Nella lingua greca _porphyra_ vuol dir porpora, e invariabili essendo i

colori naturali, possiamo conchiudere, che la porpora tiria degli

antichi fosse un rosso scuro e carico. Un appartamento del palazzo di

Bizanzio era addobbato di porfira, ed era abitato dalle Imperatrici

quando erano incinte; quindi per indicare la qualità regia dei loro

nati, chiamavansi porfirogeniti, che vale nati nella porpora. Gran

numero d'Imperatori romani aveva avuto figli; ma Costantino VII prese

per la prima volta questo particolar soprannome. Durò il suo regno di

titolo quanto la sua vita; sei per altro de' suoi cinquantaquattr'anni

precedettero la morte del padre: il figlio di Leone fu sempre o di buon

grado, o per forza sottomesso a quelli che prendeano autorità sopra la

sua debolezza, o abusavano della sua fiducia. Alessandro, suo zio,

investito del titolo d'Augusto da lungo tempo, fu il primo collega, e il

primo padrone del principino; ma rapidamente correndo le vie del vizio e

delle follìe, il fratello di Leone in breve s'acquistò la riputazion

dell'Imperatore Michele per questo riguardo: e quando la morte lo colse,

covava nell'animo il pensiere di togliere al nipote la facoltà d'aver

figli, e di lasciare a un indegno favorito l'Impero. Gli altri anni

della minorità di Costantino furono soggetti alla madre Zoe, consigliata

successivamente da sette reggenti, che solo curando i propri interessi,

e sbramando ogni lor passione, lasciavan la repubblica abbandonata, si

soppiantavano a vicenda, e finalmente sparvero davanti a un guerriero,

che si fece padrone dello Stato. Romano Lecapeno, di nascita oscura, era

pervenuto al comando delle armate navali, e nell'anarchia dell'Impero

aveva saputo meritare o certamente ottenere la stima della nazione. Uscì

della foce del Danubio con una squadra vittoriosa e devota a lui; giunto

al porto di Costantinopoli fu salutato coi titoli di liberatore dei

popolo e di tutore del principe. Una nuova denominazione, cioè di padre

dell'Imperatore, spiegò il suo officio; ma presto ebbe a sdegno Romano

un'autorità inferiore e da ministro, e quindi intitolatosi Cesare, prese

tutta l'independenza di Re, e dominò quasi per venticinque anni. I suoi

tre figli Cristoforo, Stefano e Costantino ebbero l'un dopo l'altro gli

stessi onori; per il che discese dal primo al quinto grado il legittimo

Imperatore in quel collegio di principi. Dovè tuttavolta esser pago

della sua fortuna, e della bontà degli usurpatori, giacchè conservò la

vita e la corona. Gli esempi della Storia antica e della moderna

avrebbero agevolmente scusata l'ambizion di Romano, il quale avea nelle

mani i poteri e la legislazion dell'Impero; e la nascita illegittima di

Costantino ne avrebbe giustificata l'esclusione, nè costava gran fatica

l'aprire una tomba o un monastero alla figlia di Costantino; ma Lecapeno

non avea, per quanto pare, nè i vizi, nè le virtù d'un tiranno. Svani

nello splendore del trono il valore e l'attività della sua vita privata;

tuffatosi nel fango delle voluttà, pose in non cale la sicurezza della

Repubblica, non che della propria famiglia; ma religioso e mite di

naturale, rispettò la santità dei giuramenti, l'innocenza del giovine

Costantino, la memoria di Leone, e l'affetto del popolo. Il genio che

avea Costantino per gli studii e pel ritiro potè disarmare la gelosia

d'autorità; i libri e la musica, la penna e il pennello erano le sue

continue ricreazioni; e se impinguò di fatto la scarsa sua entrata colla

vendita de' suoi quadri, senza che se ne aumentasse il valore pel nome

dell'artista, ebbe bastevoli talenti coi quali pochi principi

potrebbero, come lui, formarsi un sussidio nelle avversità.

[A. D. 945]

I vizi condussero Romano e i suoi figli alla rovina. Morto Cristoforo,

il primogenito, gli altri due, discordi fra loro, cospirarono alla vita

del padre. Sull'ora del mezzodì, ch'era il momento della giornata nel

quale si congedavano dal palazzo i forestieri, entrarono quelli nel suo

appartamento, accompagnati da gente armata, e nel menarono vestito da

monaco nella isoletta della Propontide, dove stava una Comunità

religiosa. Allo strepito di questa rivoluzione domestica fu piena di

confusione la città; ma Porfirogenito, legittimo Imperatore, fu il solo

oggetto delle cure del Pubblico; e da una tarda esperienza impararono i

figli di Lecapeno, che aveano mandato ad effetto per un rivale il

colpevole e pericoloso disegno. Elena, lor sorella, e moglie di

Costantino, imputò loro l'intenzione, vera o falsa, d'assassinare suo

marito in un banchetto; ne sbigottirono i suoi partigiani: e i due

usurpatori prevenuti nelle lor mosse, vennero presi, spogliati della

porpora, e imbarcati per l'isola ed il monastero, ove poco stante aveano

confinato il padre. Il vecchio Romano li ricevette alla riva con un

sorriso di beffa, e dopo averli giustamente rimbrottati d'ingratitudine

e di follìa, offerse a ciascheduno de' suoi due colleghi all'Impero una

porzione dell'acqua e dei cibi vegetali, che formavano i suoi pasti.

Costantino VII contava i quarant'anni, quando divenne possessore

dell'Impero d'Oriente, e vi regnò, o parve che regnasse, per quindici

anni in circa. Gli mancava quell'energia che avrebbe potuto portarlo ad

una vita attiva e gloriosa; gli studii che aveano dilettato ed onorato i

suoi ozii, non erano più compatibili coi seri doveri di sovrano.

L'Imperatore invece di reggere i suoi Stati, s'intertenne ad insegnare

al figlio la teorica dell'arte di governare: dedito all'intemperanza e

alla pigrizia, lasciò cadere le redini dell'amministrazione in mano

d'Elena, sua moglie, che coi capricci del suo favore, facea sempre

desiderare il ministro ch'ella rimoveva, sostituendone un altro più

indegno. Nulla di meno per la sua nascita, e per le disgrazie,

Costantino era divenuto caro ai Greci; i quali ne scusarono i difetti,

ne rispettarono il sapere, l'innocenza, la carità, l'amore per la

giustizia, e onorarono la pompa de' suoi funerali con lagrime sincere.

Secondo l'antica usanza fu esposto il suo corpo con grande apparato nel

vestibolo del palazzo, e gli ufficiali dell'ordine civile e militare, i

patrizi, il senato ed il clero vennero ciascheduno la loro volta a

venerare e a baciare la spoglia esanime del loro sovrano. Prima che la

processione funebre partisse verso il luogo che serviva di sepoltura

agl'Imperatori, un araldo pronunciava questo spaventevole avviso:

«Alzati, o Re della Terra, e obbedisci agli ordini del Re dei Re».

[A. D. 959]

Fu voce che Costantino fosso morto avvelenato: Romano, suo figlio, che

aveva preso il nome dell'avo materno, succedette nel trono di

Costantinopoli. Un principe, che di vent'anni era sospetto d'aver

accelerato il momento in cui doveva ereditar da suo Padre, era, non v'ha

dubbio, perduto nella pubblica opinione; ma piuttosto che malvagio, era

debole, e s'imputava in gran parte questo delitto a sua moglie Teofane,

donna di bassa nascita, di spirito ardito e di depravati costumi. Era

ignoto al figlio di Costantino il sentimento della gloria personale e

della pubblica felicità, veri diletti di chi regna; e mentre i due

fratelli, Niceforo e Leone, trionfavano dei Saracini, egli logorava in

un ozio perpetuo i giorni dovuti al suo popolo. Nella mattina andava al

circo; a mezzodì riceveva al suo desco i senatori; passava quasi tutto

il dopo pranzo nello _Sferisterio_, o sia giuoco della palla, unico

teatro del suo valore. Varcando poscia sulla riva asiatica del Bosforo,

cacciava e uccideva quattro cignali de' più grandi e gagliardi; poi

tornava al palazzo, lieto e superbo delle sue fatiche del giorno. Era

notabile fra gli uomini della sua età per forza ed avvenenza; era di

statura diritta ed alta come un giovine cipresso: di carnagione bianca e

vivace; gli occhi erano parlanti, larghe le spalle; il naso lungo e

aquilino. Tanti pregi per altro non valsero a fissare l'amor di Teofane,

la quale dopo un regno di quattro anni, recò a suo marito un beveraggio

pari a quello ch'ella aveva apprestato a suo padre.

[A. D. 963]

Dal matrimonio con quest'empia femmina ebbe Romano due figli, che

ascesero il trono col nome di Basilio II e di Costantino IX, e due

figlie, chiamate Anna e Teofane. L'ultima sposò Ottone II, Imperator

d'Occidente; Anna fu maritata a Volodimiro, gran Duca e Apostolo di

Russia, ed essendosi congiunta sua nipote ad Arrigo I Re di Francia, il

sangue de' Macedoni, e quello forse degli Arsacidi, scorre tuttavia per

le vene della famiglia Borbonica. Morto il marito, volle l'Imperatrice

regnare sotto il nome de' figli, l'un de' quali aveva cinque anni, e

l'altro due. E presto s'avvide, quanto instabile fosse un trono che non

aveva altra colonna che una femmina, che non poteva essere stimata, e

due figli, che non poteano essere temuti. Allora volse gli occhi intorno

per rinvenire un protettore, e si gittò nelle braccia del guerriero più

prode: era essa facile, e poco dilicata in amore; ma tanto era deforme

il nuovo amante, che diede a credere, essere l'interesse per avventura

il motivo e la scusa di questo legame. Niceforo Foca avea in faccia al

popolo due meriti; quelli d'eroe e di santo. In quanto al primo egli

vantava belle e singolari prerogative: discendente di lignaggio

illustre, per imprese guerresche s'era segnalato in tutti i gradi e in

tutte le province col valor d'un soldato, e coll'arte d'un Generale, ed

avea pocostante aggiunto alla sua gloria la rilevante conquista

dell'isola di Creta: era un poco equivoca la sua religione, e il

cilicio, i digiuni, il palar devoto, l'intenzione che palesava di

ritirarsi dal Mondo, servivano di maschera ad una profonda e pericolosa

ambizione. Seppe per altro illudere un santo Patriarca, per

interposizione del quale ottenne dal senato un decreto, che gli dava

durante la minorità dei giovani principi l'assoluto comando degli

eserciti dell'Oriente. Non così tosto ebbe in pugno la fede dei Capi e

dei soldati, marciò arditamente a Costantinopoli; schiacciò i suoi

nemici; pubblicò la sua intelligenza coll'Imperatrice, e senza degradare

i figli di Teofane, prese col titolo d'Augusto la preminenza della

dignità, e la pienezza del potere; ma il Patriarca, che l'aveva portato

al soglio, non gli permise di sposare Teofane. Per questo secondo

matrimonio fu quindi assoggettato ad una pena canonica d'un anno: se gli

opponeva un'affinità spirituale, e fu d'uopo ricorrere a sutterfugii ed

a spergiuri, per attutire gli scrupoli del clero e del popolo. Perdè

l'Imperatore sotto la porpora l'amor della nazione, e in un regno di sei

anni si tirò addosso l'odio dei forestieri, non che dei sudditi, i quali

riscontrarono, in lui l'ipocrisia e l'avarizia del primo Niceforo. Io

non mi proverò a discolpare od a palliare l'ipocrisia, ma non mi

periterò d'osservare, che l'avarizia è quel vizio che più prestamente si

crede, e che si condanna con più severità. Se si tratta d'un cittadino,

rare volte abbiam cura d'esaminarne la fortuna e le spese: nel

depositario della sorte pubblica, l'economia è sempre una virtù, e

troppo spesso l'aumentare le imposizioni è un dovere indispensabile.

Niceforo, che aveva mostrato il suo animo generoso nell'usare del suo

patrimonio, consacrò scrupolosamente le pubbliche entrate a pro dello

Stato. Col ritorno d'ogni primavera osteggiava contro i Saracini in

persona, e poteano agevolmente i Romani calcolare le somme, che

provenienti dalle contribuzioni erano state spese per trionfi, per

conquisti, e per la sicurezza della frontiera dell'Oriente.

[A. D. 969]

Fra i guerrieri che lo avevano condotto a regnare, e che servivano sotto

le sue bandiere, Giovanni Zimiscè, prode Armeno e di nobile famiglia,

era quello che avea meritate ed ottenute le ricompense più segnalate.

Era di statura men che mediocre, ma in così picciolo corpo, ove stavano

accoppiate forza e bellezza, s'annidava l'anima d'un eroe. Il fratello

dell'Imperatore portando invidia alla sua fortuna, lo fece cadere dal

grado di General dell'Oriente in quello di direttor delle poste; e

perchè quegli osò dolersene, fu punito colla disgrazia e coll'esilio. Ma

Zimiscè era annoverato fra i moltissimi amanti dell'Imperatrice, e per

opera di lei ottenne di dimorare in Calcedonia nei contorni della

Capitale: s'ingegnò nelle sue visite amorose e clandestine di

compensarla di questa prova della sua bontà, e quindi Teofane consentì

lietamente alla morte d'un marito avaro e schifoso. Furono nascosti

nelle stanze più secrete del palazzo arditi e fedeli congiurati, e nelle

tenebre d'una notte d'inverno, Zimiscè e i Capi della trama

s'imbarcarono in una scialuppa, attraversarono il Bosforo, approdarono

nei dintorni del palazzo, e salirono cheti cheti per una scala di corda,

gettata dalle donne dell'Imperatrice. Nè la diffidenza di Niceforo, nè

gli avvisi datigli dagli amici, nè il tardo soccorso di suo fratello

Leone, nè quella specie di Fortezza, ch'egli avea formata nel suo

palazzo, valsero a difenderlo contro un nemico domestico, alla voce del

quale tutte le porte s'aprivano agli assassini. Stava egli dormendo

sopra una pelle d'orso distesa per terra; riscosso dallo strepito dei

congiurati, vide trenta pugnali alzati sul suo petto. Non è ben certo

che Zimiscè bagnasse le mani nel sangue del suo sovrano; ma per altro

ebbe il barbaro piacere di rimanersi spettatore della propria vendetta.

