CAPITOLO XLVIII.

_Disegno del rimanente dell'Opera. Successione e carattere

degl'Imperatori greci di Costantinopoli, dal tempo d'Eraclio a

quello della conquista de' Latini._

Ho già data a conoscere la successione di tutti gl'Imperatori romani da

Trajano a Costantino, da Costantino ad Eraclio, e fedelmente ho esposto

le avventure o i disastri del lor governo. Son passato a traverso i

cinque primi secoli del decadimento dell'Impero romano, ma più d'otto

secoli mi restano ancora da trascorrere prima ch'io giunga al termine

delle mie fatiche, cioè alla presa di Costantinopoli fatta dai Turchi.

S'io tenessi la stessa regola, e l'andamento medesimo, non farei che

distendere prolissamente in un gran, numero di volumi una materia di

poca importanza, la quale non darebbe ai lettori un compenso con

un'istruzione ed una ricreazione, che pareggiasse la pazienza

ch'esigerebbe da loro. Più che procedessi avanti, nel raccontare il

degradamento e il tracollo dell'Impero d'Oriente, più ingrata e noiosa

sarebbe la mia opera, in segnare gli annali di ogni regno. L'ultimo

periodo dei quali mostrerebbe per tutto la medesima debolezza, la

medesima miseria; transizioni rapide e frequenti interromperebbero il

legame naturale delle cagioni e degli avvenimenti, e una massa di minute

particolarità leverebbe la chiarezza e l'effetto a quelle grandi

dipinture che danno gloria e pregio all'istoria d'un tempo remoto. Da

Eraclio in poi la scena di Bizanzio si fa più angusta ed oscura; il

nostr'occhio da tutti i lati vede sparire i confini dell'Impero, fissati

dalle leggi di Giustiniano, e dalle armi di Belisario; il nome romano,

vero fine delle nostre ricerche, è ristretto in un picciolo cantone

dell'Europa, nei solinghi contorni di Costantinopoli. Fu paragonato

l'Impero greco al fiume del Reno, che si disperde fra le sabbie, prima

di mescere le sue acque con quelle dell'Oceano. La lontananza dei tempi

e dei luoghi scema al nostro occhio la pompa della dominazione, nè il

difetto di esterior maestà viene coperto da fregi più nobili, quelli del

senno o della virtù. Negli ultimi giorni dell'Impero senza dubbio

vantava Costantinopoli più ricchezze e più popolazione che Atene ai

tempi più floridi de' suoi annali, quando una modica somma di seimila

talenti, o sia di un milione e dugentomila lire sterline, formava la

totalità degli averi divisi fra ventunmila cittadini adulti; ma ognuno

di que' cittadini era un uom libero, e osava far uso della sua libertà

ne' suoi pensieri, nelle parole, nelle azioni; leggi imparziali

difendeano la sua persona, le sue proprietà, ed egli avea un voto

independente nell'amministrazione della Repubblica. Le varietà molte e

assai appariscenti dei naturali, parea che aumentassero il numero

degl'individui; coperti dall'egida della libertà, portati sull'ali

dell'emulazione e della vanagloria, tutti voleano elevarsi alla cima

della dignità nazionale: da quell'altezza sapeano alcuni spiriti

illustri sopra tutti gli altri slanciarsi oltre i limiti cui può

giungere l'occhio del volgo, di modo che, stando al calcolo delle sorti

d'un gran merito, quali sono indicate dall'esperienza per un vasto

popolatissimo regno, si andrebbe a credere, osservando il numero de'

suoi grand'uomini, che la Repubblica d'Atene contasse più milioni

d'abitanti. E pure il suo territorio, con quello di Sparta e dei loro

alleati, non eccede la grandezza d'una provincia di Francia o

d'Inghilterra, quantunque di mediocre estensione; ma dopo le vittorie di

Salamina e Platea quelle picciole Repubbliche prendono nella nostra

fantasia l'ampiezza gigantesca dell'Asia conculcata dai Greci con piede

vittorioso. Per converso i sudditi dell'Impero bizantino, che prendeano

e disonoravano i nomi di Greci e di Romani, offrono una tetra uniformità

di vizi abbietti, spogli della scusa che meritano le dolci passioni

dell'umanità, e senza il vigore e la pompa dei delitti memorandi.

Poteano gli uomini liberi dell'antichità ripetere con generoso

entusiasmo la sentenza d'Omero, che «uno schiavo nel primo giorno di

schiavitù perde la metà delle virtù umane». E sì che il poeta non

conosceva altra schiavitù che la civile e domestica, nè poteva

prevedere, che l'altra metà dei pregi del genere umano verrebbe un

giorno annichilita da quel despotismo spirituale che inceppa le azioni,

ed anche i pensieri del devoto prostrato nella polvere. I successori

d'Eraclio fiaccarono i Greci con questo doppio giogo; i vizi dei

sudditi, secondo una legge dell'eterna Giustizia, digradarono il

tiranno, e a gran pena colle più esatte indagini sul trono, nei campi, e

nelle scuole si giunge a dissotterrar qualche nome degno d'esser tolto

all'obblìo. Alla povertà del subbietto non ripara l'abilità o la varietà

delle tinte, impiegata dai pittori storici. I quattro primi secoli d'un

intervallo di ottocento anni sono rimasti per noi nelle tenebre di rado

interrotte da deboli barlumi di luce storica: da Maurizio ad Alessio,

Basilio il Macedone è l'unico principe che colla sua vita abbia

somministrato argomento d'un'opera separata, nè giova l'autorità mal

certa di compilatori più moderni per supplire al difetto, alla perdita,

o all'imperfezione degli autori contemporanei. Non possiamo lagnarci di

penuria nei quattro ultimi secoli; la musa dell'istoria rivisse a

Costantinopoli nella famiglia dei Comneni; ma si presenta coperta di

belletti, e cammina senza garbo e senza disinvoltura. La folla di preti

e di cortigiani ci trascinano gli uni dietro agli altri per la via

segnata dalla servitù e dalla superstizione: sono di vista corta, di

scarso o depravato giudizio, e si finisce un libro pieno d'un'abbondanza

sterile senza conoscere le cagioni dei fatti, il carattere degli attori,

o i costumi del secolo, che da loro è lodato, o accusato. Si osservò che

la penna d'un guerriero pigliava vigore dalla sua spada, e questa

riflessione può benissimo applicarsi ad un popolo, poichè, come vedremo,

il trono dell'istoria s'alza o s'abbassa a seconda del vigore del tempo

in cui è scritta.

Per queste considerazioni avrei volentieri abbandonato gli schiavi

greci, e i loro scrittori servili, se la sorte della monarchia di

Bizanzio non fosse in modo passivo legata colle rivoluzioni le più

strepitose e rilevanti, che abbiano mai cangiata la faccia del Mondo.

Mentre perdea qualche provincia vi si piantavano nuove colonie, e nuovi

reami: le nazioni vittoriose vestivano quelle virtù efficaci di guerra o

di pace, delle quali i vinti s'erano spogliati; e nell'origine appunto,

e nelle conquiste, nella religione, e nel governo di que' popoli nuovi

investigar noi dobbiamo le fonti e le conseguenze del digradamento e

della caduta dell'Impero Orientale. Nè già questo disegno diverso, nè la

ricchezza e varietà dei materiali nuocono all'unità del pensiero, e

della composizione; come il Musulmano di Fez o di Delhi nelle sue

orazioni volge sempre la mente al tempio della Mecca, così l'occhio

dello storico non perderà mai di vista Costantinopoli. La linea, ch'egli

trascorrerà, dee passar necessariamente pei deserti dell'Arabia e della

Tartaria; ma il circolo che farà da prima, sarà definitivamente

ristretto fra i confini sempre decrescenti dell'Impero romano.

Ecco dunque in qual modo ho distribuito quest'opera negli ultimi volumi.

Nel primo dei capitoli seguenti presenterò la serie regolare

degl'Imperatori che regnarono in Costantinopoli, in un periodo di sei

secoli, dai tempi d'Eraclio sino al conquisto dei Latini; breve sarà la

narrazione, ma dichiaro qui _in generale_ che non si scosterà nè

dall'ordine, nè dal testo degli storici originali. Mi contenterò in

questa introduzione a far un cenno delle rivoluzioni del trono, della

successione delle famiglie, dell'indole personale dei principi greci,

del lor modo di vivere, e della lor morto, delle massime e

dell'influenza che aveva sulli spiriti la loro amministrazione, e come e

quanto abbia contribuito il loro regno ad accelerare, o a sospendere il

tracollo dell'Impero d'Oriente. Questo quadro cronologico darà luce ai

capitoli che verranno da poi, e i particolari fatti della grande storia

dei Barbari si collocheranno da sè stessi al sito che lor compete negli

annali di Bizanzio. Materia di due capitoli separati saranno gli affari

interni dell'Impero, e la pericolosa eresia dei Pauliciani, che scosse

l'Oriente, e illuminò l'Occidente; ma differirò queste ricerche sino a

tanto che io non abbia esposto al lettore lo stato dei vari popoli del

Mondo nel nono e decimo secolo dell'Era Cristiana. Poste che avrò le

fondamenta della Storia bizantina, farò passare in rassegna parecchie

nazioni, e trattando delle cose loro, regolerò la lunghezza del mio

racconto colla loro grandezza, col loro merito, o i loro legami col

Mondo romano, e col secolo presente: questi sono i nomi di quei popoli:

1. i FRANCHI, denominazion generale che include tutti que' Barbari della

Francia, dell'Italia, e della Germania che furono uniti insieme dalla

spada e dallo scettro di Carlo Magno. La persecuzion delle Immagini e

dei loro adoratori segregò Roma e Italia dal trono di Bizanzio, e

agevolò il nuovo Impero romano in Occidente. 2. Gli ARABI o SARACENI,

argomento importante e curioso; occuperanno tre lunghi capitoli. Dopo

avere descritto l'Arabia, e i suoi abitanti verrò esaminando nel primo

capitolo l'indole, la religione, i trionfi di Maometto: verrò seguitando

nel secondo gli Arabi al conquisto dell'Assiria, dell'Egitto e

dell'Affrica, province dell'Impero romano, e li accompagnerò nella lor

corsa trionfale sino a tanto che abbiano gettato a terra il trono della

Persia e della Spagna; andrò investigando nel terzo il modo con cui

furono Costantinopoli e l'Europa salve mercè del lusso e delle arti, non

che della discordia e della debolezza dell'Impero dei Califi. Un solo

capitolo indicherà i fatti che riguardano, 3. i BULGARI 4. gli UNGARI e

5. i RUSSI, i quali per mare o per terra assaliron le province e la

capitale; ma meriteranno la nostra curiosità l'origine e l'infanzia di

quest'ultimo popolo cresciuto oggi a tanta potenza; 6. i NORMANI o più

veramente pochi avventurieri di quella gente bellicosa, i quali un gran

regno fondarono nella Gallia, e nella Sicilia, crollarono il soglio di

Costantinopoli, e tutto il valore manifestarono dei Cavalieri, i quali

avverarono le maraviglie dei Romanzi; 7. i LATINI, o le nazioni

d'Occidente, soggette al Papa, che sotto il vessillo della Croce, si

arrolarono per ricuperare o liberare il Santo Sepolcro. Sulle prime

rimasero atterriti, poscia rassodati gl'Imperatori greci sul trono da

migliaia di pellegrini, che si trasferirono a Gerusalemme con Goffredo

di Buglione e coi Paladini della Cristianità. La seconda e la terza

Crociata corsero la via dalla prima; l'Europa e l'Asia furono miste in

una guerra santa, che durò per due secoli, e Saladino e i Mamelucchi

d'Egitto, dopo avere vigorosamente resistito ai Potentati cristiani,

finirono di cacciarli del tutto. In mezzo a queste guerre memorabili,

una squadra ed un esercito di Francesi e di Veneziani deviarono dal lor

viaggio di Siria alla volta del Bosforo Tracio; presero d'assalto la

capitale dell'Imperio, capovolsero la monarchia de' Greci, e per più di

sessant'anni regnò in Costantinopoli una dinastia di Principi latini.

