d'abbracciare il cristianesimo. Per una progressione

insensibile, ma inevitabile, gli onori conceduti all'originale, si

rendettero alla copia: pregava il devoto d'innanzi all'immagine d'un

Santo; e s'introdussero nella Chiesa cattolica i riti pagani della

genuflessione, dei cerei accesi e dell'incenso. Tacquero gli scrupoli

della ragione e della pietà davanti al possente testimonio delle visioni

e dei miracoli. Si pensò, che Immagini le quali parlavano, si moveano e

spargevano sangue, aver doveano una forza divina, e poteano esser

l'oggetto d'una adorazion religiosa. Doveva il più ardito pennello

tremare dell'audace tentativo di dar forma, con linee e colori, allo

spirito infinito, al Dio onnipossente, che penetra e regge

l'Universo;[194] ma uno spirito superstizioso si facea con minore

difficoltà a dipingere, ad adorare gli Angeli, e soprattutto il Figlio

di Dio sotto la forma umana, ch'erasi degnato prendere durante la sua

dimora in questo Mondo. Avea la seconda Persona della Trinità assunto un

corpo reale e mortale; ma era quel corpo salito al cielo, e ove non se

ne avesse presentato qualche simulacro agli occhi de' suoi discepoli,

avrebbero le reliquie o le Immagini de' Santi cancellato dalla memoria

il culto spirituale di Gesù Cristo[195]. Si dovette, per lo stesso

motivo, concedere le Immagini della Santa Vergine, ignoravasi il luogo

di sua sepoltura; e la credulità dei Greci e dei Latini fu pronta ad

approvare l'idea della sua assunzione in corpo e in anima nelle regioni

del cielo[196]. Era l'uso ed anche il culto delle Immagini avanti la

fine del secolo sesto fermamente stabilito. Talentava alla fervida

immaginazione dei Greci e degli Asiatici: ornarono nuovi emblemi il

Panteon e il Vaticano; ma i Barbari più rozzi, e i Sacerdoti ariani

dell'Occidente si diedero più freddamente a quest'apparenza d'idolatria.

Le forme ardite delle statue di rame o di marmo, ch'empievano i templi

dell'antichità, ferivano l'immaginazione o la coscienza dei cristiani

Greci; e i simulacri, che solo offerivano una superficie colorita e

senza rilievo, parvero sempre più decenti e meno pericolosi[197].

Dalla simiglianza dell'originale proviene il merito e l'effetto d'una

copia; ma i primi cristiani non conosceano le vere fattezze del Figlio

di Dio, della Madre di lui, e de' suoi Apostoli. La statua di Paneade in

Palestina,[198], ch'era tenuta per quella di Gesù Cristo, era

probabilmente quella d'un Salvatore riverito per soli servigi temporali.

Si riprovano i Gnostici e i loro profani monumenti; e non potea

l'immaginazione degli artisti cristiani essere guidata che da una

secreta imitazione di qualche modello del paganesimo. Si ebbe in tale

frangente ricorso ad un'invenzione ardita ed ingegnosa, la quale ad un

tempo stabiliva la perfetta simiglianza dell'Immagine, e l'innocenza del

culto che le si prestava. Una Leggenda siriaca sopra il carteggio di

Gesù Cristo e del Re Abgaro[199], famosa ai giorni d'Eusebio, la quale

hanno alcuni moderni scrittori a malincuore abbandonata; servì di

fondamento ad una nuova favola. Il Vescovo di Cesarea[200] registra la

lettera di Abgaro a Gesù Cristo[201]; ma fa stupore ch'egli non parli di

quella esatta impronta[202] del volto di Gesù sul panno lino, con cui

rimunerò il Salvatore del Mondo la Fede di quel Principe, che aveva

invocato il suo potere in una malattia, e gli aveva offerto la città

fortissima d'Edessa, perchè la proteggesse contro la persecuzione de'

Giudei. Si scusa la ignoranza della Chiesa primitiva col supporre, che

era stato quel panno lino racchiuso lungamente in una nicchia d'un muro,

d'onde fu tratto, dopo una obblivione di cinque secoli, da un Vescovo

prudente, e offerto a tempo debito alla divozione de' suoi

contemporanei. Il primo grandioso miracolo, che gli si attribuì, fu la

liberazione della città assalita dalle armi di Cosroè Nushirvan: si

riverì ben tosto come un pegno che, secondo la promessa di Dio,

guarentiva Edessa da qualunque nimico straniero. È bensì vero che il

testo di Procopio attribuisce la liberazione d'Edessa alla ricchezza e

al valore de' Cittadini che comperarono l'assenza del monarca persiano,

e ne respinsero gli assalti. Non sospettava quel profano istorico del

testimonio che è costretto rendere nell'opera ecclesiastica d'Evagrio,

dove Procopio assicura, che venne il Palladio esposto sulle mura della

città, e che l'acqua lanciata contro il Santo volto, invece d'estinguere

accendea maggiormente le fiamme, che andavano gli assediati gittando.

Conservossi dopo un tanto servigio l'immagine d'Edessa con rispetto e

gratitudine; e se punto non vollero gli Armeni ammettere la Leggenda, i

Greci più creduli adoravano quella copia del volto del Salvatore del

Mondo, non già come opera d'un uomo, ma produzione immediata del Divino

originale. Dimostreranno lo stile, e i pensieri d'un Inno cantato dai

sudditi di Bizanzio in che differisse il culto per loro renduto alle

Immagini dal rozzo sistema degli Idolatri. «Come potremo noi, con occhi

mortali, contemplar quest'Immagine, il cui celeste splendore non

ardiscono i Santi in Cielo di fissare? Degnasi oggi colui che abita i

Cieli onorarci d'una sua visita con un'impronta degna della nostra

venerazione; oggi, colui che siede al di sopra dei Cherubini viene a noi

in un simulacro, che fece il nostro Padre onnipossente colle sue mani

immacolate, che formò in guisa ineffabile, e che noi dobbiamo

santificare, adorandolo con timore ed amore.» Prima della fine del sesto

secolo, erano quelle Immagini fatte senza mani (usavano i Greci una sola

parola[203]) comuni negli eserciti e nelle città dell'Impero

d'Oriente[204]. Erano esse oggetto di culto, ed istrumenti di miracoli.

Nell'ora del pericolo, o in mezzo al tumulto, la loro veneranda presenza

rendea la speranza, ravvivava il coraggio, o reprimea il furore delle

legioni romane. Non essendo la maggior parte di quelle Immagini che

imitazioni fatte dalla mano dell'uomo, non poteano aspirare che ad

un'imperfetta rassomiglianza; e davasi loro a torto il medesimo titolo,

che si applicava alla prima Immagine; ma ve n'erano altre più

autorevoli, prodotte da un contatto immediato coll'originale, dotato per

ciò d'una virtù miracolosa e prolifica. Pretendeano le più ambiziose non

già di discendere dall'Immagine d'Edessa, ma di avere secolei affinità

filiali e fraterne; tal'è la _Veronica_ di Roma, di Spagna o di

Gerusalemme, fazzoletto ch'erasi Gesù Cristo nel punto di sua agonia, e

del sudore di sangue, applicato al volto, e consegnato ad una delle

sante Donne. Vi furono ben tosto _Veroniche_ della Vergine Maria, dei

Santi e dei Martiri. Mostravansi nella Chiesa di Diospoli, città della

Palestina, le fattezze della Madre di Dio[205] impresse assai

profondamente sopra una colonna di marmo. Correa voce che il pennello di

San Luca avesse ornate le Chiese d'Oriente e d'Occidente; e si suppose

avere quest'Evangelista, che sembra essere stato un medico, esercitato

l'arte del pittore, arte tanto profana ed odiosa agli occhi de' primi

cristiani. Poteva il Giove Olimpico creato dal genio di Omero, e dallo

scalpello di Fidia, inspirare ad un filosofo una divozion momentanea; ma

le Immagini cattoliche, produzioni senza forza e senza rilievo, escite

dalla mano dei monaci, attestavano l'estrema degenerazione dell'arte e

del genio[206].

Erasi a poco a poco introdotto il culto delle Immagini nella Chiesa, ed

erano tutti i progressi di questa innovazione accolti favorevolmente

dagli animi superstiziosi, come quelli che aumentavano i mezzi di

consolazione, che si poteano usare senza peccato. Ma sul principiare del

secolo ottavo, cominciarono alcuni Greci scrupolosi a temere d'avere

ristabilito, sotto l'apparenza del cristianesimo, la religione dei loro

antenati; non poteano tollerare senza dolore ed impazienza il nome

d'Idolatri, che davan loro incessantemente gli Ebrei e i Musulmani[207],

ai quali inspirava la legge di Mosè e del Korano un odio immortale

contro le Immagini incise, ed ogni specie di culto relativo ad esse.