L'insultante atrocità dei sicarii ritardò per qualche istante la morte

dell'Imperatore: appena dalle finestre del palazzo fu mostrata alla

plebe la testa di Niceforo, cessò il tumulto, e l'Armeno fu acclamato

Imperatore d'Oriente. Nel giorno prescelto per la sua incoronazione,

l'intrepido Patriarca, fermatolo sulla porta della Chiesa di Santa

Sofia, gli dichiarò, che reo siccome egli era dei delitti d'assassinio e

di tradimento, dovea almeno in contrassegno di penitenza, separarsi da

una complice anche più colpevole di lui stesso. Forse questo trasporto

di zelo apostolico non dispiacque molto al nuovo Imperatore, che non

potea conservare amore, nè fiducia per una donna, la quale avea tante

volte violato i più sacri doveri. Così adunque invece d'essere a parte

del trono, Teofane fu ignominiosamente cacciata dal suo letto e dal suo

palazzo. Costei nel loro ultimo abboccamento si abbandonò agl'impeti

d'una rabbia forsennata ed inutile; accusò l'amante d'ingratitudine, si

sfogò in ingiurie, sino a battere il figlio Basilio, il quale stava,

silenzioso e sommesso davanti un collega, suo superiore; e confessando

le sue prostituzioni osò ella dichiarare, esser lui il frutto d'un

adulterio. Coll'esilio di questa donna sfacciata, e col gastigo di

parecchi de' suoi complici più oscuri, l'indignazione pubblica fu

soddisfatta. Si perdonò a Zimiscè la morte d'un principe detestato dal

popolo, ed egli collo splendore delle sue virtù fece sparire la memoria

del suo delitto. Forse la sua prodigalità fu meno utile allo Stato

dell'avarizia di Niceforo; ma la dolcezza e la generosità del suo animo

incantarono tutti quelli che lo corteggiavano, ed egli non calcò le

pedate del suo predecessore fuorchè nel sentiero della vittoria. Passò

nei campi la più gran parte della sua vita monarchica; segnalò il suo

valor personale, e la sua attività sul Danubio e sul Tigri, confini un

tempo dell'Impero romano, e trionfando dei Russi e dei Saracini, si

meritò il titolo di salvator dell'Impero, e di domator dell'Oriente.

Quando tornò dalla Siria per l'ultima volta osservò che gli eunuchi

erano possessori delle terre più fertili delle sue nuove province, e con

virtuoso sdegno esclamò. «Abbiam dunque dato battaglie, e fatto

conquisti per giovare a costoro? Per costoro adunque versiamo il sangue,

e spendiamo i tesori del popolo?» Questi rimbrotti sonarono sino in

fondo al palazzo, e la morte di Zimiscè diede forti indizi di veleno.

[A. D. 976]

Durante quest'usurpazione, o se vuolsi reggenza di dodici anni, i due

Imperatori legittimi, Basilio e Costantino, erano arrivati senza fama

all'età virile. Per la giovinezza loro non s'era potuto lasciare ad essi

l'autorità; s'erano contenuti verso il tutore con quella rispettosa

modestia dovuta alla sua età, e al suo merito, e questi, che non avea

figli, non pensò a privarli della corona: amministrò fedelmente e

saggiamente il lor patrimonio, e però la morte prematura di Zimiscè fu

pei figli di Romano una perdita più che un vantaggio. Per difetto

d'esperienza dovettero vegetare ancora nella oscurità altri dodici anni,

sotto la tutela d'un ministro che prolungò il suo dominio col

persuaderli a darsi in braccio ai divertimenti giovanili, e

coll'ispirare in essi fastidio per le occupazioni del Governo. Il debole

Costantino si rimase per sempre allacciato nelle reti di seduzione, tese

d'intorno a lui: ma il suo fratello maggiore, che sentiva gl'impulsi

d'un animo grande, e il bisogno d'operare, aggrottò il ciglio, e il

ministro disparve. Basilio fu riconosciuto per sovrano di

Costantinopoli, e delle province d'Europa. Ma l'Asia era oppressa da

Foca e da Sclero, che ora amici ora nemici, ora sudditi ed ora ribelli,

si mantenevano independenti, e si ingegnavano di procacciarsi la fortuna

di tanti usurpatori che li aveano preceduti. Contro questi nemici

domestici primieramente balenò la spada del figlio di Romano, ed essi

tremarono davanti a un principe, armato di coraggio e della forza delle

leggi. Sul punto di combattere, Foca colto da un dardo, se pure non fu

per effetto di veleno, cadde di cavallo nella fronte del suo esercito.

Sclero, che due volte era stato carico di catene, e due volte vestito

della porpora, bramava di terminar tranquillamente i pochi giorni che

gli restavano. Quando questo vecchio, cogli occhi bagnati di lagrime,

con piè vacillanti, e appoggiato a due uomini del suo seguito,

s'appressò al trono, l'Imperatore con tutta l'insolenza della gioventù e

del potere, esclamò: «È questi dunque l'uomo, che abbiam temuto per

tanto tempo?» Basilio s'era fatto forte sul trono, ed aveva richiamata

la quiete nell'Impero; ma pensando alla gloria militare di Niceforo e di

Zimiscè, non potea dormire tranquillo nel suo palazzo. Le lunghe e

frequenti imprese da lui fatte contra i Saracini, furono più gloriose

che profittevoli allo Stato; ma distrusse il reame dei Bulgari, e pare

che questo fosse il più gran trionfo dell'armi romane, dal tempo di

Belisario in poi. Pure i suoi sudditi, invece di decantare un principe

vittorioso, ne detestarono l'avidità e l'avarizia; e nel racconto

imperfetto che ci rimase delle sue imprese, non si vede che il coraggio,

la pazienza e la ferocia d'un soldato. Il suo spirito era stato guasto

da un'educazione viziosa; ma non avea per questo perduta la sua energia;

era ignaro d'ogni maniera di scienze, e pareva, che la ricordanza del

suo avolo, così dotto e così debole a un tempo, scusasse il suo

disprezzo, o vero o finto, per le leggi e pei giureconsulti, per le arti

e per gli artisti. Con tal carattere, ed in quel secolo, dovea prendere

la superstizione un dominio saldo e sicuro: dopo le prime sregolatezze

della gioventù, Basilio II si sottomise e in Corte e in campo a tutto le

mortificazioni d'un romito; portava una cocolla sotto l'abito e sotto

l'armatura; fece voto di continenza, e l'osservò, e interdisse a sè

stesso per sempre l'uso del vino e della carne. Nell'età di

sessantott'anni, sospinto dal suo genio marziale, era in procinto

d'imbarcarsi per una santa spedizione contro i Saracini della Sicilia;

lo prevenne la morte, e Basilio soprannominato il terrore dei Bulgari,

lasciò questo Mondo in mezzo alle benedizioni del clero, e alle

imprecazioni del popolo. Dopo lui, suo fratello, Costantino, godette per

tre anni circa il potere, o piuttosto i piaceri del regno, e non si

prese per l'Impero altra cura che quella di scegliersi un successore;

aveva portato sessantasei anni il titolo di Augusto, e il regno di

questi due fratelli è il più lungo e il più oscuro della monarchia di

Bizanzio.

Per tal successione in retta linea di cinque Imperatori della stessa

famiglia, che aveano occupato il trono in un periodo di cento

sessant'anni, s'erano affezionati i Greci alla dinastia Macedone,

rispettata tre volte dagli usurpatori del potere. Morto Costantino IX,

l'ultimo maschio di quella Casa apre una nuova scena meno regolare, in

cui la durata del regno di dodici Imperatori non giunge a quella del

regno di Costantino IX. Il suo fratel maggiore avea preposto

all'interesse pubblico il merito particolare della castità, e Costantino

non avea avuto che tre figlie; Eudossia che si fece religiosa, Zoe e

Teodora: erano già venute mature d'anni nell'ignoranza e nella

verginità, quando nel Consiglio del padre moribondo si trattò di

maritarle. Teodora, troppo devota, o di troppo freddo temperamento, non

volle dare un erede all'Impero; ma Zoe consentì di presentarsi, vittima

volontaria, all'altare. Le fu destinato a marito Romano Argiro,

patrizio, leggiadro di persona, e di nome accreditato; al ricusare ch'ei

fece un tal onore, gli si dichiarò, che non obbedendo, non gli restava

che la scelta fra la morte e la perdita della vista. Era egli

ammogliato, e il motivo della sua resistenza era appunto l'amore,

ch'avea per la moglie; ma questa donna generosa sagrificò la propria

felicità alla sicurezza e grandezza del marito, e chiudendosi in un

monastero, tolse di mezzo l'unico ostacolo, che gl'impedia di unirsi

alla famiglia imperiale. Dopo la morte di Costantino, passò lo scettro

nelle mani di Romano III; ma la sua amministrazione interna, e le sue

esterne imprese furono parimenti deboli ed infruttifere; l'età di Zoe,

giunta in allora al quarantottesimo anno, la rendette poco atta a dare

grandi speranze di posterità; pure acconsentiva ancora ai piaceri

amorosi, e di fatto onorava l'Imperatrice del suo favore uno de' suoi

ciamberlani, il bel Michele di Paflagonia, il cui primo mestiere era

stato quello di cambiator di monete. Per gratitudine o per ispirito di

giustizia secondava Romano questo colpevole amore, o credeva di leggieri

alle prove della loro innocenza; ma non andò guari, che Zoe verificò

quella massima romana, che una moglie adultera è capace d'avvelenare il

marito; la morte di Romano, a grande scandolo dell'Impero, fu tosto

seguita dal matrimonio di Zoe, e dall'avvenimento del suo amante al

trono sotto il nome di Michele IV. Varie furono però le speranze di Zoe;

in vece d'un amante pieno di vigore e di gratitudine, non aveva essa

posto nel talamo che un miserabile infermiccio, la salute e la ragione

del quale erano indebolite da accessi d'epilepsia, e lacerata la

coscienza dalla disperazione e dai rimorsi. Si chiamarono in soccorso di

Michele i medici i più famosi del corpo e dell'anima; si cercava di

divertirne la inquietudine con frequenti viaggi alle acque, e sulle

tombe dei Santi i più rinomati. Applaudivano i monaci alle sue

mortificazioni, e, toltane la restituzione, (ma a chi avrebb'egli

restituito?) impiegò tutti i modi, che allora credeva più opportuni ad

espiare la colpa. Mentr'egli andava gemendo e pregando sotto il sacco e

la cenere, suo fratello, l'eunuco Giovanni, prendea diletto de' suoi

rimorsi, e raccoglieva i frutti d'un delitto, di cui era stato in

secreto il più colpevole autore. Non ebbe nella sua amministrazione

altro scopo che quello di contentare la propria avarizia; e fu Zoe

trattata da schiava nel palazzo dei suoi padri, e da' suoi servi

medesimi. Accorgendosi l'eunuco, essere la malattia di suo fratello

irremediabile, pensò a far la sorte di suo nipote, che portava anch'egli

il nome di Michele, soprannominato Calafate dal mestiere di suo padre,

che lavorava alla carena dei vascelli. Seguì Zoe le volontà dell'eunuco;

adottò per suo figlio il figlio d'un operaio, e questo erede straniero

venne, alla presenza del senato e del clero, vestito del titolo e della

porpora dei Cesari. La debole Zoe fu oppressa dalla libertà e dal potere

ch'ella ricuperò alla morte del marito; pose quattro giorni dopo la

corona sul capo di Michele V, il quale con lagrime e giuramenti le avea

promesso d'esser sempre il più pronto e il più obbediente de' suoi

sudditi. Il suo regno durò poco, ed altro non offre che un esempio

odioso d'ingratitudine verso l'eunuco e l'Imperatrice, suoi benefattori.