Per tutta quell'epoca di cattività e d'esilio fa d'uopo considerare i

Greci stessi come forestieri, come nemici, e poi sovrani di

Costantinopoli. Le loro disgrazie avevano ridestato in essi una

scintilla di valor nazionale, e dal punto che ripresero la corona sino

al conquisto de' Turchi, mostrarono gl'Imperatori qualche dignità; 9. i

MOGOLLI e i TARTARI; le armi di Gengis e i suoi discendenti diedero una

scossa al Mondo cominciando dalla Cina fino alla Polonia e alla Grecia;

furono i Soldani atterrati, i Califi caddero dal soglio, tremarono i

Cesari nel lor palazzo, e le vittorie di Timur tennero in sospeso per

più di mezzo secolo l'ultima mina dell'Impero bizantino. 10. Ho già

fatta menzione della prima comparsa de' Turchi; due dinastie successive

de' principi di quella nazione, che nell'undecimo secolo sboccò dai

deserti della Scizia son distinte dai nomi dei loro Capi Seljuk e

Othman. Fondò il primo un insigne e poderoso reame, che si allargava

dalle rive dell'Oxo ad Antiochia e Nicea: ebbe origine la prima Crociata

dalla profanazione dei luoghi santi ch'egli conquistò, e dal pericolo in

che pose Costantinopoli. Gli Ottomani, usciti da oscuro paese, divennero

lo spavento, il flagello della Cristianità. Maometto II strinse

d'assedio, e prese Costantinopoli, e col suo trionfo annientò quel vano

titolo, che rimaneva ancora nell'Impero romano in Oriente. La storia

della scisma de' Greci sarà collegata a quella dell'ultime loro

disgrazie, e del risorgimento dell'arti in Occidente. Dopo aver mostrata

schiava la nuova Roma, rifrusterò le ruine dell'antica, e con un gran

nome, con un rilevante soggetto spanderò un raggio di gloria sull'ultime

mie fatiche.

* * * * *

L'Imperatore Eraclio avea punito un tiranno, si era impadronito del

trono, e il suo regno era divenuto memorabile pel conquisto momentaneo,

e per la perdita irreparabile delle province d'Oriente. Morta Eudossia,

sua prima moglie, non volle obbedire al Patriarca, sposando sua nipote

Martina; violò le leggi, e la superstizion dei Greci credè vedere un

giudizio del cielo nelle malattie del padre e nella deformità dei figli;

ma potendo la fama d'una nascita illegittima impedir l'elezione, o

infievolire la docilità del popolo, ne avvenne, che la materna

tenerezza, e forse anche la gelosia d'una suocera animassero vie più

l'operosa ambizion di Martina, mentre a suo marito di già innoltrato

negli anni, non bastava l'animo a resistere alle seduzioni, ed alle

carezze d'una sposa. Costantino, suo figlio maggiore, ottenne in età

matura il titolo d'Augusto; ma col suo meschino temperamento avea

mestieri d'un collega, e d'un tutore, e però acconsentì, non senza una

secreta ripugnanza, a dividere con altri l'Impero. Fu radunato in Corte

il senato per ratificare, o attestare la successione di Eracleone,

figlio di Martina: si consacrò l'imposizion del diadema con le preghiere

e la benedizione del Patriarca; i senatori e i patrizi adorarono la

maestà dell'Imperatore, e quella de' suoi colleghi, e come furono aperte

le porte, la voce tumultuosa, ma importante, de' soldati acclamò i tre

principi. Dopo uno spazio di cinque mesi si celebrarono nella

cattedrale, o nell'Ippodromo cerimonie, che sole formavano, per quanto

pareva, la costituzion dello Stato per dimostrare la buona concordia de'

due fratelli, comparve il più giovine appoggiato al braccio del

maggiore, e le grida d'una popolazione venduta, o sedotta dal timore,

congiunsero il nome di Martina a quelli di Costantino e d'Eracleone. Non

sopravvisse Eraclio più di due anni a questa associazione: col suo

testamento nominò i suoi due figli eredi dell'Impero d'Oriente con un

potere uguale, e ordinò, che onorassero Martina come la lor madre e

sovrana.

[A. D. 641]

Non così tosto si mostrò Martina per la prima volta sul trono, col

titolo e co' privilegi di regnante, che trovò una forte, benchè

rispettosa opposizione; e dai pregiudizi superstiziosi si videro

risplendere le ultime faville della libertà. «Noi veneriamo la madre de'

nostri principi, esclamò un cittadino; ma questi principi sono i soli,

cui dobbiamo obbedire, e Costantino, il primogenito de' nostri due

Imperatori è in un'età da sostenere il peso della corona. La natura ha

escluso il tuo sesso dalle cure del governo. Se i Barbari s'accostassero

alla città reale, sia in figura di nemici, sia con intenzioni pacifiche,

potresti tu combatterli, sapresti tu rispondere? I Persiani stessi, che

pur sono schiavi, non potrebbero sofferire il governo d'una donna.

Preservi il cielo per sempre la Repubblica romana da un avvenimento che

sarebbe il disdoro della nazione»! Martina, tutta sdegnata, discese dal

trono, e si ritirò nell'appartamento della Corte, abitato dalle donne.

Centotre giorni durò il regno di Costantino III. Finì nell'età di

trent'anni una vita che non era stata che una malattia continua; la sua

morte prematura fu per altro attribuita alla suocera, la quale, fu voce,

impiegasse il veleno. Di fatto ella raccolse i frutti di questa morte, e

insignorissi del governo in nome d'Eraclio; il popolo, che sospettava di

costei rivolse le sue sollecitudini alla conservazione dei due orfani,

lasciati da Costantino. Invano il figlio di Martina, nell'età di

quindici soli anni, ammaestrato dalla madre dichiarò, che sarebbe il

tutore de' suoi nipoti, uno de' quali era stato da lui tenuto al Sacro

Fonte; in vano giurò sulla vera Croce, che difesi li avrebbe da tutti i

nemici. Poche ore prima di morire avea l'ultimo Imperatore spedito un

servo fedele ad armare gli eserciti e le province dell'Oriente, in favor

degli orfani, ch'egli lasciava in mani sospette; l'eloquenza e la

liberalità di Valentino gli aveano promesso buon esito, e dal suo campo

di Calcedonia osò questi richiedere, che fossero puniti gli assassini, e

rimesso in trono l'erede legittimo. Dalla licenza dei soldati, che

saccheggiarono le viti, e ingollavano il vino dei demanii asiatici,

appartenenti agli abitatori di Costantinopoli, furono questi ultimi

mossi a vendetta contro gli autori delle lor disgrazie, e s'intese

risuonare la chiesa di Santa Sofia, non già di cantici e di orazioni, ma

delle grida e delle imprecazioni d'una plebe furiosa. Eracleone,

chiamato da voci imperiose, comparve in pulpito col primogenito dei due

orfanelli; Costanzo solo fu acclamato Imperator dei Romani, e colla

benedizione solenne del Patriarca, gli fu posta in capo una corona

d'oro, tolta dalla tomba d'Eraclio. Ma fra i tumulti della gioia e

dell'ira, la chiesa fu messa a ruba; i Giudei e i Barbari profanarono il

santuario, e Pirro settario dell'eresia dei Monoteliti, e creatura

dell'Imperatrice, per sottrarsi alla violenza de' cattolici, pigliò

saviamente il partito di fuggirsene, dopo aver lasciato la sua protesta

sull'altare. Il senato, che avea momentaneamente ricuperata qualche

autorità dall'assenso de' soldati e del popolo, doveva adempiere uffici

più seri e più sanguinari. Caldo del fuoco della libertà romana, rinnovò

l'antico grandioso spettacolo d'un tiranno giudicato dal popolo;

Martina, e suo figlio furon deposti, e condannati come autori della

morte di Costantino; ma la severa giustizia dei Padri Coscritti fu

contaminata da una crudeltà che confuse l'innocente col reo. Martina ed

Eracleone furono condannati ad avere l'una la lingua tagliata, e l'altro

il naso; e dopo questa barbara esecuzione chiusero entrambi il rimanente

de' loro giorni nell'esilio e nell'obblivione; e quei Greci, ch'erano

capaci di qualche riflessione dovettero in certo modo consolarsi della

servitù, osservando sin dove può trascorrere l'abuso del potere, posto

per un istante nelle mani dell'aristocrazia.

Quando si legge il discorso pronunciato da Costanzo II in età di dodici

anni davanti il Senato bizantino, pare che siamo tornati indietro cinque

secoli ai tempi degli Antonini. Dopo avergli renduto grazie della pena

giustamente data agli assassini, che rapite aveano alla nazione le belle

speranze del regno di suo padre, soggiunse il giovine principe: «La

divina provvidenza, e il vostro saggio decreto hanno balzata dal soglio

Martina, e la sua incestuosa progenie. La vostra maestà, la vostra

sapienza hanno impedito che l'Impero romano degeneri in una tirannide,

che non conosca più leggi. Io vi domando istantemente, e vi esorto di

consacrare al ben pubblico i consigli, e la prudenza vostra». Questo

linguaggio officioso, accompagnato da grandi liberalità soddisfece molto

i Senatori; ma non eran degni i venali Greci d'una libertà, che non

sapeano apprezzare abbastanza, e i pregiudizi del tempo, l'abitudine al

dispotismo cancellaron ben presto dalla memoria del nuovo Imperatore una

lezione, che l'aveva occupato per pochi momenti. Non gli rimase che un

timore, un'inquietudine, che mai qualche giorno il senato o il popolo

invadesse il diritto di primogenitura, e collocasse il fratello Teodosio

sul trono con autorità uguale alla sua. Il nipote d'Eraclio, promosso

agli Ordini sacri, divenne inabile per la porpora; ma questa cerimonia,

che profanava i Sacramenti della Chiesa, non bastò ad acquetare i

sospetti del tiranno; e solamente la morte del diacono Teodosio valse ad

espiare il delitto della sua regia estrazione. Dalle imprecazioni del

popolo fu vendicato questo assassinio, e l'uccisore, che pur godeva

tutta la pienezza del potere, fu obbligato a condannarsi da sè ad un

esilio perpetuo. Costanzo s'imbarcò per la Grecia; e quasi volesse

rendere alla patria quei sentimenti d'abbominazione, ch'egli meritava da

lei, è fama, che dalla sua galea imperiale sputasse contro le mura di

Costantinopoli. Dopo avere svernato in Atene, si trasferì a Taranto in

Italia, visitò Roma, ed in Siracusa, ove fermò la residenza, finì questo

vergognoso viaggio marcato in tutto il suo corso da rapine sacrileghe;

ma se potè involarsi agli sguardi del suo popolo, non poteva fuggire sè

stesso: i rimorsi della sua coscienza gli crearono un fantasma che lo

perseguitò per terra e per mare, notte e giorno. Credea sempre vedersi

in faccia la figura di Teodosio, che presentandogli una coppa piena di

sangue, e appressandogliela alle labbra, dicevagli, o parea che gli

dicesse: «Bevi fratello, bevi»; allusione alla circostanza che aggravava

il suo delitto, poichè avea ricevuto dalle mani del Diacono la coppa

misteriosa del Sangue di Cristo. In odio a sè stesso, in odio al genere

umano, morì nella capitale della Sicilia per un tradimento domestico, e

forse per una cospirazione de' Vescovi. Un servo che l'assisteva al

bagno, dopo avergli versato acqua calda sul capo, lo colpì violentemente

col vaso che teneva in mano; cadde il principe sbalordito dal colpo, e

soffocato dal calore dell'acqua; il suo corteggio non vedendolo

ricomparire, corse colà, e riconobbe, senza commoversi, ch'egli era

morto. Le soldatesche della Sicilia vestirono della porpora un

giovinetto oscuro, ma d'una bellezza inimitabile, che non poteva, come è

facile a credersi, essere ritratta dai pittori, nè dagli scultori

d'allora.