Fiaccava la servitù degli Ebrei il loro zelo, e dava poca importanza

alle loro accuse; ma i rimproveri dei Musulmani, che regnavano a

Damasco, e minacciavano Costantinopoli, aveano tutto il peso che dar

poteano la verità e la vittoria. Erano le città della Siria, della

Palestina e dell'Egitto fornite d'Immagini di Gesù Cristo, della Vergine

Maria, e dei Santi, ed avea ciascheduna la speranza od aspettava la

promessa d'essere difesa in guisa miracolosa. Soggiogarono gli Arabi in

dieci anni quelle città e le loro Immagini; e il Dio degli eserciti,

secondo la loro opinione, pronunciò un giudizio decisivo sul disprezzo

che ispirar doveano quegl'Idoli muti e inanimati[208]. Aveva fatta

Edessa lunga resistenza agli assalti del Re di Persia; ma quella città

prediletta, la sposa di Gesù Cristo, videsi involta nella comune ruina,

e l'Immagine del Salvator del Mondo divenne un trofeo della vittoria

degli Infedeli. Dopo tre secoli di servitù, fu renduto il Palladio alla

divozione di Costantinopoli, che pagò, per averlo, dodicimila lire

d'argento, rimise in libertà duecento Musulmani, e promise di non mover

guerra giammai contra il territorio d'Edessa[209].

In que' tempi di calamità e di abbattimento usarono i monaci tutta la

forza dell'eloquenza in difesa delle Immagini; vollero provare che i

peccati e lo Scisma della maggior parte degli Orientali aveano alienato

il favore, e annichilata la virtù di que' Simboli preziosi; ma si ebbero

contro i susurri d'una folla di cristiani che invocavano i testi, i

fatti e l'esempio dei tempi primitivi, e che bramavano secretamente la

riforma della Chiesa. Siccome non era stato il culto delle Immagini

stabilito da veruna legge generale o positiva, nell'Impero d'Oriente,

furono i suoi progressi ritardati o accelerati, secondo la qualità degli

uomini e le combinazioni del tempo, secondo i vari gradi delle

cognizioni sparse nelle varie contrade, e secondo il carattere

particolare dei Vescovi. Lo spirito incostante della capitale e il genio

inventivo del clero di Bizanzio s'affezionarono appassionatamente ad un

culto tutto splendore, mentre le rimote regioni dell'Asia, di costumi

più rozzi, non amavano punto quella specie di fasto religioso.

Mantennero numerose congregazioni di Gnostici e di Ariani, dopo la loro

conversione, quel semplice culto che aveano osservato prima d'abiurare,

e non erano gli Armeni, i più bellicosi dei sudditi di Roma,

riconciliati al duodecimo secolo colla vista delle Immagini[210]. Tutti

questi nomi diversi produssero prevenzioni ed odii che furono di poco

effetto nei villaggi dell'Anatolia e della Tracia, ma che sovente

influirono sulla condotta del guerriero, del prelato o dell'eunuco,

giunto alle primarie dignità della Chiesa o dello Stato.

[A. D. 726-840]

Di tutti questi avventurieri il più fortunato fu l'Imperatore Leone

III[211], che passò dalle montagne dell'Isauria sul trono dell'Oriente.

Non sapea nè di letteratura sacra nè di profana; ma la sua educazione

zotica e guerriera, la sua ragione, e forse la comunicazione che avea

cogli Ebrei e gli Arabi, gli aveano inspirato antipatia alle Immagini, e

risguardavasi allora come dovere d'un principe la cura d'obbligare i

suoi sudditi a regolare la loro coscienza secondo la sua. Con tutto ciò,

nei primordii d'un regno vacillante, si sottomise Leone, pel corso di

dieci anni di fatiche e pericoli, alle bassezze dell'ipocrisia; si

prostrò davanti Idoli, che disprezzava nell'intimo del cuore, e

soddisfece ogni anno il Papa con una solenne dichiarazione del suo zelo

per l'Ortodossia. Quando volle riformare la religione furono i suoi

primi passi circospetti e moderati: adunò un gran Concilio di Senatori e

di Vescovi, e, col loro consenso, ordinò di togliere dal Santuario e

dall'altare tutte le Immagini, e di collocarle nelle navate a tale

altezza che si potessero scorgere, ed essere inaccessibili alla

superstizione del popolo; ma invano tentò reprimere dall'una parte e

dall'altra il rapido impulso della venerazione e dell'orrore: le sante

Immagini poste a quell'altezza edificavano di continuo i devoti ed

accusavano il tiranno. La resistenza e le invettive irritarono lo stesso

Leone. Fu accusato da' suoi medesimi partigiani di non adempiere i

propri doveri; gli proposero essi a modello il Re giudeo che aveva

infranto il serpente di rame. Comandò con un secondo editto non solo

l'abolizione, ma la distruzione dei quadri religiosi. Furono

Costantinopoli e le province purificate d'ogni sorta d'idolatria: furono

distrutte le Immagini di Gesù Cristo, della Madre di Dio e dei Santi, e

si copersero le mura degli edificii con un semplice strato di gesso.

Venne la Setta degl'Iconoclasti spalleggiata dallo zelo e dal potere

dispotico di sei Imperatori, e per cento vent'anni risuonarono l'Oriente

e l'Occidente di quella disputa strepitosa. Voleva Leone l'Isaurico fare

della proscrizion delle Immagini un articolo di Fede sancito

dall'autorità d'un Concilio generale; ma questo Concilio non fu

convocato che sotto il regno di Costantino, suo figlio, e benchè l'abbia

il fanatismo della Setta trionfante rappresentato come un'adunanza

d'imbecilli e d'atei,[212] ciò che abbiamo de' suoi Atti in vari

frammenti mutilati palesa alcuni sintomi di ragione e di pietà. Aveano

le discussioni e i decreti di più Sinodi provinciali cagionato quel

Concilio generale, tenuto ne' sobborghi di Costantinopoli, e composto di

trecento trentotto Vescovi dell'Europa e dell'Anatolia; che allora erano

i Patriarchi d'Antiochia e d'Alessandria schiavi del Califfo, e i

Pontefici di Roma aveano separato dalla comunion dei Greci le Chiese

d'Italia e d'Occidente. Arrogossi il Concilio bizantino il titolo e il

potere di settimo Concilio generale; riconosceva però in tal guisa i sei

Concilii generali anteriori, che aveano gittate con tanta fatica le

fondamenta dell'edificio della Fede cattolica. Dopo una deliberazione di

sei mesi dichiararono i trecento trentotto Vescovi, e sottoscrissero

d'unanime consenso, che tutti i Simboli visibili di Gesù Cristo, fuorchè

nell'Eucarestia, erano blasfematorii od eretici; che il culto delle

Immagini corrompea la purezza della Fede cristiana e rinnovava il

paganesimo; ch'era giuocoforza cancellare od atterrare simili monumenti;

che coloro i quali ricuserebbero di consegnare alla Chiesa gli oggetti

delle loro particolari superstizioni, si renderebbero colpevoli di

disobbedienza all'autorità della Chiesa istessa e dell'Imperatore.

Celebrarono essi con sincere e forti acclamazioni i meriti del loro

Redentore temporale, a affidarono allo zelo e alla giustizia di lui

l'esecuzione delle loro spirituali censure. Come ne' precedenti

Concilii, fu anche a Costantinopoli la volontà del principe la regola

della Fede episcopale;[213] ma io sarei quasi per credere, che un gran

numero di Prelati sagrificò in tale occasione, a idee di speranza o di

timore, le opinioni della loro coscienza. Durante questa lunga notte di

superstizione, eransi i cristiani allontanati dalla semplicità

dell'Evangelo, e non era agevole per essi il seguire il filo, e

discernere gli andirivieni del labirinto. Era il culto delle Immagini,

nella mente d'un devoto, indivisibilmente unito alla Croce, alla

Vergine, ai Santi e alle loro reliquie. I miracoli e le visioni

stendevano una caligine sopra la base di quel sacro edificio, e le

abitudini della obbedienza e della Fede aveano sopite le due potenze

dello spirito, la curiosità e lo scetticismo. Costantino istesso è

accusato di dubbio, di miscredenza od anche di alcune regie facezie

sopra i Misteri dei cattolici[214]; ma erano questi Misteri ben fondati

nel Simbolo pubblico e privato de' suoi Vescovi; e il più audace

Iconoclasta non avrà potuto, che con interno orrore, assalire i

monumenti della superstizion popolare consegrati alla gloria dei Santi,

ch'ei teneva ancora per suoi protettori presso Dio. Ai tempi della

riforma del sedicesimo secolo, aveano la libertà, e i lumi aumentate

tutte le facoltà dell'uomo; il rispetto per l'antichità fu vinto dal

bisogno delle innovazioni, e ardì l'Europa, nel suo vigore, sdegnare i

fantasmi, d'innanzi ai quali tremava la debolezza effeminata dei Greci

avviliti.

