In mezzo all'effervescenza di quel secolo bastava il senso, anzi il

suono d'una sillaba a turbar la quiete dell'imperio. S'opposero i Greci,

che il _Trisagion_[93] (tre volte santo) santo, santo, santo, il Dio

Signor degli eserciti fosse identicamente quell'Inno che da tutta

l'eternità ripetono gli Angeli e i Cherubini davanti il trono di Dio, e

che in maniera miracolosa fu rivelato alla Chiesa di Costantinopoli

verso la metà del quinto secolo. La divozione degli abitanti di

Antiochia poco dopo vi aggiunse: «che fu crocifisso per noi»; questo

indirizzo al solo Cristo, e alle tre Persone della Trinità può

giustificarsi secondo le regole della Teologia, e fu insensibilmente

adottato dai Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente. Ma era stato

immaginato da un Vescovo monofisita[94]. Questo regalo d'un nemico fu da

prima, come orribile e pericolosa bestemmia, ributtato, e poco mancò,

che all'Imperatore Anastasio ne costasse la corona e la vita[95]. Non

avea il popolo di Costantinopoli alcuna ragionevole idea di libertà, ma

il color d'una livrea nelle corse, e una picciola discordanza per un

Mistero nelle scuole parevagli un motivo legittimo di ribellione. Il

Trisagion, con l'aggiunta o senza l'aggiunta da noi accennata, fu nella

cattedrale cantato da due Cori nemici, e dopo avere sfinita tutta la

forza del polmone, dieder mano ai sassi e ai randelli, argomenti più

sodi: l'Imperatore punì gli aggressori; il Patriarca li difese, e questa

gran lite portò un crollo alla corona e alla mitra. In un momento le

strade furono piene d'una moltitudine innumerevole d'uomini, di donne,

di fanciulli. Legioni di monaci schierati in ordine di battaglia li

dirigevano al combattimento gridando: «Cristiani, questo è giorno di

martirio; non si abbandoni il nostro Padre spirituale; anatema al

Tiranno manicheo! non è degno di regnare». Tali erano le grida dei

Cattolici[96]. Le galere d'Anastasio stavano sui remi davanti il

palazzo, pronto ad accorrere: finalmente il Patriarca diede il perdono

al suo penitente, e sedò i flutti d'una plebe irritata. Ma del suo

trionfo non gioì lungamente Macedonio, poichè pochi giorni dopo fu

cacciato in esilio; ben presto però si riaccese lo zelo della sua

greggia sulla medesima quistione: «Se una persona della Trinità sia

spirata in croce». Per questo rilevante affare fu sospesa la discordia

in Costantinopoli tra le fazioni degli Azzurri e dei Verdi, le quali,

unite insieme le loro forze, rendettero impotenti quelle della civile e

militare autorità. Le chiavi della capitale, e gli stendardi delle

guardie furon depositate nel Foro di Costantino, che era il posto ed il

campo principale dei Fedeli. Questi spendeano i giorni e le notti a

cantar Inni in onore del loro Dio, o a saccheggiare e ad ammazzare i

servi del loro Principe. Fu portata per le strade in punta ad un'asta la

testa d'un monaco, amato da Anastasio, e, secondo il linguaggio dei

fanatici, l'amico del nimico della Santa Trinità; e le torce ardenti

scagliate contro le case degli eretici, portarono indistintamente

l'incendio sugli edifici dei più ortodossi. Furon messe in pezzi le

statue dell'Imperatore; Anastasio corse a celarsi in un sobborgo, sino a

tanto che finalmente dopo tre giorni prese coraggio ad implorare la

clemenza dei sudditi. Comparve egli sul trono del Circo senza diadema, e

in figura di supplicante. I Cattolici recitarono alla sua presenza il

Trisagion primitivo ed originale; ed accolsero con grida di trionfo la

proposta che per la voce d'un Araldo fece ai medesimi d'abdicare la

porpora: si arresero nondimeno alla osservazione con cui furono

avvertiti, che non potendo tutti regnare, doveano prima di quella

abdicazione accordarsi per la scelta d'un sovrano; ed intanto

accettarono il sangue di due ministri abborriti dal popolo, che dal lor

padrone vennero senza esitanza condannati ai leoni. Queste furiose, ma

momentanee sedizioni prendean vigore dalle vittorie di Vitaliano, che

con un esercito di Unni e di Bulgari, per la maggior parte idolatri, si

fece campione della Fede cattolica: conseguenze di questa pia ribellione

furono lo spopolamento della Tracia, l'assedio di Costantinopoli, e la

strage di sessantacinquemila Cristiani. Continuò Vitaliano le

devastazioni sino al tempo in cui ottenne, che fossero richiamati i

Vescovi, ratificato il Concilio di Calcedonia, e data al Papa quella

soddisfazione che domandava. In punto di morte Anastasio sottoscrisse

suo malgrado questo Trattato ortodosso, e lo zio di Giustiniano ne

adempiè fedelmente le condizioni. Tale fu l'esito della prima guerra

religiosa[97] intrapresa sotto il nome del Dio di Pace dai suoi

discepoli[98].

[A. D. 514-519-565]

Abbiamo già mostrato Giustiniano come principe, conquistatore, e

legislatore: ci rimane di delinearne il ritratto come teologo[99]; e ciò

che anticipatamente ne dà un'idea sfavorevole, il suo ardore per le

materie teologiche, forma uno de' tratti più marcati del suo carattere.

Al pari de' suoi sudditi, nutriva in cuore una gran venerazione pe'

Santi viventi, e morti. Il suo Codice, e particolarmente le sue Novelle,

confermano ed estendono i privilegi del clero, ed ogni volta che nasceva

un dibattimento tra un monaco o un laico, propendeva a decidere che dal

lato della Chiesa stava mai sempre la giustizia, la verità, l'innocenza.

Nelle sue divozioni pubbliche e private assiduo ed esemplare, uguagliava

nelle orazioni, nelle vigilie, ne' digiuni le austerità monastiche: ne'

sogni della sua fantasia credeva o sperava d'essere inspirato: si tenea

sicuro della protezione della Santa Vergine, e di San Michele Arcangelo,

e attribuì all'aiuto de' SS. Martiri Cosimo e Damiano la sua guarigione

da una malattia pericolosa. Empiè di monumenti della sua religione la

capitale e le province[100]; e quantunque al suo gusto per le arti, ed

alla sua ostentazione riferire si possa la maggior parte di que'

sontuosi edificii, probabilmente il suo zelo era animato da un

sentimento naturale d'amore e di gratitudine verso i suoi invisibili

benefattori. Fra i titoli delle sue dignità, quello che più gli piaceva

era il soprannome di Pio. La cura degl'interessi temporali e spirituali

della Chiesa fu la più seria occupazione della sua vita, e spesso

sagrificò i doveri di padre del popolo a quelli di difensore della Fede.

Le controversie del suo tempo erano analoghe al suo naturale, e al suo

animo, e ben doveano i professori di teologia ridersi in lor secreto

d'un principe che faceva l'ufficio loro, e trascurava il suo. «Che

potete voi temere da un tiranno che è schiavo della sua divozione?

diceva a' suoi colleghi un ardito cospiratore; egli passa le intere

notti disarmato nel suo gabinetto a discutere con vecchioni venerandi, e

a confrontare le pagine de' volumi ecclesiastici[101].» Egli espose il

frutto delle sue vigilie in molte conferenze, ove fece gran figura

ugualmente per forza di pulmoni, per sottigliezza d'argomenti, e in

molti sermoni ancora che, sotto il nome d'editti e d'epistole,

annunciavano all'impero la dottrina teologica del Padrone. Nel mentre

che i Barbari invadevano le province, o le legioni vittoriose marciavano

sotto le insegne di Belisario e di Narsete, il successore di Traiano,

ignoto a' suoi eserciti, era contento di trionfare presedendo ad un

Sinodo. Se avesse invitato a quelle adunanze un uom ragionevole e

disinteressato, avrebbe potuto imparare «che le controversie religiose

derivano dall'arroganza e dalla stoltezza; che la vera pietà meglio si

manifesta col silenzio e colla sommessione: che l'uomo che non conosce

la natura propria, non debbe essere ardito di scandagliare la natura del

suo Dio, e che a noi basta il sapere che la bontà, e la possanza sono le

attribuzioni della Divinità[102]».

La tolleranza non era la virtù del suo secolo, nè frequente virtù de'

Principi è l'indulgenza verso i ribelli; ma quando si digrada un sovrano

ad avere le basse mire e le passioni irascibili d'un teologo polemico,

agevolmente è solleticato a supplire coll'autorità alla mancanza de'

suoi argomenti, e a punire senza pietà il perverso accecamento di coloro

che chiudono gli occhi alla luce delle sue dimostrazioni. Nel regno di

Giustiniano veggiamo una scena uniforme, benchè variata, di

persecuzione, e per questa pare che abbia superati i suoi indolenti

predecessori, sia nella invenzione delle leggi penali, sia nella

severità della esecuzione. Egli non assegnò che tre mesi per la

conversione o per l'esilio di tutti gli eretici[103], e se costantemente

dissimulò l'infrazione di questa legge, erano però sotto il suo giogo di

ferro privati non solo di tutti i vantaggi sociali, ma di tutti i

diritti di nascita che poteano pretendere come uomini e come cristiani.