Si vide con gioia la disgrazia dell'eunuco; ma susurrò Costantinopoli, e

lamentossi alla fine altamente dell'esilio di Zoe, figlia di tanti e

tanti Imperatori. I vizi di lei vennero dimenticati, ed imparò Michele,

che matura un tempo, in cui la pazienza degli schiavi più vili dà luogo

al furore ed alla vendetta. I cittadini d'ogni classe tumultuarono in

folla, e quella spaventevole sedizione durò pur tre giorni; assediarono

il palazzo, sforzarono le porte, levarono di prigione la _lor madre

Zoe_, Teodora di Monastero, e dannarono il figlio di Calafate a perdere

gli occhi o la vita. Videro i Greci con maraviglia sedere per la prima

volta sul medesimo trono due donne, presiedere al Senato, e dare udienza

agli Ambasciatori delle nazioni. Un governo così singolare non durò che

due mesi. Le due Imperatrici si detestavano secretamente; avevano esse

caratteri, interessi, e partigiani opposti. Sempre contraria Teodora al

matrimonio, Zoe invece infaticabile, in età di sessant'anni, consentì

tuttavia, pel ben pubblico, a soffrire le carezze d'un terzo marito, e

ad incontrare le censure della Chiesa greca. Questo terzo marito prese

il nome di Costantino X, e il soprannome di _Monomaco, solo

combattente_, parola ch'ebbe origine certamente dal valore da lui

manifestato o dalla vittoria da lui riportata in qualche pubblica, o

privata quistione. Ma i dolori della gotta lo tormentavano spesse volte,

e un tal regno dissoluto non presentò che un'alternativa d'infermità e

di piaceri. La bella vedova Sclerena di nobile famiglia, che aveva

accompagnato Costantino al suo esilio nell'isola di Lesbo, andava

superba del nome di sua favorita. Dopo le nozze di Costantino, e

l'innalzamento di lui al soglio, fu dessa investita del titolo

d'_Augusta_; la magnificenza della sua casa fu proporzionata a quella

dignità, ed abitò nel palazzo un appartamento contiguo a quello

dell'Imperatore. Zoe (tanta fu la sua delicatezza, ovvero corruzione)

permise quello scandaloso convivere, e presentossi Costantino in

pubblico fra la moglie e la concubina. Sopravvisse all'una e all'altra;

ma la vigilanza degli amici di Teodora, giunse in tempo a sturbare i

disegni di Costantino, il quale, sul finir de' suoi giorni, volea

cangiare l'ordine della successione; dopo la sua morte, rientrò essa,

per consenso dei popoli, in possessione del suo retaggio. Quattro

eunuchi governarono in pace, sotto il nome di lei, l'Impero d'Oriente; e

volendo prolungare il loro dominio, esortarono l'Imperatrice, in età

allora molta avanzata, di nominare Michele VI, suo successore. Dal

soprannome di Stratiotico si conosce, aver esso abbracciata la

profession militare; ma quel veterano, infermo e decrepito, non poteva

vedere che cogli occhi dei suoi ministri, e operare colle lor mani.

Mentr'egli andava innalzandosi al trono, Teodora, ultimo rampollo della

dinastia macedonica o basilica, scendeva nel sepolcro. Trascorsi

velocemente, e sono giunto con piacere alla fine di questo vergognoso e

distruttivo periodo di ventott'anni, durante il quale oltrepassarono i

Greci il comun limite della servitù, e, quasi vil gregge, furono

trasportati da padrone in padrone a capriccio di due femmine vecchie.

[A. D. 1057]

Rompe la notte di quella servitù un qualche lampo di libertà, o una

scintilla almeno di coraggio. Avevano i Greci conservato o ristabilito

l'uso dei soprannomi, che perpetuano la memoria delle virtù ereditarie;

e possiamo oramai distinguere il principio, la successione e le alleanze

dell'ultime dinastie di Costantinopoli e di Trebisonda. I Comneni, che

sostennero per qualche tempo l'Impero nel suo crollare, si diceano

nativi di Roma; ma era la loro famiglia domiciliata da molto tempo in

Asia. I loro retaggi patrimoniali trovavansi nel distretto di Castamona,

nei dintorni dell'Eusino; ed uno de' loro Capi, impelagato già nel mare

dell'ambizione, rivedea con tenerezza e forse con dispiacere il misero

tugurio, ma onorevole, de' suoi padri. Il primo personaggio conosciuto

di quella stirpe, fu l'illustro Manuele, che, regnante Basilio II, colle

sue battaglie, e co' suoi negoziati giunse a calmare le turbolenze

dell'Oriente. Lasciò due figli in tenera età, Isacco e Giovanni, che

colla certezza del merito legò alla gratitudine e al favore del sovrano.

Furono que' nobili giovani diligentemente ammaestrati in tutto ciò che

insegnavano i monaci, nelle arti del palazzo, e negli esercizi della

guerra; e dopo, aver servito nelle guardie, giunsero ben tosto al

comando degli eserciti e delle province. La loro fraterna unione

raddoppiò la forza ed il credito dei Comneni. Crebbero lo splendore

della loro antica famiglia, unendosi l'uno con una principessa di

Bulgaria, ch'era cattiva, e l'altro colla figlia d'un patrizio

soprannomato Caronte, a motivo dei moltissimi nemici da lui spediti al

fiume Stige. Aveano servito le schiere, loro malgrado, ma sempre

fedelmente, una caterva di effeminati Imperatori. Era l'innalzamento di

Michele VI un oltraggio a' Generali più prodi di lui; la parsimonia di

questo principe, e l'insolenza degli eunuchi aumentavano il disgusto di

quelli. Si radunarono di nascosto nella chiesa di Santa Sofia; e si

sarebbero raccolti i suffragi di quel Sinodo militare in favore di

Catacalone, vecchio e prode guerriero, se, per un sentimento di

patriottismo o di modestia, non avesse loro quel rispettabile veterano

ricordato, che la nobiltà dei natali e il merito devono essere congiunti

in colui che si vuole incoronato. Isacco Comneno unì tutti i voti. I

congiurati si separarono senza dilazione, e si condussero nelle pianure

della Frigia, capitanando le loro schiere, e i loro rispettivi

distaccamenti. Non potè Michele sostenere che una battaglia; ei non avea

sotto le sue bandiere che i mercenarii della guardia imperiale,

stranieri all'interesse pubblico, ed animati soltanto da un principio

d'onore e di gratitudine. Dopo la loro sconfitta, pieno di spavento

chiese l'Imperatore un trattato, e tale era la moderazione d'Isacco

Comneno, che già vi acconsentiva; ma venne Michele tradito da' suoi

ambasciatori, e Comneno avvertito da' suoi amici. Il primo, abbandonato

da tutti, si sottomise al voto del popolo; il Patriarca sciolse la

nazione dal giuramento prestato di fedeltà; e nel punto ch'ei rase il

capo dell'Imperatore, che rilegavasi in un monastero, si congratulò

seco, ch'egli cangiasse una corona terrestre col regno de' cieli; cambio

però che quell'ecclesiastico non avrebbe probabilmente accettato per sè

medesimo. Lo stesso Patriarca coronò solennemente Isacco Comneno; potè

la spada, ch'ei fece incidere sulle monete, essere risguardata come un

simbolo insultante, se indicar volea il diritto di conquista, ch'avea

assicurato il trono a Comneno; ma quella spada era stata sguainata

contro i nemici dello Stato, stranieri o domestici. Lo scadimento di

salute e di forze ne scemò l'attività; scorgendosi vicino a morire,

determinossi di porre qualche intervallo fra il soglio e l'eternità. Ma

in vece di lasciare l'Impero in dote a sua figlia, cedeva egli alla

ragione ed alla inclinazione che l'eccitavano a consegnare lo scettro

nelle mani di suo fratello Giovanni, principe guerriero e patriotta, e

padre di cinque figli, che mantener doveano la corona nella famiglia.

Nei modesti rifiuti di costui si potè da principio ravvisare un naturale

effetto della considerazione e dell'attaccamento che avea pel fratello,

e per la nipote; ma, nella sua inflessibile ostinazione in ricusare

l'Impero, avvegnachè abbellita dai colori della virtù, condannar si dee

una colpevole dimenticanza del proprio dovere, e una vera ingiuria, e

non comune, verso la famiglia e la patria. La porpora, che ei non volle

mai ricevere, fu accettata da Costantino Ducas, amico della Casa dei

Comneni, e che univa a nobili natali l'abitudine delle funzioni civili,

e credito in sì fatto genere di cose. Isacco si ritirò in un convento,

dove ricuperò la salute, e sopravvisse due anni all'abdicazione,

obbediente agli ordini del suo abate. Seguì la Regola di S. Basilio, e

fece gli uffizi i più servili del chiostro; ma l'avanzo di vanità, che

sotto l'abito monastico conservava tuttavia, venne appagato dalle visite

frequenti e rispettose, ch'ei ricevè dall'Imperator regnante, dal quale

era venerato qual benefattore e qual Santo.

[1067]

Se fu in realtà Costantino XI l'uomo il più degno dello scettro

imperiale, bisogna compiangere la degenerazione del suo secolo e del suo

popolo. Datosi egli a comporre puerili declamazioni, che non gli

poterono ottenere la corona dell'eloquenza, a' suoi occhi più preziosa

di quella di Roma, tutto intento agli uffici subalterni di giudice, pose

in non cale i doveri di sovrano e di guerriero. Anzi che imitare la

patriottica indifferenza degli autori del suo innalzamento, pareva non

avere altro a cuore Ducas che il potere e la fortuna dei figli, a danno

anche della Repubblica. Michele VII, Andronico I, e Costantino XII, suoi

tre figli, ebbero in tenera età il titolo d'Augusti; la morte del padre,

avvenuta non guari dopo, lasciò loro l'Impero da dividere. Affidò,

morendo, l'amministrazione dello Stato ad Eudossia, sua moglie; ma

dall'esperienza aveva egli imparato ch'ei dovea preservare la prole dai

pericoli d'un secondo matrimonio; promise Eudossia di non rimaritarsi, e

questa solenne protesta, sottoscritta dai principali senatori, fu

depositata nelle mani del Patriarca. Non erano trascorsi per anche sette

mesi, quando le bisogne d'Eudossia, o quelle dello Stato, parlarono

altamente in favore delle maschie virtù di un soldato; aveva il cuore di

lei già prescelto Romano Diogene, che dal palco di morte aveva condotto

al soglio. La scoperta d'una rea trama l'esponeva a tutto il rigor delle

leggi; la bellezza e il valore lo giustificarono agli occhi

dell'Imperatrice; lo condannò primieramente ad un esilio poco doloroso,

e il secondo giorno lo richiamo per farlo capitano degli eserciti

dell'Oriente. Ignorava il Pubblico allora ch'essa gli destinasse la

corona, e uno de' suoi mandatarii seppe giovarsi dell'ambizione del

Patriarca Sifilino per trargli di mano lo scritto, che avrebbe svelato

ad ognuno la mala fede, e la leggierezza dell'Imperatrice. Invocò da

principio Sifilino la santità dei giuramenti, e la venerazione dovuta ai

depositi; ma gli si diede ad intendere ch'Eudossia far volea Imperatore

il fratello di lui; i scrupoli allora si dissiparono, e confessò che la

pubblica sicurezza era la legge suprema; cedè lo scritto rilevante, e

alla nomina di Romano, perdendo ogni speranza, ei non poteva nè

ricuperare la carta che lo salvava, nè disdire il detto, nè opporsi alle

seconde nozze dell'Imperatrice. Udivansi però nel palazzo alcuni

susurri; i Barbari che lo custodivano agitavano le loro accette in

favore della Casa di Ducas, nè si acquetarono mai fino a tanto che

furono i giovani principi calmati dalle lagrime d'Eudossia, e dalle

solenni proteste che ricevettero della fedeltà del loro tutore, che

sostenne con gloria e dignità il titolo d'Imperatore. Narrerò più

innanzi l'infruttuoso valore, che egli oppose ai progressi dei Turchi.

La sconfitta e prigionia di lui portarono una ferita mortale alla

monarchia di Bizanzio; e, posto dal Sultano in libertà, non trovò nè la

moglie, nè i sudditi. Era stata Eudossia chiusa in un monastero, e

aveano i sudditi di Romano abbracciata quella rigida massima di legge

civile, che un uomo in poter del nimico è privo dei diritti pubblici e

particolari di cittadino, come colpito da morte. In mezzo alla generale

costernazione, fece valere il Cesare Giovanni l'inviolabile diritto de'

suoi tre nipoti: Costantinopoli l'ascoltò, e Romano, in potere allora

dei Turchi, fu dichiarato nimico della Repubblica, e ricevuto per tale

alle frontiere. Non fu più felice contra i suoi sudditi, di quel che era

stato contro gli stranieri: la perdita di due battaglie il determinò a

cedere il trono sulla promessa d'un trattamento onorevole; ma privi di

buona fede e d'umanità, lo privarono i suoi nemici della vista, e

sdegnando perfino di stagnare il sangue che usciva dalle sue piaghe, vel

lasciarono corrompersi, di modo che fu libero ben tosto dalle miserie

della vita. Sotto il triplice regno della Casa di Ducas, furono i due

fratelli cadetti ridotti ai vani onori della porpora; era il maggiore,

il pusillanime Michele, incapace di reggere le redini del Governo; e il

soprannome datogli di _Parapinace_ annunciò il rimprovero che gli si

facea, e che divideva con uno de' suoi avidi favoriti, d'avere aumentato

il prezzo del grano, e diminuitane la misura. Fece il figlio d'Eudossia

nella scuola di Psello, e coll'esempio della madre, qualche progresso

nello studio della filosofia e della rettorica; ma il carattere di lui

fu piuttosto macchiato che nobilitato dalle virtù d'un monaco, e dal

sapere d'un sofista. Incoraggiati dal disprezzo che loro inspirava

l'Imperatore, e dalla buona opinione che aveano di sè medesimi,

capitanando le legioni dell'Europa e dell'Asia, vestirono due Generali

la porpora in Andrinopoli e in Nicea; si ribellarono lo stesso mese;

portavano l'ugual nome di Niceforo, ma veniano distinti dal soprannome

di Briennio e di Botoniate. Era il primo in allora in tutta la maturità

della saggezza e del coraggio; non era il secondo commendevole che per

imprese già fatte. Mentre avanzavasi Botoniate con circospezione e

lentezza, il suo competitore, più attivo, trovavasi in arme dinanzi le

mura di Costantinopoli. Godeva Briennio il credito e il favore del

popolo; ma non seppe impedire a' suoi eserciti di saccheggiare ed ardere

un sobborgo, e il popolo, che avrebbe accolto il ribelle, rispinse

l'incendiario della patria. Questo cangiamento nella pubblica opinione

tornò a favore di Botoniate, che s'avvicinò finalmente con un esercito

di Turchi alle spiagge di Calcedonia. Si pubblicò per ordine del

Patriarca, del Sinodo e del Senato, nelle contrade di Costantinopoli, un

invito a tutti i cittadini della capitale, di raunarsi nella chiesa di

Santa Sofia, e si deliberò, in quel Concilio generale, tranquillamente e

senza disordine, intorno alla scelta d'un Imperatore. Avrebbero potuto

le guardie di Michele disperdere quella moltitudine inerme; ma il debole

principe, compiacendosi della propria moderazione e clemenza, si spogliò

delle insegne reali, ed accettò invece l'abito di monaco, e il titolo

d'Arcivescovo d'Efeso. Nacque Costantino suo figlio, e venne allevato

nella porpora, e una figlia della Casa di Ducas illustrò il sangue, e

consolidò il trono nella famiglia dei Comneni.