[A. D. 726-775]

Non s'avvede il popolo dello scandolo d'una eresia, sopra quistioni

astratte, che allo squillo della tromba ecclesiastica; ma i più

ignoranti possono scorgere, devono i più agghiaccati risentire la

profanazione e la caduta delle loro Divinità visibili. Si volsero le

prime ostilità di Leone contro un Crocifisso, situato nel vestibolo, e

al di sopra della porta del palazzo. Già già s'abbattea; ma la scala

innalzata a tal fine, fu rovesciata con furore da una folla di fanatici

e di donne. Vide la moltitudine con pio trasporto piombare i ministri

del sacrilegio dall'alto della scala; e giacere in terra sfracellati;

essendo stati i rei di quest'azione giustamente puniti come omicidi e

ribelli, prostituì la loro fazione in lor onore gli omaggi conceduti

agli antichi martiri[215]. L'esecuzione degli editti dell'Imperatore

cagionò frequenti tumulti in Costantinopoli e nelle province: la vita di

Leone fu in pericolo; si trucidarono sei officiali, e bisognò impiegare

tutta la forza dell'autorità civile, e della potenza militare ad

estinguere l'entusiasmo del popolo. Le numerose isole dell'Arcipelago,

detto allora il mar Santo, erano piene d'Immagini e di monaci;

abiurarono gli abitanti senza scrupolo la loro fedeltà verso un nimico

di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi; allestirono un'armata di

battelli e di galee, spiegarono i loro sacri vessilli, e arditamente

corsero verso il porto di Costantinopoli, per collocare sul trono un

uomo più grato a Dio e al popolo. Aveano fiducia di miracoli; ma questi

miracoli non poterono resistere al fuoco greco[216]; e dopo la rotta e

l'incendio dei loro vascelli, le loro isole senza difesa furono

abbandonate alla clemenza o alla giustizia del vincitore. Aveva il

figlio di Leone, nel primo anno del suo regno, intrapresa una spedizione

contro i Saracini; e durante la sua assenza, erasi il parente di lui,

Artavasdes, ambizioso difensore della Fede ortodossa, impadronito della

capitale, del palazzo e della porpora. Si restaurò pomposamente il culto

delle Immagini, rinunciò il Patriarca alla dissimulazione ch'erasi

imposta[217], ovvero dissimulò i sentimenti che avea adottati; e i

diritti dell'usurpatore furono riconosciuti nella nuova e nella vecchia

Roma. Riparò Costantino sulle montagne, ov'eran nati i suoi avi; ma con

que' prodi e fedeli Isauri discese da esse, e in una vittoria decisiva

trionfò delle armi e delle predizioni dei fanatici; il lungo suo regno

fu continuamente agitato da clamori, sedizioni, congiure, da un odio

vicendevole, e da vendette sanguinolenti. La persecuzion delle Immagini

fu il motivo o il pretesto de' suoi avversari, e se non ebbero un

diadema temporale, ricevettero dai Greci la corona del martirio. In

tutte le trame che gli si ordirono contro, in palese, o in secreto,

provò l'Imperatore l'implacabile inimicizia dei monaci, fedeli schiavi

della superstizione, dalla quale ripetono le ricchezze e il potere[218].

Pregavano e predicavano, assolvevano e infiammavano il popolo,

congiuravano contro il sovrano: sboccò dalla solitudine della Palestina

un torrente d'invettive: e la penna di S. Giovanni Damasceno[219],

l'ultimo dei Padri greci, proscrisse la testa dell'Imperatore in questo

Mondo e nell'altro[220]. Non ho tempo d'esaminare fino a qual segno

eransi i monaci tirato addosso i mali veri o supposti dei quali

dolevansi, nè qual sia il numero di coloro che perdettero la vita, o

qualche membro, gli occhi o la barba, per la crudeltà dell'Imperatore.

Gastigati gl'individui, passò all'abolizione dei loro Ordini; essendo

questi ricchi ed inutili, avrà potuto il risentimento di lui essere

aizzato dall'avarizia, e scusato dal patriottismo. La missione e il nome

formidabile di _Dragone_[221], suo Visitator generale, sparsero l'orrore

e lo spavento in tutta la nazione _incappucciata_. Furono disfatte le

Comunità religiose, gli edifici convertiti in magazzeni od in baracche,

confiscate le terre, le masserizie e le gregge; vari moderni esempi ci

autorizzano a pensare, che non solo le reliquie, ma le biblioteche sieno

divenute preda di quella rapina, ch'eccitò la licenza o il piacere di

nuocere. Oltre l'abito e lo stato monastico si proscrisse col medesimo

rigore anche il culto pubblico e privato delle Immagini; e parrebbe che

si esigesse dai sudditi, od almeno dal clero dell'Impero d'Oriente, una

solenne abiurazione dell'idolatria[222].

Rinunziò con ripugnanza il sottomesso Oriente alle sue sacre Immagini;

lo zelo independente degli Italiani le difese con vigore, e raddoppiò la

divozione per esse. Era il Patriarca di Costantinopoli pel grado e per

l'ampiezza della sua giurisdizione quasi uguale al Pontefice di Roma; ma

il Prelato greco era uno schiavo sotto gli occhi del padrone che ad un

cenno, ora da un convento il facea passare sul trono, ora dal trono nel

fondo d'un convento. Il Vescovo di Roma, lontano dalla Corte, e sempre

in pericolo, in mezzo ai Barbari dell'Occidente, traeva dalla sua

condizione, coraggio e libertà; scelto dal popolo, gli era caro;

bastavano le sue rendite ragguardevoli ai bisogni pubblici e a quelli

dei poveri. La debolezza o la negligenza degli Imperatori lo determinò a

consultare, in pace e in guerra, la sicurezza temporale della città.

Nella scuola dell'avversità, s'andava egli a poco a poco arricchendo

delle virtù di un principe, e ne sentia l'ambizione: l'Italiano, il

Greco o il Siro, che arrivava alla Cattedra di S. Pietro, tutti

procedeano del pari, e seguivano la medesima politica; e Roma, perdute e

legioni e province, vedea di nuovo ristabilita la sua supremazia dal

genio e dalla fortuna dei Papi. Tutti gli autori convengono, che nel

secolo ottavo essi hanno fondato il dominio sulla ribellione[223]; che

questa fu cagionata e giustificata dall'eresia degl'Iconoclasti; ma la

condotta di Gregorio II e di Gregorio III, durante quella lotta

memoranda, s'interpreta in varia guisa dai loro amici e nemici.

Dichiarano gli Scrittori bizantini unitamente, che dopo un'utile

ammonizione, pronunciarono i Papi la separazion dell'Oriente e

dell'Occidente, e privarono il sacrilego Imperatore della rendita e

della sovranità dell'Italia. I Greci, testimoni del trionfo dei Papi,

parlano di questa scomunica in modo ancora più chiaro; ed essendo

affezionati maggiormente alla loro religione che al loro paese, invece

di biasimare, lodano essi lo zelo o l'ortodossia di quegli uomini

apostolici[224]. Gli autori che ne' tempi moderni difesero la Corte di

Roma, mostrano gran premura ad avvalorare l'elogio ed il fatto; i

cardinali Baronio e Bellarmino decantano quel grand'esempio del

deponimento dei Re eretici[225]; e se loro dimandasi, perchè non si

scagliarono le medesime folgori contro i Neroni e i Giuliani

dell'antichità. rispondono, che la debolezza della Chiesa primitiva fu

la sola cagione della sua paziente fedeltà[226]. In tale occasione

l'odio e l'amore produssero i medesimi effetti, e i protestanti pieni di

zelo, che vogliono eccitare l'indignazione, e spaventare il potere dei

principi e dei magistrati, ragionano alla distesa sull'innocenza e sul

delitto dei due Gregorii verso il loro legittimo sovrano[227]. Questi

Papi non sono difesi che dai cattolici moderati, i più della Chiesa

gallicana[228], che rispettano il Santo senz'approvarne il delitto. Que'

difensori della corona e della tiara giudicano della verità dei fatti

dalla regola dell'equità, dalle opere che ci rimangono, e dalla

tradizione; ricorrono al testimonio[229] dei Latini, alle Vite[230] ed

all'Epistole dei Papi istessi.