Dopo quattro secoli, i Montanisti della Frigia[104] respiravano tuttavia

quel salvatico entusiasmo di perfezione, e quel foco profetico,

ond'erano stati infiammati da' loro Apostoli, maschi o femmine[105],

particolari strumenti dello Spirito Santo. Essi all'avvicinarsi de'

sacerdoti, e de' soldati cattolici coglievan con trasporto la corona del

martirio; perivano nelle fiamme il Conciliabolo, e li congregati; ma

l'anima dei primi fanatici viveva ancora la stessa trecent'anni dopo la

morte del lor tiranno. A Costantinopoli non aveva la chiesa degli Ariani

protetta dai Goti, temuto il rigor delle leggi: in ricchezza e in

magnificenza non cedevano i loro preti al senato, e poteano benissimo

l'oro e l'argento che loro tolse Giustiniano essere rivendicati come i

trofei delle province, e le prede dei Barbari. Un picciol numero di

Pagani, tuttavia nascosti tanto nelle classi più costumate, quanto nelle

più rozze della società erano odiati dai Cristiani, ai quali forse non

piaceva, che veruno straniero fosse testimonio delle lor liti intestine.

Fu nominato Inquisitor della fede un Vescovo, il quale non tardò a

svelare alla Corte, ed alla città magistrati, giureconsulti, medici,

sofisti, sempre adetti alla superstizione dei Greci. Venne loro intimato

positivamente di eleggere, senza indugio, o di spiacere a Giove od a

Giustiniano, poichè non sarebbe più permesso ai medesimi di celare

l'avversione che avevano per l'Evangelo sotto la scandalosa maschera

dell'indifferenza, o della pietà. Il patrizio Fozio fu probabilmente il

solo, che si mostrasse fermo di vivere e di morire come i suoi antenati;

con un colpo di pugnale si tolse alla servitù, e lasciò al Tiranno il

miserabile piacere di esporre ignominiosamente agli sguardi del Pubblico

il cadavere di colui, che avea saputo fuggirgli di mano. Gli altri suoi

fratelli, meno coraggiosi, si sottomisero al Monarca temporale.

Ricevettero il Battesimo, e s'ingegnarono con uno zelo straordinario di

cancellare il sospetto, o d'espiare il delitto della loro idolatria.

Nella patria d'Omero, e nel teatro della guerra troiana covavano le

ultime faville della greca mitologia: per opera del Vescovo stesso, o

sia Inquisitore, di cui ragionammo testè, si trovarono, e furono

convertiti settantamila Pagani nell'Asia, nella Frigia, nella Lidia, e

nella Caria. Si fabbricarono novantasei chiese per li Neofiti; e la pia

munificenza di Giustiniano somministrò i lini, le Bibbie, le liturgie, e

i vasi d'oro e d'argento[106]. Gli Ebrei, a poco a poco spogliati delle

loro immunità, furono obbligati da una legge tirannica a celebrare la

Pasqua nel giorno medesimo dei Cristiani[107]. Ebbero motivo di

lagnarsene con più ragione, poichè i Cattolici stessi non andavan

d'accordo sui calcoli astronomici del sovrano. Erano avvezzi gli

abitanti di Costantinopoli a cominciare la quaresima una settimana dopo

l'epoca determinata dall'Imperatore, e quindi avevano il piacere di

digiunar sette giorni, nei quali per ordine dell'Imperatore eran pieni

di carne i mercati. I Samaritani della Palestina[108] formavano una

razza bastarda, una Setta equivoca; i Pagani li trattavano da Giudei, i

Giudei da Scismatici, e i Cristiani da Idolatri. La croce che da quelli

si risguardava come una abbominazione stava già piantata sopra la santa

montagna di Garizim[109]; ma per la persecuzione di Giustiniano, non

rimase loro che l'alternativa tra il Battesimo, o la ribellione;

elessero l'ultimo partito: comparvero in armi sotto le bandiere d'un

Capo disperato, e col sangue d'un popolo senza difesa, co' suoi beni,

co' suoi templi pagarono i mali che avevano dovuto soffrire. Finalmente

furono soggiogati dalle milizie dell'Oriente: se ne contarono di

trucidati ventimila, altri ventimila furon venduti dagli Arabi

agl'Infedeli della Persia e dell'India, e gli avanzi di questa

sciagurata nazione meschiarono col peccato dell'ipocrisia il delitto

della ribellione. Si è fatto il conto, che la guerra dei Samaritani

costò la vita a centomila sudditi dell'impero[110], e coperse di ceneri

una provincia ubertosa che fu cangiata in un orrido deserto. Ma nel

Simbolo di Giustiniano si potea senza taccia scannare i miscredenti, ed

egli piamente adoperò il ferro ed il fuoco per rassodare l'unità della

Fede cristiana[111].

[A. D. 532-698]

Con tai sentimenti era almeno mestieri aver sempre ragione. Ne' primi

anni del suo regno segnalò il suo zelo, come discepolo e protettore

della Fede ortodossa. Nel riconciliarsi dei Greci e dei Latini il _tomo_

di San Leone divenne il Simbolo dell'Imperatore e dell'Impero; i

Nestoriani e gli Eutichiani erano dalle due parti investiti dalla spada

a due tagli della persecuzione, e i quattro Concilii di Nicea, di

Costantinopoli, d'Efeso e di Calcedonia furono ratificati dal codice

d'un legislatore cattolico[112]; ma nel mentre che Giustiniano non

lasciava cosa intentata per mantener l'uniformità della Fede e del

Culto, sua moglie Teodora, i cui vizi non si consideravano incompatibili

colla divozione, aveva dato orecchia alle prediche monofisite; quindi

sotto la protezione dell'Imperatrice ripreser coraggio, e si

moltiplicarono i pubblici o secreti nemici della Chiesa. Un dissidio

spirituale metteva a soqquadro la capitale, il palazzo, ed il talamo; ma

tanto era dubbia la sincerità di Giustiniano e di Teodora, che assai

persone accagionavano dell'apparente loro dissensione una clandestina

lega malefica contro la religione e la felicità del popolo[113]. La

famosa disputa dei tre Capitoli[114] che ha empiuto più volumi, quando

bastavano poche linee, dimostra assai questo spirito d'astuzia e di mala

fede. Volgevano tre secoli da che il corpo di Origene[115] era pasto dei

vermi, l'anima sua, della quale egli aveva insegnato la preesistenza,

era in mano del suo creatore; ma i monaci della Palestina avidamente ne

leggevano i libri. L'occhio acuto di Giustiniano vi scorse dentro più di

dieci errori di metafisica, e perì il dottore della prima Chiesa in

compagnia di Pittagora e di Platone, e fu dannato dal Clero all'eterno

fuoco infernale, poichè aveva osato negare l'esistenza dell'inferno.

Sotto questa condanna stava celato un perfido assalto contro il Concilio

di Calcedonia. Aveano i Padri udito senza inquietarsi l'elogio di

Teodoro di Mopsuesta;[116] e la lor giustizia o indulgenza aveva

restituito alla comunion de' Fedeli Teodoreto di Cirra e Ibasso di

Edessa; ma questi Vescovi d'Oriente erano tacciati d'eresia; maestro fu

il primo di Nestorio, amici di quell'eretico gli altri due; i passi i

più sospetti de' loro scritti furono denunciati sotto il titolo dei _tre

Capitoli_; e con questa macchia impressa sulla loro memoria era per

necessità messo a repentaglio l'onor d'un Concilio che dal Mondo

cattolico era nominato con venerazione, almeno in apparenza. Nondimeno,

se questi Vescovi o innocenti, o colpevoli erano sepolti nella notte

eterna, non poteano svegliarli i clamori che si faceano sulla lor tomba

un secolo dopo la lor morte; se in un'altra supposizione stavano già in

balìa del demonio, non potea più l'uomo nè aggravarne, nè mitigarne i

tormenti; e finalmente, se godevano in compagnia dei Santi e degli

Angeli la ricompensa dovuta alla lor pietà, dovean ridere del vano

furore degli insetti teologici, che strisciavano ancora sulla faccia

della terra. L'Imperator de' Romani, ch'era di quegli insetti il più

arrabbiato, vibrava il suo pungiglione, e scagliava il veleno senza

avvedersi probabilmente dei veri moventi di Teodora e degli

ecclesiastici che l'assecondavano. Non eran più soggette le vittime al

suo potere, e i suoi editti con tutta la lor veemenza non valevano che a

pubblicarne la dannazione, e ad invitare il clero dell'Oriente ad unirsi

con lui per caricarli d'imprecazioni e di anatemi. Stettero esitanti i

Prelati orientali nel congiungersi per questo oggetto col loro sovrano;

fu tenuto a Costantinopoli il quinto Concilio generale, ove intervennero

tre Patriarchi, e cento sessantacinque Vescovi, e gli autori, come pure

i difensori dei tre Capitoli, furono separati dalla comunione de' Santi,

e consegnati solennemente al principe dello tenebre. Le Chiese latine

aveano più zelo per l'onor di Leone e del Concilio di Calcedonia; e se,

come erano solite, avessero combattuto sotto lo stendardo di Roma,

avrebbero forse fatto sì che trionfasse la causa della ragione e della

umanità; ma il loro Capo era prigioniero, e in mano del nemico; il trono

di San Pietro deturpato dalla simonìa fu tradito dalla viltà di Vigilio,

il quale dopo una lunga e strana lotta, si sottomise al despotismo di

Giustiniano e ai sofismi dei Greci. Per la sua apostasia s'adontarono i

Latini tutti, nè vi furono che due Vescovi, che volessero conferire gli

Ordini sacri a Pelagio, suo diacono e successore. Pure la perseveranza

del Papi trasferì a poco a poca nei loro avversari il titolo di

scismatici: la potenza civile del pari che l'ecclesiastica sostenute

dalla forza militare, venivano opprimendo, benchè con fatica, le Chiese

dell'Illiria, dell'Affrica, e dell'Italia:[117] i Barbari, lontani dalla

sede dell'impero, si attenevano alla dottrina del Vaticano; e in men

d'un secolo lo scisma dei tre Capitoli morì in un cantone oscuro della

provincia veneta[118]; ma pel mal'umore degli Italiani irritati da

quella disputa religiosa s'erano agevolate le conquiste dei Lombardi, e

già gli stessi Romani erano avvezzi a sospettare della Fede, come a

detestar l'amministrazione del tiranno regnante in Bizanzio.