[A. D. 668]

Costanzo avea lasciato tre figli nel palazzo di Bizanzio; il primogenito

avea ricevuto la porpora sin dall'infanzia. Quando ordinò che venissero

a trovarlo in Sicilia, i Greci che voleano custodire quelli ostaggi

preziosi, risposero, che quelli erano figli dello Stato, e che non

doveano partire. Giunse la nuova della sua morte da Siracusa a

Costantinopoli con una rapidità straordinaria, e Costantino, il

primogenito de' suoi figli, fu l'erede del suo trono, senza ereditare

l'odio del Pubblico. Con grande zelo ed ardenza concorsero i sudditi a

punire quella provincia, che aveva usurpato i diritti del Senato e del

Popolo: il giovane Imperatore salpò dall'Ellesponto con una squadra

numerosa, e raccolse sotto le sue insegne, nel porto di Siracusa, le

legioni di Roma e di Cartagine. Agevole cosa era lo sconfiggere

l'Imperatore acclamato dai Siciliani, e giusta ne era la morte; la sua

bella testa fu esposta nell'Ippodromo; ma non posso applaudire alla

clemenza d'un Principe che nel gran numero delle sue vittime comprese il

figlio d'un patrizio, che non avea altra colpa che d'aver amaramente

deplorato il supplizio d'un padre virtuoso. Questo giovine, chiamato

Germano, fu condannato ad una mutilazione ignominiosa: ma sopravvisse a

questa crudele operazione, ed elevato poscia alla dignità di Patriarca e

di Santo, ha conservata la memoria dell'indecente atrocità

dell'Imperatore. Dopo avere offerti all'ombra del padre sagrifici così

sanguinosi, ritornò Costantino alla sua capitale, ed essendogli spuntata

la barba nel suo viaggio di Sicilia, questa circostanza fu divulgata

all'Universo col soprannome datogli di Pogonate. Il suo regno, come

quello del suo predecessore, fu deturpato dalla discordia fraterna.

Aveva egli conferito il titolo d'Augusto ad Eraclio e a Tiberio, suoi

fratelli; ma non era per essi che un vano titolo, avvegnacchè

continuavano a languire nella solitudine del palazzo senza poteri e

senza occupazioni. Segretamente istigate da loro le soldatesche del

_Tema_ o sia della provincia d'Anatolia, s'appressarono dalla parte

dell'Asia a Costantinopoli; chiedendo a favor dei due fratelli di

Costantino la divisione o l'esercizio della sovranità, e sostenendo con

un argomento teologico questa sediziosa domanda. Gridavano i soldati,

essere Cristiani, e Cattolici, e sinceri adoratori della santa ed

individua Trinità; e però se regnavano tre persone uguali nel Cielo, era

ben ragionevole, che tre persone uguali fossero sulla Terra.

L'Imperatore invitò quei bravi dottori ad un'amichevole conferenza, in

cui proporre potevano al Senato le loro ragioni: quelli vi andarono; e

ben presto lo spettacolo de' loro corpi impesi alle forche nel sobborgo

di Galata bastò a riconciliare i lor compagni coll'unità del Regno di

Costantino. Il quale perdonò ai fratelli, e lasciò che fossero, come

prima, onorati nelle pubbliche acclamazioni; ma divenuti nuovamente

colpevoli, o avendone dato nuovamente sospetto, perdettero il titolo

d'Augusto, e fu tagliato loro il naso al cospetto de' Vescovi cattolici,

che in Costantinopoli componevano il sesto Concilio generale. Pogonate,

sul termine della vita, si mostrò sollecito di statuire il diritto di

primogenitura. Le capellature de' suoi due figli Giustiniano ed Eraclio

furono offerte sopra il deposito di S. Pietro, come Simbolo della

spirituale adozione, che ne facea il Papa; ma solamente al primogenito

fu conferito il grado d'Augusto, e assicurata la corona.

[A. D. 685]

Giustiniano II, morto il padre, eredò l'Impero, e il nome d'un

legislatore trionfante fu infamato dai vizi d'un giovinastro, che non

imitò il riformator delle leggi in altro, fuorchè nel lusso degli

edifici. Violente n'erano le passioni, ma debole l'intelletto; esaltava

coll'ebbrezza d'uno sciocco orgoglio il diritto di nascita che gli

sottometteva milioni d'uomini, quando la più picciola Comunità non

l'avrebbe eletto per suo magistrato speciale. Erano i suoi ministri

favoriti un eunuco ed un frate, cioè due Esseri, che per la loro

condizione erano i meno capaci d'umani affetti: all'uno lasciava in cura

il palazzo; all'altro l'erario; il primo castigava a frustate la madre

dell'Imperatore; il secondo faceva impendere i debitori insolvibili

colla testa abbasso sopra un fuoco lento, che esalava una nube di fumo.

Dai giorni di Commodo o di Caracalla in poi il timore era stato il

movente ordinario della crudeltà nei sovrani di Roma; ma Giustiniano,

che aveva qualche vigor di carattere si compiaceva a veder tormentati i

sudditi, e affrontò la loro vendetta per dieci anni in circa sino al

punto che fu colma la misura de' suoi delitti, e quella della loro

pazienza. Leonzio, Generale di grido, avea per più di tre anni languito

in un carcere con vari patrizi delle più nobili e degne famiglie; ad un

tratto il sovrano lo liberò per dargli il governo della Grecia: questa

grazia, conceduta ad un uomo offeso, annunziava disprezzo più che

fiducia; mentre i suoi amici l'accompagnavano al porto, ove doveva

imbarcarsi, disse loro sospirando, che si ornava la vittima pel

sagrifizio, che sarebbe presto seguito dalla morte: ebbero quelli

coraggio a rispondergli che forse la gloria e l'Impero sarebbero il

guiderdone d'un tentativo generoso; che tutte le classi dello Stato

abborrivano il regno d'un mostro, che dugentomila patriotti non

aspettavan altro che la voce d'un Capitano. Prescelsero la notte per

adempiere la loro liberazione; e ne' primi sforzi de' cospiratori, fu

svenato il prefetto della capitale, e forzate le prigioni; per tutte le

strade gridavano gli emissari di Leonzio: «Cristiani, a Santa Sofia». Il

testo eletto dal Patriarca «ecco il giorno del Signore» fu l'annunzio

d'una predica, che fini d'infiammare gli spiriti; il perchè uscendo

dalla Chiesa indicò al popolo un'altra adunanza da tenersi

nell'Ippodromo. Giustiniano, pel quale non s'era sguainata una sola

spada, fu trascinato davanti a quei Giudici furibondi, i quali

domandarono, che fosse subitamente punito di morte. Leonzio, già vestito

della porpora, vide con occhio di compassione il figlio del suo

benefattore, il rampollo di tanti Imperatori, boccone innanzi a sè.

Perdonò la vita a Giustiniano; ma gli fu tagliato, benchè

imperfettamente, il naso, e forse la lingua. La flessibilità dell'idioma

greco gli diede immediatamente il nome di Rhinotmeta: così mutilato il

tiranno fu confinato a Cherson, borgo solitario della Tartaria-Crimea,

la quale traeva da' paesi vicini vino, biade ed olio, come merci di

lusso.

[A. D. 695-705]

Esule sulla frontiera dei deserti della Scizia, chiudeva sempre in cuore

Giustiniano, coll'orgoglio dei natali, la speranza di risalire sul

trono. Dopo tre anni d'esilio, ebbe la gioia d'intendere, ch'era stato

vendicato da una seconda rivoluzione, e che Leonzio era stato deposto, e

mutilato anch'esso dal ribelle Apsimaro, che avea preso il nome più

rispettabile di Tiberio. Ma le pretensioni della linea diretta dovean

esser temute da un usurpatore, uscito della classe del volgo; e

cresceano le sue inquietudini dalle lagnanze di accuse degli abitanti di

Cherson, che trovavano i vizi del tiranno nelle azioni del principe

sbandito. Giustiniano, seguìto da una masnada di gente, a lui attaccata

per la stessa speranza, o per la stessa disperazione, abbandonò quella

terra inospitale, e si rifuggì presso i Cozari che accampavano al Tanai

e al Boristene. Il Khan, mosso a compassione, trattò con molto riguardo

un supplichevole di tal fatta: lo collocò in Fanagoria, città un tempo

opulenta, situata sulla riva della palude Meotide, dalla parte

dell'Asia. Posti allora in non cale tutti i pregiudizi romani, sposò

Giustiniano una sorella del Barbaro, la quale per altro col nome di

Teodora dà luogo a credere che fosse battezzata; ma il perfido Khan fu

subornato ben presto dall'oro di Costantinopoli, e se non era l'amor di

sua moglie, che gli svelò i disegni tramati a suo danno, Giustiniano

periva sotto il ferro degli assassini, od era dato in balìa de' suoi

nemici. Dopo avere strangolato colle sue mani i due satelliti del Khan,

rimandò Teodora a suo fratello, ed egli s'imbarcò su l'Eusino in traccia

di più fedeli alleati. Una furiosa tempesta assalì il suo vascello, ed

un uomo del suo seguito lo consigliò d'impetrare la misericordia del

cielo facendo voto di dare un perdono generale, se mai ricuperasse

l'Impero. «Perdonare? esclamò l'intrepido tiranno; piuttosto morire in

questo momento! l'Onnipotente mi faccia inghiottire dal mare, s'io

consento a risparmiare la testa d'un solo de' miei nemici!» Egli

sopravvisse a quest'empia minaccia, entrò nella foce del Danubio, osò

arrischiare i passi nel villaggio abitato dal Re de' Bulgari, Terbelis,

principe bellicoso e pagano, da cui ottenne soccorsi, promettendo di

dargli sua figlia, e di partir seco i tesori dell'Impero. Estendevasi il

regno dei Bulgari sino ai confini della Tracia, e i due principi con

quindicimila cavalieri si spinsero sotto le mura di Costantinopoli. Fu

sbigottito Apsimaro da questa improvvisa comparsa del suo rivale, quando

glien'era stata promessa la testa dal Cozaro, e ne ignorava la fuga.

Dieci anni d'assenza avean quasi abolita la ricordanza dei delitti di

Giustiniano; i suoi natali e le sue disgrazie moveano a pietà la

moltitudine sempre malcontenta dei principi che la governano, e quindi

per lo zelo, e l'attività de' suoi partigiani fu introdotto nella città

e nel palazzo di Costantinopoli.

Nel premiare i suoi alleati, nel richiamare la moglie al suo fianco,

dimostrò Giustiniano non essere al tutto scemo dei sentimenti d'onore e

di gratitudine. Terbelis si ritirò con un mucchio d'oro, che fu misurato

dalla lunghezza della sua frusta. Ma non fu mai adempiuto sì

religiosamente un voto, quanto il giuramento di vendetta, pronunciato in

mezzo alla procella dell'Eusino. I due usurpatori (così dee dirsi,

poichè il nome di tiranno va riservato al vincitore) furono condotti

nell'Ippodromo, l'uno dalla sua prigione, l'altro dal palazzo. Leonzio

ed Apsimaro, prima che fossero consegnati ai carnefici, incatenati

siccome erano, furon distesi sotto il trono dell'Imperatore, e

Giustiniano, ponendo un piede sul collo di ciascheduno, guardò per più

d'un'ora la corsa dei carri, mentre il popolo, sempre volubile, ripetea

quel versetto del Salmista: «Camminerai sull'aspide e sul basilisco, e

conculcherai il leone ed il drago.»[186] La diserzione universale da lui

già provata, potè fargli desiderare, come a Caligola, che il popolo

romano non fosse che una testa sola. Osserverò per altro, che questa

brama non si addiceva ad un tiranno sagace, imperocchè in vece de' vari

tormenti, con cui straziava le vittime della sua collera, avrebbe un

colpo solo terminati i piaceri della sua vendetta e crudeltà. E di

questi piaceri fu in fatti insaziabile; nè virtù private, nè pubblici

servigi valsero ad espiare il delitto d'una obbedienza attiva od anche

passiva ad un governo costituito; e ne' sei anni del suo novello regno,

la mannaia, la corda, la tortura gli parvero i soli istromenti propri

del regno. Ma singolarmente contro gli abitanti di Cherson che l'aveano

insultato nell'esilio, e spregiati i doveri dell'ospitalità, diresse

egli tutti gli sforzi del suo odio implacabile. Poichè per la rimota lor

situazione rimaneva loro qualche via per la difesa o per la fuga, impose

a Costantinopoli una tassa, che dovea pagar le spese d'una squadra e

d'un esercito da spedire contro essi: «Tutti sono colpevoli, e tutti han

da perire;» tale fu l'ordine di Giustiniano, e ad eseguire questo

sanguinario decreto elesse Stefano, suo favorito, che gli era caro pel

soprannome di Selvaggio. Ma il selvaggio Stefano adempiè imperfettamente

alle intenzioni del suo sovrano. La lentezza delle sue mosse diede agio

alla maggior parte degli abitanti di ritrarsi nell'interno del paese, ed

il ministro delle vendette imperiali si contentò di ridurre in servitù i

giovani dei due sessi, di ardere vivi sette dei primarii cittadini, di

gettarne venti in mare, e di serbarne quarantadue a ricever la condanna

dalla bocca di Giustiniano. Nel ritorno di Stefano la sua squadra si

arenò agli scogli delle coste dell'Anatolia; e Giustiniano applaudì alla

cortesia dell'Eusino, che aveva in un medesimo naufragio ravvolte tante

migliaia dei suoi sudditi e dei suoi nemici; ma pure, sitibondo di

sangue, comandò il tiranno una seconda spedizione, che annientasse gli

avanzi della colonia da lui proscritta. In quel breve intervallo, erano

ritornati i Chersoniti in città, e s'apparecchiavano a perire coll'armi

in mano; il Khan dei Cozari aveva abbandonata la causa del suo

detestabile cognato; i fuorusciti di tutte le province si raccolsero in

Tauride, e Bardane, sotto nome di Filippico, ebbe la porpora. Le milizie

imperiali non volendo, nè potendo mandare ad effetto i disegni

vendicativi di Giustiniano si sottrassero al suo furore, rinunciando

all'obbedienza; l'armata condotta da Filippico approdò felicemente ai

porti di Sinopo e di Costantinopoli; tutte le bocche gridarono, morte al

tiranno; e tutte le braccia si mossero per darla. Privo d'amici fu

abbandonato dai Barbari che lo guardavano, e il colpo che troncò la sua

vita, fu celebrato come un atto di patriottismo, e impresa degna di

romana virtù. Suo figlio Tiberio s'era ricoverato in una chiesa; ne

difendeva la porta sua avola, molto avanzata in età; quell'innocente

giovinetto si pose al collo le reliquie più venerate, s'appoggiò con una

mano all'altare, coll'altra sulla Croce; ma la furia popolare, quando

osa metter sotto i piedi la superstizione, è sorda alle grida

dell'umanità; e la stirpe d'Eraclio s'estinse, dopo aver portata la

corona per un secolo.