[A. D. 727]

Abbiamo due Epistole originali di Gregorio II all'Imperatore Leone[231];

e se non si può citarle come modelli d'eloquenza e di logica, offrono il

ritratto o almeno la maschera d'un fondatore della monarchia

pontificale. «Pel corso di dieci anni di vera felicità, gli dice,

abbiamo avuto la consolazione di ricever vostri fogli regii,

sottoscritti con inchiostro di porpora, e di vostra propria mano: erano

questi fogli per noi sacri pegni del vostro attaccamento alla Fede

ortodossa dei nostri avi. Che cangiamento deplorabile! che orribile

scandolo! Voi accusate ora i cattolici d'idolatria, e con tale accusa

non fate che smascherare la vostra empietà ed ignoranza. Siamo costretti

a proporzionare a siffatta ignoranza la rozzezza del nostro stile, e la

materialità degli argomenti. Bastano a confondervi i primi elementi

delle sante lettere; e se entrando in una scuola di grammatica, vi

dichiaraste nimico del nostro culto, irritereste la semplicità e la

pietà degli scolari a tale, che vi gitterebbero in faccia il loro

alfabeto». Dopo quest'esordio decente, tenta il Papa di stabilire

l'ordinaria distinzione tra gl'Idoli dell'antichità, e le Immagini del

cristianesimo. «Sono gli Idoli, dic'egli, figure immaginarie di fantasmi

o diavoli, in un tempo che il vero Dio non avea manifestata la sua

persona sotto forma visibile; le Immagini sono le vere forme di Gesù

Cristo, di sua Madre, e dei suoi Santi, che con tanti miracoli provarono

l'innocenza e il merito di questo culto relativo». Bisogna veramente

ch'egli siasi fidato nell'ignoranza di Leone per sostenere, che dai

tempi degli Apostoli furono le Immagini sempre in onore, e che colla

loro presenza santificarono i sei Concilii della Chiesa cattolica.

Deduce dal possedimento momentaneo e dalla pratica attuale un argomento

più specioso; pretende, che l'armonia del Mondo cristiano renda inutile

un Concilio generale; ed ha la franchezza di confessare che non possono

quelle assemblee esser utili che regnante un principe ortodosso.

Volgendosi quindi all'impudente ed inumano Leone, molto più reo di un

eretico, gli raccomanda la pace, il silenzio, ed una sommissione

implicita, alle sue guide spirituali di Costantinopoli e di Roma. Fissa

i limiti della potenza civile e della potenza ecclesiastica; sottomette

il corpo alla prima, l'anima alla seconda; stabilisce, che la spada

della giustizia è nelle mani del magistrato; che una spada più

formidabile, quella della scomunica, appartiene al clero; che,

nell'esercizio di questa divina commissione, non risparmierà un figlio

zelante il padre colpevole; che il successore di San Pietro ha il

diritto di gastigare i Re del Mondo. «O tiranno, soggiunse, tu ci assali

con mano voluttuosa ed armata: noi, inermi ed ignudi, non possiamo

ricorrere che a Gesù Cristo; principe dell'esercito celeste, e

supplicarlo che ti mandi un demonio per la distruzion del tuo corpo e la

salvezza dell'anima: spedirò i miei ordini a Roma, tu osi dichiarare con

folle arroganza; farò in pezzi le Immagini di S. Pietro; e Gregorio,

come Martino suo predecessore, sarà condotto, carico di catene, al piè

del trono imperiale a ricevere la condanna dell'esilio. Ah! Dio volesse

che mi fosse lecito camminare sull'orme di San Martino! Ma serva

d'esempio il fatto di Costanzo ai persecutori della Chiesa. Condannato

questo tiranno giustamente dai Vescovi della Sicilia, tutto coperto di

peccati, morì dalla mano d'uno de' suoi servi: questo sant'uomo è ancora

adorato dai popoli della Scizia, fra i quali terminò l'esilio e la vita.

Ma noi dobbiamo vivere per l'edificazione e il sostegno dei Fedeli; nè

siamo ridotti ad avventurare la nostra sicurezza in una battaglia. Per

quanto sii incapace di difendere la tua città di Roma, la situazione di

lei sulla spiaggia del mare, può farle temere i tuoi saccheggiamenti;

noi possiamo però ritirarci alla distanza di ventiquattro _stadii_[232],

nella prima Fortezza dei Lombardi, e allora perseguiterai i venti. Non

sai tu che i Papi sono i legami dell'unione, e i mediatori della pace

fra l'Oriente e l'Occidente? Stan fissi gli sguardi delle nazioni sulla

nostra umiltà; adorano esse qua giù come un Dio l'Apostolo S. Pietro, di

cui minacci d'annichilare l'Immagine[233]. I regni più remoti

dell'Occidente offrono i loro omaggi a Gesù Cristo e al suo Vicario, e

già noi ci apparecchiamo a visitare uno de' più possenti monarchi di

quella parte del Mondo, che desidera ricevere dalle nostre mani il

Sacramento del Battesimo[234]. Si sottomisero i Barbari al giogo

dell'Evangelo, tu solo sei sordo alla voce del pastore. Questi pii

Barbari sono pieni di furore; ardono di desiderio di vendicare la

persecuzione che soffre la Chiesa in Oriente. Cessa dalla tua audace e

funesta impresa; rifletti, trema e pentiti. Se ti ostini, noi non saremo

rei del sangue che si verserà in questa disputa; possa egli cadere sul

tuo medesimo capo»!

[A. D. 728]

Le prime ostilità di Leone contro le Immagini di Costantinopoli aveano

avuto a testimonio una folla di stranieri, venuti dall'Italia e da vari

paesi dell'Occidente; vi raccontarono essi con isdegno e dolore il

sacrilegio del monarca; ma al ricevere l'editto che proscrivea quel

culto, tremarono pei loro Dei penati; si tolsero da tutte le Chiese

dell'Italia le Immagini di Gesù Cristo, della Vergine, dei Martiri e dei

Santi, e si propose al Pontefice di Roma questa scelta; il favore

imperiale per premio della sua condiscendenza, la degradazione e

l'esilio per gastigo della sua disobbedienza. Lo zelo religioso e la

politica non gli permetteano d'esitare, e l'alterigia con cui trattò

l'Imperatore, annunciava una gran fiducia nella verità della sua

dottrina, o nelle forze di resistenza. Senza far conto delle preghiere o

dei miracoli, armossi contro il nimico pubblico, e le sue lettere

pastorali avvertirono gl'Italiani dei loro pericoli, e doveri[235]. A

questo segnale, Ravenna, Venezia, e le città dell'Esarcato e della

Pentapoli, aderirono alla causa della religione; erano quasi tutti

indigeni i soldati di terra e di mare; e infusero ai mercenarii

stranieri lo spirito di patriottismo e di zelo, da cui essi stessi erano

animati. Giurarono gli Italiani di vivere o morire per la difesa del

Papa e delle sante Immagini; era il popolo romano consegrato al suo

padre spirituale, ed anche i Lombardi bramavano di dividere il merito e

i vantaggi di quella sacrosanta battaglia. La distruzione delle statue

di Leone fu l'atto di ribellione il più apparente, il più audace e

quello che veniva in capo più naturalmente: il più efficace e il più

vantaggioso fu di ritenere il tributo che pagava l'Italia a

Costantinopoli, e di spogliare in tal guisa il principe d'un potere, del

quale poco prima aveva abusato coll'esigere una nuova capitazione[236].