Non seppe Giustiniano star fermo nè consentaneo a sè nelle risoluzioni

difficili che volle usare per determinare l'incertezza delle sue

opinioni e di quelle dei sudditi: era malmenato in gioventù quando non

s'allontanava poco nè punto dalla linea ortodossa; in vecchiezza

trascorse egli stesso al di là della linea d'una moderata eresia, ed i

Giacobiti, come i Cattolici furono scandalezzati; udendolo dichiarare

che il corpo di Cristo era incorruttibile, e che la sua umanità non avea

mai provato alcun bisogno, o infermità della nostra vita mortale. Questa

fantastica opinione sta registrata ne' suoi ultimi editti: alla sua

morte, che succedette veramente a tempo; aveva il Clero ricusato di

sottoscriverla, e già il principe s'apparecchiava a cominciare una

persecuzione; e il popolo era apparecchiato a soffrirla o farle

resistenza. Un Vescovo di Treveri, che si vedeva sicuro per la sua

situazione dai colpi del monarca dell'Oriente, gli diresse alcune

osservazioni collo stile dell'affetto e dell'autorità. «Graziosissimo

Giustiniano, gli disse, sovvengati del tuo Battesimo, e del Simbolo

della tua Fede, e non disonorare i tuoi crini bianchi con una eresia.

Richiama dall'esiglio i Padri e rimovi i tuoi aderenti dalla via di

perdizione. Tu non puoi ignorare, che già l'Italia e la Gallia, la

Spagna e l'Affrica piangono la tua caduta, e vomitano anatemi sul tuo

nome. Se non ritratti immantinente quello ch'hai insegnato, se non

dichiari ad alta voce: sono caduto in errore, ho peccato; anatema a

Nestorio, anatema ad Eutiche: tu ti condanni a quelle fiamme, che ti

consumeranno in eterno[119]». Egli morì senza dar segno di

ritrattazione. Colla sua morte ritornò in qualche modo la pace alla

Chiesa; e, cosa rara e felice, i suoi quattro successori, Giustino,

Tiberio, Maurizio e Foca non figurano punto nella storia ecclesiastica

dell'Oriente[120].

[A. D. 629]

Le facoltà del senso e del raziocinio son poco capaci di operare sopra

se medesime; l'occhio nostro è il più inaccessibile di tutti gli oggetti

per la nostra vista, e nulla sfugge tanto al nostro pensiero, quanto le

operazioni dell'animo nostro; tuttavolta pensiamo, ed anche sentiamo,

che ad un ente ragionevole e consapevole della sua esistenza, compete

essenzialmente _una volontà_, vale a dire un sol principio d'azione.

Quando Eraclio tornò dalla guerra di Persia, quest'eroe ortodosso

dimandò ai Vescovi se il Cristo ch'egli adorava in una sola persona, ma

in due Nature, fosse mosso da una sola, o da una doppia volontà. Essi

risposero, che una sola volontà animava il Cristo, e l'Imperatore sperò

che questa dottrina, scevera certamente d'inconvenienti, e che sembrava

la vera, poichè veniva insegnata dagli stessi Nestoriani[121],

richiamerebbe dall'errore i Giacobiti dell'Egitto e della Siria. Ne fu

fatta la prova, ma inutilmente; e fosse zelo, fosse timore, non si

credettero lecito i Cattolici di dar indietro neppure in apparenza

davanti un nemico astuto ed audace. Allora gli Ortodossi ch'erano

dominanti, nuove formole inventarono, nuovi argomenti, e nuove

interpretazioni: supposero in ciascheduna delle due Nature di Cristo

un'energia propria e distinta: la differenza divenne impercettibile,

quando confessarono essere invariabilmente la stessa tanto la volontà

umana che la divina[122]. Si palesò la malattia coi sintomi ordinari; ma

i Sacerdoti greci, quasi fossero già sazi dell'interminabil controversia

sopra l'Incarnazione, diedero al principe ed al popolo eccellenti

consigli. Si dichiararono Monoteliti (difensori d'una sola volontà); ma

risguardarono per nuovo il vocabolo, e per superflua la quistione, e

raccomandarono un religioso silenzio, siccome la cosa più conforme alla

prudenza ed alla carità evangelica. In processo di tempo questa legge di

silenzio venne statuita dall'Ectesi, o esposizione di Eraclio, e dal

tipo o formolario della fede di Costanzo, suo nipote[123]; e i quattro

Patriarchi di Roma, di Costantinopoli, d'Alessandria, e d'Antiochia

sottoscrissero quegli editti del principe, gli uni con piacere, gli

altri a malincuore. Ma il Vescovo, e i Monaci di Gerusalemme gridarono

all'armi: le Chiese latine scorsero un errore celato nelle parole, o ben

anche nel silenzio dei Greci, e dall'ignoranza più temeraria dei

successori di Papa Onorio fu ritrattata, o censurata l'obbedienza da lui

prestata agli ordini del suo sovrano. Condannarono l'esecrabile ed

abbominevole eresia dei Monoteliti, che rinovavano gli errori di Manete,

di Apollinare, d'Eutiche etc. Sopra la tomba di S. Pietro segnarono il

decreto di scomunica; l'inchiostro fu mescolato al vino del sacramento,

cioè, al Sangue di Cristo; nè fu dimenticata veruna cerimonia, che

giovasse ad empiere d'orrore o di terrore gli spiriti superstiziosi.

Come rappresentanti della Chiesa d'Occidente, papa Martino e il Concilio

di Laterano scomunicarono il colpevole e perfido silenzio dei Greci:

centocinque Vescovi d'Italia, quasi tutti sudditi di Costanzo, non

temettero di rigettare il suo _tipo_ odioso, l'empia Ectesi del suo avo,

e di confondere gli autori, e i loro aderenti con ventuno eretici

conosciuti disertori della Chiesa, e stromenti del demonio. Sotto un

principe anche dei più sommessi alla Chiesa, non sarebbe rimasa impunita

cotanta ingiuria. Papa Martino terminò la vita sulla costa deserta del

Chersoneso Taurico, e l'Abate Massimo, ch'era il suo oracolo, fu

crudelmente punito coll'amputazion della lingua, e della mano

destra[124]. Ma trasmisero la propria ostinazione ai successori: il

trionfo dei Latini li vendicò della sconfitta che avevano sofferta, e

cancellò l'obbrobrio dei tre Capitoli. Furono raffermati i Sinodi di

Roma dal sesto Concilio generale tenuto a Costantinopoli nel palazzo, e

sotto gli occhi d'un nuovo Costantino discendente d'Eraclio. La

conversion del principe si trasse dietro quella del Pontefice di

Bizanzio e del maggior numero dei Vescovi[125]; i dissidenti, dei quali

era Capo Macario d'Antiochia furon condannati alle pene spirituali e

temporali, sancite contro l'eresia; s'acconciò l'Oriente a ricevere

lezione dall'Occidente, e fu in termini definitivi regolato il Simbolo

della Fede, che insegna ai Cattolici di tutti i tempi, che la persona di

Gesù Cristo univa in sè due volontà, o due energie, le quali operavano

di accordo fra loro. Due Sacerdoti, un Diacono, e tre Vescovi

rappresentarono la maestà del Papa, e del Sinodo romano; ma questi

oscuri teologi dell'Italia non aveano nè soldati per sostenere le loro

opinioni, nè tesori per comperare partigiani, nè eloquenza per attirare

proseliti; e non so per qual'arte indurre potessero il superbo

Imperatore dei Greci ad abiurare il cattechismo della sua infanzia ed a

perseguitare la religione degli avi suoi. Forse, che i Monaci e il

popolo di Costantinopoli[126] favoreggiavano la dottrina del Concilio di

Laterano, che in fatti è delle due la men ragionevole;[127] questo

sospetto viene avvalorato dalla considerazione che non era di naturale

troppo moderato il Clero greco, il quale parve sentire in questa lite la

sua debolezza. Mentre il Sinodo stava discutendo la questione, un

fanatico propose per più breve espediente quello di risuscitare un

morto; assistettero all'esperienza i Prelati, ma l'unanimità con cui si

decise che il miracolo era mancato potè divenire una prova, che le

passioni e i pregiudizi della moltitudine non sosteneano la parte dei

Monoteliti. Nella generazion successiva, quando il figlio di Costantino

fu deposto, e messo a morte dal discepolo di Macario, gustarono il

piacere della vendetta e della dominazione: il simulacro, o il monumento

dal sesto Concilio ecumenico fu tolto di mezzo, e gli Atti originali di

quel tribunale ecclesiastico furon dati alle fiamme. Ma nel secondo anno

di regno fu balzato dal trono il loro protettore; i Vescovi dell'Oriente

furono liberati dalla legge di conformità, cui erano stati

momentaneamente sottomessi; fu rimessa la fede della Chiesa romana sopra

basi più salde dai successori ortodossi di Bardane; e la disputa più

popolare, e più sensibile sul culto delle Immagini mandò in dimenticanza

i bei problemi sull'Incarnazione[128].