[A. D. 711]

Fra la caduta della razza degli Eraclidi e l'avvenimento della dinastia

Isaurica passa un intervallo di sei soli anni, diviso in tre regni.

Bardane o Filippico fu accolto in Costantinopoli come un eroe, che avea

liberato dal tiranno la patria, e i primi trasporti d'un giubbilo

sincero ed universale gli fecero gustare qualche ora di felicità.

Giustiniano avea lasciato un tesoro, frutto delle sue crudeltà e rapine;

ma non tardò il successore a dissiparlo in vane prodigalità. Nel giorno

anniversario della sua nascita, Filippico diede al popolo i giuochi

dell'Ippodromo; girò quindi per tutte le strade preceduto da mille

bandiere e da mille trombe. Andò a rinfrescarsi nei bagni di Zeusippo e

ritornato in palazzo trattò a sontuoso convito la Nobiltà. Nel dopo

pranzo si ritirò nel suo appartamento ebbro d'orgoglio e di vino, senza

pensare che le sue fortune aveano fatti ambiziosi tutti i suoi sudditi,

e che ogni ambizioso secretamente gli era nemico. In mezzo al rumor

della festa, alcuni arditi cospiratori penetrarono nelle sue stanze,

sorpresero nel sonno il monarca, lo legarono, gli cavarono gli occhi, e

gli tolsero la corona prima ch'egli si accorgesse della grandezza del

suo pericolo; ma i traditori non approfittarono del lor delitto; dalla

scelta del senato e del popolo fu conferita la porpora ad Artemio, che

presso l'Imperatore deposto avea l'impiego di segretario. Il quale prese

il nome d'Anastasio II, e nel breve suo regno, pieno di turbolenze,

dimostrò tanto in pace che in guerra le virtù che convengono ad un

sovrano. Ma coll'estinzione della linea imperiale s'era già rotto il

freno dell'obbedienza, ed in ogni esaltazione al trono pullulavano i

semi d'un nuovo sconvolgimento politico. In una sollevazione dell'armata

navale, un abbietto ufficiale del fisco fu vestito della porpora a suo

malgrado. Dopo alcuni mesi di guerra marittima, Anastasio abdicò la

corona, e Teodosio III, suo vincitore, si sottomise ancor esso alla

prevalenza di Leone, Generale degli eserciti d'Oriente. Fu permesso ad

Anastasio e a Teodosio l'abbracciare lo stato ecclesiastico; l'ardente

veemenza del primo lo condusse ad avventurare ed a perder la vita in una

cospirazione; onorati e tranquilli furon gli ultimi giorni del secondo.

Sulla sua tomba non fu scolpita che questa parola «Salute», iscrizione

d'una sublime semplicità, che esprime la fiducia della filosofia, o

della religione, e il popolo d'Efeso conservò lungo tempo la memoria de'

suoi miracoli. Gli esempi offerti dalla Chiesa poterono dare qualche

volta utili lezioni di clemenza ai Principi; ma non è poi certo, che

scemando i pericoli d'un'ambizione sfortunata, siasi operato per

l'interesse del pubblico.

[A. D. 718]

Dopo essermi fermato sul precipizio d'un tiranno, indicherò in poche

parole il fondatore d'una nuova dinastia, noto alla posterità per

l'invettive de' suoi avversari, e la cui vita pubblica e privata van

congiunte all'istoria degli Iconoclasti. Ad onta dei clamori della

superstizione, l'oscurità della nascita e la durata del regno di Leone

l'Isaurico inspirano una idea favorevole dell'indole di questo principe.

In un secolo maschio l'esca della dignità imperiale avrebbe potuto

avvivare tutta l'energia dello spirito umano, e suscitare una folla di

competitori tanto degni del trono, quanto animosi ad occuparlo. Anche in

mezzo della corruttela e della debolezza dei Greci in quel tempo, la

fortuna d'un plebeo, che si sollevò dall'ultimo al primo grado della

società, suppone prerogative in lui, superiori all'altezza delle

volgari. Vi è ragion di pensare, che questo plebeo non conoscesse, e non

curasse le scienze, e che nella sua carriera ambiziosa si dispensasse

dai doveri della benevolenza e della giustizia; ma si può credere, che

possedesse le virtù più utili, come la prudenza e la forza, e che avesse

la cognizione degli uomini, e dell'arte importante di cattivarsi la

fiducia, e di dirigere le passioni loro. È opinion generale che Leone

fosse nato nell'Isauria, e che portasse da prima il nome di Conone.

Certi scrittori, la cui satira inconsiderata può tenergli luogo

d'elogio, lo rappresentano come un pezzente, che corresse a piedi da una

fiera all'altra d'un paese, menandosi dietro un asino carico di qualche

merce di poco prezzo. Narrano in un modo ridicolo, che s'abbattesse per

via in alcuni Ebrei, che davano la buona ventura, i quali gli promisero

l'Impero romano, purchè abolisse il culto degl'idoli[187]. Stando ad una

versione più probabile, suo padre abbandonò l'Asia Minore per

domiciliarsi nella Tracia, ove esercitò l'utile mestiere di mercante di

bestiami, nel quale avea certamente fatto gran guadagno se è vero, che,

colla somministrazione di cinquecento agnelli, ottenesse che il figlio

entrasse al servigio dell'Imperatore. A prima giunta fu collocato Leone

nelle guardie di Giustiniano, e non andò guari, che si attirò gli

sguardi, poscia i sospetti del tiranno. Si segnalò in valore e in

destrezza nella guerra della Colchide. Anastasio gli conferì il comando

delle legioni dell'Anatolia, e quando i soldati gli posero in dosso la

porpora, fece plauso l'Impero romano a quella elezione. Leone III

portato a quella dignità pericolosa, vi si tenne fermo a dispetto

dell'invidia de' suoi uguali, del malumore di una fazion terribile, e

degli assalti dei nemici domestici e forestieri. Anche i cattolici,

benchè esclamino contro le sue novità in materia di religione, son

costretti a convenire, che le incominciò con moderazione, e le condusse

a termine con fermezza, e nel loro silenzio hanno rispettata la savia

sua amministrazione, e i suoi puri costumi. Dopo un regno di

ventiquattr'anni se ne morì tranquillo nel suo palazzo di

Costantinopoli, e i suoi discendenti redarono sino alla terza

generazione quella porpora, che egli s'era acquistata.

[A. D. 741]

Il regno di Costantino quinto per soprannome Copronimo, figlio e

successor di Leone, durò trenta quattr'anni: questi con minor

moderazione perseguitò il culto delle Immagini. L'odio religioso vomitò

tutto il suo fiele nella dipintura, che i partigiani delle Immagini ci

fecero della persona e del regno di questo principe, di questa pantera

macchiata, di questo anticristo, di questo drago volante, di questo

germe del serpente, che sedusse la prima donna. Al loro dire costui

superò nei vizi Elagabalo e Nerone; il suo regno fu un perpetuo macello

dei personaggi più nobili, più santi, o più innocenti dell'Impero;

assisteva al supplizio delle sue vittime, considerava le convulsioni

della loro agonia, ne ascoltava con piacere i gemiti, nè mai potea

saziarsi del sangue, che godea di versare: spesse volte battea colle

verghe, o mutilava i familiari della sua Casa reale: il soprannome di

Copronimo ricordava ch'egli avea lordato di escrementi il Fonte

battesimale; veramente l'età potea farne le scuse; ma i solazzi della

sua virilità lo fecero inferiore ai bruti; confuse nelle sue

dissolutezze tutti i sessi e tutte le spezie, e parve che si compiacesse

pur delle cose più ributtanti pei sensi. Quest'Iconoclasta fu eretico,

ebreo, maomettano, pagano, ateo; e solamente le sue cerimonie magiche,

le vittime umane che immolava, i sagrifizi notturni a Venere e ai

demonii dell'antichità, son le prove che abbiamo della sua credenza in

Dio. La sua vita fu lorda dei vizi i più contraddittorii, e finalmente

le ulceri che copersero il suo corpo gli anticiparono i tormenti

dell'inferno. Si confuta da sè medesima l'assurdità d'una parte di

queste accuse, che ho avuto la pazienza di copiare; e in ordine ai fatti

privati della vita de' principi è troppo facile la menzogna, troppo

difficile il ribatterla. Io non mi attengo alla perniciosa massima di

credere, che chi è incolpato di molte cose sia necessariamente colpevole

di qualcheduna; posso però travedere chiaramente, che Costantino V fosse

dissoluto e crudele. È proprietà della calunnia l'esagerare piuttosto,

che l'inventare, e il suo linguaggio temerario è in parte frenato dalla

notorietà fondata nel secolo e nel paese, da cui trae testimonianza. È

indicato il numero de' Vescovi, de' Monaci e de' Generali dalla sua

atrocità sagrificati. Erano illustri i lor nomi, pubblica ne fu

l'esecuzione, e la mutilazione fu visibile e permanente. Detestavano i

cattolici la persona e il governo di Copronimo; ma la loro stessa

avversione è un indizio dell'oppressione che soffrivano. Tacciono le

colpe cogli insulti che poterono per avventura scusarne o giustificarne

il rigore; ma per questi insulti dovette a poco a poco moversi a

collera, e indurarsi all'uso ed all'abuso del despotismo; tuttavolta non

era Costantino V spoglio di meriti, nè il suo governo fu sempre degno

dell'esecrazione o del disprezzo de' Greci. Confessano i suoi nemici,

che restaurò un vecchio acquedotto, che riscattò duemila e cinquecento

prigionieri, che godettero i popoli sotto il suo regno una insolita

abbondanza, che con nuove colonie ripopolò Costantinopoli e le città

della Tracia; e a malincuore son costretti a lodarne l'attività ed il

coraggio. In battaglia era sempre a cavallo alla fronte delle sue

legioni, e quantunque non sieno state sempre fortunate le sue armi,

trionfò per terra e per mare, su l'Eufrate e sul Danubio, nella guerra

civile come nella barbarica; conviene inoltre, per fare contrappeso alle

invettive degli ortodossi, mettere ancora nella bilancia le lodi dategli

dagli eretici. Gl'Iconoclasti onorarono le sue virtù, lo considerarono

per Santo, e quarant'anni dopo la sua morte oravano sulla sua tomba. Il

fanatismo e la soperchieria divolgarono una visione miracolosa: si disse

che l'eroe cristiano era comparso sopra un cavallo bianco, colla lancia

imbrandita, contro i Pagani della Bulgaria: «Favola assurda, dice uno

scrittore cattolico, perchè Copronimo è incatenato coi demonii negli

abissi dell'inferno».