Si elessero magistrati e governatori, e si conservò così una forma di

governo; tant'era la pubblica indignazione, che i Romani si disponeano a

creare un Imperatore ortodosso, e a condurlo con una squadra navale ed

un esercito nel palazzo di Costantinopoli. Furono nel tempo istesso

Gregorio II e Gregorio III dichiarati dal monarca autori della

ribellione, e condannati per tali: si fece il potere per impadronirsi

della loro persona colla frode o colla violenza, o per toglier loro la

vita. S'introdussero in Roma, o vennero più volte ad assalirla,

capitani, guardie, duchi e vescovi, investiti d'una dignità pubblica, o

deputati con una secreta commissione; approdarono con bande straniere;

trovarono nel paese qualche soccorso, e dee la città superstiziosa di

Napoli arrossire, che i suoi antenati difendessero allora la causa

dell'eresia: il valore però e la vigilanza dei Romani rispinsero quegli

assalti palesi o clandestini; i Greci furono sconfitti e trucidati,

morti i Capi d'una morte ignominiosa, e per quanto fossero i Papi

inclinati alla clemenza, ricusarono d'intercedere in favore di quelle

colpevoli vittime. Risse sanguinose, prodotte da un odio ereditario,

divideano da lungo tempo i diversi rioni della città di Ravenna[237];

trovarono quelle fazioni un nuovo alimento nella controversia religiosa

che sorgeva allora; ma aveano i partigiani delle Immagini la superiorità

del numero o del valore, e l'Esarca, che volle arrestar il torrente,

perdè la vita in una sedizion popolare. Per punire quel misfatto, e

ristabilire il suo dominio in Italia, mandò l'Imperatore una squadra ed

un esercito nel golfo Adriatico. Ritardati lunga pezza dai venti e

dall'onde, che loro cagionarono gran danno, sbarcarono i Greci alla fine

nei dintorni di Ravenna; minacciarono di spopolare quella rea città, e

d'imitare, forse di superare, Giustiniano II, il quale dovendo, già un

tempo, punire una ribellione, avea consegnato al carnefice cinquanta dei

primarii abitanti. Vestiti del sacco e coperti di cenere, pregavano le

donne e il clero; gli uomini erano armati alla difesa della patria;

aveva il comun pericolo riunite le fazioni, e vollero piuttosto

avventurare una battaglia ch'esporsi alle lunghe miserie d'un assedio.

Si combattè di fatto con accanimento. I due eserciti indietreggiarono e

si avanzarono a vicenda; videsi un fantasma, s'udì una voce, e la

certezza della vittoria rendè Ravenna vittoriosa. I soldati

dell'Imperatore si ritirarono sopra i vascelli; ma la spiaggia del mare

assai popolata mandò contro il nimico una gran quantità di schifi; si

mescolò tanto sangue alle acque del Po, che per sei anni non volle il

popolo cibarsi del pesce di quel fiume; l'instituzione d'una festa

annuale consecrò il culto delle Immagini, e l'odio del tiranno greco. In

mezzo al trionfo delle armi cattoliche, volendo il Pontefice di Roma,

condannare l'eresia degl'Iconoclasti, convocò un Concilio di novantatre

Vescovi. Coll'approvazione di questi, pronunciò una scomunica generale

contro quelli che assalirebbero la tradizion de' Padri, e le Immagini

dei Santi sia con parole o con fatti; comprendeva questo decreto

tacitamente l'Imperatore[238]; con tutto ciò sembra che la risoluzione

presa di fargli per l'ultima volta un'ammonizione, senza speranza di

buon esito, provi che l'anatema non era allora che sospeso sopra il suo

reo capo. Sembra di più, che i Papi, dopo avere ben fondato le basi

della propria sicurezza, del culto delle Immagini, e della libertà di

Roma e dell'Italia, abbiano mitigato il rigore, e risparmiato il

rimanente del dominio Bizantino. Differirono con moderati consigli ed

impedirono l'elezione d'un nuovo Imperatore; esortarono gl'Italiani a

non separarsi dal corpo della Monarchia romana. Si concedette all'Esarca

di risedere nelle mura di Ravenna, dove fece la parte piuttosto di

schiavo che di padrone; e fino all'incoronazione di Carlomagno, il

governo di Roma e dell'Italia fu sempre tenuto in nome dei successori di

Costantino[239].

La libertà di Roma oppressa dalle armi e dall'arte d'Augusto, dopo

settecento cinquant'anni di servitù fu campata dalla tirannia di Leone

l'Isaurico. Aveano i Cesari annichilati i trionfi dei Consoli; nella

decadenza e ruina dell'Impero romano, erasi il Dio Termine, quel sacro

limite, ritirato a poco a poco dalle rive dell'Oceano, del Reno, del

Danubio e dell'Eufrate, e Roma era ridotta al suo antico territorio,

contando i paesi che da Viterbo si stendono a Terracina, e da Narni

all'imboccatura del Tevere[240]. Espulsi i Re, riposò la Repubblica

sopra la solida base fondata dalla loro saggezza e virtù. La loro

perpetua giurisdizione si divise a due magistrati, che si eleggeano ogni

anno; continuò il senato ad essere investito del potere amministrativo e

deliberativo; le assemblee del popolo esercitarono l'autorità

legislativa distribuita tra le classi diverse in proporzione delle

sostanze, o dei servigi di ciascun individuo. Aveano i primi Romani,

ignari delle arti del lusso, perfezionata la scienza del governo e della

guerra: erano sacri i diritti personali; il volere della Comunità era

assoluto; erano armati cento trentamila cittadini a difendere il loro

paese, o ad ampliarlo per via di conquisti; una geldra di ladri e di

proscritti era divenuta una nazione, degna di libertà e ardente di

gloria[241]. Allorchè si estinse la sovranità degl'Imperatori greci,

Roma spopolata più non era che il tristo scheletro della miseria; era la

schiavitù divenuta per lei un'abitudine, e la sua libertà fu un

accidente prodotto dalla[242] superstizione, ch'essa medesima non potè

mirare che con sorpresa e terrore. Non trovavasi nelle instituzioni o

nella memoria dei Romani il menomo vestigio della sostanza, od anche

delle forme della costituzione; nè aveano abbastanza lumi e virtù a

rifabbricare l'edificio d'una Repubblica. Il debole avanzo degli

abitanti di Roma, nati tutti da schiavi o da stranieri, era l'oggetto

dello scherno dei Barbari trionfanti. Per esprimere il maggior disprezzo

che aveano per un nimico, lo chiamavano i Franchi e Lombardi _Romano_;

«e questo nome, dice il Vescovo Luitprando, abbraccia tutto ciò che è

vile, infame e perfido; i due estremi dell'avarizia e del lusso, e tutti

i vizi infine che possono prostituire la dignità della natura

umana[243].» La situazione dei Romani li gettò necessariamente in un

governo repubblicano grossolanamente concepito. Furono obbligati a

scegliere Giudici in tempo di pace, e Capi durante la guerra; si

adunavano i Nobili per deliberare, e non poteansi eseguire le loro

risoluzioni, senza il consenso della moltitudine. Si videro rinnovarsi

le forme antiche del Senato e del Popolo romano[244]; ma non erano

animate dall'istesso spirito, e quella nuova independenza fu disonorata

dalla tempestosa lotta della licenza e dell'oppressione. La mancanza di

leggi non poteva essere supplita che dal potere della religione, e

l'autorità del Vescovo dirigeva l'amministrazione interna, e la politica

esterna. Le sue limosine, i suoi discorsi, la sua corrispondenza coi re

e prelati dell'Occidente, i servigi, che non guari prima avea renduto

alla città, i giuramenti statigli prestati, e la gratitudine che gli si

dovea, assuefarono i Romani a risguardarlo come il primo magistrato, o

il principe di Roma. Il nome di _dominus_ o di Signore non isgomentò

l'umiltà cristiana dei Papi, e se ne scorge la figura e l'iscrizione

sulle più antiche monete[245]. Il loro dominio temporale è oggigiorno

assodato da dieci secoli di rispetto, e il loro più bel titolo e la

libera scelta di un popolo, ch'essi aveano sottratto dalla schiavitù.

[A. D. 730-752]

In mezzo alle dispute dell'antica Grecia godeva il popol santo

dell'Elide una pace continua sotto la protezione di Giove, e

nell'esercizio de' Giuochi Olimpici[246]. Sarebbe stato una fortuna pei

Romani che un simile privilegio difendesse il patrimonio della Chiesa

dalle calamità della guerra, e che i cristiani, i quali andavano a

vedere la tomba di San Pietro, si credessero tenuti, alla presenza

dell'apostolo e del suo successore, di riporre le spade nel fodero; ma

questo mistico cerchio non potea essere delineato che dalla verga d'un

legislatore e d'un saggio: questo pacifico sistema non s'uniformava

collo zelo e coll'ambizione dei Papi; non erano i Romani, come gli

abitanti dell'Elide, dediti agl'innocenti e placidi lavori

dell'agricoltura, e le instituzioni pubbliche e private dei Barbari

dell'Italia, malgrado dell'effetto che aveva il clima prodotto sui loro

costumi, erano assai inferiori a quelle degli Stati della Grecia.