Avanti la fine del settimo secolo, il domma dell'Incarnazione fu

predicato sino nell'isola della Brettagna, e dell'Irlanda[129] tal quale

era stato determinato in Roma e in Costantinopoli. Tutti i Cristiani,

che avevano accettato per la liturgia la lingua greca o latina ammisero

le istesse idee, o piuttosto ripeterono le parole medesime. Il numero

loro e la fama che avevano a quei giorni davano ad essi una specie di

diritto al soprannome di Cattolici; ma nell'Oriente erano distinti col

nome meno onorevole di Melchisti o Realisti[130], cioè d'uomini la Fede

dei quali invece di posare sulla base della Scrittura, della ragione, o

della tradizione, era stata fondata, ed era tuttavia mantenuta dal poter

arbitrario d'un monarca temporale. Poteano i loro avversari citar le

parole de' Padri del Concilio di Costantinopoli, i quali si dichiararono

schiavi del Re, e poteano raccontare con maligna compiacenza, come

l'Imperatore Marciano e la sua casta sposa avevano sovente dettato i

decreti del Concilio di Calcedonia. Una fazion dominante ricorda

continuamente il dovere della sommissione, ed è poi naturale del pari

che i dissidenti sentano, e vogliano le massime della libertà. Sotto la

verga della persecuzione i Nestoriani ed i Monofisiti divennero ribelli

e fuggiaschi, e gli alleati di Roma, i più antichi e più utili,

impararono a considerar l'Imperatore non come il Capo, ma come il nemico

dei Cristiani. La lingua, quel gran principio d'unione e di separazione

tra le varie tribù del genere umano, ben presto distinse definitivamente

i Settari dell'Oriente con un segno particolare, che annichilò ogni

commercio ed ogni speranza di riconciliazione. Il lungo dominio dei

Greci, le colonie, e più di tutto l'eloquenza loro, aveano disseminato

un idioma indubitatamente il più perfetto di quanti furono inventati

dagli uomini; ma il grosso del popolo nella Siria e nell'Egitto usava

tuttavia la lingua nazionale, con questa differenza però, che il cofto

non si adoperava che dagli ignoranti e rozzi paesani del Nilo, mentre

dai monti dell'Assiria al mar Rosso era il siriaco[131] la lingua della

poesia e della dialettica. La favella depravata e il falso saper dei

Greci infettavano l'Armenia e l'Abissinia; e i barbari idiomi di quelle

contrade, che poi rivissero negli studii dell'Europa moderna, non erano

intelligibili per gli abitanti dell'Impero romano. Il siriaco e il

cofto, l'armeno e l'etiopico sono consecrati nelle liturgie delle Chiese

rispettive; e la lor teologia possiede versioni speciali[132], scritture

ed opere di quei Padri, la cui dottrina fece maggior fortuna colà. Dopo

uno spazio di mille trecento sessant'anni, l'incendio della controversia

suscitato da prima con una predica da Nestorio, arde tuttavia in fondo

all'Oriente, e le comunioni nemiche mantengono sempre la fede e la

disciplina dei fondatori. Nella più abbietta condizione d'ignoranza, di

povertà e di servitù, i Nestoriani, e i Monofisiti negano la primazia

spirituale di Roma, e sanno buon grado alla tolleranza de' Turchi, che

permettono ad essi di scomunicare da un lato S. Cirillo e il Concilio

d'Efeso, dall'altro Papa Leone e il Concilio di Calcedonia. L'aver essi

contribuito al tracollo dell'Impero d'Oriente vuol pure qualche

narrativa particolare. Il lettore potrà dare con piacere un'occhiata 1.

ai Nestoriani, 2. ai Giacobiti[133] 3. ai Maroniti 4. agli Armeni 5. ai

Cofti e 6. agli Abissinii. Le prime tre Sette parlano il siriaco, ma

ognuna delle tre ultime usa l'idioma della sua nazione. Gli abitanti

moderni per altro dell'Armenia e dell'Abissinia sermocinar non

potrebbero coi lor antenati, e i Cristiani dell'Egitto e della Siria,

che ricusano la religione degli Arabi ne hanno accettata la lingua. Il

tempo ha secondati gli artifizi dei preti, e tanto in Oriente che in

Occidente si parla colla Divinità una lingua morta, dal maggior numero

dei Fedeli ignorata.

I. L'eresia dello sciagurato Nestorio andò presto dimenticata nella

provincia che gli avea dato i natali, e nella sua diocesi ancora: que'

Vescovi d'Oriente che nel Concilio d'Efeso osarono attaccare apertamente

l'arroganza di S. Cirillo si ammansarono tosto che il Prelato rinunciò

di poi ad alcuna delle sue proposizioni. Questi Vescovi, o i successori

loro sottoscrissero non senza mormorare i decreti del Concilio di

Calcedonia. Potè l'autorità dei Monofisiti rappattumare i Nestoriani coi

Cattolici e congiungere le due parti negli odii stessi, negli stessi

interessi, e a poco a poco nei dommi medesimi, e la disputa dei tre

Capitoli fu un momento in cui mandarono di mala voglia l'ultimo sospiro.

Da leggi penali furono schiacciati que' lor fratelli, che men moderati,

o più leali non vollero far causa comune coi Cattolici, e sin dal tempo

di Giustiniano era difficile rinvenire nei confini dell'Impero una

chiesa di Nestoriani. Al di là di que' confini scoperto avevano un nuovo

Mondo, ove sperare libertà, e aspirare a conquiste. Con tutta la

resistenza dei Magi aveva il Cristianesimo gettate in Persia radici

profonde; e le nazioni dell'Oriente si riposavano alla sua ombra

salutare. Il _Cattolico_ o primate risedeva nella capitale; i suoi

Metropolitani, i suoi Vescovi, il suo clero avevano nei Sinodi e nelle

diocesi loro la pompa e l'ordinanza d'una gerarchia regolare; da gran

numero di proseliti fu abbandonato lo Zendavesta per l'Evangelo, la vita

secolare per la monastica; era avvivato il loro zelo dalla presenza d'un

nemico scaltro, e terribile. Fondatori della Chiesa persiana erano stati

alcuni missionari della Siria; quindi la lingua, la disciplina, la

dottrina del lor paese erano già una parte inerente della sua

costituzione. I primati erano eletti ed ordinati dai suffraganei; ma

provano i Canoni della Chiesa d'Oriente la lor filiale dependenza verso

i Patriarchi d'Antiochia[134]. Nuove generazioni di fedeli s'andavan

formando nella scuola persiana d'Edessa al loro idioma teologico[135]:

studiavan esse nella versione siriaca i diecimila volumi di Teodoro di

Mopsuste, e rispettavano la Fede apostolica, e il santo martirio del suo

discepolo Nestorio, la persona e la lingua del quale erano sconosciute

alle nazioni che abitavano al di là del Tigri. Alla prima lezione di

Ibas, vescovo d'Edessa, s'impresse nell'animo loro un ribrezzo

indelebile contro gli empi _Egiziani_, che nel lor Concilio d'Efeso

aveano confuse le due Nature di Gesù Cristo. La fuga dei maestri e degli

alunni, espulsi due volte dall'Atene della Siria, disperse una turba di

missionari, spinti ad un tempo dallo zelo di religione, e dalla

vendetta. Quella rigorosa unità sostenuta dai Monofisiti che, regnando

Zenone ed Anastasio, invasi aveano i troni dell'Oriente, provocò i loro

antagonisti a riconoscere in una terra libera piuttosto una union

morale, che una union fisica nelle due Persone del Cristo. Dopo l'epoca

in cui s'era predicato l'Evangelo alle nazioni, i Re sassaniesi vedean

con inquietudine e con diffidenza una razza di stranieri e d'apostati,

che poteano dar sospetto di favoreggiare la causa dei nemici naturali

del lor paese, come ne aveano abbracciata la religione. Soventi volte

s'era proibito per via d'editti il lor commercio col clero di Siria;

piacquero gli avanzamenti dello scisma all'orgoglio geloso di Perozes,

il quale porse orecchia ai discorsi d'uno scaltro Prelato, che

dipingendogli Nestorio come amico della Persia, l'indusse ad assicurarsi

della fedeltà dei sudditi cristiani, mostrandosi protettore delle

vittime e dei nemici del despota romano. Erano i Nestoriani la parte più

numerosa del clero e del popolo; presero coraggio dal favore del

principe, e il despotismo mise in loro mano la sua spada; ma taluni,

troppo deboli di spirito, furono sgomentati dall'idea di segregarsi

dalla comunione del Mondo cristiano. Il sangue di settemila settecento

Monofisiti o Cattolici fissò l'uniformità della fede e della disciplina

nelle Chiese di Persia[136]. Le loro instituzioni religiose si

segnalavano con una massima di ragione, o almen di politica; s'era già

rilassata l'autorità claustrale, e cadde a poco a poco; si dotarono case

di carità, le quali ebbero cura dell'educazione degli orfani e degli

esposti; il clero della Persia non volle la legge del celibato, tanto

raccomandata ai Greci ed ai Latini, e i matrimonii approvati e reiterati

dei sacerdoti, dei Vescovi, e del Patriarca medesimo crebbero

notabilmente il numero degli eletti. Giunsero fuorusciti a migliaia da

tutte le province dell'impero d'Oriente a quel paese, fatto asilo della

libertà naturale e religiosa. La scrupolosa devozione di Giustiniano fu

punita coll'emigrazione de' suoi sudditi più industriosi, i quali

trasportarono in Persia le arti guerresche e pacifiche, ed un accorto

monarca innalzò alle cariche coloro che per merito erano raccomandati al

suo favore. Quei disgraziati Settarii che stando sconosciuti aveano

continuato a vivere nelle loro città native, coi consigli, col braccio,

e cogli averi loro, diedero aiuto alle armi di Nuschirvan, e a quelle

ancor più formidabili del suo nipote, e in guiderdone di tanto zelo

ottennero le chiese dei Cattolici: ma quando ebbe Eraclio riconquistate

quelle città e quelle chiese, conosciuti ormai per ribelli, e per

eretici, non trovarono più altro rifugio, che gli Stati del loro

alleato. In quel mentre la apparente tranquillità dei Nestoriani corse

assai rischi, e fu turbata più volte; ed essi parteciparono alle

disgrazie ch'erano necessarie conseguenze del dispotismo orientale. Non

bastò sempre la nimicizia che portavano a Roma per espiare il loro

attaccamento al Vangelo; ed una colonia di trecentomila Giacobiti fatti

prigionieri in Apamea e in Antiochia ebbe la permissione d'innalzare i

suoi altari nemici a veggente del _Cattolico_, e sotto la protezione

della Corte. Nell'ultimo suo trattato inserì Giustiniano parecchi

articoli diretti ad estendere e a rafforzare la tolleranza di cui godeva

il Cristianesimo nella Persia. Mal informato l'Imperatore dei diritti di

coscienza, non sentiva nè pietà, nè stima per gli eretici che

rifiutavano l'autorità dei santi Concilii; ma davasi a credere che

potrebbero a poco a poco osservare i vantaggi temporali dell'unione

coll'impero e colla chiesa di Roma; e se non gli venia fatto d'ottenerne

gratitudine, sperava almeno di renderli al lor Sovrano sospetti. In

un'epoca più recente s'è veduta la superstizione e la politica del Re

cristianissimo condannare al fuoco i Luterani in Parigi e proteggerli in

Alemagna.