[A. D. 1078]

Aveva Giovanni Comneno, fratello dell'Imperatore Isacco, dopo il suo

generoso rifiuto della corona, passato il rimanente de' suoi giorni in

un riposo onorevole. Lasciava otto figli d'Anna, sua sposa, donna d'un

coraggio e d'una abilità superiori al suo sesso, e moltiplicarono tre

figlie le alleanze dei Comneni coi più nobili tra i Greci. Una morte

immatura tolse dal Mondo il maggiore de' suoi cinque figli Manuele;

Isacco ed Alessio giunsero all'Impero, e restaurarono la grandezza

imperiale della lor Casa; Adriano e Niceforo, i più giovani, ne

godettero senza fatica e senza pericolo. Alessio, il terzo e il più

stimabile di tutti, era stato dotato dalla natura delle qualità le più

preziose del corpo e dello spirito: sviluppate queste da un'educazion

liberale, erano state in processo di tempo esercitate nella scuola

dell'obbedienza e dell'avversità. L'Imperatore romano, per affetto

paterno, non volle permettergli d'esporsi nella guerra dei Turchi; ma la

madre dei Comneni venne compresa con tutta la sua ambiziosa famiglia, in

un'accusa di delitto di lesa maestà, e sbandita dai figli di Ducas in

un'isola della Propontide. Non andò guari che i due fratelli ne uscirono

per segnalarsi, e per venire in favore. Combatterono, senza dividersi, i

ribelli e i Barbari, e rimasero affezionati all'Imperatore Michele, fino

a tanto che venne egli abbandonato da tutti e da sè medesimo. Nel primo

abboccamento ch'egli ebbe con Botoniate «Principe, gli disse Alessio con

nobile candore, m'avea reso il dovere vostro nimico, i decreti di Dio e

quelli del popolo m'han fatto vostro suddito; giudicate della mia

fedeltà futura dalla mia passata opposizione». Onorato dalla stima e

dalla confidenza del successor di Michele fe' mostra del suo valore

contro tre ribelli che turbavano la pace dell'Impero, o quella almeno

degl'Imperatori. Ursello, Briennio e Basilacio, formidabili pei loro

numerosi eserciti e per la lor fama di prodi guerrieri, furono vinti

l'un dopo l'altro, e, carichi di catene, condotti al piede del trono; e

sia qualsivoglia il modo con cui vennero trattati da una Corte timida e

crudele, magnificarono essi la clemenza e il coraggio del loro

vincitore. Ma ben tosto alla fedeltà dei Comneni s'unirono il timore e

il sospetto, nè è facil cosa il bilanciare tra un suddito e un despota

il debito di gratitudine, che il primo è pronto ad esigere con una

rivolta, e di cui è tentato il secondo di liberarsi per la mano d'un

carnefice. Avendo Alessio ricusato di marciare contra un quarto ribelle,

marito di sua sorella, cancellò un tale rifiuto il merito od anche la

memoria de' suoi servigi. Provocarono i favoriti di Botoniate colle loro

accuse l'ambizion che temevano, e la fuga dei due fratelli può avere per

iscusa la necessità di difendere la libertà e la vita. Alle donne di

quella famiglia venne assegnato un asilo, rispettato dai tiranni; gli

uomini uscirono a cavallo dalla città, e inalberarono lo stendardo della

ribellione; i soldati, che a poco a poco eransi raunati nella capitale e

nei dintorni, erano consegrati alla causa d'un Capo vittorioso e

vilipeso: interessi comuni ed alleanze congiunsero a lui la Casa di

Ducas. I due Comneni si rimandavano a vicenda il trono, e questa disputa

generosa non cessò che colla risoluzione d'Isacco, il quale rivestì suo

fratello cadetto del nome e degli emblemi reali. Ritornarono sotto le

mura di Costantinopoli piuttosto per minacciare che per assediare quella

inespugnabile città; ma corrupero essi la fedeltà delle guardie, e

sorpresero una porta, mentre stava difendendosi la flotta contro

l'attivo e coraggioso Giorgio Paleologo, che in quella circostanza

combattea suo padre, senza riflettere ch'ei sudava pe' suoi discendenti.

Alessio venne incoronato, e il vecchio competitore di lui sepolto sotto

le tacite volte d'un monastero. Un esercito composto di soldati di

diverse nazioni ottenne il saccheggio della città; ma quei disordini

pubblici furono espiati dalle lagrime e dai digiuni dei Comneni, che si

sottomisero a tutte le penitenze compatibili colla possession

dell'Impero.

[A. D. 1081]

La vita dell'Imperatore Alessio è stata scritta dalla prediletta delle

sue figlie. La principessa Anna Comnena, inspirata dalla sua tenerezza e

dal desiderio lodevole di perpetuare le virtù del padre, s'avvide

benissimo che dubiterebbero i lettori della veracità di lei. Protesta a

più riprese che oltre i fatti giunti a sua cognizione personale, andò

ricercando i discorsi e gli scritti di tutti coloro, che hanno vissuto

sotto il regno d'Alessio; che dopo uno spazio di trent'anni, dimenticata

dal Mondo, ch'essa medesima ha dimenticato, la sua trista solitudine è

inaccessibile alla speranza e al timore, e che la verità, la semplice e

rispettabile verità, l'è più sacra che la gloria del padre; ma in vece

di quella semplicità di scrivere e di narrare che persuade a credere,

uno sfoggio affettato di sapere e di falsa rettorica lascia ad ogni

pagina vedere la vanità d'un'autrice. Il vero carattere d'Alessio è

coperto sotto un bel cumulo di virtù; un tuono perpetuo di panegirico e

d'apologia ci desta sospetto, e ci fa dubitare della veracità dello

scritto, e del merito dell'eroe. Non si può nondimeno negare la verità

di quest'importante osservazione: che i disordini di quell'epoca furono

la disgrazia e la gloria d'Alessio; e che i vizi de' suoi predecessori,

e la giustizia del ciclo ammassarono sul regno di lui tutte le calamità,

che affligger possono un Impero nella sua decadenza. Avevano i Turchi

vittoriosi fondato in Oriente, dalla Persia all'Ellesponto, il regno del

Koran e della Mezza Luna: il valore cavaleresco de' popoli della

Normandia invadea l'Occidente; e negli intervalli di pace, recava il

Danubio nuovi sciami di guerrieri, che acquistato avevano nell'arte

militare quello che avevano perduto dal lato della fierezza de' costumi.

Non era il mare più tranquillo del Continente, e mentre un nimico aperto

assaliva le frontiere, agitavano l'interno del palazzo traditori e

congiurati. Spiegarono i Latini improvvisamente lo stendardo della

Croce: precipitossi l'Europa sull'Asia, e tale inondazione fu in

procinto d'inghiottire Costantinopoli. Durante la procella, governò

Alessio il naviglio dell'Impero con pari destrezza e coraggio. Guidava

gli eserciti, animoso, accorto, paziente, infaticabile approfittava de'

suoi vantaggi, e sapeva risorgere da una rotta con tanto vigore, che

niente lo poteva abbattere. Ristabilì la disciplina tra le schiere; e

coi precetti e coll'esempio creò una nuova generazione d'uomini e di

soldati. Dimostrò ne' trattati coi Latini tutta la sua pazienza e

sagacità; l'occhio suo penetrante comprese di volo il nuovo sistema di

que' popoli dell'Europa, ch'ei non conosceva; e in un altro luogo verrò

esponendo le mire superiori colle quali bilanciò gl'interessi, e le

passioni dei capitani della prima Crociata. Durante i trent'anni del suo

regno, seppe frenare e compatire l'invidia, ch'egli destava ne' suoi

uguali; rimise in vigore le leggi relative alla tranquillità tanto dello

Stato che dei particolari; si coltivarono l'arti e le scienze; i confini

dell'Impero, si estesero sì in Europa come in Asia; e la famiglia dei

Comneni conservò lo scettro fino alla terza e alla quarta generazione.

La difficoltà non di meno de' tempi, in che visse, pose in chiaro alcuni

difetti del suo carattere, e ne espose la memoria a rimproveri bene o

mal fondati. Sorride il lettore agl'infiniti elogi che Anna tributa sì

spesso all'eroe fuggiasco; si può, nella debolezza, o nella prudenza a

cui lo costrinsero le critiche circostanze, sospettare un difetto di

coraggio personale, e i Latini trattano di perfidia e di dissimulazione

l'arte ch'egli usò nei negoziati. Il numero grande degli individui

d'ambo i sessi, che in allora contava la sua famiglia, accresceva lo

splendore del trono, e ne accertava la successione; ma il loro lusso ed

orgoglio ributtarono i patrizi, esaurirono il regio erario e

oltraggiarono la miseria del popolo. Sappiamo dalla fedele testimonianza

d'Anna Comnena, che le fatiche dell'amministrazione distrussero la

felicità, e indebolirono la salute d'Alessio: la lunghezza e severità

del suo Regno stancarono Costantinopoli, e quando morì, aveva perduto

l'amore e il rispetto de' suoi sudditi. Non gli poteva il clero

perdonare d'essersi servito delle ricchezze della Chiesa in difesa dello

Stato; ma il medesimo clero ne lodò le cognizioni teologiche, e

l'ardente zelo per la Fede ortodossa, ch'egli sostenne coi discorsi,

colla penna e colla spada. Il suo carattere venne impicciolito

dall'animo superstizioso de' Greci; e uno stesso principio, irregolare

ne' suoi effetti, lo condusse a fondare uno spedale pei malati e pei

poveri, e a comandare il supplicio d'un eretico che fu arso vivo sulla

piazza di Santa Sofia. Coloro che avevano seco lui vissuto intimamente,

sospettarono perfino delle sue morali e religiose virtù. Allorchè,

giunto agli estremi, lo andava Irene, sua moglie, sollecitando a cangiar

l'ordine della successione, alzò il capo, e rispose con un sospiro

accompagnato da una pia esclamazione sulla vanità di questo Mondo.

Sdegnata l'Imperatrice, gl'indirizzò queste parole, che si sarebbero

dovuto scolpire sulla sua tomba: «Tu muori come vivesti, da IPOCRITA.»