Luitprando, Re dei Lombardi, diede un esempio memorando di pentimento e

di divozione. Ascoltò questo vincitore, in mezzo alle armi, alla porta

del Vaticano, la voce di Gregorio II[247], ritirò le schiere, abbandonò

i conquisti, si condusse alla Chiesa di S. Pietro, e, dopo avere orato,

depose sulla tomba dell'Apostolo la spada e il pugnale, la corazza e il

mantello, la croce d'argento e la corona d'oro; ma tale fervor religioso

fu un'illusione e forse un artificio del momento; il sentimento

dell'interesse è possente e durevole. Era l'amore delle armi e della

rapina inerente al carattere dei Lombardi, e i disordini dell'Italia, la

debolezza di Roma, e la profession pacifica del suo nuovo Capo, furono

per essi e pel loro Re un oggetto di tentazione irresistibile. Alla

pubblicazione dei primi editti del monarca si dichiararono difensori

delle Immagini. Invase Luitprando la provincia di Romagna, chiamata così

fin da quei tempi; i cattolici dell'Esarcato si sottomisero senza

ripugnanza al suo potere civile e militare, e per la prima volta venne

introdotto un nimico straniero nell'inespugnabile Fortezza di Ravenna.

Furono la città e la fortezza ricuperate bentosto dall'attività dei

Veneziani valenti e poderosi in mare, e questi fedeli sudditi s'arresero

alle esortazioni di Gregorio, che li indusse a separare il fallo

personale di Leone dalla causa generale dell'Impero romano[248].

Dimenticarono i Greci un tale servigio, e i Lombardi si ricordarono di

tale ingiuria. Formarono le due nazioni, nimiche per la lor Fede,

un'alleanza pericolosa e poco naturale; marciarono il Re e l'Esarca al

conquisto di Spoleti e di Roma: si dissipò la tempesta senz'alcun

effetto; ma il politico Luitprando continuò a tenere l'Italia agitata da

perpetue alternative di tregue e d'ostilità. Astolfo, successore di lui,

si dichiarò ad un tempo nimico dell'Imperatore e del Papa. Fu soggiogata

Ravenna dalla forza o dal tradimento[249], e questa conquista troncò la

serie degli Esarchi, i quali, dall'epoca di Giustiniano e dalla ruina

del regno dei Goti in poi, aveano esercitato in quel paese una specie di

potere dependente. Fu ingiunto a Roma di riconoscere per suo legittimo

sovrano il Lombardo vittorioso; si fissò la taglia di ciascun cittadino

ad un annuo tributo d'un pezzo d'oro; la spada sospesa sul loro capo era

pronta a punire le disobbedienze. Esitarono i Romani; supplicarono, si

dolsero, e l'effetto delle minacce dei Barbari fu impedito dalle lagrime

e dai negoziati, fino a tanto che il Papa seppe procurarsi al di là

delle Alpi un alleato e un vendicatore[250].

[A. D. 754]

Aveva Gregorio I, nelle sue calamità, implorato i soccorsi dell'eroe del

suo secolo, di Carlo Martello, che governava la Francia col titolo

modesto di Prefetto del Palazzo o di Duca, e che colla sua vittoria

segnalata sopra i Saracini avea salvata la patria, e forse l'Europa, dal

giogo dei Musulmani. Ricevè Carlo col dovuto rispetto gli ambasciatori

del Papa; ma l'importanza delle sue occupazioni e la brevità della sua

vita non gli permisero d'immischiarsi negli affari dell'Italia che per

via d'una mediazione amichevole ed infruttuosa. Suo figlio Pipino, erede

del suo potere e delle sue virtù, si dichiarò difensore della Chiesa

romana, e sembra che lo zelo di questo principe fosse eccitato dall'amor

della gloria e dalla religione; ma era il pericolo sulle sponde del

Tevere, i soccorsi su quelle della Senna, e debole è la nostra

compassione per miserie lontane da noi. Mentre abbandonavasi la città di

Roma al dolore, Stefano III prese la generosa risoluzione di condursi in

persona alla Corte di Lombardia e a quella di Francia, di piegare

l'ingiustizia del suo nimico, o di destare la pietà e l'indignazione del

suo amico. Mitigata la pubblica disperazione con preghiere e litanie,

intraprese quel faticoso viaggio cogli ambasciatori del Monarca

francese, e con quelli dell'Imperator greco. Il Re dei Lombardi fu

inesorabile; ma non poterono le sue minacce frenare i lamenti, o

ritardare la diligenza del Pontefice di Roma, che traversò le Alpi

pennine, si riposò nell'abbazia di S. Maurizio, e andò poscia in tutta

fretta a stringere quella mano del suo protettore, che mai non alzavasi

in vano tra l'armi e per l'amicizia. Fu Stefano accolto come il

successore visibile dell'Apostolo. Nella prima assemblea del Campo di

Marzo o di Maggio, espose il Re di Francia a una nazione divota e

guerriera le varie doglianze del Papa, e il Pontefice ripassò le Alpi

non da supplichevole ma da conquistatore, con un esercito di Francesi

guidati dal Re medesimo. Dopo una debole resistenza ottennero i Lombardi

una pace ignominiosa; giurarono di restituire le possessioni, e di

rispettare la santità della Chiesa romana; ma non appena fu liberato

dalla presenza delle schiere francesi, dimenticò Astolfo la sua

promessa, e non sentì che l'affronto ricevuto. Videsi Roma di nuovo

investita dai soldati, e Stefano, temendo di stancare lo zelo degli

alleati che si avea procurato al di là delle Alpi, immaginò di

fortificare la sua doglianza, e la supplica, con una lettera eloquente

scritta da S. Pietro istesso[251]. L'Apostolo accerta i suoi figli

adottivi, il Re, il Clero e i Nobili di Francia, che morto corporalmente

vive tuttavia in ispirito; che la voce ch'essi ascoltano e che devono

obbedire, è quella del fondatore e del guardiano della Chiesa di Roma;

che la Vergine, gli Angeli, i Santi, i Martiri e tutto l'esercito

celeste, sollecitano la supplica del Papa, e impongon loro di marciare

immediatamente; che in ricompensa della loro pia impresa avranno la

fortuna, la vittoria e il paradiso, e che la perdizione eterna sarà la

pena della loro negligenza, se lascieranno cadere nelle mani dei perfidi

Lombardi la sua tomba, la sua Chiesa, il suo popolo. Non men rapida e

felice della prima fu la seconda spedizione di Pipino; ottenne S. Pietro

quanto bramava; Roma fu salva per la seconda volta, e sotto la sferza

d'un padrone straniero imparò finalmente Astolfo a rispettare la

giustizia e la buona fede. Dopo quel doppio gastigo, non fecero i

Lombardi che languire, e decadere per lo spazio di circa vent'anni. Non

erasi per altro il loro carattere conformato all'avvilimento della loro

condizione; e in vece d'aspirare alle pacifiche virtù dei deboli,

stancarono i Romani con una quantità di pretensioni, sutterfugii e

scorrerie, che cominciarono senza riflessione, e terminarono senza

gloria. Era la loro spirante monarchia angustiata, da un lato, dallo

zelo e dalla prudenza del Papa Adriano I, dall'altro, dal genio, dalla

fortuna e dalla grandezza di Carlomagno, figlio di Pipino: quegli eroi

della Chiesa e dello Stato si unirono con un'alleanza e coll'amicizia; e

quando calpestarono i deboli, seppero dare al loro procedere i più bei

colori dell'equità e della moderazione[252]. Unica difesa dei Lombardi

erano le gole delle Alpi e le mura di Pavia. Sorprese il figlio di

Pipino quelle gole, e investì quelle mura, e dopo un assedio di due

anni, l'ultimo dei loro principi naturali, Desiderio, consegnò al

vincitore lo scettro e la capitale. I Lombardi, sottomessi a un Re

straniero, serbando però le loro leggi nazionali, divennero piuttosto

concittadini che sudditi dei Franchi, i quali, com'essi traevano

l'origine, i costumi e la lingua dalla Germania[253].