[A. D. 775]

Leone IV, figlio di Costantino V, e padre di Costantino VI, fu debole di

corpo e di spirito; e in tutto il suo regno non ebbe altro gran pensiero

che la scelta del suo successore. Dallo zelo officioso dei suoi sudditi

fu sollecitato perchè associasse all'Impero il giovine Costantino;

l'Imperatore, che lo vedea deperire, s'arrese ai loro voti unanimi, dopo

avere esaminato quest'alto affare con tutta l'attenzione che meritava.

Costantino di soli cinque anni fu coronato insieme con sua madre Irene;

e il consentimento nazionale fu consacrato con tutte le cerimonie le più

acconce, per pompa e per apparecchio, ad abbacinare gli occhi dei Greci,

o ad incatenarne le coscienze. I vari ordini dello Stato prestarono

giuramento di fedeltà nel palazzo, nella chiesa, e nell'Ippodromo;

invocarono i santi nomi del Figlio e della Madre di Dio: «Noi chiamiamo

in testimonio Gesù Cristo, esclamarono essi, noi veglieremo alla

sicurezza di Costantino, figlio di Leone; esporremo la nostra vita in

suo servigio, e resteremo fedeli alla sua persona e alla sua posterità».

Ripeterono quel giuramento sopra il legno della vera Croce, e l'atto

della lor sommessione fu depositato sull'altare di Santa Sofia. Primi a

fare questo giuramento, e primi a violarlo, furono i cinque figli avuti

da Copronimo nel secondo matrimonio, e n'è ben singolare quanto tragica

l'istoria. Per diritto di primogenitura erano esclusi dal trono, e

dall'ingiustizia del fratello maggiore erano stati privati d'un legato

di circa due milioni sterlini; non credettero essi, che potessero vani

titoli essere un compenso di ricchezza e di potere, e quindi in diverse

riprese cospirarono contro il nipote, sia avanti, sia dopo la morte del

padre. Ebbero il perdono la prima volta; nella seconda furon condannati

allo stato ecclesiastico; al terzo tradimento, Niceforo, il più anziano

e il più colpevole, fu privato degli occhi, e con un gastigo riputato

più dolce, fu tagliata la lingua a Cristoforo, a Niceta, ad Antimio, e

ad Eudossio, suoi fratelli. Dopo cinque anni di carcere fuggirono, e si

ricoverarono nella chiesa di Santa Sofia, ove offersero al popolo uno

spettacolo commovente. «O Cristiani, miei concittadini, gridò Niceforo

in nome proprio ed in quello de' suoi fratelli che non poteano parlare,

mirate i figli del vostro Imperatore, se pur li potete riconoscere in

quest'orrido stato. La vita, e qual vita! ecco tutto ciò che ne ha

lasciato la crudeltà dei nostri nemici: oggi è minacciata questa misera

vita, e noi veniamo ad implorare la vostra compassione». Il fremito, che

già si spandeva nell'assemblea, sarebbe terminato in sollevazione, se

quella prima sommossa non fosse stata compressa dalla presenza d'un

ministro, che con promesse e carezze seppe ammansare quei principi

sventurati, e condurli dalla chiesa al palazzo. Non fu posto tempo di

mezzo ad imbarcarli per la Grecia, e fu assegnata loro per luogo

d'esilio la città d'Atene. In quel ritiro, e nonostante il loro stato,

tormentati sempre dalla sete di regno, Niceforo e i suoi fratelli si

lasciaron sedurre da un Capitano schiavone, che promise di rimetterli in

libertà, e di guidarli armati e adorni della porpora alle porte di

Costantinopoli; ma il popolo Ateniese, sempre zelante per Irene, ne

prevenne la giustizia o la crudeltà, e seppellì finalmente nell'eterno

silenzio per sino la rimembranza dei cinque figli di Copronimo.

[A. D. 780]

Quest'Imperatore si avea scelta per moglie una Barbara, figlia del Khan

dei Cozari; ma quando si trattò di maritare il suo erede, avea preferita

una orfanella Ateniese dell'età di diciassett'anni, che pare non avesse

altra fortuna che la bellezza. Le nozze di Leone e d'Irene furon

celebrate con regia pompa: non tardò la principessa a conciliarsi

l'amore e la fiducia d'uno sposo debole, il quale nel suo testamento la

dichiarò Imperatrice, e affidò al suo governo il Mondo romano e il

figlio Costantino VI, che non contava allora più di dieci anni. Durante

la minorità del giovanetto, Irene si mostrò nella sua amministrazione

pubblica donna ingegnosa ed attenta, fedele ed esatta ai doveri di

madre; e lo zelo che pose a ristabilire le Immagini le ha meritato gli

onori di Santa nei registri del calendario dei Greci; ma come fu escito

dell'adolescenza, l'Imperatore ebbe a noia il giogo materno, porse

orecchio a giovani favoriti della sua età, i quali, dividendo con lui i

piaceri, avrebbero pur voluto partecipare alla sua autorità. Vinto dai

lor discorsi, e persuaso de' suoi diritti all'Impero, e de' suoi talenti

per sostenerlo, assentì che Irene, in premio de' suoi servigi, fosse

confinata per tutta la vita nell'isola di Sicilia. La vigilanza, e

l'accortezza dell'Imperatrice scompigliarono agevolmente i mal combinati

disegni. Quei giovani, e i loro instigatori ebbero quella pena d'esilio

che avean tentato di dare a lei, o fors'anche gastighi più severi; ebbe

il principe ingrato quella punizione che ricevono per lo più i

fanciulli. Da quel punto la madre e il figlio formavano due fazioni

domestiche, ed ella invece di guidarlo colla dolcezza e di sottometterlo

all'obbedienza, senza che se n'accorgesse, tenne incatenato un

prigioniero e un nemico. Per abuso di vittoria ella si perdè; il

giuramento di fedeltà, che volle per lei sola, fu pronunziato con

ripugnanza e con bisbigli; ed avendo le guardie armene avuto il coraggio

di negarlo, mosso il popolo da quest'esempio ardito, liberamente e con

voti unanimi, dichiarò Costantino VI per legittimo Imperator dei Romani.

Con questo titolo prese egli lo scettro, e condannò sua madre alla

inazione ed alla solitudine. Allora l'alterigia d'Irene s'abbassò a

dissimulare; piaggiò i Vescovi e gli eunuchi; ridestò nel cuore del

principe la tenerezza filiale, ne ricuperò la fiducia, e ne deluse la

credulità. Non mancava a Costantino nè sentimento, nè coraggio, ma s'era

trascurata a bella posta la sua educazione, e l'ambiziosa madre

denunziava alla pubblica censura i vizi da lei fomentati, e le azioni da

lei consigliate secretamente. Col suo divorzio e con un secondo

matrimonio ferì Costantino i pregiudizi degli ecclesiastici, e con un

rigore imprudente perdè l'affezione delle guardie armene. Si formò una

possente cospirazione per rimettere in trono Irene, e questo segreto,

benchè confidato a gran numero di persone, fu per più di otto mesi

fedelmente custodito. Finalmente l'Imperatore, entrato in sospetto del

pericolo che gli sovrastava, salpò da Costantinopoli con intenzione di

domandare aiuto alle province ed agli eserciti. Questa pronta fuga pose

Irene su l'orlo del precipizio; tuttavolta prima d'implorar la clemenza

del figlio, diresse una lettera particolare agli amici, ch'ella aveva

collocati al fianco del principe, e li minacciò, se mancavano alla

parola datale, di svelare il lor tradimento all'Imperatore. La paura li

fece intrepidi; arrestarono l'Imperatore sulla costa d'Asia, e lo

condussero al palazzo nell'appartamento porfirico, ove era nato.

L'ambizione avea soffocato nel cuore d'Irene tutti i sentimenti

dell'umanità e della natura; nel suo sanguinario Consiglio si decise,

che si ridurrebbe Costantino ad uno stato da non poter più regnare: gli

emissari di lei s'avventarono sul principe mentre dormiva; gli immersero

i pugnali negli occhi, con tal violenza e precipizio, che si sarebbe

detto che volessero dargli la morte. Da un passo equivoco di Teofane

argomentò l'autore degli Annali della Chiesa, che di fatto l'Imperatore

spirasse sotto quei colpi. L'autorità di Baronio ha illuso, o vinto i

Cattolici, e in ordine a questo non ha voluto il fanatismo de'

Protestanti porre in dubbio l'asserzione d'un cardinale, propenso per la

protettrice delle Immagini; ma il figlio d'Irene visse ancora molti

anni, oppresso dalla Corte, e dimenticato dal Mondo. La dinastia

Isaurica s'estinse in silenzio, e non fu richiamata la memoria di

Costantino, che pel matrimonio di sua figlia Eufrosina coll'Imperatore

Michele II.

[A. D. 792]

I più fanatici dei cattolici han giustamente detestato una madre sì

snaturata, che nella storia dei misfatti non ha forse l'uguale. La

oscurità di diciassette giorni, durante la quale molti vascelli

smarrirono la strada nel pieno meriggio, fu considerata dalla

superstizione per un effetto del suo delitto, come se il Sole, quel

globo di fuoco, sì remoto e sì ampio, avesse ne' suoi movimenti qualche

simpatia cogli atomi d'un pianeta, che gira intorno a lui. L'atrocità

d'Irene rimase per cinque anni impunita; luminoso era il suo regno; e se

la sua coscienza tacea, poteva essa ignorare, o non curare l'opinione

degli uomini. Il Mondo romano si sottomise al governo d'una donna, e

quando ella passava per le strade di Costantinopoli, quattro patrizi a

piedi, tenean le redini di quattro cavalli bianchi, attaccati al cocchio

d'oro, su cui era portata la Regina; ma quei patrizi comunemente erano

eunuchi; e la lor negra ingratitudine giustificò, in quest'occasione,

l'odio e il disprezzo che si avea per essi. Tratti dalla polvere,

arricchiti, ed elevati alle prime dignità dello Stato cospirarono da

vili contro la propria benefattrice: il gran tesoriere per nome Niceforo

fu segretamente ornato della porpora; il successore d'Irene fu collocato

nel palazzo, e coronato in S. Sofia da un Patriarca, che avevano

subornato con doni. Nel primo abboccamento col nuovo imperatore, Irene

ricapitolò dignitosamente i vari accidenti che aveano agitata la sua

vita; rimproverò dolcemente a Niceforo la sua perfidia; lasciò

trapelare, ch'egli dovea la vita alla sua clemenza poco sospettosa; poi

in compenso del trono e dei tesori, ch'ella abbandonava, domandò un

ritiro decoroso. Niceforo gli negò questo discreto compenso, e

l'Imperatrice, confinata nell'isola di Lesbo, non ebbe per sussistere

che i guadagni della sua conocchia.