[A. D. 500-1210]

Il desiderio di guadagnare anime a Dio, e sudditi alla Chiesa, ha in

ogni tempo solleticato lo zelo dei sacerdoti cristiani. Dopo il

conquisto della Persia portarono le lor armi spirituali nell'Oriente,

nel Settentrione, nel Mezzogiorno, e la semplicità dell'Evangelo prese

le tinte della teologia siriaca. Se prestisi fede a un viaggiator

nestoriano[137], si predicò con frutto il Cristianesimo nel sesto secolo

ai Battriani, agli Unni, ai Persiani, agli Indiani, ai Persameni, ai

Medi e agli Elamiti; infinito era il numero delle chiese che si vedeano

nei paesi dei Barbari dal golfo di Persia al mar Caspio, e diveniva

notabile la nuova fede di costoro per la moltitudine e santità dei lor

monaci e dei lor martiri. Venivan moltiplicandosi di giorno in giorno i

Cristiani sulla costa del Malabar, sì fertile di pepe, e nelle isole di

Socotora e di Ceylan: i Vescovi e il clero di quelle remote contrade

ricevevano l'Ordinazione dal Cattolico di Babilonia. Un secolo dopo, lo

zelo de' Nestoriani passò i confini, ove s'erano fermati l'ambizione e

la curiosità de' Greci e de' Persiani. I Missionari di Balch e di

Samarcanda vennero animosi dietro i passi del Tartaro vagabondo, e

s'introdussero nelle vallate dell'Imaus e nelle spiagge del Selinga.

Andarono esponendo dommi metafisici a quei pastori ignoranti, e a que'

guerrieri sanguinari raccomandarono l'umanità e la quiete. Vuolsi per

altro, che un Rhan, di cui si esagerò in guisa ridicola la potenza,

ricevesse dalle mani loro il Battesimo ed anche gli Ordini sacri, e

lungamente la fama del _prete Gianni_ ha divertito la credulità

europea.[138] Fu permesso a questo augusto Neofito di valersi d'un altar

portatile; ma egli fece chiedere al Patriarca per mezzo d'ambasciatori

come potrebbe mai nella quaresima astenersi de' cibi animali, e come

celebrar l'Eucaristia in un deserto che non produceva nè grano nè vino.

I Nestoriani ne' loro viaggi per mare e per terra penetrarono nella Cina

pel porto di Canton e per la città di Sigan, più settentrionale,

residenza del sovrano. Ben diversi dai Senatori romani, che faceano

ridendo la parte di sacerdoti e di auguri, i Mandarini che affettano in

pubblico la ragione dei Filosofi, si abbandonano in secreto ad ogni

sorta di superstizion popolare. Confondevano essi nel proprio culto gli

Dei della Palestina con quei dell'India; ma la propagazion del

Cristianesimo destò inquietudine al governo, e dopo una breve vicenda di

favore e di persecuzione smarrissi la Setta straniera nell'oscurità e

nella dimenticanza[139]. Sotto il regno da' Califi la Chiesa de'

Nestoriani si dilatò dalla Cina a Gerusalemme, e a Cipro, e si calcolò,

che il numero delle Chiese nestoriane e giacobite superava quello delle

Chiese greche e latine[140]. Venticinque Metropolitani o arcivescovi ne

componevano la gerarchia, ma per cagion della distanza e dei rischi del

viaggio furono dispensati parecchi dall'obbligo di presentarsi in

persona colla condizione, facile da adempirsi, che ogni sei anni

darebbero un attestazione della lor fede ed obbedienza al _Cattolico_ o

patriarca di Babilonia, denominazione indeterminata, che successivamente

si diede alle residenze reali di Seleucia, di Ctesifone e di Bagdad.

Queste palme lontane son già disseccate da lungo tempo, e l'antico trono

patriarcale[141] oggi è diviso fra gli Elijah di Mosul, i quali quasi in

linea retta figurano la discendenza dei Patriarchi della primitiva

chiesa, fra i Gioseffi d'Amida, riconciliatisi colla Chiesa di

Roma[142], e i Simeoni di Van o di Ormia, che in numero di quarantamila

famiglie nel sedicesimo secolo si ribellarono, e favoreggiati furono dai

Sofì della Persia. Oggi si contano in tutto trecentomila Nestoriani, che

mal si confusero nella denominazione di Caldei e di Assirii colla nazion

la più istruita, e la più poderosa dell'Orientale antichità.

[A. D. 883]

Stando alla leggenda dell'antichità, S. Tommaso predicò l'Evangelo

nell'India[143]. Sulla fine del nono secolo, gli ambasciatori d'Alfredo

fecero una devota visita alla sua tomba, situata forse nei dintorni di

Madras, e il carico di perle e di spezie che ne riportarono compensò lo

zelo del Monarca inglese, che aveva in mente i più vasti disegni di

commercio e di scoperte[144]. Quando fu dai Portoghesi aperta la strada

dell'India, già da due secoli aveano stanza i Cristiani di S. Tommaso

sulla costa del Malabar; e la differenza di carattere e di colore, che

li distingueva dagli abitatori del paese, era una prova della mescolanza

d'una razza straniera. Essi superarono gli originarii dell'Indostan

nell'armi, nell'arti della pace, e per avventura anche nelle virtù.

Quelli che arricchivano coll'agricoltura coltivavano le palme, e il

traffico del pepe facea doviziosi i mercadanti; i soldati precedeano i

Nair o nobili del Malabar, e il re di Cochino, il Zamorino stesso, o per

gratitudine, o per timore ne rispettavano i privilegi ereditari;

obbedivano a un sovrano Gentù; ma il Vescovo di Angamala anche pel

temporale n'era il governatore. Egli continuava a sostenere i diritti

del suo antico titolo di metropolitano dell'Indie; ma era ristretta la

sua giurisdizione di fatto a mille e quattrocento chiese e a dugentomila

anime. Costoro per la religione che professavano, divenuti sarebbero i

più fermi e più amorevoli alleati dei Portoghesi; ma ben presto scorsero

gl'Inquisitori fra i Cristiani di S. Tommaso lo scisma e l'eresia,

delitti imperdonabili per essi. Invece di sottomettersi al Pontefice di

Roma, sovrano temporale e spirituale di tutto il Globo, i Cristiani

dell'India, come i loro antenati, aderirono alla comunione del Patriarca

nestoriano; e i Vescovi ch'egli ordinava a Mosul, si esponevano per mare

e per terra ad infiniti pericoli per giungere alle loro diocesi sulla

costa del Malabar. Nella lor liturgia in lingua siriaca eran devotamente

rammentati i nomi di Teodoro e di Nestorio; univano nell'adorazione le

due Persone del Cristo: il titolo di Madre di Dio feriva le loro

orecchie, e con una scrupolosa avarizia misuravano gli omaggi per la

Vergine Maria, dalla superstizione de' Latini elevata quasi al grado

d'una Dea.[145] Quando la prima volta fu presentata la sua immagine ai

Discepoli di S. Tommaso, sdegnosamente[146] esclamarono: «Noi siam

Cristiani e non idolatri!» e la lor divozione più semplice si tenne alla

venerazion della Croce. Segregati dall'Occidente, essi ignoravano, fra i

miglioramenti, ciò che la corruttela non avea potuto produrre per uno

spazio di mille anni; e la lor conformità colla Fede e colle pratiche

del quinto secolo debbe imbrogliare del pari i papisti ed i protestanti.