[751, 753-768]

Le obbligazioni reciproche dei Papi e della famiglia Carlovingia,

formano l'importante anello che unisce l'istoria antica e moderna, la

civile ed ecclesiastica. Erano stati i difensori della Chiesa

incoraggiati al conquisto dell'Italia da una fausta occasione, da un

titolo specioso, dai voti del popolo, dalle preghiere e dai raggiri del

clero. La dignità di Re di Francia[254] e quella di Patrizio di Roma

furono i doni i più preziosi, che ricevè dai Papi la dinastia

Carlovingia. I. Sotto la monarchia sacerdotale di S. Pietro,

cominciarono le nazioni a ripigliare l'abitudine di cercare sulle sponde

del Tevere il loro monarca, le loro leggi e gli oracoli del loro

destino. Erano i Franchi imbarazzati tra due sovrani, l'uno di fatto,

l'altro di nome; Pipino, semplice Prefetto del Palazzo, esercitava

l'assoluto potere d'un Re; non mancava che questo titolo alla sua

ambizione. Il suo valore abbatteva gl'inimici; la sua liberalità gli

moltiplicava il numero degli amici. Era stato suo padre il salvatore del

cristianesimo, e quattro illustri generazioni assodavano, e faceano

risaltare i diritti del suo merito personale. L'ultimo discendente di

Clodoveo, il debole Childerico, conservava tuttavia il nome e le

apparenze della regia dignità, ma il suo diritto disusato non potea

servire ad altro che d'istrumento a sediziosi; desiderava la nazione di

restaurare la semplicità della sua costituzione, e Pipino, suddito e

principe, voleva assicurare il proprio grado e la fortuna della sua

famiglia. Legava un giuramento di fedeltà il Prefetto e i Nobili al

fantasma reale; era il puro sangue di Clodoveo, sempre sacro ad essi:

chiesero i loro ambasciatori al Pontefice romano di dissipare i loro

scrupoli, o di assolverli dalle loro promesse. L'interesse determinò

prontamente il Papa Zaccaria, successore dei due Gregorii, di

pronunciare in loro favore; decise che la nazione aveva il diritto di

unire sul medesimo capo il titolo e l'autorità di re; che lo sfortunato

Childerico dovea essere immolato alla pubblica sicurezza; ch'era d'uopo

deporlo dal trono, raderlo e chiuderlo in un convento pel resto de' suoi

giorni. Una risposta sì conforme al desiderio dei Franchi fu ricevuta da

essi come l'opinione d'un casuista, la sentenza d'un Giudice, o

l'oracolo d'un Profeta[255]: sparve la razza Merovingia; e fu innalzato

Pipino sopra lo scudo da un popolo libero, assuefatto ad obbedire alle

sue leggi ed a marciare sotto il suo vessillo. Fu incoronato due volte

colla confermazione della Corte di Roma; la prima dal servo fedele dei

Papi, S. Bonifazio, apostolo della Germania, e la seconda dalle mani

riconoscenti di Stefano III, che nel monastero di S. Dionigi pose il

diadema in capo al proprio benefattore. Alle altre cerimonie si aggiunse

allora destramente l'unzione dei Re d'Israele[256]: il successore di S.

Pietro assunse il carattere d'un messaggero di Dio; divenne un Capo

germanico agli occhi dei popoli, l'unto del Signore, e tanto la vanità

che la superstizione[257] contribuirono a diffondere questa cerimonia

giudaica per tutta l'Europa moderna. Si dispensarono i Franchi dal loro

primo giuramento di fedeltà, ma furono minacciati dei più tremendi

anatemi, i quali piomberebbero anche sulla loro posterità, se ardivano

in avvenire di fare un nuovo uso della libertà d'elezione, o di

scegliere un re, che non fosse della santa e degna stirpe dei principi

Carlovingi. Godettero questi principi tranquillamente la loro gloria

senz'inquietarsi dell'avvenire; afferma il secretario di Carlomagno, che

lo scettro di Francia era stato trasferito dall'autorità dei Papi[258],

e in processo di tempo, nelle loro più ardite imprese, non lasciarono

d'insistere con fiducia su quest'atto notabile, e approvato dalla loro

giurisdizion temporale.

II. Aveano i costumi e la lingua cangiato a tale, che i patrizi di

Roma[259] erano ben lontani dal rammentare il Senato di Romolo, e gli

officiali del palazzo di Costantino rassomigliavano poco ai Nobili della

repubblica, od ai patrizi distinti dal titolo fittizio di padri

dell'Imperatore. Allorchè ebbe Giuliano riconquistato l'Italia e

l'Affrica, l'importanza di quelle province rimote, e i pericoli ai quali

erano esposte, obbligarono a stabilire un magistrato supremo che

risedesse colà; chiamavasi indifferentemente Esarca o patrizio, e que'

governatori di Ravenna, che stanno registrati nella cronologia dei

principi, stendevano la loro giurisdizione sulla città di Roma. Dalla

ribellion dell'Italia e dalla perdita dell'Esarcato in poi, aveva la

miseria dei Romani, per certi riguardi, dimandato il sacrificio della

loro independenza; ma in quest'atto esercitavano ancora il diritto di

disporre d'essi medesimi, e i decreti del senato e del popolo

investirono successivamente Carlo Martello e la sua posterità degli

onori di patrizio di Roma. Avrebbero i Capi d'una potente nazione

sdegnati titoli servili, e uffici dependenti; ma il regno degli

Imperatori greci era sospeso, e durante la vacanza dell'Impero,

ottennero essi dal Papa e dalla repubblica una missione più gloriosa.

Presentarono gli ambasciatori romani a questi patrizi le chiavi della

Chiesa di S. Pietro in prova e per simbolo di sovranità; ricevettero nel

tempo stesso un santo vessillo che poteano e doveano spiegare a

difendere la Chiesa e la città[260]. Ai giorni di Carlo Martello e di

Pipino, l'interposizione del regno dei Lombardi minacciava la sicurezza

di Roma, ma ne proteggea la libertà, e la parola _patriziato_

rappresentava soltanto il titolo, i servigi e l'alleanza di que'

protettori lontani. La potenza e politica di Carlomagno annichilarono i

Lombardi, e lo fecero signore di Roma. Quando per la prima volta entrò

in quella città, vi fu ricevuto con tutti gli onori, renduti in altri

tempi all'Esarca, cioè al rappresentante dell'Imperatore; la gioja e la

gratitudine del Papa Adriano I[261] aggiunsero maggior lustro a quegli

onori. Non così tosto ei seppe l'improvviso avvicinamento del monarca,

che gli mandò incontro i magistrati e i Nobili colla bandiera, trenta

miglia in circa dalla città. Le _Scuole_ o le Comunità nazionali dei

Greci, dei Lombardi, dei Sassoni etc. si affilarono lunghesso i due lati

della via flaminia, per lo spazio d'un miglio; era la gioventù di Roma

sotto le armi, e fanciullini, con palme e rami d'olivo in mano,

cantavano le lodi dell'illustre liberatore. Allorchè vide le croci e i

vessilli, discese Carlo da cavallo; condusse al Vaticano la processione

di que' Nobili, e nel salire la scala baciò devotamente tutti i gradini,

che metteano nel santuario degli Apostoli. Lo stava Adriano aspettando

col clero sotto il portico. S'abbracciarono come amici ed uguali; ma

andando verso l'altare prese il Re, o patrizio, la diritta del Papa, nè

fu pago Carlomagno di queste vane dimostrazioni di rispetto. Durante i

ventisei anni, che passarono fra il conquisto della Lombardia e la sua

incoronazione in qualità d'Imperatore, governò da padrone la città di

Roma che avea liberata colle sue armi. Giurò il popolo fedeltà alla sua

persona e alla sua famiglia; si coniarono le monete; si amministrò la

giustizia in suo nome; egli esaminò e confermò l'elezione dei Papi.

Toltone il diritto di richiamare la sovranità del suo proprio capo, non

poteva il titolo d'Imperatore aggiungere alcuna prerogativa a quelle

delle quali era il patrizio di Roma già investito[262].