[A. D. 802-811]

Non v'ha dubbio, che vi furono tiranni più rei di Niceforo; ma niuno per

avventura fu odiato più generalmente dal suo popolo. Tre vizi

vergognosi, l'ipocrisia, l'ingratitudine e l'avarizia, lo deturparono;

non supplivano i talenti al difetto di virtù, e gli mancavano qualità

piacevoli, che coprissero il difetto di talenti. Inetto e sfortunato in

guerra, fu vinto dai Saraceni, e ucciso dai Bulgari, e la sua morte si

ebbe in conto di fortuna, la quale, nell'opinion pubblica, contrappesò

la perdita d'un esercito romano. Stauracio, suo figlio ed erede, scampò

dalla battaglia con una ferita mortale; ma sei mesi d'una vita, che fu

un'agonia continua, bastarono a smentire la promessa aggradevole al

popolo, ma indecente per sè medesima, da lui fatta, dicendo, che avrebbe

in tutto evitato l'esempio del padre. Quando si conobbe che gli restavan

pochi giorni da vivere, tutti i voti e in Corte e in città s'accordarono

in favore di Michele, gran maestro del palazzo, e marito di Procopia,

sorella del principe. Non mancò a Michele che il suffragio del suo

invidioso cognato. Il quale pertinacemente fermo a ritenere uno scettro,

che gli cadeva di mano, cospirò contro la vita del successore designato,

e si lasciò sedurre dall'idea di fare dell'Impero romano una democrazia;

ma questi inconsiderati disegni non valsero che ad attizzare il popolo,

e a dissipare gli scrupoli di Michele. Il quale accettò la porpora, e il

figlio di Niceforo, col piè sul sepolcro, implorò clemenza dal nuovo

sovrano. Se in un tempo di pace fosse asceso Michele ad un trono

ereditario, avrebbe potuto essere amato e poi pianto come padre del

popolo; ma le sue virtù pacifiche si addiceano piuttosto alla oscurità

della vita privata, ed egli non seppe mai reprimere l'ambizione degli

uguali a lui, nè resistere alle armi dei Bulgari vittoriosi. Mentre per

difetto di talenti e di trionfi era egli esposto alle beffe dei soldati,

il maschio coraggio di sua moglie Procopia si concitò la loro

indignazione. Anche i Greci del nono secolo si adontarono dell'insolenza

d'una donna, che stando davanti agli stendardi, volea dirigerne le

mosse, e animarli a combattere; le loro grida tumultuose avvertirono la

nuova Semiramide di rispettar la maestà d'un Campo romano. Dopo una

campagna infelice l'Imperatore lasciò svernare in Tracia un esercito

malcontento, e comandato dai suoi nemici, i quali con artificiosa

eloquenza persuasero ai soldati esser tempo di togliersi dal governo

degli eunuchi, di degradare il marito di Procopia, e di rinnovare il

diritto della elezion militare. Marciarono adunque verso la capitale; in

questo mezzo, il Clero, il Senato, il Popolo di Costantinopoli stavano

per Michele, e le milizie e i tesori dell'Asia potevano aiutarlo a

prolungar le calamità d'una guerra civile; ma Michele per un sentimento

d'umanità, che gli ambiziosi chiameranno debolezza, protestò, che non

lascerebbe spargere per la sua causa una sola goccia di sangue

cristiano, e i suoi deputati offersero alle soldatesche, giunte di

Tracia, le chiavi della città e del palazzo. Esse furono disarmate dalla

sua innocenza e sommessione; nulla si osò contro la sua vita; non gli

furono cavati gli occhi; Michele entrò in un monastero, dove, dopo

essere stato spogliato della porpora, e separato dalla moglie, godè per

trentadue anni e più le consolazioni della solitudine e della religione.

Abbiamo già detto, che ai tempi che regnava Niceforo, un ribelle, il

celebre e sciagurato Bardane, ebbe vaghezza di consultare un Profeta

asiatico, il quale, dopo avergli annunciata la caduta del tiranno, gli

presagi la fortuna, che avrebbero un giorno Leone l'Armeno, Michele di

Frigia e Tommaso di Cappadocia, tre suoi officiali primarii. La profezia

lo informò inoltre, per quel che si asserisce, che i due primi

regnerebbero un dopo l'altro, e che il terzo farebbe un'impresa

infruttuosa, che gli sarebbe funesta. L'avvenimento avverò, o piuttosto

originò questa predizione. Dopo dieci anni, quando le milizie della

Tracia deposero il marito di Procopia, venne offerta la corona a Leone,

primo per grado nell'esercito, e segreto autore della sommossa. Come

fingeva egli d'esitare, il suo collega Michele gli disse: «Questa spada,

che ti schiuderà le porte di Costantinopoli, e che ti sottometterà la

capitale, te la immergerò nel seno, se tu ti opponi alle giuste brame

de' tuoi commilitoni». Assentì l'Armeno ad accettare la porpora, e regnò

sette anni e mezzo col nome di Leon V. Educato nei campi, e ignaro di

leggi e di lettere, introdusse nel governo civile il rigore, ed anche la

crudezza della disciplina militare; ma se la sua severità fu talvolta

pericolosa per gl'innocenti, almeno fu sempre terribile pei colpevoli.

Colla sua incostanza in ordine alla religione, si meritò l'epiteto di

Camaleonte, ma i Cattolici, per bocca d'un santo confessore, hanno

riconosciuto, che la vita dell'Iconoclasta fu utile allo Stato. Lo zelo

di Michele ebbe in premio ricchezze, onori e comandi militari, e

l'Imperatore seppe impiegare a beneficio del Pubblico i suoi talenti

adatti soltanto ad un posto secondario; ma non fu contento il Frigio a

ricevere come un favore una scarsa porzione di quell'Impero, che egli

avea procacciato ad un uguale, e finalmente il suo malumore, dopo averlo

esalato per qualche tempo in parole imprudenti, fu da lui manifestato in

una guisa più minacciosa contro un principe ch'egli dipingeva come un

tiranno crudele. Tuttavia questo tiranno scoperse, in più volte, i

disegni dell'antico suo collega; lo ammonì, e gli perdonò sin a tanto

che in fine il timore ed il risentimento la vinsero a fronte della

gratitudine. Dopo un lungo esame delle azioni e delle intenzioni di

Michele, fu questo convinto del reato di lesa maestà, e condannato ad

essere arso vivo nella fornace dei bagni privati. La pia umanità

dell'Imperatrice Teofane divenne funesta al marito suo ed alla sua

famiglia; era fissata l'esecuzione al venticinque dicembre; ella

rappresentò, che un sì inumano spettacolo mal conveniva

nell'anniversario della nascita di Cristo, e Leone, sebbene con

ripugnanza, concedette una sospensione che pareva ragionevole; ma nella

vigilia di Natale, da un'interna inquietudine fu condotto l'Imperatore a

visitare, nel silenzio della notte, la stanza ove era detenuto Michele,

e lo trovò, che sciolto dalle catene, dormiva profondamente sul letto

del suo custode: quest'indizio di sicurezza e d'un accordo cogli uomini,

che erano mallevadori della persona del carcerato, sbigottì non poco

Leone: egli si ritirò senza fare strepito, ma uno schiavo nascosto in un

canto della prigione, lo vide entrare ed uscire. Col pretesto di

chiedere un confessore, Michele avvisò i congiurati, che i loro giorni

dipendevano omai dalla sua discrezione, e che non avean che poche ore

per salvarsi, e per liberare il loro amico e l'Impero. Nelle grandi

feste ecclesiastiche un drappello di sacerdoti e di musici andava a

palazzo, passando per una picciola porta, a cantare i mattutini nella

cappella, e Leone, che faceva osservar nel suo coro una disciplina così

esatta come nel campo, quasi sempre assisteva a questo ufficio della

mattina. I congiurati, vestiti degli abiti ecclesiastici, e armati di

spada, nascosta sotto le vesti, entrarono alla rinfusa con quelli che

doveano ufficiare; s'appiattarono negli angoli della cappella,

aspettando che l'Imperatore intuonasse il primo salmo, che appunto era

il segnale convenuto. Subito s'avventarono ad uno sciagurato, ch'essi

credeano Leone; potea l'oscurità del giorno, e l'uniformità del

vestimento favorire la fuga del principe, ma quelli ben tosto s'avvidero

dello sbaglio, e accerchiarono da tutti i lati la regia vittima.

L'Imperatore senz'armi e senza difensori, afferrata una croce pesante

contenne gli assassini per qualche istante; dimandò grazia, ma gli fu

risposto da una voce terribile «esser quello il momento non della

misericordia, ma della vendetta». Un fendente di sciabola atterrò da

prima il suo braccio destro e la croce; e poscia fu egli trucidato ai

piè dell'altare.

[A. D. 820]

Il destino di Michele secondo, cognominato il Balbo, per un difetto che

avea nell'organo della parola, diede occasione ad un cangiamento

memorabile. Campò egli dalla fornace cui era stato condannato per salire

al trono dell'Impero, e perchè in mezzo al tumulto non si potè subito

trovare un fabbro ferraio, gli restarono le catene alle gambe per molte

ore, dopo che fu asceso sul soglio dei Cesari. Senza vantaggio alcuno

del popolo fu versato il sangue reale, ch'era stato il prezzo

dell'esaltazion di Michele. Conservò egli sotto la porpora i vizi

ignobili della sua nascita, e perdè le province con grande indifferenza,

come se le avesse ricevute per eredità dai suoi avi. Gli fu conteso

l'Impero da Tommaso di Cappadocia, l'ultimo dei tre officiali

contemplati dalla predizione fatta a Bardane. Dalle rive del Tigri e

dalle sponde del mar Caspio condusse Tommaso in Europa ottantamila

Barbari ad assediare Costantinopoli; ma si impiegarono tutti i presidii

temporali e spirituali a difendere la capitale. Avendo un Re bulgaro

investito il campo degli Orientali, Tommaso o per disgrazia, o per

debolezza cadde vivo in potere del vincitore. Gli furon tagliati i piedi

e le mani; fu messo sopra un asino, e in mezzo alle villanie della

plebaglia fu condotto in giro per le vie, ch'egli irrigava col suo

sangue. L'Imperatore assistette a questo spettacolo, e da ciò si potrà

giudicare quanto feroci o depravati fossero i costumi di allora.

Michele, sordo ai lamenti del suo commilitone, si ostinava a volere

discoprire i complici della ribellione; ma un ministro o virtuoso o reo

lo trattenne, chiedendogli: «se presterebbe fede alle deposizioni d'un

nemico contro i suoi amici più fedeli». Perduta che ebbe l'Imperatore la

moglie, fu indotto dal Senato a sposare Eufrosina, figlia di Costantino

VI, che viveva in un monastero, ed egli acconsentì alla preghiera. Per

un riguardo probabilmente all'augusta nascita d'Eufrosina, si dichiarò

nel contratto nuziale, che i figli suoi dividerebbero l'Impero col loro

fratello primogenito, ma questo secondo matrimonio fu sterile, ed

Eufrosina si contentò del titolo di madre di Teofilo, figlio e successor

di Michele.

[A. D. 829]

Teofilo ci dà l'esempio ben raro d'un eretico e d'un persecutore, il cui

zelo religioso ha dimostrato, e forse esagerato le sue virtù. I suoi

nemici fecero prova sovente del suo valore, e i sudditi della sua

giustizia. Ma il valore fu temerario ed infruttuoso; la giustizia

arbitraria e crudele. Spiegò lo stendardo della Croce contro i Saracini;

ma le sue cinque imprese terminarono con una tremenda sconfitta. Amorio,

patria de' suoi antenati, fu rasa, e dalle sue fatiche militari non

ricavò altro, che il soprannome di Sfortunato. Un sovrano fa mostra

della sua sapienza nell'istituire leggi, e nell'eleggere magistrati; e

mentre sembra inerte, il governo civile fa la sua rivoluzione intorno al

suo centro col silenzio e col buon ordine del sistema planetario.

Teofilo fu giusto, come lo sono i despoti dell'Oriente, i quali,

esercitando l'autorità da sè, seguono la ragione, o la passione del

momento, senza pensare alle leggi, o senza misurare col delitto la pena.

Una povera donnicciuola venne a gettarsegli ai piedi e a dolersi del

fratello dell'Imperatrice, il quale aveva edificato il suo palazzo a

tale altezza, che privava d'aria e di Sole la sua bassa abitazione.