Voleva Irene soppiantare il maggiore de' suoi figli per favorire la

principessa Anna, sua figlia, la quale malgrado della sua filosofia, non

avrebbe ricusato il diadema; ma non patirono gli amici della patria, che

uscisse la successione fuor della linea maschile; il legittimo erede

levò il suggello reale di dito al padre, che non se n'avvide, o che vi

acconsentì; e l'Impero si sottomise al signore del palazzo. L'ambizione

e la vendetta spinsero Anna Comnena a tramare la morte del fratello

regnante; ma pei timori e scrupoli di suo marito essendo andato a voto

il disegno, adirata esclamò, avere la natura confuso i sessi, e dato a

Briennio l'anima d'una donna. Giovanni ed Isacco, figli d'Alessio,

conservarono a vicenda quella fraterna amicizia, che era virtù

ereditaria nella lor famiglia, e il cadetto si contentò del titolo di

_Sebastocratore_, cioè d'una dignità per poco uguale a quella

dell'Imperatore, ma spoglia d'autorità. I diritti della primogenitura

fortunatamente erano accoppiati a quelli del merito; per la carnagione

bruna, per l'asprezza dei lineamenti e la picciola statura al nuovo

Imperatore fu dato il soprannome ironico di _Calo Giovanni_ o sia

Giovanni il Bello, che poi la gratitudine dei sudditi applicò in una

maniera più seria alla sua bell'anima. Scoperta che fu la trama, doveva

Anna perdere la sua fortuna e la vita; ma fu risparmiata dalla clemenza

dell'Imperatore. Dopo avere coi propri occhi esaminata la pompa e i

tesori del palazzo di lei, egli dispose di queste ricche spoglie in

favor del più degno amico che avesse. Era questo Axuc, schiavo turco

d'origine, il quale ebbe tanta generosità da ricusare il donativo, e da

intercedere per quella che si volea punire. Il suo magnanimo padrone

commosso dalla virtù del suo favorito, ne seguì il bell'esempio; e i

rimproveri o le doglianze d'un fratello offeso furono la sola punizione

della principessa. Da quel punto non vi fu più sotto il suo regno nè

cospirazione, nè rivolta: temuto dai Nobili, amato dal popolo, non ebbe

più Giovanni la dura necessità di punire i nemici della sua persona, o

di perdonare. Durante la sua amministrazione, che fu di venticinque

anni, rimase abolita la pena di morte nell'Impero romano; legge

misericordiosa, cara all'umanità del filosofo contemplatore, ma rade

volte, in un Corpo politico, vasto, e corrotto, consentanea alla

pubblica sicurezza. Severo per sè stesso, indulgente per gli altri, era

Giovanni casto, sobrio, frugale; nè il filosofo Marc'Aurelio avrebbe

sdegnato le semplici virtù, che questo principe attingea dal cuore,

senza averle imparate nelle scuole. Spregiò e scemò il fasto della Corte

bizantina, vizio oppressivo pel popolo, e vituperevole agli occhi della

ragione. Regnando lui, nulla ebbe l'innocenza a temere, e il merito potè

sperare tutti i vantaggi. Senza arrogarsi gli offici tirannici d'un

censore, riformò a poco a poco, ma in modo sensibile, i pubblici e

privati costumi di Costantinopoli. Quel naturale perfetto, non ebbe che

la taccia dell'anime nobili, il genio delle armi e della gloria

militare; ma dalla necessità di cacciare i Turchi dall'Ellesponto e dal

Bosforo possono venir giustificate almeno nei principii le frequenti

spedizioni di Giovanni il Bello. Il Soldano d'Iconio fu chiuso nella sua

capitale, e respinti i Barbari nelle montagne, le province marittime

dell'Asia furono liberate felicemente dai nemici, almeno per qualche

tempo. Marciò più volte da Costantinopoli verso Antiochia ed Aleppo con

un esercito vittorioso, e negli assedii e nelle battaglie di questa

guerra santa i suoi alleati, i Latini, stupirono del valore e

dell'imprese d'un Greco. Già cominciava a compiacersi dell'ambiziosa

speranza di rinovare gli antichi limiti dell'Impero; aveva calda la

mente dei pensieri dell'Eufrate e del Tigri, del conquisto della Siria e

di Gerusalemme, quando un caso singolare troncò la sua vita e con essa

la pubblica felicità. Stava egli inseguendo un cignale nella valle

d'Anazarbo; mentre lottava contro l'animale furibondo, già trafitto

dalla sua chiaverina, gli cadde dal turcasso un dardo avvelenato, che

gli ferì leggiermente la mano: sopravvenne la cancrena, la quale terminò

i giorni del migliore e del più grande dei principi Comneni.

Una morte immatura avea rapito i due figli maggiori di Giovanni il Bello

e gli restavano Isacco e Manuele; guidato da giustizia, o da

predilezione, preferì egli il più giovane, e dai soldati, che aveano

applaudito al valore di quel principino nella guerra coi Turchi, fu

ratificata la scelta. Il fedele Axuc partì frettolosamente per

Costantinopoli, si assicurò della persona d'Isacco, e lo relegò in una

prigione onorevole; poi col donativo di quattrocento marchi d'argento,

comperò il voto di quelli ecclesiastici, che reggevano il clero di Santa

Sofia, e che erano assolutamente autorevoli per la consecrazion

dell'Imperatore. Non tardò Manuele a giugnere nella capitale

coll'esercito composto di vecchi soldati fedeli; suo fratello fu pago

del titolo di Sebastocratore: i sudditi ammirarono l'alta statura, e le

maniere marziali del nuovo sovrano, e s'abbandonarono alla speranza che

all'attività e al vigore giovanile congiungesse la sapienza dell'età

matura. Ma presto videro coll'esperienza, che non aveva ereditato se non

se il coraggio e i talenti del padre, ma che le virtù sociali di questo

erano state con lui sepolte nella tomba; per tutto il tempo ch'egli

regnò, cioè por trentasett'anni, fece sempre la guerra, con vario

successo, ai Turchi, ai Cristiani e alle popolazioni del deserto situato

al di là del Danubio. Combattè sul monte Tauro, nelle pianure

dell'Ungaria, sulla costa dell'Italia e dell'Egitto, sui mari della

Sicilia e della Grecia. Le conseguenze de' suoi trattati furono sentite

da Gerusalemme sino a Roma, e nella Russia; e la monarchia di Bizanzio

divenne per qualche tempo oggetto di riverenza, o di terrore, per le

Potenze dell'Asia e dell'Europa. Educato Manuele nella porpora e nel

lusso orientale, avea pur conservato il ferreo temperamento guerresco,

di cui non si trova di leggieri esempio da paragonarsegli, fuorchè nelle

vite di Riccardo I, Re d'Inghilterra, e di Carlo XII, Re di Svezia.

Tanta era la forza e l'abilità sua nel maneggio dell'armi, che Raimondo,

nomato l'Ercole d'Antiochia, non potè brandire la lancia, nè tenere lo

scudo del greco Imperatore. In un famoso torneo fu veduto sopra un

destriero focoso correre e rovesciare al primo passo due Italiani, che

avevan fama di robustissimi fra i cavalieri più gagliardi. Primo sempre

all'assalto, ed ultimo a ritirarsi, facea tremare del pari amici e

nemici, quelli per la sua salute, gli altri per la propria. In una delle

sue guerre, dopo aver messa una imboscata in fondo a una selva, era

andato avanti per trovare un'avventura pericolosa, non avendo con sè che

suo fratello, e il fido Axuc, che non avevano voluto abbandonare il

sovrano. Dopo breve zuffa, mise in fuga diciotto cavalieri; ma cresceva

il numero de' nemici, e il rinforzo spedito in suo aiuto s'avanzava con

passo lento e dubbioso; quando Manuele, senza ricevere ferita alcuna,

s'aperse la via per mezzo a uno squadrone di cinquecento Turchi. In una

battaglia cogli Ungaresi, impaziente della lentezza de' suoi

battaglioni, strappò la bandiera dalle mani dell'alfiere, che precedea

la colonna, e fu il primo e quasi il solo a passare un ponte che lo

dividea dal nimico. Nel paese medesimo, dopo aver condotto l'esercito al

di là della Sava, rimandò i battelli con ordine al Capo del navile, pena

la vita, di lasciarlo vincere o morire su quella terra straniera.

All'assedio di Corfù, rimorchiando una galera che avea presa, e stando

sulla parte più esposta del vascello, affrontò una grandine incessante

di sassi e di dardi, senz'altra difesa che un largo scudo, ed una vela

aperta; era inevitabile la sua morte, se l'ammiraglio Siciliano non

avesse ingiunto ai suoi arcieri di avere rispetto ad un eroe. Dicesi,

che un giorno uccidesse colle sue mani più di quaranta Barbari, e

ritornasse nel campo trascinando quattro prigionieri turchi attaccati

agli anelli della sua sella; sempre il primo qualvolta si trattava di

proporre, o d'accettare un duello, trafiggea colla sua lancia, o fendea

per mezzo colla sciabla i campioni giganteschi che osavano resistere al

suo braccio. La storia delle sue geste, che può considerarsi per modello

o per copia de' romanzi di cavalleria, dà sospetto della veracità dei

Greci; nè io per comprovare la credenza che si debbe averne, rinuncierò

a quella che posso meritare; osserverò tuttavolta, che nella lunga serie

dei loro annali, Manuele è quel solo principe, che abbia data occasione

a così fatte esagerazioni. Ma al valor d'un soldato non seppe

congiungere l'abilità, o la prudenza d'un Generale; dalle sue vittorie

non risultò veruna conquista, che utile fosse o durevole, e quegli

allori, che avea mietuti, combattendo coi Turchi, s'appassirono

nell'ultima campagna, in cui perdette l'esercito sulle montagne della

Pisidia, e fu debitor della vita alla generosità del Soldano. Il

carattere per altro più singolare dell'indole di Manuele, si vede nel

contrapposto, e nell'alternativa d'una vita or laboriosa, ora indolente

nelle più dure fatiche, e nei sollazzi più effeminati. In guerra parea

che ignorasse che si può vivere in pace; e nella pace sembrava inetto a

far guerra. In campagna dormiva al sole o sulla neve; nè uomini, nè

cavalli potean resistere agli stenti ch'egli durava nelle sue lunghe

corse militari; egli dividea, ridendo, l'astinenza e il regime frugale

delle sue soldatesche; ma appena tornato a Costantinopoli si dava tutto

alle arti, ed ai piaceri d'una vita voluttuosa: negli abiti, nella

tavola e nel suo palazzo spendeva più che non aveano fatto i suoi

predecessori, e passava i lunghi giorni della state nell'isole deliziose

della Propontide ozioso, e in braccio agli amori incestuosi, di cui

godeva colla nipote Teodora. I dispendii d'un principe guerriero e

dissoluto sprecarono l'entrate pubbliche, e vennero moltiplicando le

gabelle; e nelle estremità a cui fu ridotto il campo nella sua ultima

impresa contro i Turchi, dovè sopportare in bocca d'un soldato posto

alla disperazione un amarissimo rimbrotto. Lagnossi il principe perchè

l'acqua d'una fontana, alla quale spegneva la sete, era lorda di sangue

cristiano: «Non è la prima volta, o Imperatore, gridò una voce fra la

soldatesca, che tu bevi il sangue de' tuoi sudditi cristiani». Manuele

Comneno si maritò due volte: sposò primieramente la virtuosa Berta o

Irene, principessa d'Alemagna; indi la bella Maria, principessa

d'Antiochia, francese o latina d'origine. Dalla prima moglie ebbe una

figlia, da lui destinata a Bela, principe d'Ungaria, ch'era educato a

Costantinopoli sotto il nome d'Alessio, e avrebbe potuto questo

matrimonio trasmettere lo scettro romano ad una stirpe di Barbari

guerrieri, o independenti; ma come tosto Maria d'Antiochia ebbe dato un

figlio all'Imperatore, ed un erede all'Impero, rimasero aboliti i

diritti presuntivi di Bela, e gli fu negata la moglie promessa: allora

il principe ungarese ripigliò il suo nome, rientrò nel reame de' suoi

padri, e manifestò tante virtù ch'ebbero ad eccitare la gelosia dei

Greci col rincrescimento d'averlo perduto. Il figlio di Maria fu

nominato Alessio, e in età di dieci anni, salì al trono di Bizanzio,

quando la morte del padre ebbe posto termine alla gloria della razza dei

Comneni.

[A. D. 1180]

Qualche volta gl'interessi e le passioni contrarie aveano disturbata

l'amicizia fraterna dei due figli d'Alessio il Grande. Dall'ambizione fu

tratto Isacco _Sebastocratore_ a fuggire ed a ribellarsi. La fermezza e

la clemenza di Giovanni il Bello lo ricondussero a sommessione. Leggieri

e di poca durata furono gli errori d'Isacco, padre degl'Imperatori di

Trebisonda; ma Giovanni, il maggiore de' suoi figli, abiurò la sua

religione per sempre. Irritato per un insulto ch'ei credeva avere, a

torto od a ragione, ricevuto dallo zio, abbandonò il campo de' Romani, e

rifuggissi a quello de' Turchi. Venne premiata la sua apostasia dal

matrimonio colla figlia del Soldano, dal titolo di Chelbi, o Nobile, e

dal retaggio d'una sovranità: e nel quindicesimo secolo si gloriava

Maometto II di discendere dalla famiglia de' Comneni. Andronico,

fratello cadetto di Giovanni, figlio d'Isacco, e nipote d'Alessio

Comneno è uno degli uomini più singolari del suo secolo, e le avventure

di lui formerebbero materia di stranissimo romanzo. Fu amato da tre

donne di regia stirpe, e per giustificarne l'inclinazione debbo notare,

che questo amante fortunato aveva tutte le proporzioni, in cui consiste

la forza e la bellezza; quello che gli mancava di grazia e d'amabilità

era compensato da un maschio contegno, da un'alta statura, da muscoli

atletici, dalla sembianza e dalle maniere d'un soldato. Si mantenne sano

e vigoroso sino ad un'età molto matura, in grazia della temperanza e

degli esercizi che faceva. Un tozzo di pane e un bicchiere d'acqua erano

spesso la sua cena, o se assaggiava d'un cignale o d'un capriolo

cucinato colle sue mani, era solamente quando se l'era guadagnato con

una caccia laboriosa. Abile a maneggiare le armi, non conosceva paura;

la sua persuasiva eloquenza sapeva acconciarsi a tutti gli eventi e a

tutti gli stati della vita; aveva formato il suo stile, ma non i

costumi, sul modello di S. Paolo: in ogni azion criminosa, non gli

mancava mai coraggio a risolvere, destrezza a regolarsi, forza ad

eseguire. Morto l'Imperator Giovanni, si ritirò coll'esercito romano.