Fu la gratitudine dei Carlovingi proporzionata a queste obbligazioni, e

i loro nomi sono stati consegrati col titolo di salvatori e benefattori

della Chiesa romana. Il suo antico patrimonio consistente in case e

poderi affittati, fu trasformato dalla loro munificenza in un dominio

temporale di città e province. Primo frutto delle vittorie di Pipino fu

la concessione dell'Esarcato[263]. Abbandonò Astolfo sospirando la sua

preda. Si consegnarono le chiavi e gli ostaggi delle primarie città

all'ambasciatore di Francia, che li presentò, in nome del suo Re, sulla

tomba di S. Pietro. Abbracciava l'Esarcato, secondo il più ampio

significato di questo vocabolo[264], tutte le province dell'Italia che

aveano obbedito all'Imperatore e a' suoi ministri; ma a tutto rigore non

comprendea che i territori di Ravenna, di Bologna e di Ferrara; deesi

aggiungere la Pentapoli, che estendevasi lunghesso il mare Adriatico, da

Rimini fino ad Ancona, e che avanzavasi nell'interno del paese fino alla

giogaia dell'Apennino. Si biasimarono molto l'ambizione e l'avarizia dei

Papi in quel maneggio. Avrebbe forse dovuto l'umiltà d'un prete

cristiano ricusare un regno terrestre, che non potea di leggieri

governare senza rinunciare alle virtù del suo stato. Avrebbe forse

dovuto un suddito fedele od anche un nimico generoso mostrar meno ardore

a dividere le spoglie del principe Barbaro; e se aveva l'Imperatore

commesso a Stefano di sollecitare in suo nome la restituzione

dell'Esarcato, non assolverei il Papa dal rimprovero di perfidia o di

falsità; ma stando esattamente alle leggi, può chiunque accettare senza

offesa, ciò che senza ingiustizia gli può dare un benefattore. Aveva

l'Imperator greco abbandonato o perduto i diritti all'Esarcato, e la

spada d'Astolfo era rotta dalla spada più forte del Carlovingio. Non per

difendere la causa dell'Iconoclasta, aveva Pipino esposto la sua persona

e l'esercito ai pericoli di due spedizioni al di là della Alpi; possedea

legalmente i suoi conquisti, e li potea legalmente alienare: rispose

piamente alle importunità dei Greci, che niuna considerazione umana non

lo determinerebbe a ripigliare un dono, che avea fatto al Pontefice di

Roma per la remission de' suoi peccati e la salute dell'anima. Aveva

egli dato l'Esarcato con tutti i diritti di sovranità; e vide il Mondo

per la prima volta un Vescovo cristiano investito delle prerogative d'un

principe temporale, del diritto di nominare magistrati, di far

esercitare la giustizia, di impor tasse, e di disporre delle ricchezza

del palazzo di Ravenna. Al disciogliersi del reame Lombardo, cercarono

gli abitanti del Ducato di Spoleti[265] un rifugio dalla procella; si

tagliarono i capelli all'uso dei Romani, si dichiararono servitori e

sudditi di S. Pietro, e compierono, con questa volontaria confessione,

il circondario odierno dello Stato ecclesiastico. Divenne questo circolo

misterioso d'un'ampiezza indefinita mercè la donazione verbale o scritta

di Carlomagno[266], il quale ne' primi trasporti della sua vittoria

spogliò sè stesso e l'Imperatore greco delle città e delle isole

dipendenti altre volte dall'Esarcato. Ma riflettendo, lontano

dall'Italia, a mente più fredda a quanto avea fatto, guardò con occhio

di invidia e di diffidenza la nuova grandezza del suo alleato

ecclesiastico. Eluse in guisa rispettosa l'esecuzione nelle sue promesse

e di quelle di suo padre; sostenne il Re dei Francesi e dei Lombardi i

diritti inalienabili dell'Impero, e finch'ei visse, e nel punto di sua

morte, Ravenna[267] e Roma furono sempre contate nel numero delle sue

città metropolitane. Svanì la sovranità dell'Esarcato tra le mani dei

Papi. Trovarono questi nell'Arcivescovo di Ravenna un rivale

pericoloso[268]: sdegnarono i Nobili e il popolo il giogo d'un prete; e

in mezzo ai disordini di quei tempi non poterono i Pontefici di Roma

ritenere che la memoria d'un'antica pretensione, che in una epoca più

favorevole rinnovarono con prospero evento.

La frode è l'arme della debolezza e dell'astuzia, e Barbari possenti, ma

ignoranti, caddero ben spesso nei lacci della politica sacerdotale.

Erano il Vaticano e il palazzo[269] di Laterano un arsenale ed una

manifattura, che secondo le occasioni produceano o celavano una copiosa

raccolta d'Atti veri o falsi, corrotti o sospetti, favorevoli

agl'interessi della Chiesa romana. Prima della fine del secolo ottavo,

qualche scriba della Santa Sede, forse il famoso Isidoro, fabbricò le

Decretali e la donazione di Costantino, quelle due colonne della

monarchia spirituale e temporale dei Papi. Fu mentovata quella memoranda

donazione, per la prima volta, in una lettera d'Adriano I, il quale

esortava Carlomagno ad imitare la liberalità del Gran Costantino, ed a

farne rivivere il nome[270]. Secondo la leggenda, aveva San Silvestro,

Vescovo di Roma, guarito dalla lebbra, e purificato nell'acque

battesimali il primo degl'Imperatori cristiani, nè medico alcuno fu mai

tanto ricompensato. Erasi il neofito reale allontanato dalla residenza e

dal patrimonio di San Pietro: aveva dichiarato la sua risoluzione di

fondare una nuova capitale in Oriente, e aveva abbandonata ai Papi

l'intiera e perpetua sovranità di Roma, dell'Italia e delle province

dell'Occidente.[271] Produsse una tale finzione gli effetti i più

vantaggiosi. Furono i principi Greci convinti d'usurpazione, e la

ribellione di Gregorio[272] non fu più considerata che come l'atto,

mercè del quale rientrava ne' suoi diritti ad una eredità, che gli

apparteneva legittimamente: si sciolsero i Papi dal dovere di

gratitudine, poichè l'apparente donazione non era che la giusta

restituzione d'una picciola parte dello Stato ecclesiastico. La

sovranità di Roma non dipendeva più dalla scelta d'un popolo volubile, e

si videro i successori di San Pietro, e di Costantino investiti della

porpora e dei diritti dei Cesari. Tanta era l'ignoranza e la credulità

di quel secolo, che in Grecia e in Francia si accolse con rispetto la

più assurda delle favole, e che trovasi tuttavia fra i decreti della

legge canonica[273]. Nè gl'Imperatori, nè i Romani non furono capaci di

discernere una trufferia, che distruggea i diritti degli uni e la

libertà degli altri: il solo ostacolo venne da un monastero della

Sabinia, che sul principio del duodecimo secolo contrastò l'autenticità

e la validità della donazione di Costantino[274]. Al risorgere delle

lettere e della libertà fu quel falso atto trafitto dalla penna di

Lorenzo Valla, critico eloquente, e Romano pieno di patriottismo[275].

Stupirono i suoi contemporanei del suo audace sacrilegio; ma tal'è il

tacito ed irresistibile progresso della ragione, che avanti la fine del

secolo vegnente, era quella favola rigettata con disprezzo dagli

Storici[276], dai Poeti[277], e dalla censura tacita e moderata dei

difensori della Chiesa di Roma[278]. I Papi sorrisero anch'essi alla

pubblica credulità[279]: ma questo titolo, supposto e disusato, continuò

a santificare il loro regno; e per un accidente felice al pari di quello

che preservò le decretali e gli oracoli della Sibilla, distrutte le

fondamenta, l'edificio non ruinò.

Mentre fondavano i Papi in Italia la loro independenza e il loro

dominio, le Immagini, ch'erano state la primaria cagione della loro

rivolta, si restauravano nell'Impero d'Oriente[280]. Sotto il segno di

Costantino V aveva l'unione del poter civile e del potere

ecclesiastico[281] rovesciato l'albero della superstizione senza

sbarbicarne la radice. Quella classe di uomini e quel sesso che sono più

dediti alla divozione, amavano nel lor segreto il culto degli idoli,

così nomandosi allora le Immagini,[282] e l'alleanza dei monaci e delle

donne[283] vinse decisamente la prova contro la ragione e l'autorità.

Leone IV sostenne, ma con minor rigore la religion del padre e dell'avo

mentre sua moglie, la bella e ambiziosa Irene, era imbevuta del

fanatismo degli Ateniesi, eredi dell'idolatria assai più che della

filosofia dei loro antenati. Vivente il marito, le sue inclinazioni non

fecero che invigorirsi vie più pei rischi a cui l'esponevano, e per la

dissimulazione che ne fu la conseguenza; solamente potè ella adoperarsi

nel proteggere, e promovere alcuni monaci favoriti, che trasse dalle

loro spelonche per collocarli sulle Sedi metropolitane dell'Oriente; ma

non così tosto cominciò a regnare in nome proprio, e in quello del

figlio, ella intese più seriamente alla ruina degl'Iconoclasti, e con un

editto generale a favor della libertà di coscienza aperse la via alla

persecuzione. Richiamando i monaci, espose delle Immagini a migliaia

alla pubblica venerazione, e da quel punto s'inventarono mille leggende

di martirii e di miracoli. Ad un Vescovo morto o scacciato, erano

immantinente sostituiti uomini animati dalle sue passioni.

[A. D. 787]

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 13 / 20 题