Provata la cosa, invece di darle, come avrebbe fatto un giudice

ordinario, quel compenso che bastava nel caso, od anche di più, le

assegnò il palazzo e il terreno; non contento di questo decreto

stravagante, trasformò un affar civile in azion criminale, e il misero

patrizio nella pubblica piazza di Costantinopoli fu battuto colle

verghe. Per falli leggieri, per un difetto d'equità o di vigilanza, i

suoi principali ministri, un prefetto, un questore, un capitan delle

guardie erano cacciati in esilio, mutilati, immersi entro la pece

bollente, o abbruciati vivi nell'Ippodromo. Naturalmente queste

terribili condanne, dettate forse dall'errore e dal capriccio alienarono

da lui l'affetto dei migliori e de' più saggi cittadini; ma l'orgoglioso

monarca si compiaceva di questi atti di potere, ch'egli considerava come

atti di virtù; tranquillo nella sua oscurità facea plauso il popolo al

pericolo ed alla umiliazione dei Grandi. A dir vero, tanto rigore fu in

qualche parte giustificato da conseguenze salutari, avvegnachè dopo

esatte ricerche per diciassette giorni non si trovò nè nella capitale,

nè in Corte un sol motivo di doglianza, nè abuso da denunziare; si dee

fors'anche concedere, che fosse mestieri reggere i Greci con uno scettro

di ferro, e che il ben pubblico è il movente e la legge del magistrato

supremo. Nel giudicare del delitto di lesa maestà questo giudice è

credulo o parziale più d'un altro. Condannò Teofilo a tarda pena gli

assassini di Leone, e i liberatori di suo padre, continuando egli a

godere il frutto del lor delitto; e la gelosa sua tirannia immolò alla

propria sua sicurezza il marito di sua sorella. Un Persiano della razza

de' Sassanidi era morto a Costantinopoli nell'esilio, e nella povertà,

lasciando un figlio unico del suo matrimonio con una plebea. Questo

fanciullo, di nome Teofobo, era nell'età di dodici anni, quando venne in

cognizione del secreto della sua nascita, e non era già indegno il suo

merito di tal origine. Fu educato nel palazzo di Bizanzio da cristiano e

da soldato, fece rapidi passi nella strada della fortuna e della gloria;

sposò la sorella dell'Imperatore, ed ebbe il comando di trentamila

Persiani, che come suo padre aveano lasciato il lor paese per iscampare

dai Musulmani. Quei trentamila guerrieri, accoppiando i vizi de'

fanatici a quelli delle milizie mercenarie, vollero rivoltarsi contro al

lor benefattore, e inalberare il vessillo del principe concittadino; ma

il fedele Teofobo ne ributtò la proferta, scompigliò le trame, e si

ricoverò nel campo, o nel palazzo del cognato. Se l'Imperatore lo

ammetteva ad una generosa confidenza avrebbe procacciato un bravo e fido

tutore a sua moglie, e al figlio ancor tenero, che Teofilo nel fior

degli anni avea lasciato erede dell'Impero. Le infermità corporali, e

l'indole invidiosa crebbero in lui le inquietudini; ebbe timore di

virtù, che poteano farsi pericolose nel debole stato suo, e nel letto di

morte domandò la testa del Principe persiano. Dimostrò un piacere

barbaro, ravvisando le sembianze del fratello: «Tu non sei più Teofobo»

egli disse, e ricadendo sull'origliere, soggiunse con voce agonizzante:

«E anch'io ben presto, troppo presto oimè, non sarò più Teofilo». I

Russi, che presero dai Greci il maggior numero delle loro leggi civili

ed ecclesiastiche, han mantenuto sino all'ultimo secolo un'usanza

singolare in occasione del matrimonio del Czar: raunavano le giovanette,

non già di tutti i gradi e di tutte le province, il che sarebbe stato

ridicolo ed impossibile, ma quelle della primaria Nobiltà, e le

obbligavano ad aspettare in palazzo l'elezion del sovrano. Vuolsi, che

si osservasse quest'uso per le nozze di Teofilo. Egli passeggiò con un

pomo d'oro in mano in mezzo a quelle Belle schierate in due file: le

grazie di Icasia fissarono i suoi sguardi, e questo principe, poco

destro ad introdurre un discorso, non trovò altro da dirle se non che le

Donne avean fatto gran male: «è vero, Sire, rispose la giovanetta

vivacemente, ma han fatto anche molto bene». Questa affettazione di

spirito fuor di tempo spiacque all'Imperatore; che le voltò le spalle.

Icasia andò a nascondere la sua vergogna in un convento, e Teodora,

ch'era stata modestamente zitta ebbe il pomo d'oro. Fu degna dell'amore

del suo padrone; ma non potè sottrarsi alla sua severità. Dal giardino

del palazzo, avendo veduto un vascello assai carico ch'entrava in porto,

e informato, ch'era pieno di merci della Siria, appartenenti a sua

moglie, condannò alle fiamme la nave, e fece amaro rimbrotto a Teodora

perchè avviliva la dignità d'Imperatrice, facendo la mercantessa:

tuttavolta in punto di morte le affidò la tutela dell'Impero, non che

del figlio Michele, che aveva allora cinque anni. Il nome di Teodora

divenne caro ai Greci pel ristabilimento delle Immagini, e per la totale

espulsione degli Iconoclasti; ma nel suo fervor religioso ella non

trascurò le premure volute dalla gratitudine per la memoria e la

salvezza di suo marito. Dopo tredici anni d'un'amministrazione saggia e

temperata, s'avvide che la reputazione di lei declinava; ma questa

seconda Irene imitò solamente le virtù della prima. Invece di tentar

nulla contro la vita e l'autorità del figlio, si consacrò senza

resistere, ma non senza dolersi, alla solitudine della vita privata,

compiangendo i vizi, l'ingratitudine e la ruina inevitabile dell'indegno

suo figlio.

[A. D. 842]

Fra quelli, che successori di Nerone e d'Elagabalo ne imitarono la

malvagità, non s'era per anche trovato un principe, che considerasse il

piacere come la cosa più importante della vita, e la virtù come nemica

del piacere. Per quanto grandi fossero le cure di Teodora per

l'educazione del figlio, la disgrazia di questo principe fu d'essere

sovrano prima d'esser uomo; ma se si adoperò questa madre ambiziosa ad

impedire che la sua ragione si sviluppasse, non potè calmarne il bollore

delle passioni, e il suo procedere, interessato per sè, fu giustamente

punito dal dispregio e dalla ingratitudine di quel giovinastro caparbio.

Di diciott'anni scosse il freno di Teodora, senz'avvedersi che non era

in caso da governar l'Impero, nè da governar sè stesso. Alla partenza di

Teodora, abbandonarono la Corte la sapienza e la gravità; non si videro

più regnare che il vizio o la follia alternativamente, e non fu

possibile acquistare, o conservare il favore del principe senza perdere

la pubblica estimazione. I milioni accumulati pei bisogni dello Stato

furono profusi ai più vili degli uomini che lo adulavano, e

partecipavano ai suoi sollazzi; e in un regno di tredici anni il più

opulento monarca si ridusse a vendere gli ornamenti preziosi del suo

palazzo e delle Chiese. Somigliante a Nerone, era pazzo pei divertimenti

teatrali, e al par di lui sentiva dispetto d'essere superato in cose,

per le quali doveva arrossire della sua abilità. Ma lo studio che aveva

fatto Nerone della musica e della poesia indicava qualche gusto per le

arti liberali; e le inclinazioni più basse del figlio di Teofilo eran

tutte pel corso di carri nell'Ippodromo. Non cessavano di ricreare gli

oziosi abitanti della capitale le quattro fazioni, ch'aveano disturbata

la pubblica quiete: l'Imperatore prese per sè la divisa degli Azzurri;

distribuì ai suoi favoriti i tre colori rivali, e nell'ardenza sua per

questi vili esercizi, dimenticò la dignità della sua persona, e la

sicurezza degli Stati. Impose silenzio a un corriere, che per informarlo

che il nimico aveva invaso una provincia dell'Impero, s'avvisò di

fermarlo nel momento più bello della corsa, e fece estinguere i fuochi

importuni, che, fatti segnali di pericolo, troppo spesso metteano lo

spavento nei paesi fra Tarso e Costantinopoli. I più bravi aurighi

avevano il primo posto nella sua confidenza, e nella sua stima;

accettava banchetti da loro, e ne teneva i figli al Sacro Fonte: allora

si facea bello della sua popolarità, e affettava di biasimare il freddo

e maestoso contegno de' suoi predecessori. Erano omai divenute ignote

all'Universo quelle dissolutezze contrarie alla natura, che disonorarono

anche l'età virile di Nerone; ma Michele logorava le forze in braccio

all'amore ed alla intemperanza. Riscaldato dal vino, nelle sue orgìe

notturne, dava gli ordini i più sanguinari, e quando col ritorno della

ragione, si facea sentire l'umanità, era poi costretto ad approvare

l'utile disobbedienza dei servi. Ma una delle prove più straordinarie

della cattiva indole di Michele è la profana licenza, con che metteva in

ridicolo la religion del paese. Sia pure, che la superstizion dei Greci

potesse movere a riso un filosofo; ma il riso del saggio sarebbe stato

ragionevole e temperato, e avrebbe disapprovata la sciocca ignoranza

d'un giovine, che insultava gli oggetti della pubblica venerazione. Un

buffone di corte si vestiva da Patriarca; i suoi dodici Metropolitani,

uno de' quali era l'Imperatore, si coprivano di abiti ecclesiastici;

maneggiavano e profanavano i vasi sacri, e a rallegrare i lor baccanali

amministravano la Santa Comunione con un ributtante miscuglio d'aceto e

di senapa. Nè già si teneano ascose queste empietà ai pubblici sguardi;

in un giorno di gran festa, l'Imperatore, i suoi vescovi e i suoi

buffoni correndo per le vie, montati sopra giumenti, incontrarono il

vero Patriarca, seguìto dal suo Clero, e con grida licenziose, e lazzi

osceni sconcertarono la gravità di quella processione cristiana. Non mai

uniformossi Michele alle pratiche della devozione, se non che per

oltraggiare la ragione e la verace pietà; raccogliea da una statua della

Vergine le corone teatrali, e violò la tomba imperiale di Costantino,

l'Iconoclasta, pel piacere di arderne le ossa. Questo contegno

stravagante lo rendette tanto spregevole, quanto era odioso. Ogni

cittadino desiderava ardentemente la liberazione della patria, e i suoi

favoriti medesimi temevano, non un suo capriccio li privasse di ciò, che

dono era d'un capriccio. Nell'età di trent'anni, e in grembo

all'ebbrezza ed al sonno, Michele III fu assassinato nel suo letto dal

fondatore d'una nuova dinastia, al quale egli aveva conferito un grado e

un potere uguale al suo proprio.

[A. D. 867]

La genealogia di Basilio il Macedone, se pure non fu inventata

dall'orgoglio e dall'adulazione, fa ben palese a quali rivoluzioni sieno

esposte le più illustri famiglie. Gli Arsacidi, rivali di Roma, avevan

data la legge in Oriente quasi per quattro secoli; continuò un ramo

cadetto di quei Re Parti a regnare in Armenia, e poi sopravvisse alla

divisione ed alla servitù di quell'antica monarchia. Due di que'