Attraversando l'Asia Minore, mentre, per caso, o a bella posta, girava

per le montagne, fu accerchiato da cacciatori turchi, e dimorò per

qualche tempo, sia volontario, sia a malgrado suo, in balìa del loro

principe. Colle sue virtù, non che co' suoi vizi acquistò il favore di

suo cugino; partecipò ai pericoli, ed ai piaceri di Manuele; e mentre

l'Imperatore vivea in un commercio incestuoso con Teodora, godeva

Andronico le buone grazie d'Eudossia, sorella della mentovata

principessa, che avea ceduto alle sue seduzioni. La quale senza riguardo

al decoro del sesso, e della condizione sua, si gloriava del nome di

concubina d'Andronico, e la Corte od il campo avrebbero potuto

ugualmente testificare, ch'ella dormiva o vegliava in braccio al suo

amante. Gli fu compagna quand'egli andò nella Cilicia, che fu il primo

teatro del suo valore, come della sua imprudenza. Stringeva egli

fortemente d'assedio la piazza di Mopsuesta; passava la giornata a

dirigere i più temerari assalti, e la notte a godere della musica e del

ballo, ed una truppa di commedianti greci era la parte del suo seguito

ch'egli pregiava di più. I suoi nemici, più vigilanti di lui, lo

sorpresero con una sortita improvvisa; ma intanto che le sue milizie

fuggivano in gran disordine, Andronico trafiggea coll'invitta sua lancia

i più folti battaglioni degli Armeni. Ritornando al campo imperiale, che

stava in Macedonia, fu accolto pubblicamente da Manuele con sembiante di

benevolenza, ma con qualche rimprovero in privato. Nondimeno per

ricompensare, o consolare il Generale sventurato gli diede l'Imperatore

i Ducati di Naisso, Braniseba e Castoria. La sua amante lo accompagnava

da per tutto; un giorno, i fratelli di questa, accesi di furore, e

bramosi di lavar nel sangue di lui la lor vergogna, piombarono

improvvisi sulla sua tenda; Eudossia lo consigliò di vestirsi da donna,

e di scampare in tal modo. Il prode Andronico non volle seguirne

l'avviso, e balzato dal letto, si aperse colla spada in mano la via in

mezzo ai suoi numerosi assassini. In quell'occasione manifestò per la

prima volta e ingratitudine e perfidia. Intavolò un indegno negoziato

col Re d'Ungaria, e coll'Imperator d'Alemagna; s'accostò alla tenda

dell'Imperatore, armato di spada in un'ora sospetta; fingendosi un

soldato latino, confessò che volea vendicarsi d'un nemico mortale, e fu

sì imprudente che lodò la velocità del suo cavallo, mercè del quale,

egli dicea, sperava di escire sano e salvo di tutti i rischii della sua

vita. Manuele dissimulò i sospetti, ma terminata che fu la campagna,

fece arrestare Andronico, e lo chiuse in una torre del palazzo di

Costantinopoli.

Questa prigionia durò più di dodici anni, nel qual tempo pel bisogno

d'esercizio e per la smania di divertirsi, non fece che cercar la via di

fuggire a sì penosa cattività. Finalmente, stando così solo e

pensieroso, scoperse un giorno in un angolo della sua camera qualche

mattone rotto; a poco a poco potè aprire un passaggio, e trovò dietro

del luogo uno stanzino oscuro e dimenticato; egli vi si appiattò con

quel che gli restava di provvisioni; dopo avere accuratamente rimessi al

posto i mattoni, e tolto ogni vestigio della sua ritirata. Le guardie,

che all'ora solita vennero a far la visita, rimasero maravigliate del

silenzio e della solitudine della prigione, e sparsero voce che

Andronico era fuggito senza che se ne sapesse il come. Allora furon

chiuse le porte del palazzo e della città; andò l'ordine il più rigoroso

alle province di assicurarsi della persona del fuggiasco, e sua moglie,

pel sospetto che ne avesse favorita la fuga, e alla quale se ne fece

vilmente un delitto, fu imprigionata nella torre medesima. Venuta la

notte, le parve di vedere uno spettro; riconobbe il marito; si divisero

fra loro i viveri, e da questi segreti intertenimenti, che mitigavano le

pene della lor prigionia, ebbe origine un figlio. A poco a poco si

rilassò la vigilanza dei guardiani commessi alla custodia d'una donna, e

Andronico era in piena libertà quando fu scoperto e ricondotto a

Costantinopoli, carico di doppia catena. Trovò egli il modo e il momento

di fuggire dalla sua prigione. Un giovanetto che lo serviva seppe

ubbriacare le guardie, e prendere colla cera l'impronto della chiavi:

gli amici di Andronico gli mandarono in fondo ad un barile le chiavi

false con un mazzo di corde. Il prigioniere, con gran coraggio e

destrezza, se ne valse, aperse le porte, calò giù dalla torre, stette

una giornata intera nascosto entro una siepe, e nella notte scalò le

mura del giardino del palazzo. Quivi lo aspettava un battello; corse

egli a casa sua, abbracciò i figli, si liberò dei ferri, e montando un

agile palafreno, si diresse rapidamente verso le rive del Danubio. In

Anchiala, città della Tracia, da un amico coraggioso fu provveduto di

cavalli e di denaro. Passò il fiume, attraversò in gran fretta il

deserto della Moldavia e i monti Carpazii, ed era già presso Haliz,

città della Russia polacca, quando fu arrestato da una banda di

Valacchi, i quali decisero di condurre questo ragguardevole prigioniero

a Costantinopoli. La sua accortezza lo liberò da questo nuovo rischio;

col pretesto d'un incomodo, smontò nella notte da cavallo, e ottenne il

permesso di ritirarsi in qualche distanza dalla soldatesca. Allora

conficcato in terra il suo lungo bastone, lo coperse col suo cappello e

con parte de' suoi abiti; si cacciò nel bosco, e ingannati così con quel

fantoccio i Valacchi, ebbe agio di rifuggirsi in Haliz. Quivi fu ben

ricevuto e guidato a Chiovia, ove resedeva il Gran Duca. Il bravo Greco

non tardò a guadagnarsi la stima e la confidenza di Jeroslao; sapeva

uniformarsi alle usanze di tutti i paesi, e fece stupire i Barbari colla

forza e l'ardimento, che usava in caccia d'orsi e d'alci della foresta.

Durante il suo soggiorno in quella contrada settentrionale meritò il

perdono dell'Imperatore, che sollecitava il principe delle Russie a unir

le sue armi con quelle dell'Impero per far un'invasione nell'Ungaria. I

valevoli maneggi d'Andronico giovarono al buon esito di questo rilevante

negoziato, e l'Imperatore, a cui promettea fedeltà, s'obbligò con un

trattato particolare a porre in dimenticanza il passato. Andronico

marciò condottiero della cavalleria russa dal Boristene alle sponde del

Danubio. Nonostante il risentimento antico, Manuele avea sempre

conservato una certa inclinazione per l'indole marziale e dissoluta

d'Andronico; e l'assalto di Zemlin, ove quegli comparve in valore il

primo dopo il sovrano, divenne occasione d'un libero ed intiero perdono.

Non così tosto fu ritornato Andronico in patria, gli rinacque in petto

la focosa sua ambizione per suo gran danno, e per quello del popolo. Una

figlia di Manuele era debole ostacolo alle mire dei principi della casa

Comnena, i quali si sentiano più degni del trono; dovea quella sposarsi

al Re d'Ungheria, e questo matrimonio offendeva le speranze e i

pregiudizi dei principi e dei nobili; ma quando si chiese loro il

giuramento di fedeltà per l'erede presuntivo, il solo Andronico sostenne

l'onore del nome romano; ricusò di prestare questo giuramento

illegittimo, e protestò altamente contro l'adozione d'uno straniero. Il

suo patriottismo offese l'Imperatore, ma era d'accordo coi sentimenti

del popolo, e il monarca, allontanandolo soltanto da sè con un esilio

onorevole, gli diede per la seconda volta il comando della frontiera

della Cilicia, colla libertà di disporre delle rendite dell'isola di

Cipro. Qui esercitarono gli Armeni ancora il suo coraggio, ed ebbero

occasione di avvedersi della sua negligenza. Gittò di sella, e ferì

pericolosamente un ribelle, che gli sconcertava ogni opera; ma scorse

ben tosto una conquista più facile e più piacevole da farsi, la bella

Filippa, sorella dell'Imperatrice Maria, e figlia di Raimondo di Poitou,

Principe latino, che regnava in Antiochia. Abbandonando per essa il

posto che dovea custodire, passò la state in balli e in tornei: gli

sacrificò Filippa l'innocenza, la stima e un matrimonio vantaggioso.

Furono i piaceri d'Andronico interrotti dalla collera di Manuele,

irritato da quest'affronto domestico; lasciò Andronico l'imprudente

principessa in preda al pianto e al pentimento, e seguito da una geldra

d'avventurieri intraprese il pellegrinaggio di Gerusalemme. La sua

nascita, la sua fama di gran guerriero, lo zelo che manifestava per la

religione, tutto lo dava a credere per uno dei campioni della Croce; si

affezionò il Re, ed il clero, ed ottenne la signoria di Berito sulla

costa di Fenicia. Abitava nel suo vicinato una giovine e bella Regina

della sua nazione e famiglia, pronipote dell'Imperatore Alessio e vedova

di Baldovino III Re di Gerusalemme. Vide essa il parente, e sentì amore

per lui; il suo nome era Teodora; fu questa Regina la terza vittima

delle seduzioni d'Andronico, e il disonore di lei fu ancora più

manifesto e più scandaloso di quello delle altre due. L'Imperatore, non

respirando che vendetta, sollecitava caldamente i suoi sudditi e gli

alleati, che avea sulla frontiera di Cilicia, ad arrestare Andronico, e

a cavargli gli occhi. Non era più sicuro in Palestina; ma la tenera

Teodora lo informava dei pericoli che incorreva, e l'accompagnò nella

sua fuga. La Regina di Gerusalemme si mostrò a tutto l'Oriente per

concubina d'Andronico, e due figli illegittimi testificarono la

debolezza di lei. Si riparò primieramente in Damasco ove, in compagnia

del gran Nureddino, e del Saladino suo servo, questo principe, educato

nella superstizione dei Greci, imparò a venerare le virtù dei Musulmani.

In qualità d'amico di Nureddino, visitò probabilmente Bagdad e la Corte

di Persia; e dopo un lungo giro intorno al mar Caspio e alle montagne

della Georgia, fermò la sua sede fra i Turchi dell'Asia Minore, nimici

ereditari de' suoi concittadini. Andronico, Teodora e la masnada di

proscritti ch'era con lui, trovarono un ricovero ospitale nei

possedimenti del Sultano di Colonia; gli provò la sua gratitudine con

frequenti scorrerie nella provincia romana di Trebisonda; ritornava

sempre con una preda ragguardevole di spoglie, e con molti prigionieri

cristiani. Amava, nel racconto delle sue avventure, paragonarsi a

Davidde, che seppe mercè d'un lungo esilio evitare le insidie dei

maligni; ma il Re profeta, osava egli aggiungere, altro non fece che

vagare sulla frontiera della Giudea, uccidere un Amalecita, e minacciare

nella sua misera situazione i giorni dell'avido Nabal. Le scorrerie

d'Andronico s'estesero più oltre; aveva egli diffuso in tutto l'Oriente

la gloria del suo nome e della sua religione. Un decreto della Chiesa

greca, in pena della sua vita errante o della sua condotta licenziosa,

l'avea separato dalla Comunion de' fedeli; prova questa stessa

scomunica, ch'egli non abiurò mai il cristianesimo.

Avea deluso o respinto ogni tentativo, fosse palese o nascosto, fatto

dall'Imperatore per impadronirsi di lui. La prigionia dell'amante il

trasse finalmente nel laccio. Riuscì al governatore di Trebisonda di

sorprendere e rapire Teodora; la Regina di Gerusalemme, e i suoi due

figli, furono spediti a Gerusalemme, e d'indi in poi trovò Andronico la

sua vita errante assai penosa. Implorò perdono e l'ottenne; di più gli

si permise di gettarsi ai piedi del suo sovrano, che appagossi della

sommissione di quell'animo altero. Colla faccia a terra, deplorò le sue

ribellioni con lagrime e gemiti; dichiarò che non si alzerebbe, finchè

un suddito fedele venisse a prenderlo per la catena, ch'erasi

secretamente attaccato al collo, e a trascinarlo sui gradini del soglio.

Destò un segno così straordinario di pentimento lo stupore e la

compassione dell'assemblea; la Chiesa e l'Imperatore gli perdonarono i

suoi mancamenti; ma Manuele, che a giusto titolo diffidava sempre di

lui, l'allontanò dalla Corte e lo confinò ad Enoe, città del Ponto,

circondata di fertili vigneti, e situata sulla costa dell'Eusino. La

morte di Manuele, e i disordini della minorità apersero bentosto alla

sua ambizione la carriera la più favorevole. Era l'Imperatore un

giovinetto di dodici in quattordici anni, e per conseguente privo del

pari di vigore, di saggezza, e di esperienza. L'Imperatrice Maria, sua

madre, abbandonava sè stessa, e le cure dell'amministrazione a un

favorito nomato Comneno; e la sorella del principe, chiamata Maria,

moglie d'un Italiano onorato del titolo di Cesare, suscitò una congiura

e finalmente una sedizione contro la sua odiosa matrigna. Si

dimenticarono le province, la capitale fu in fuoco, i vizi e le

debolezze di alcuni mesi rovesciarono l'opera d'un secolo di pace e di

buon ordine. Ricominciò nelle mura di Costantinopoli la guerra civile;

vennero le due fazioni ad una battaglia sanguinosa sulla piazza del

palazzo, e i ribelli, chiusi nella Chiesa di Santa Sofia, sostennero un

assedio regolare. Ingegnavasi il Patriarca con zelo sincero a guarire i

mali dello Stato; i più rispettabili patriotti chiedevano ad alta voce

un difensore ed un vendicatore; ripeteano tutte le lingue l'elogio dei

talenti, e per fino delle virtù d'Andronico. Affettava egli nel suo

ritiro d'esaminare i doveri, che gl'imponeva il suo giuramento: «Se la

sicurezza o l'onore della famiglia imperiale è minacciata, diceva egli,

userò per lei tutti i rimedii, che posso avere.» Inseriva a tempo, nel

suo carteggio col Patriarca e coi patrizi, alcune citazioni tratte dai

Salmi di Davide e dall'Epistole di San Paolo; e aspettava con pazienza,

che la voce de' suoi concittadini lo chiamasse al soccorso della patria.