Il primo pensiero dei ministri di Roma fu la cura d'interdire ad essi

ogni commercio col Patriarca nestoriano, e parecchi di que' Vescovi

morirono nelle prigioni del S. Uffizio. La potenza dei Portoghesi, gli

artificii dei Gesuiti, e lo zelo di Alessio di Menezes, Arcivescovo di

Goa, andato a visitare la costa di Malabar, assalirono questa greggia,

privata de' suoi pastori. Dal Sinodo di Diamper, al quale Menezes

presedette, fu adempiuta la santa opera dell'unione, e fu imposta ai

Cristiani di S. Tommaso la dottrina e la disciplina della Chiesa romana,

senza dimenticare la confessione auricolare, stromento il più potente

della tirannide ecclesiastica.[147] Vi fu condannata la dottrina di

Teodoro e di Nestorio, e fu ridotto il Malabar sotto il dominio del

Papa, del Primate, e dei Gesuiti, che usurparono la cattedra vescovile

di Angamala o Cranganor. Sostennero pazientemente i Nestoriani dodici

lustri di servitù e d'ipocrisia; ma non così tosto l'industria e il

coraggio delle Province Unite ebbero dato il crollo all'impero de'

Portoghesi, difesero quelli con energia e con frutto la religion dei lor

padri. Divennero impotenti i Gesuiti a mantenere l'autorità, di che

aveano fatto abuso; quarantamila Cristiani rivolsero l'armi contro

oppressori arrivati nel punto della caduta di quelli; e l'Arcidiacono

dell'India sostenne le incombenze episcopali sino a tanto che dal

Patriarca di Babilonia venne mandata una nuova provvigione di Vescovi e

di Missionari siriaci. Da che furono espulsi i Portoghesi liberamente si

professa sulla costa di Malabar il Simbolo nestoriano. Le compagnie

mercantili dell'Olanda e dell'Inghilterra amano la tolleranza; ma se

l'oppressione non offende tanto quanto il disprezzo, han motivo i

Cristiani di S. Tommaso di lagnarsi della fredda indifferenza degli

Europei[148].

II. La storia dei Monofisiti è meno lunga, e meno importante di quella

de' Nestoriani. Sotto i regni di Zenone e d'Anastasio, i loro Capi

sorpresero la fiducia del principe, usurparono il trono ecclesiastico

dell'Oriente, atterrarono la scuola di Siria nella sua terra natale.

Severo, Patriarca d'Antiochia, colla più arguta sottigliezza determinò i

dommi dei Monofisiti; nello stile dell'Ennotico, condannò le opposte

eresie di Nestorio, e d'Eutiche; contro l'ultimo sostenne la realtà del

corpo del Cristo, e forzò i Greci a considerarlo come un bugiardo che

parlava il vero[149]. Ma l'approssimazion delle idee non valeva a

mitigar la veemenza delle passioni: ogni Setta faceva le maggiori

meraviglie del Mondo per la cecità, con che la contraria andava a

disputare su differenze di sì poco momento; il tiranno della Siria

ricorse alla forza per sostenere la sua credenza, e fu macchiato il suo

regno dal sangue di trecento cinquanta monaci svenati sotto le mura di

Apamea, i quali probabilmente aveano provocato i nemici, o per lo meno

fatta resistenza[150]. Il successor d'Anastasio piantò di nuovo in

Oriente il vessillo dell'Ortodossia; fuggì Severo in Egitto, e

l'eloquente Senaia,[151] suo amico, scampato di mano ai Nestoriani della

Persia, fu soffocato nel suo esilio dai Melchiti della Paflagonia.

Cinquantaquattro Vescovi furono rovesciati dalle loro sedi, e

imprigionati ottocento ecclesiastici[152]; e, nonostante l'equivoco

favore di Teodora, dovettero le chiese dell'Oriente orbate dei lor

pastori perire a poco a poco per difetto d'istruzione, o per

l'alterazione dei loro dommi. In mezzo a tanta angustia, ridestatasi la

fazione moribonda, si riunì, e si perpetuò per opera d'un monaco; ed il

nome di Giacomo Baradeo[153] è rimasto nella denominazione comune di

Giacobita, tanto aspra ad un orecchio inglese. Dai santi Vescovi

incarcerati in Costantinopoli, ricevette l'autorità di Vescovo d'Edessa,

e di apostolo dell'Oriente, e da quella fonte inesausta derivò

l'Ordinazione di più d'ottantamila di vescovi, preti o diaconi. I più

veloci dromedari d'un devoto Capo degli Arabi assecondavano con rapido

scorrerie l'ardore del missionario zelante. La dottrina e la disciplina

dei Giacobiti ed era un dovere d'ogni Giacobita violarne le leggi, e

detestare il Legislatore. Appiattati dentro i conventi, e ne' villaggi,

costretti per salvare le lor teste proscritte a cercar asilo nelle

caverne dei romiti, o nelle tende dei Saracini, sostenevano sempre, come

oggi tuttavia i successori di Severo, il lor dritto al titolo, alla

dignità, ed alle prerogative di Patriarca d'Antiochia. Sotto il giogo

più lieve degli Infedeli risiedono, lungi una lega da Merdino, nel

delizioso monastero di Zafaran, ch'essi hanno ornato di celle,

d'acquedotti, e di piantagioni. Il _Mafrian_ che soggiorna a Mosul, dova

insulta il _Cattolico_ o primate Nestoriano, a cui contende il primato

dell'Oriente, tiene il secondo posto considerato tuttavia come assai

decoroso. Ne' diversi tempi della Chiesa giacobita si contarono sino a

cencinquanta Arcivescovi o Vescovi sotto il Patriarca ed il Mafrian; ma

l'ordine della gerarchia s'è guasto, o rotto, e i contorni dell'Eufrate

e del Tigri forman la più gran parte delle loro diocesi. Si trovano

ricchi mercadanti e bravi operai nelle città d'Aleppo e d'Amida, spesso

visitate dal Patriarca; ma il popolo vive miserabilmente del lavoro

giornaliero, e ha potuto la povertà non meno della superstizione

contribuire alla imposizione volontaria di digiuni eccessivi; osservano

ogni anno cinque quaresime, nel qual tempo e il clero e i laici non solo

s'astengono dalla carne e dalle uova, ma ben anche dal vino, dall'olio e

dal pesce. Si calcola la lor popolazione presente da cinquanta in

ottantamila anime, misero avanzo d'una Chiesa numerosissima, scemata

gradatamente sotto una tirannia di dodici secoli. Ma in sì lungo periodo

da parecchi stranieri, uomini di merito, fu abbracciata la Setta dei

Monofisiti, e Abulfaragio[154], Primate dell'Oriente, tanto notabile per

la vita e per la morte sua, era figlio di un Giudeo. Scriveva

elegantemente il siriaco e l'arabo; fu poeta, medico, storico, filosofo

sagace, e teologo moderato. Ai suoi funerali assistè il Patriarca

nestoriano, suo rivale, con gran seguito di Greci e d'Armeni, i quali

poste in non cale le dispute, vennero a mescer le loro lagrime sulle

ceneri d'un nemico. Sembrava per altro che la Setta onorata dalle virtù

d'Abulfaragio fosse riguardata come inferiore d'un grado a quella dei

Nestoriani. È più abbietta la superstizione dei Giacobiti, più rigidi ne

sono i digiuni,[155] più molteplici le divisioni intestine, e (per

quanto si può misurare la scala dell'assurdità) più lontani dalla

ragione dei loro dottori. A questa differenza contribuisce, senza

dubbio, la severità della teologia dei Monofisiti; ma molto più

probabilmente l'autorevole direzione dei monaci. Nella Siria, in Egitto,

in Etiopia i Monaci giacobiti furono sempre singolari per austerità di

mortificazioni e per la stravaganza delle loro leggende. In vita e in

morte sono venerati come uomini favoriti della Divinità: il Pastorale di

Vescovo e di Patriarca è riservato alla lor mano reverenda, e infetti

ancora delle consuetudini e dei pregiudizi del chiostro, si prendono

l'incarico di governare gli uomini[156].

III. Nello stile de' Cristiani dell'Oriente furono i Monoteliti in tutti

i sensi dal nome contraddistinti di _Maroniti_[157], nome che a poco a

poco passò da un eremita a un monastero, da un monastero ad una nazione.

La Siria fu il paese, ove Marone, santo o selvaggio del quinto secolo,

espose la religiosa stravaganza; le città di Apamea e di Emesa se ne

contesero le reliquie; su la sua tomba s'innalzò una magnifica Chiesa, e

seicento de' suoi discepoli congiunsero le loro celle sulle rive

dell'Oronte. Nelle controversie dell'Incarnazione si tennero

scrupolosamente sulla linea ortodossa tra le Sette di Nestorio e

d'Eutiche; ma i loro ozii produssero la malnata quistione d'una volontà

o d'una operazione nelle due Nature di Cristo. L'Imperatore Eraclio,

loro proselita, respinto come Maronita dalle mura della città di Emesa,

trovò un ricovero ne' monasteri dei suoi fratelli, e ne premiò le

lezioni teologiche col guiderdone di vasto e ricco demanio. Si propagò

il nome e la dottrina di questa ragguardevole scuola fra i Greci ed i

Sirii, e si può far giudizio del loro zelo dalla risoluzion di Macario,

Patriarca antiocheno, il quale davanti il Concilio di Costantinopoli

dichiarò, che si lascerebbe tagliare a pezzi, e gettare in mare,

piuttosto che riconoscere due Volontà in Cristo[158]. Persecuzione di

tal fatta, o altra più moderata, valse a convertire ben presto i sudditi

della pianura, mentre i robusti popolani del monte Libano si gloriavano

del titolo di _Mardaiti_ o di ribelli[159]. Giovan Marone, di tutti i

monaci il più dotto e il più amato dal popolo, si arrogò le facoltà del

Patriarca d'Antiochia: Abramo, suo nipote, fattosi Capo dei Maroniti, ne

difese la libertà civile e religiosa contro i tiranni dell'Oriente. Il

figlio dell'ortodosso Costantino con un santo rancore perseguitò un

popolo di soldati, che avrebbero potuto essere il baluardo del suo

impero contro i nemici di Gesù Cristo e di Roma. Fu invasa la Siria da

un esercito di Greci; consunsero le fiamme il monastero di San Marone; i

più prodi capitani della Setta furono traditi e assassinati, e

dodicimila dei loro partigiani furono tratti sulle frontiere

dell'Armenia e della Tracia. Ciò nonostante l'umile Setta dei Maroniti

ha sopravvissuto all'impero di Costantinopoli, e la loro coscienza sotto

i Turchi è libera, moderata la servitù. Fra i loro Nobili antichi sono

scelti i lor governatori particolari; dal fondo del suo monastero di

Canobin, crede tuttavia il Patriarca d'essere assiso sulla sede

d'Antiochia; nove Vescovi ne compongono il Sinodo, e centocinquanta

sacerdoti, che hanno la facoltà di maritarsi, son destinati alla cura di

centomil'anime. S'estende il lor paese dalla catena del monte Libano

sino alle coste di Tripoli; e in questa angusta striscia di territorio,

con una degradazione insensibile si offrono al guardo tutte le varietà

del suolo e del clima, dai grandi cedri che non curvano il capo sotto il

peso delle nevi[160], sino ai vigneti, ai gelsi e agli olivi della

fertile vallata. I Maroniti, dopo aver abiurato nel duodicesimo secolo

l'error de' Monoteliti si riconciliarono colle Chiese latine d'Antiochia

e di Roma[161], e soventi volte l'ambizione dei Papi, non che la miseria

dei Cristiani della Siria rinnovellarono la stessa alleanza; ma è lecito

dubitare, se questa riunione sia mai stata intera o leale, e indarno i

dotti Maroniti del Collegio di Roma fecero il potere per assolvere i

loro antenati dal delitto di scisma e di eresia[162].