principi, Artabano e Cliene, si rifuggirono o si ritirarono alla Corte

di Leon I, che usò loro generosa accoglienza, e onorevolmente li collocò

nella provincia di Macedonia; posero poi stanza in Andrinopoli. Colà

sostennero per più generazioni la dignità dei lor natali, e zelanti per

l'Impero romano rigettarono le offerte seducenti dei Persiani e degli

Arabi, che li richiamavano in patria: ma a poco a poco il tempo e la

povertà ne oscurarono lo splendore, e il padre di Basilio si ridusse a

coltivare colle sue mani un poderetto; non di meno troppo altero per

avvilire il sangue degli Arsacidi con un matrimonio plebeo, sposò una

vedova d'Andrinopoli, che vantava Costantino fra i suoi avi, e potè il

loro figlio millantare qualche vincolo di parentela, o almen di nazione

con Alessandro il Macedone. Questo figlio, per nome Basilio, appena

aveva veduto il giorno, quando colla sua famiglia e cogli abitanti della

città ov'era nato, fu rapito dai Bulgari, che vennero a devastare

Andrinopoli: fu allevato nella servitù in un clima straniero, e quella

disciplina severa gli procacciò un vigore di corpo e una pieghevolezza

di mente che poi divennero la cagione del suo esaltamento. Sin dalla

prima gioventù, o quando appena toccava l'età virile, fu del numero di

quei prigionieri romani che spezzarono i lor ferri coraggiosamente; dopo

avere attraversata la Bulgaria, afferrate le coste dell'Eusino, e

sconfitti due eserciti di Barbari, s'imbarcarono su vascelli già

apparecchiati pel loro arrivo, e tornarono a Costantinopoli; quindi

ciascheduno si restituì alla sua famiglia. Basilio ricuperata la

libertà, era tuttavia miserabile. Dai guasti della guerra era stato

rovinato il suo podere: morto il padre, non bastava più il lavoro delle

sue mani, o quel che guadagnava servendo a mantenere una famiglia

d'orfanelli; deliberò dunque di cercare un campo più luminoso, ove le

sue virtù, e i suoi vizi potessero condurlo alla grandezza. Giunto a

Costantinopoli, senz'amici senza denari, oppresso dalla stanchezza,

passò la prima notte sui gradini della Chiesa di S. Diomede; ottenne un

po' di alimento dalla carità di un monaco; indi si pose al servigio d'un

parente dell'Imperator Teofilo, che pure avea questo nome, e quantunque

picciolissimo della persona, si conducea sempre dietro un seguito di

servi di grande statura, e di bell'aspetto. Basilio accompagnò questo

padrone, che andava a comandare nel Peloponeso; col suo merito personale

fece scomparire la nascita e la dignità di Teofilo, e strinse una

profittevole amicizia con ricca e caritativa matrona di Patrasso. Fosse

amore o affezione spirituale, questa donna, nomata Danielis, s'invaghì

delle sue belle qualità, e lo adottò per figlio; gli fece dono di trenta

schiavi, con altre liberalità, mercè delle quali potè fornire il

bisognevole ai fratelli, e comprare possedimenti nella Macedonia. La

gratitudine o l'ambizione lo riteneva ai servigi di Teofilo, e per

felice combinazione fu conosciuto dalla Corte. Avvenne che un famoso

lottatore, ch'era cogli ambasciatori della Bulgaria, aveva sfidato in

tempo del convito reale il più coraggioso e robusto che fosse tra i

Greci. Fu vantata la forza di Basilio, il quale accettò la disfida, e al

primo urto gettò il Barbaro a terra. Era stato deciso di tagliare i

garetti a un bellissimo cavallo indomabile ad ogni prova; Basilio lo

soggiogò coll'intrepidezza e destrezza solita, ed ottenne quindi un

impiego decoroso nella scuderia imperiale; ma non era possibile entrar

nelle grazie del Re, senza adattarsi ai suoi vizi. Il nuovo favorito

divenne gran ciamberlano del palazzo, e si tenne in posto con un

matrimonio vituperevole, sposando una concubina del principe, col

disonore della sorella, che succedette alla precedente. Erano state

abbandonate le cure amministrative a Cesare Barda fratello e nimico di

Teodora. Le drude di Michele gli dipinsero lo zio come uomo odioso, e da

temersi; fu scritto a Barda, che si abbisognava della sua persona per

l'impresa di Creta; questi uscì di Costantinopoli, e il ciamberlano lo

pugnalò sotto gli occhi dell'Imperatore nella tenda stessa ove gli dava

udienza. Un mese dopo quest'azione ottenne Basilio il titolo d'Augusto,

e il governo dell'Impero; egli sopportò questa associazion disuguale

sino a tanto che si credette sicuro della stima del popolo. Per un

capriccio dell'Imperatore ne fu posta a repentaglio la vita: Michele

avvilì la sua dignità, dandogli un secondo collega, che aveva servito da

remigante nelle Galee; tuttavolta non può considerarsi l'assassinio del

suo benefattore che come un atto d'ingratitudine e di tradimento; e le

chiese, ch'egli dedicò a S. Michele, furono una ben puerile e misera

espiazione dal suo misfatto.

La vita di Basilio I può nelle sue epoche diverse paragonarsi a quella

d'Augusto. Per la sua condizione non ebbe campo il Greco nella prima

gioventù d'invadere la patria con un esercito, nè di proscrivere i più

nobili de' suoi concittadini; ma la sua indole ambiziosa si piegò a

tutti gli artificii d'uno schiavo; seppe celare l'ambizione medesima ed

anche le sue virtù, e con un assassinio s'insignorì dell'Impero, cui

poscia resse con prudenza ed amore paterno. Ponno per avventura essere

in contraddizione gl'interessi d'un individuo co' suoi doveri; ma un

monarca assoluto mancherebbe di buon senso o di coraggio, separando la

sua felicità dalla gloria, o la sua gloria dalla felicità pubblica.

Sotto la lunga dominazione de' suoi discendenti fu scritta e pubblicata

la vita, o sia il panegirico di Basilio; ma la stabilità di quelli sul

trono debbe attribuirsi al sommo merito di lui. Suo nipote l'Imperator

Costantino ha voluto darci, nel descriverne il carattere, il ritratto

perfetto d'un vero monarca; e se questo debole principe non avesse

copiato un degno modello, non si sarebbe di leggieri elevato cotanto al

di sopra delle sue proprie idee e della propria condotta; ma il più

sicuro elogio di Basilio è riposto nel paragone del miserabile stato

della monarchia, quale la rapì egli a Michele, collo stato florido della

medesima, quale alla dinastia Macedone egli la trasmise. Con mano

prudente represse abusi consacrati dal tempo e dall'esempio. Se non

risvegliò il valor nazionale, restituì per lo meno all'Impero romano

qualche ordine e maestà. Era instancabile la sua applicazione, freddo il

naturale, fermo il senno, rapide le decisioni, ed osservava quella rara

e salutevole moderazione che tiene le virtù a un'uguale distanza dai

vizi contrari. Il servigio militare era tutto ristretto nell'interno del

palazzo: non ebbe nè il coraggio nè i talenti d'un guerriero; nondimeno

sotto il suo regno furono ancora formidabili ai Barbari l'armi romane.

Come tosto col rimettere la disciplina e gli esercizi militari ebbe

creato un nuovo esercito, comparve in persona sulle sponde dell'Eufrate;

atterrò l'orgoglio dei Saracini, e soffocò la pericolosa come che giusta

rivolta de' Manichei. Sdegnato contro un ribelle che gli era sfuggito

lungo tempo di mano, chiese la grazia a Dio di conficcare tre dardi nel

capo di Crisochiro; così nomavasi il suo nemico. Quel capo abbominato,

ch'egli aveva ottenuto per tradimento più che pel suo coraggio, fu

impeso ad un albero, ed esposto tre volte alla destrezza dell'arciere

imperiale; vile vendetta, più degna del secolo che dell'indole di

Basilio; ma la sua abilità principale si fece palese nell'amministrare

le pubbliche rendite, e le leggi. A riempire l'erario esausto gli fu

proposto di rivedere le donazioni malfatte del suo predecessore; fu egli

abbastanza saggio per ripigliarne la sola metà, e così si procacciò una

somma d'un milione e dugentomila lire sterline, con che provvide ai

bisogni più urgenti, e guadagnò tempo per eseguire le riforme

economiche. Tra i diversi divisamenti, diretti ad accrescere la sua

entrata, se gli propose una nuova maniera di tributo, che avrebbe messo

i contribuenti sotto il soverchio arbitrio degli esattori. Gli presentò

subito il ministro una lista di agenti onesti, e capaci per

quell'impiego. Avendoli da sè stesso esaminati, Basilio non ne trovò che

due degni d'esercitare sì pericoloso ufficio, e questi giustificarono la

stima ch'egli n'ebbe, ricusando questo contrassegno di fiducia. Ma le

assidue premure dell'Imperatore rimisero a poco a poco l'equilibrio tra

le proprietà e le contribuzioni; tra l'entrata e l'uscita fu assegnata

una somma particolare per ogni ramo di spesa, e con un metodo pubblico

furono assestati gl'interessi del principe, e quelli de' proprietari.

Dopo avere riformato il lusso della propria tavola, volle che due

demanii patrimoniali provvedessero a questa qualità di spese; le

imposizioni pagate dai sudditi servivano per la lor difesa, e il

restante ad abbellire la capitale e le province. Quantunque dispendioso

può il gusto per le fabbriche avere scusa, e meritare elogi qualche

volta, avvegnachè alimenta l'industria, promove le arti, e concorre

all'utilità o ai piaceri del Pubblico. Sensibili sono i vantaggi d'una

strada, di un acquedotto, d'uno spedale: le cento Chiese innalzate da

Basilio furono un tributo pagato alla divozione del suo tempo. Egli si

mostrò attivo ed imparziale, come giudice; bramava salvare gli accusati,

ma non temeva di condannarli, e severamente puniva gli angariatori del

popolo: quanto poi ai nemici personali, cui sarebbe stato imprudenza il

perdonare, dopo aver fatto cavar loro gli occhi, gli condannava ad una

vita di solitudine e di penitenza. I cangiamenti sopravvenuti nel

linguaggio e nei costumi volevano una revisione della giurisprudenza di

Giustiniano; quindi fu compilato in quaranta titoli e in lingua greca il

voluminoso corpo dell'Istituta, delle Pandette, del Codice e delle

Novelle; e se le Basiliche furono perfezionate e compiute dal figlio e

dal nipote, a Basilio per altro conviene originariamente attribuirne il

merito. Per un accidente di caccia ebbe fine il suo regno glorioso. Un

cervo furibondo intricò le sue corna nel cinto di Basilio, e lo levò da

cavallo. L'Imperatore fu liberato da un uomo del seguito, che tagliò il

cinto, e uccise la bestia, ma per la caduta, o per la febbre, che ne fu

conseguenza, rimase indebolito il vecchio monarca, e morì nel suo

palazzo, in mezzo ai pianti della famiglia e del popolo. Se, come è

fama, fece troncar la testa al fido servo ch'ebbe il coraggio di far uso

della spada sulla persona del suo sovrano, convien credere, che

l'orgoglio del dispotismo, sopito finchè visse, si risvegliasse ne' suoi

ultimi giorni, quando omai perduta avea la speranza di vivere.

[A. D. 886]

Dei quattro figli dell'Imperatore, uno morì prima di lui, e fu

Costantino; in quell'occasione il suo dolore e la sua credulità si

lasciarono illudere dalle adulazioni d'un impostore, e da un'apparizione

immaginaria. Stefano il più giovane, stette contento degli onori di

Patriarca e di Santo; Leone ed Alessandro ebbero entrambi la porpora; ma

il solo primogenito tenne le redini del Governo. Leone VI conseguì il

glorioso soprannome di _filosofo_; e senza dubbio l'accoppiare le

qualità di principe e di saggio, le virtù operative e le speculative,

giova molto a perfezionare l'umana natura; ma molto mancò a Leone per

pretendere questa perfezione ideale. Di fatto seppe egli per avventura

sottomettere le passioni e le brame sue all'impero della ragione? Passò

la vita in mezzo alla pompa della Corte, e nel consorzio delle sue mogli

e delle concubine; e non si può attribuire che alla dolcezza e indolenza

del suo naturale la clemenza da lui dimostrata, e la pace che s'adoperò

a mantenere. Chi oserebbe asserire ch'egli vincesse i proprii

pregiudizi, e quelli dei sudditi? Dalla più puerile superstizione era

ottenebrato il suo spirito; sanzionò colle leggi l'autorità del clero, e

gli errori del popolo; e gli oracoli, con cui rivelò in uno stile

profetico i destini dell'Impero, sono fondati su l'astrologia e la

divinazione. Chi ben guardi l'origine di quel soprannome di filosofo,

apparirà, che non fu tanto ignorante quanto la maggior parte de' suoi

contemporanei o appartenessero all'Ordine ecclesiastico, o al civile;

che dal dotto Fozio fu diretta la sua educazione, e ch'egli compose o

pubblicò assai opere sotto il suo nome in argomenti sacri e profani; ma

un suo torto domestico, la moltiplicità cioè de' suoi matrimoni,

pregiudicò la sua riputazione di filosofo, e d'uomo religioso.

Predicavansi sempre dai monaci le massime antiche sui pregi e la santità

del celibato, ed erano pur professate dalla nazione. Era permesso il

matrimonio, come un mezzo necessario alla propagazione del genere umano.

Dopo la morte d'uno de' conjugi, potea la debolezza, o il vigor della

carne, condurre il superstite a un _secondo_ matrimonio, ma un terzo era

considerato quasi una specie di fornicazione, e il celebrar le quarte

nozze era un peccato, ed uno scandolo ancora ignoto ai cristiani

dell'Oriente. L'Imperator Leone esso stesso nel principio del suo regno

aveva abolito lo stato civile delle concubine, e condannati i terzi

matrimoni, senza annullarli. Ma guari non andò, che il patriottismo e

l'amore l'indussero a violare le proprie leggi, e ad incorrere nella

pena che in simil caso aveva ai sudditi imposta. Non avendo figli dei

tre primi letti avea d'uopo l'Imperatore d'una compagna, e richiedeva

l'Impero un erede legittimo. La bella Zoe fa introdotta nella Corte per

concubina, e allorchè, partorendo, a Costantino ebbe dato prove di

fecondità, dichiarò l'Imperatore le sue intenzioni di legittimare la

madre e il figlio, e di celebrare le quarte nozze. Il Patriarca Nicola

gli ricusò la benedizione, e Leone non potè indurlo a battezzare il

principino, che a patto di congedare la sua amante; ma per l'opposito,

avendola sposata, fu escluso dalla comunione dei Fedeli. Nè le minacce

dell'esilio, nè la disfatta dei confratelli, non l'autorità della Chiesa

latina, non il pericolo d'interrompere, o di lasciare incerta la

successione al trono, valsero a piegare l'inflessibile monaco. Morto

Leone fu egli richiamato dal luogo della sua relegazione, e ricuperò le

cariche tanto ecclesiastiche che civili. Costantino, figlio di Leone,

coll'editto d'unione promulgato in suo nome, che condanna in avvenire

come scandalose le quarte nozze, impresse tacitamente una macchia sul

proprio natale.

[A. D. 911]

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 10 / 20 题