Quando si trasferì da Enoe a Costantinopoli, il suo seguito, da

principio poco numeroso, divenne ben tosto una grossa banda, e poscia un

esercito; fu creduto sincero nelle sue professioni di religione e di

fedeltà; un abito straniero, che, colla sua semplicità, dava risalto

alla sua maestosa corporatura, richiamava alla mente d'ognuno la sua

povertà e il suo esilio. Sparvero d'innanzi a lui tutti gli ostacoli;

giunse allo stretto del Bosforo dì Tracia; uscì il navile di Bizanzio

del porto a ricevere con applausi il salvator dell'Impero. Era il

torrente dell'opinione romoreggiante e irresistibile; al primo soffiare

del vento tempestoso tutti gl'insetti, avvivati prima da' raggi del

favore del principe, si dileguarono. Subita cura d'Andronico fu

d'impadronirsi del palazzo, di salutare l'Imperatore, d'imprigionare

l'Imperatrice Maria, di punirne il ministro, e di ricondurre il buon

ordine e la pubblica tranquillità. Si condusse di poi al sepolcro di

Manuele; fu ingiunto agli astanti di rimanere a qualche distanza; e

fissandolo essi nell'atteggiamento della preghiera, udirono, o

credettero udire parole di trionfo e di risentimento: «Più non ti temo,

vecchio nimico; tu m'inseguisti, qual vagabondo, in tutte le contrade

della terra. Eccoti deposto in sicurezza sotto i sette ricinti d'una

cupola, d'onde non uscirai che al suono della tromba dell'ultimo giorno.

Tocca ora a me; calpesterò fra poco le tue ceneri e la tua posterità».

La tirannia, che in processo di tempo esercitò, fa credere di fatto che

siano stati quelli i sensi che gli dovette inspirare un tal momento, ma

non è probabile che li abbia esternati. Nei primi mesi del suo

reggimento, coperse i suoi disegni con una maschera d'ipocrisia, che

poteva ingannare soltanto la moltitudine. Fecesi l'incoronazione

d'Alessio colla solita pompa, e il perfido suo tutore, tenendo in mano

il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, dichiarò che vivrebbe, e ch'era

pronto a morire pel suo diletto pupillo. Raccomandavasi intanto ai

numerosi partigiani di sostenere, che l'Impero che ruinava non poteva

che perire sotto il regime d'un fanciullo; che soltanto un principe

esperimentato, audace in guerra, abile nella scienza del governo, e

ammaestrato dalle vicissitudini della fortuna, potea salvare lo Stato, e

che tutti i cittadini doveano costringere il modesto Andronico a

caricarsi del peso della corona. Fu tenuto anche il giovine Imperatore

d'unire la sua voce alle acclamazioni generali, e di chiedere un

collega, che non tardò a deporlo dal grado supremo, a imprigionarlo, e a

provare alla fine la veracità di quella imprudente asserzione del

Patriarca, che potevasi tenere Alessio come estinto dal momento ch'ei

verrebbe affidato al suo tutore. Con tutto ciò la sua morte fu preceduta

dalla prigionia, e dalla condanna di sua madre. Dopo avere il tiranno

macchiata la fama dell'Imperatrice Maria, ed eccitate contro lei le

passioni della moltitudine, la fece accusare e giudicare di una rea

corrispondenza col Re d'Ungaria. Lo stesso figlio d'Andronico, giovine

pieno d'onore e d'umanità, confessò l'orrore che gl'inspirava quell'atto

odioso, e tre dei giudici ebbero il merito di preferire la loro

coscienza alla propria sicurezza; ma gli altri, sottomessi alle volontà

dell'Imperatore, senza dimandare nessuna prova, e senz'ammettere alcuna

difesa, condannarono la vedova di Manuele, e lo sgraziato suo figlio ne

segnò la sentenza di morte. Maria fu strozzata; si gittò il suo corpo in

mare, e se ne bruttò la memoria nel modo che offende più d'ogni altra

cosa la vanità delle donne, disfigurandone la bellezza in una caricatura

deforme. Il supplicio di suo figlio non fu lungo tempo differito; fu

strangolato colla corda d'un arco. Sordo Andronico alla pietà e ai

rimorsi, esaminato il corpo di quell'innocente giovinetto, lo calpestò

villanamente, esclamando: «Tuo padre era un birbante, tua madre una

prostituta, e tu eri uno stolido.»

Fu lo scettro di Bizanzio la ricompensa dei delitti d'Andronico; lo

tenne tre anni e mezzo in circa, fosse in qualità di protettore, o di

sovrano dell'Impero. Fu il suo regime un miscuglio singolare di vizi e

di virtù. Quando seguiva le passioni, era il flagello del popolo, quando

consultava la ragione, n'era il padre. Mostravasi giusto e rigoroso

nell'esercizio della giustizia privata: abolì una vergognosa e funesta

venalità, e siccome aveva abbastanza discernimento per far buone scelte,

e abbastanza fermezza per punire i colpevoli, così innalzaronsi alle

dignità persone di merito; distrusse l'uso inumano di spogliare

gl'infelici naufraghi, e d'impadronirsi perfino della loro persona: le

province oppresse da tanto tempo, o neglette, si ravvivarono in seno

dell'abbondanza e della prosperità; ma mentre milioni di uomini, lontani

dalla capitale, decantavano la felicità del suo regno, i testimoni delle

sue barbarie giornaliere lo maledicevano. Mario e Tiberio hanno pur

troppo avverato quell'antico proverbio, che l'uomo il quale dall'esilio

passa all'autorità, è avido di sangue. Andronico lo avverò per la terza

volta. Esiliato dalla patria, rammentavasi egli di tutti quelli de' suoi

nimici e rivali che avean parlato male di lui, gioito delle sue miserie,

o ch'eransi opposti alla sua fortuna; unica sua consolazione era allora

la speranza della vendetta. La necessità, a cui si condusse, di

condannare il giovane Imperatore e la madre di lui, lo trasse

all'obbligo funesto di liberarsi de' loro amici, che odiar doveano

l'assassino, e lo poteano punire; l'abitudine dell'omicidio gli tolse la

volontà, o il potere di perdonare. L'orribile descrizione del numero

delle vittime, ch'egli immolò col veleno o col ferro, che fece gettare

in mare, o tra le fiamme, darebbe un'idea della sua crudeltà che farebbe

più impressione che il titolo de' giorni dell'_Alcione_ (giorni

tranquilli) applicato all'intervallo, assai raro nel suo regno, d'una

settimana in cui cessò dal versar il sangue dei popoli. Cercò di

scolpare colle leggi e pe' Giudici una parte de' suoi delitti; ma avea

lasciata cadere la maschera, e non poteano più i sudditi ingannarsi

circa l'autore delle loro calamità. I più nobili de' Greci, e quelli

precipuamente che per loro nascita od alleanza poteano aspirare alla

succession de' Comneni, si salvarono dall'antro del mostro: si

ricovrarono a Nicea od a Prusa, in Sicilia o nell'isola di Cipro; e la

loro fuga passando già per rea, aggravarono il delitto coll'inalberare

il vessillo della rivoluzione, e coll'assumersi il titolo d'Imperatori.

Con tutto ciò sfuggì Andronico al pugnale e alla spada de' suoi più

tremendi nemici; sottomise e gastigò le città di Nicea e di Prusa; bastò

il sacco di Tessalonica a ricondurre all'obbedienza i Siciliani; e se

quei ribelli che ripararono nell'isola di Cipro, si trovarono sicuri dai

colpi dell'Imperatore, giovarono non poco colla loro distanza anche ad

Andronico. Da un rivale senza merito, e da un popolo inerme fu egli

rovesciato dal trono. Avea la prudenza o la superstizione d'Andronico

pronunciata la sentenza di morte d'Isacco l'Angelo, che discendeva da

Alessio il Grande dal lato di donne; fatto forte dalla disperazione,

difese Isacco la propria libertà e la vita; dopo aver morto il

carnefice, che veniva ad eseguire l'ordine del tiranno, si ricovrò nella

chiesa di Santa Sofia. A poco a poco s'empiè il santuario d'una

moltitudine curiosa ed afflitta, che nella sorte d'Isacco prevedeva

quella della quale era essa minacciata. Ma dai gemiti passando bentosto

alle imprecazioni, e dalle imprecazioni alle minacce, osarono dimandarsi

a vicenda: «Perchè mai temiamo? perchè obbediamo? Noi siamo tanti, ed

egli è solo; la nostra pazienza è ciò che ci tiene in ischiavitù.» Allo

spuntare del dì, tutta la città era in tumulto; si forzarono le

prigioni; i meno ardenti cittadini, o i più servili, animaronsi alla

difesa della patria, e Isacco, secondo di tal nome, fu dal santuario

condotto al soglio. Andronico, ignaro del proprio pericolo, riposavasi

allora delle cure dello Stato nelle isole deliziose della Propontide.

Avea contratto un matrimonio poco decente con Alice o Agnese, figlia di

Luigi VII, Re di Francia, e vedova dell'infelice Alessio; era la sua

società, più conveniente a' suoi gusti che a' suoi anni, composta della

giovine moglie, e di quelle concubine che gli erano più care. Al primo

avviso della rivolta corse a Costantinopoli, impaziente di spargere il

sangue de' rei; ma il silenzio del palazzo, il tumulto della città,

l'abbandono generale in che vedeasi, gli recarono lo spavento all'animo.

Pubblicò un'amnistia generale; non vollero i sudditi nè ricevere

perdono, nè perdonare: propose di abbandonare la corona a suo figlio

Manuele; ma non poteano le virtù del figlio espiare le colpe del padre.

Il mare eragli ancora aperto alla fuga; ma la nuova della rivolta erasi

diffusa lunghesso la costa; cessato il timore, l'obbedienza era pure

cessata. Un brigantino armato inseguì, e prese la galea imperiale.

Andronico, carico di ferri, con una lunga catena al collo, venne

trascinato ai piedi d'Isacco l'Angelo. Vane furono la sua eloquenza e le

lagrime delle donne che l'accompagnavano; non potè sottrarsi alla morte;

ma in vece di dare a tale sentenza le forme decenti d'una punizione

legale, l'abbandonò il nuovo monarca alla folla numerosa di quelli, che

furono dalla sua crudeltà privi d'un padre, d'un marito, d'un amico. Gli

strapparono i denti e i capelli, gli cavarono un occhio, e gli

tagliarono una mano; debole riparazione delle loro perdite! per dargli

morte più dolorosa lasciarono qualche intervallo da una tortura

all'altra. Fu posto sopra un cammello, e senza temere non venisse alcuno

in sua difesa, venne condotto in trionfo per tutte le vie della

capitale, e la feccia del popolo rallegravasi di calpestare la maestà

d'un principe decaduto. Oppresso da colpi e da oltraggi, fu Andronico

finalmente impeso pei piedi fra due colonne che sosteneano una la figura

d'un lupo, l'altra quella d'una scrofa; quanti stender poterono il

braccio su quel nimico pubblico, esercitarono tutti con gioia sul corpo

di lui atti d'una crudeltà brutale o studiata, sinchè alla fine due

Italiani, mossi da pietà, o spinti da rabbia, gl'immersero le spade nel

petto, e terminarono così il suo gastigo in questo Mondo. Durante

un'agonia sì lunga e penosa, non disse che queste parole: «Signore, abbi

pietà di me; perchè vuoi tu sfracellare una canna spezzata?» In mezzo a

que' tormenti si dimentica il tiranno; l'uomo il più reo inspira allora

pietà, nè si può biasimare la sua rassegnazione pusillanime, poichè un

Greco soggetto al cristianesimo non era più il padrone della propria

esistenza.

[A. D. 1185]

Ho parlato a lungo del carattere e delle avventure straordinarie

d'Andronico; ma troncherò qui la serie de' principi, ch'ebbe l'Impero

greco dal regno di Eraclio in poi. I rami usciti dello stipite de'

Comneni a poco a poco disparvero; e la linea maschile non continuò che

nella posterità d'Andronico, la quale, in mezzo alla pubblica

confusione, usurpò la sovranità di Trebisonda, così oscura nella storia,

e tanto famosa nei romanzi. Un cittadino privato di Filadelfia,

Costantino l'Angelo, era giunto alla fortuna e agli onori coll'unirsi ad

una figlia dell'Imperatore Alessio. Andronico, suo figlio, non

segnalossi che colla viltà. Isacco, suo nipote, punì il tiranno, e gli

succedette; ma fu deposto da' suoi vizi e dall'ambizione di suo

fratello; la loro discordia agevolò ai Latini il conquisto di

Costantinopoli, la prima grand'epoca della caduta dell'Impero d'Oriente.