IV. Dal secolo di Costantino in poi si segnalarono gli Armeni[163]

nell'affetto per la religione e l'impero dei Cristiani. Dai disordini

del lor paese, e dall'ignoranza della lingua greca fu impedito

il loro clero d'assistere al Concilio di Calcedonia, e per

ottantaquattr'anni[164] stettero fluttuanti nell'incertezza o

nell'indifferenza sino al giorno in cui la lor Fede senza guida li diede

in mano ai missionari di Giuliano d'Alicarnasso[165], il quale in

Egitto, dove era esiliato, come i Monofisiti, era stato vinto dagli

argomenti e dalla riputazione di Severo, suo rivale, Patriarca

monofisita d'Antiochia. Gli Armeni soli sono i puri discepoli d'Eutiche,

padre infelice, rinnegato dalla maggior parte de' suoi figli. Quei soli

stanno perseveranti nella opinione, che l'Umanità di Gesù Cristo fosse

creata, o formata senza creazione, d'una sostanza divina ed

incorruttibile. Sono rimproverati i loro avversari d'adorare un

fantasma, ed essi ritorcono l'accusa, mettendo in ridicolo, o caricando

di maledizioni la bestemmia dei Giacobiti, che attribuiscono a Dio le

vili infermità della carne, e fino gli effetti naturali del nutrimento e

della digestione. Non potea la religion dell'Armenia menar gran vanto

del sapere, o della potenza de' suoi abitanti. Spirò il regno fra loro

nel principio del loro scisma, e quelli dei loro Re cristiani, che nel

tredicesimo secolo sulle frontiere della Cilicia fondarono una Monarchia

momentanea, erano i protetti de' Latini, e i vassalli del Soldano turco

che dava leggi in _Iconio_. Non si permise lungamente a questa nazione

abbandonata di goder la quiete della servitù. Dai primi tempi della sua

storia sino al giorno d'oggi è stata l'Armenia il teatro d'una guerra

perpetua. La crudele politica dei Sofì ha spopolate le terre fra Tauride

ed Erivan; e famiglie cristiane a migliaia furono trapiantate nelle

province più rimote della Persia a perire o a moltiplicare colà. Sotto

la verga dell'oppressione sta imperterrito e fervido lo zelo degli

Armeni; sovente preferirono la corona del martirio al turbante di

Maometto: piamente detestano l'errore e l'idolatria de' Greci, ed è

tanto vera la loro unione effimera coi Latini, quanto il computo di

mille Vescovi dal lor Patriarca condotti al piede del Pontefice

romano[166]. Il Cattolico o Patriarca degli Armeni risede del monastero

di Ekmiasin, tre leghe lontano da Erivan. Son da lui ordinati

quarantasette Arcivescovi, ognuno de' quali ha quattro o cinque

suffraganei, ma per la maggior parte non sono che prelati titolari, che

colla presenza e col servigio danno risalto alla semplice pompa della

sua Corte. Come hanno adempiuto agli uffici ecclesiastici attendono a

coltivare il giardino, e farà meraviglia ai nostri Vescovi l'intendere,

che in proporzione della sublimità del grado cresce l'austerità della

loro vita. Nelle ottantamila città o villaggi di quel governo spirituale

riceve il Patriarca da ogni persona, che abbia compiuti i quindici anni,

una picciola tassa volontaria; ma i seicentomila scudi, che ne ricava

ogni anno, non bastano ai continui bisogni de' poveri, nè ai tributi che

si esigono dai Bascià. Dal principio dell'ultimo secolo ottennero gli

Armeni una porzion considerevole e lucrosa del traffico dell'Oriente.

Tornando d'Europa, sogliono le lor caravane arrestarsi nei dintorni

d'Erivan; tributano agli altari i frutti della loro industriosa

pazienza, e la dottrina d'Eutiche vien predicata alle congregazioni, che

hanno formato da poco in qua nella Barberia e nella Polonia[167].

V. Nelle altre parti dell'imperio poteva il principe annichilare, o

ridurre al silenzio i Settarii di una dottrina creduta pericolosa; ma i

testardi Egiziani si opposero mai sempre al Concilio di Calcedonia, e la

politica di Giustiniano degnò adattarsi ad aspettare il momento in cui

potesse giovarsi della lor discordia. La Chiesa monofisita

d'Alessandria[168] era lacerata dalla disputa dei _corruttibili_ e degli

_incorruttibili_, e nella morte del Patriarca ognuna delle due fazioni

presentò un candidato[169]. Gaiano era discepolo di Giuliano, e Teodosio

avea ricevuto lezioni da Severo: i monaci e i senatori, la capitale e la

provincia favorivano il primo; confidava il secondo nell'anteriorità

della sua Ordinazione, nella grazia dell'Imperatrice Teodora, e

nell'armi dell'eunuco Narsete, che avrebbe potuto farne miglior uso in

una guerra più gloriosa. Il candidato del popolo fu confinato in

Cartagine ed in Sardegna, e questo esilio crebbe il fermento degli

animi, e cento settant'anni dopo il cominciamento dello scisma

veneravano ancora i Gaianiti la memoria e la dottrina del lor fondatore.

In un furioso e sanguinolento conflitto si vide la forza del numero

cozzare con quella della disciplina; i cadaveri de' cittadini e de'

soldati ingombrarono le strade della metropoli; le devote salivano sul

tetto delle case, e scagliavano sul capo dal nemico tutto quello che di

pesante o di tagliente veniva loro alle mani; e in fine trionfò Narsete

perchè mise a fuoco e fiamme la terza capitale del Mondo romano. Ma non

piacque al luogotenente di Giustiniano, che cogliesse un eretico i

frutti della sua vittoria; guari non andò che Teodosio fu deposto,

sebbene con modi umani, e Paolo di Tanis, monaco ortodosso, fu innalzato

alla sede di Sant'Atanasio. Acciocchè potesse sostenersi, fu armato di

tutte le forze del governo; aveva la facoltà di nominare o rimovere i

duchi e i tribuni d'Egitto; soppresse le distribuzioni di pane, ordinate

da Diocleziano, chiuse i templi de' suoi rivali, e una nazione

scismatica rimase ad un tratto senza alimento spirituale e corporale.

Dall'altra parte il popolo sospinto da vendetta e da fanatismo scomunicò

quel tiranno; nessuno, eccettuati i servili Melchiti, non volle più

salutarlo nè per uomo, nè per cristiano, nè per Vescovo. Ma tale è la

cecità dell'ambizione; cacciato per un'accusa d'omicidio, esibì mille e

quattrocento marchi d'oro per ricuperare il suo posto, ove non raccolse

che odio ed affronti. Apollinare, suo successore, entrò in Alessandria

con un corteggio militare, parato e presto all'orazione ed alla

battaglia. Distribuì i suoi armati per tutta la strada; furon collocate

le guardie alle porte della cattedrale, e una truppa eletta venne posta

in mezzo al coro per difesa della persona del suo Capo. Stavasi

Apollinare in piedi nella sua cattedra, e, levato l'abito guerresco,

comparve di repente agli occhi della moltitudine colla veste di

Patriarca d'Alessandria. Lo stupore per un istante produsse un gran

silenzio; ma come tosto Apollinare ebbe cominciato a leggere il tomo di

San Leone, fu da imprecazioni, da invettive e da sassi assalito

quest'odioso ministro dell'Imperatore e del Sinodo. Subitamente il

successor degli Apostoli diede l'ordine di combattere; vuolsi che i

soldati marciassero dentro il sangue sino al ginocchio, e che vi

rimanessero svenati dugentomila Cristiani; calcolo incredibile,

quand'anche si facesse non per una giornata, ma per li diciott'anni del

pontificato d'Apollinare. I due Patriarchi che gli succedettero,

Eulogio[170] e Giovanni[171], s'adoperarono a convertire gli eretici con

armi ed argomenti più degni del loro evangelico ministero. Eulogio pose

in mostra il suo sapere teologico in molti volumi, che esageravano gli

errori di Eutiche e di Severo, e cercavano di conciliare le asserzioni

equivoche di San Cirillo, del Simbolo ortodosso di Papa Leone e de'

Padri del Concilio calcedonese. Mosso da superstizione, da beneficenza,

o da politica si segnalò Giovanni il Limosiniere con una munificenza

caritatevole; manteneva a sue spese settemila e cinquecento poveri;

trovò, quando fu eletto, sedicimila marchi d'oro nell'erario della

Chiesa; n'ebbe ventimila dalla generosità dei fedeli; eppure potè

vantarsi nel testamento di non lasciar più d'un terzo della più picciola

moneta d'argento. Le Chiese d'Alessandria furon consegnate ai Cattolici;

fu proscritta la religion dei Monofisiti in Egitto, e fu pubblicata una

legge, che escludeva i nativi del paese dagli onori, e dagli impieghi

lucrosi dello Stato.