Se si calcola il numero e la durata dei regni, troverassi, che diede un

periodo di sei secoli sessanta Imperatori, contando insieme le donne che

possedettero il soglio, e levando dalla lista alcuni usurpatori, che non

furono mai riconosciuti nella capitale, e alcuni principi che non

vissero abbastanza a godere del loro retaggio. In tal guisa il termine

di mezzo d'ogni regno sarebbe d'un decennio, cioè molto al di sotto

della proporzione cronologica di Newton, il quale, secondo l'esempio

delle monarchie moderne più regolarmente costituite, portava a diciotto

o venti anni la durata d'un regno. Non ebbe l'Impero di Bizanzio nè

riposo, nè prosperità che quando potè seguire l'ordine della successione

ereditaria. Cinque dinastie, cioè: la razza di Eraclio, le dinastie

d'Isauro, d'Amorio, i discendenti di Basilio e i Comneni, ciascuna alla

lor volta, si perpetuarono sul trono durante cinque, quattro, tre, sei e

quattro generazioni. Molti di questi principi contarono dalla loro

infanzia gli anni del loro regno; Costantino VII, e i suoi due nipoti

occupano un secolo intiero. Ma negli intervalli delle dinastie

bizantine, la successione è rapida ed interrotta; guari non andava che

le geste e il nome d'uno dei Candidati erano offuscati dalle imprese

d'un competitore più felice. Più vie conduceano al soglio. Vedevasi

l'opera d'una ribellione rovesciata dai colpi dei cospiratori, o corrosa

dal tacito lavoro del raggiro. I favoriti dei soldati o del popolo, del

senato o del clero, delle donne o degli eunuchi, vestivano

successivamente la porpora. Vili erano i modi co' quali salivano alla

dignità suprema, spregevole e tragico era sovente il lor fine. Un Essere

della natura dell'uomo, dotato delle medesime facoltà, ma d'una vita più

lunga, darebbe un'occhiata di compassione e di disprezzo ai delitti e

alle follìe dell'ambizione umana, che, entro termini sì brevi, ambisce

tanti godimenti precari e di sì curta durata. Ond'è che l'istoria

sublima e dilata l'orizzonte delle nostre idee. L'opera di alcuni

giorni, la lettura di alcune ore ci schierarono d'innanzi sei secoli

intieri, e la durata di un regno, d'una vita non abbracciò che un

momento. Sta sempre la tomba di dietro al soglio; l'atto colpevole d'un

ambizioso non precede che d'un istante quello per cui vedesi quindi

spogliato della preda, e l'immortale ragione, superstite alla loro

esistenza, sdegna li sessanta simulacri de' Re che ci passarono davanti

lasciando appena una debole immagine nella nostra mente. Riflettendo

però che in tutti i secoli e in tutte le contrade ha l'ambizione

sottomesso del pari gli uomini alla sua irresistibile potenza, cessa il

filosofo di maravigliare; ma non si limita solo a condannare sì fatta

vanità, indaga pure il motivo d'una bramosìa tanto universale dello

scettro. In quella successione di principi, che tennero l'un dopo

l'altro il trono di Bizanzio, non puossi a ragione attribuirla all'amor

della gloria, o della umanità. La sola virtù di Giovanni Comneno si

mostrò benefica e pura. I più illustri de' sovrani, che precedono o

seguono quel rispettabile Imperatore, marciarono, con certa destrezza e

vigore, pei sentieri tortuosi e sanguinolenti d'una politica d'amor

proprio. Chi esamina attentamente i caratteri imperfetti di Leone

l'Isauro, di Basilio I, d'Alessio Comneno, di Teofilo, di Basilio II, e

di Manuele Comneno, bilanciansi la stima e la censura in modo quasi

uguale; il rimanente della folla degli Imperatori non potè fondare

speranze che sull'obblivione della posterità. È stata forse la felicità

personale il fine e l'oggetto della loro ambizione? Non rammenterò le

massime vulgari sull'infelicità dei Re; ma noterò senza timore, che la

lor condizione è di tutte la più terribile, e la meno suscettiva di

speranza. Davano le rivoluzioni dell'antichità a queste passioni opposte

molto maggior latitudine, che non ponno avere nel Mondo moderno, dove la

ferma e regolare costituzion degli Imperi non lascia punto credere che

noi possiamo veder facilmente rinovarsi lo spettacolo dei trionfi

d'Alessandro, e della caduta di Dario. Con tutto ciò, per una

particolare sciagura de' principi di Bizanzio, furono essi esposti a

pericoli domestici, senza mai sperare conquisti stranieri. Una morte più

barbara e più vergognosa di quella dell'ultimo dei colpevoli, precipitò

Andronico dall'apice delle grandezze; ma i più illustri de' suoi

predecessori aveano avuto assai più da temere dai sudditi che da sperare

dai nemici. Era l'esercito sfrenato senza coraggio, turbolenta la

nazione senza libertà. Premeano i Barbari dell'Oriente e dell'Occidente

le frontiere della monarchia, e la perdita delle province fu seguita

dalla servitù della capitale.

La succession degl'Imperatori romani, dal primo dei Cesari fino

all'ultimo dei Costantini, abbraccia più di quindici secoli; non v'ha

monarchia antica, come quelle degli Assirii e de' Medii, dei successori

di Ciro e d'Alessandro, che offra esempio d'un Impero il quale abbia sì

lungamente durato, senza soggiacere al giogo d'uno straniero conquisto.

_L'Autore_ (V. p. 165) _disegnando coll'espressione dicitori di

buona ventura gli Ebrei, che si erano fatti cristiani e

seguivano l'Evangelo (giacchè questo greco vocabolo altro non

significa che buon'annuncio), vuol mostrare che questi

cristiani volevano l'abolizione dell'introdottosi culto delle

Immagini; giacchè nelle province dell'Impero romano d'Oriente

non v'era più a quell'epoca, cioè nell'ottavo secolo il culto

degli Idoli del Politeismo che i cristiani avevano detestato;

ma egli dà a gran torto il nome di Idoli alle Immagini cui

prestavano e prestano culto i cattolici; v'è qui non picciolo

errore, e perciò ci crediamo in dovere di dar la vera idea, e

notizia del culto delle Immagini, e dell'Iconoclastia,

intendendo, che questa nota serva d'istruzione storica positiva

a' lettori per tutti quei luoghi dove l'Autore scrive di questa

materia._

_Premettiamo, che veramente (Petavius Theolog. Dogmatum de

Incarnatione lib. 15, e Pagi Critica T. I, p. 42) le Immagini

non appartengono alla sostanza della religione; la Chiesa poteva

ammetterle, e non ammetterle. Nei primi tempi del cristianesimo,

per le persecuzioni, e perchè agli occhi ed alle menti de'

Cristiani era presente il culto degli Idoli dal qual dovevano

star lontani, non furono in uso Immagini, e templi, di che anzi

erano rimproverati da Gentili, siccome quelli che non avevano nè

luoghi di culto, nè segni di lor religione; e ce lo dice Minucio

Felice scrittore del terzo secolo:_ cur nullas aras habent,

templa nulla, nulla nota simulacra? _a ciò i cristiani

rispondevano: pensate voi che noi occultiamo ciò che veneriamo,

per non aver nè templi nè altari? a che far simulacri a Dio,

mentre l'uom stesso n'è l'immagine? a che fabbricar templi a Dio

mentre il Mondo tutto non può contenerlo? non è meglio far che

sia suo tempio il nostro animo? Il Concilio Illiberitano nel

principio del quinto secolo proibì l'uso delle Immagini col

canone 37._ Placuit picturas in ecclesia esse non debere, ne

quod colitur, et adoratur in parietibus depingatur. _Alcuni

credono doversi riferire cotal proibizione alle Immagini

soltanto della Divinità, e della Trinità; il decreto è veramente

generale._

_Poscia a poco a poco si fabbricarono chiese, e nel quinto e

sesto secolo, divenuto dominante il cristianesimo, s'introdusse

il culto delle Immagini; ma non in tutti i luoghi, e non nel

medesimo tempo si andò introducendo perchè, per una parte non

v'era più pericolo d'idolatria, e che fossero le Immagini, dagli

uomini rozzi, considerate per la loro rassomiglianza come Idoli

del politeismo, e per l'altra esse servirono a propagare la

memoria di Cristo, di Maria, e de' Santi, e ad animare

coll'esempio i Fedeli. Si estese molto cotal culto nelle Chiese

Orientali, ed Occidentali, ma molti fra i Vescovi, preti e

secolari, non n'erano persuasi, attenendosi all'antica massima,

e consuetudine. Le cose erano in questo stato quando

l'Imperatore Leone Isaurico l'anno 726 (imitando il suo

predecessore Filippico, cui aveva resistito il Papa Costantino

che lo aveva nel suo Concilio di Roma dichiarato apostata) si

mosse con rigorosi editti, e con maggior forza contro il culto

delle Immagini; ei lo considerava a torto come un'idolatria, e

credeva purificare la religione. Mandò i suoi uffiziali, e

soldati nelle Chiese di Costantinopoli, e della Grecia, e indi

anche in Italia a toglier via le Immagini. Il Papa Gregorio II

scrisse all'Imperatore spiegandogli il senso del culto delle

Immagini, e giustificandolo:_ Et dicis nos parietes et lapides,

et tabellas adorare: non ita est ut dicis Imperator; sed ut

memoria nostra excitetur et ut stolida, imperita, crassaque mens

nostra erigatur, et in altum provehatur per eos, quorum haec

nomina et quorum appellationes, et quorum eae sunt imagines, et

non tanquam Deos, ut tu dicis, absit. Gregorii II Epist. in

Collect. magna Conc. Labbe. _Gregorio disse dunque a Leone che

non intendeva che i credenti venerassero o adorassero quelle

Immagini per se stesse, ma come degne di culto a cagione delle

cose rappresentate, onde la debole mente umana sia per mezzo di

cotali rappresentazioni aiutata ad innalzarsi all'intuizioni

degli archetipi, che non cadevano più sotto i sensi. Nella

stessa lettera poi gli racconta le sollevazioni ch'egli si era

procacciate col togliere la Immagini al culto del popolo. Leone

convocò un Concilio di Vescovi da dirsi Conciliabolo, che

decretò contro il culto delle Immagini, e depose S. Germano

Patriarca, che n'era sostenitore, e pose in suo luogo Anastasio.

Gregorio III sostenne pure con zelo il culto delle Immagini:

ovunque vi furono sollevazioni, incendi, e massacri per la

formazione di due patiti, opposti e ferocissimi. Costantino

Copronimo figlio di Leone Isaurico fu più fiero del padre;

convocò un altro Concilio da dirsi pure Conciliabolo, l'anno

754, ove fu condannato il culto delle Immagini. L'Imperatrice

Irene vedova di Leone IV nella minorità del figlio Costantino,

di consenso del Papa Adriano I, convocò il Concilio generale

VII, di Nicea II l'anno 787; (Divalis sacra directa a Costantino

et Irene augustis ad Sanctissimum Hadrianum Papam senioris Rome

etc. Labbe T. 8. p. 645); in esso fu spiegato, e ristabilito il

culto delle Immagini, e molti Vescovi iconoclasti, vale a dire

avversi al culto delle. Immagini, e che lo avevano condannato

negli anzidetti Concilii, si ritrattarono, furono ammessi alla

loro sedi, e fu condannato tutto ciò ch'era stato decretato, e

fatto nei due anteriori Concilii. Ma tuttavia il partito

Iconoclasta continuò a mantenersi forte specialmente in

Germania, in Francia, in Inghilterra; i Vescovi per altro di

queste province sembravano tener il mezzo fra questi due

partiti. Carlomagno che inclinava all'Iconoclastia fece comporre

quattro libri contro il culto della Immagini, e li mandò al Papa

Adriano, che vi rispose vigorosamente sostenendo il Concilio

generale di Nicea II; ad onta di ciò Carlomagno convocò un

Concilio nazionale di trecento Vescovi a Francfort l'anno 794,

il quale sosteneva la dottrina dei quattro libri, e condannò il

culto delle Immagini. Finalmente il greco prete Teofane ci narra

gli Atti del Concilio di Costantinopoli nell'anno 842:_ Postquam

defuncto Teophilo Imperium ad ejus uxorem Thedoram, et filium

eorum Michaelem, admodum adolescentem, deletum esset, in

pietatis studium curamque maxime incubuit foemina veri Dei

munere (ut nomen eius indica) _data etc. (Labbe Sac. Conc. Magna

Collect.) Adunò Teodora nel suo palazzo un numeroso Concilio di

Vescovi, di Monaci e di Grandi; vi fu approvato il Concilio

generale VII, di Nicea II, già convocato da Irene, che aveva

ristabilito il culto delle Immagini; fu cacciato dalla sede

Giovanni Patriarca di Costantinopoli Iconoclasta, ed eletto

Metodio stato sostenitore delle Immagini: e di Giovanni

sbalordito, segue a dirci Teofane,_ qua quidem celeri et

imperata rerum mutatione Joannes, qui tunc impie munus

Pontificium administrabat, stupore, ac mentis caligine captus

parum abfuit quin ipse sibi manus inferret, mortemque

conscisceret. _Così fu definitivamente ristabilito il culto

delle immagini dopo 120 anni di tumulti, di ribellioni, e di

massacri. L'autorità del Concilio Generale VII, di Nicea II, è

superiore di gran lunga e per ragione, e per regola della Chiesa

a quella degli altri Concilii, o Conciliaboli contrarii, e tanto

più lo è perchè giudicò conformemente ai Papi Costantino,

Gregorio II, Gregorio III, Adriano I, ed a tutti gli altri Papi

contemporanei, e perchè fu per giunta confermata dal Concilio di

Costantinopoli dell'anno 842: quindi ogni buon cattolico deve

seguir la massima di doversi prestar culto alle Immagini,

determinata per tal modo definitivamente dalla Chiesa nei secoli

VIII, IX._ (Nota di N. N.)

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 11 / 20 题