Rimaneva da farsi una conquista più rilevante, quella del Patriarca,

oracolo e Capo della Chiesa egiziana. Aveva resistito Teodosio alle

minacce e alle promesse di Giustiniano col coraggio d'un Apostolo,

ovveramente d'un entusiasta. «Non furono diverse, rispose il Patriarca,

le offerte del tentatore quando mostrava i reami della terra; a me sta

più a cuore l'anima che la vita o l'autorità. Stanno le Chiese nelle

mani d'un principe, che può uccidere il corpo; ma la mia coscienza è

mia, e nell'esilio, nella povertà, nei ceppi resterò costantemente

fedele alla credenza de' miei santi predecessori Atanasio, Cirillo e

Dioscoro. Anatema al _tomo_ di Leone, e al Concilio di Calcedonia!

anatema a chi ammette la lor dottrina! e adesso e per sempre sieno

caricati d'anatemi! Io sono uscito nudo del seno di mia madre, nudo

discenderò nel sepolcro; mi seguano coloro che amano Iddio e cercano la

salute». Dopo aver consolato e rincorato i suoi fratelli, salpò alla

volta di Costantinopoli; e in sei abboccamenti successivi sostenne senza

vacillare l'assalto quasi irresistibile della presenza del sovrano. Le

sue opinioni eran favoreggiate nel palazzo e nella capitale; il credito

di Teodora lo francheggiava e gli promettea un congedo decoroso; egli

terminò la sua carriera, non già sulla cattedra episcopale, ma nel suo

paese nativo. Alla nuova della sua morte, Apollinare spinse l'indecenza

sino a farne festa in un divertimento dato alla Nobiltà ed al clero; ma

fu turbata la sua allegrezza dalle nuove che presto ricevette della

dominazione del successor di Teodosio; e mentre si godea le ricchezze

d'Alessandria, i suoi rivali davano la legge entro i monasteri della

Tebaide, ove campavano di obblazioni spontanee del Popolo. Morto

Teodosio si vide nascere dalle sue ceneri una serie non interrotta di

Patriarchi, e le Chiese monofisite di Siria e d'Egitto vennero collegate

in una stessa comunione, e nel nome di Giacobiti; ma la dottrina che

s'era concentrata in una picciola Setta dei Sirii, si propagò nella

nazione egiziana, o cofta, la quale con voto quasi unanime rigettò i

decreti del Concilio calcedonese. Volgeano dieci secoli da che l'Egitto

non era più un regno, e i vincitori dell'Asia e dell'Europa avevano

assoggettato al giogo un popolo, la sapienza e la potenza del quale sono

anteriori ai monumenti della Storia. La lotta del fanatismo e della

persecuzione vi ridestò qualche scintilla d'intrepidezza nazionale.

Nell'abiurare un'eresia straniera repudiarono gli Egiziani i costumi e

la favella dei Greci; ogni Mulchita è riguardato come un forestiero,

ogni Giacobita come un cittadino. Dichiaravano peccato mortale le

alleanze di matrimonio coi lor nemici, e l'esercizio dei doveri

dell'umanità verso i medesimi; spezzarono i vincoli della fedeltà

giurata all'Imperatore, il quale non potea, lontano da Alessandria, fare

colà eseguire i suoi ordini in altro modo che col braccio militare. Con

uno sforzo generoso si sarebbe restaurata la religione e la libertà

dell'Egitto, e i suoi seicento monasteri avrebbero mandate migliaia di

santi guerrieri che tanto meno temevano la morte, quanto che non avea la

vita per essi nè consolazioni, nè piaceri; ma l'esperienza ha provato la

distinzione che passa tra il coraggio attivo, e il coraggio passivo; il

fanatico che senza mandar un sospiro, sostiene le più crudeli torture,

sarebbe tutto tremante, o si darebbe alla fuga in faccia a un nemico

armato. Gli Egiziani pusillanimi, siccome essi erano, restrignean le

speranze a quella di cangiar padrone; l'armi di Cosroe disertarono il

paese, ma sotto il suo regno godettero i Giacobiti una tregua precaria e

che durò poco. Colla vittoria d'Eraclio si rinnovellò e crebbe la

persecuzione e il Patriarca abbandonò di bel nuovo Alessandria per

riparare nel deserto. Mentre egli se ne fuggiva credette Beniamino udir

una voce, che gli comandava d'attendere dopo dieci anni il soccorso

d'una nazion forestiera, soggetta come gli Egiziani, all'antica legge

della Circoncisione. Si vedrà in processo di tempo chi fossero questi

liberatori, e quale la liberazione, e qui trapasso l'intervallo d'undici

secoli per dare un'occhiata alla miseria presente dei Giacobiti

dell'Egitto. La popolosa città del Cairo è la sede o piuttosto l'asilo

del loro indigente Patriarca, e dei dieci Vescovi che hanno conservati:

quaranta monasteri hanno sopravvissuto alle scorribande degli Arabi; e

la sempre crescente schiavitù, non che l'apostasia ha ridotto i Cofti al

meschino numero di venticinque o trentamila famiglie[172], genìa di

paltoni ignoranti, che non hanno altra consolazione che la vista della

miseria anche maggiore del Patriarca greco, e del suo picciolo

ovile[173].

VI. Il Patriarca cofto, ribelle ai Cesari, o schiavo dei Califfi, poteva

sempre insuperbirsi dell'ubbidienza figliale dei Re della Nubia e

dell'Etiopia; ne esagerava egli la grandezza per pagarne l'omaggio;

osavano i suoi partigiani asserire che quei principi poteano mettere in

armi centomila cavalieri, e altrettanti camelli[174]; ch'eran padroni di

spandere, o di fermare le acque del Nilo[175], e che dalla mediazione

del Patriarca dependevano la pace e l'abbondanza dell'Egitto, anche

trattandosi di perorare presso un sovrano del Mondo. Mentre stava in

esilio a Costantinopoli raccomandò Teodosio alla sua protettrice, la

conversione del popolo nero della Nubia[176]. Dal tropico del Cancro

fino alle frontiere d'Abissinia, potè l'Imperatore indovinare

l'intenzion di sua moglie, e più zelante di lei per la Fede ortodossa

volle partecipare a questa gloria. Due missionari rivali, un Melchita e

un Giacobita, partirono ad un tempo; ma, fosse amore o timore, Teodora

fu meglio obbedita, e il presidente della Tebaide ritenne presso di sè

il sacerdote cattolico, mentre in gran fretta furono battezzati nella

comunion di Dioscoro il Re di Nubia, e la sua Corte. Giunto troppo tardi

l'Inviato di Giustiniano, venne accolto e rimandato onorevolmente; ma

quando denunciò l'eresia, e il tradimento degli Egiziani, il Neofito

negro era già stato ammaestrato a rispondere, che mai non abbandonerebbe

i suoi fratelli, i veri credenti, ai ministri persecutori del Concilio

di Calcedonia[177]. Pel corso di vari secoli nominò il Patriarca

d'Alessandria, ed ordinò i Vescovi della Nubia; vi dominò il

cristianesimo fino al secolo duodecimo, e si scorgono ancora cerimonie

ed avanzi di questa religione nelle borgate di Sennaar e di

Dongola[178]. Ma i Nubii alla lunga mandarono ad effetto le lor minacce

di ritornare al culto degli idoli; voleva il clima una religione che

permettesse la poligamia, e quindi preferirono il trionfo del Korano

all'umiliazion della Croce. Forse una religion metafisica supera

l'intendimento d'un Popolo nero; si può per altro avvezzare un Nero non

altrimenti che un papagallo a ripetere _le parole_ del Simbolo di

Calcedonia o di quello dei Monofisiti.

[A. D. 550 ec.]

Erasi già più profondamente radicato il cristianesimo nell'Impero

d'Abissinia, e quantunque sia stata interrotta la corrispondenza per più

di settanta o di cento anni, quella Chiesa sta sempre sotto la tutela

della metropoli d'Alessandria. Di sette vescovi era composto per

l'addietro il Sinodo etiopico; se fossero stati dieci costantemente,

avrebbero potuto eleggersi un primato independente; venne in capo ad uno

dei loro re di dare ad un suo fratello questo primato, ma si previde la

cosa, e fu ricusata la fondazione di tre nuovi vescovadi; a poco le

incumbenze episcopali si sono concentrate nell'_Abuna_[179] o Capo de'

sacerdoti dell'Abissinia ordinati da lui: vacando questo posto, il

Patriarca d'Alessandria nomina ad occuparlo un monaco egiziano,

avvegnacchè un forestiero investito di quella dignità sembra agli occhi

del volgo più rispettabile, e meno pericoloso a quei del monarca. Quando

nel sesto secolo si palesò apertamente lo scisma d'Egitto, i Capi

rivali, coll'assistenza de' lor protettori Giustiniano e Teodora, fecero

ogni potere per rapire l'uno all'altro il conquisto di quella provincia

remota ed independente. Anche questa volta la scaltrezza

dell'Imperatrice vinse la pruova, e la pia Teodora stabilì in quella

Chiesa lontana la fede e la disciplina de' Giacobiti[180]. Circondati

per ogni lato da' nemici della loro religione, sonnecchiarono gli Etiopi

quasi per dieci secoli, senza pensare al rimanente del Mondo, che non

pensava a loro. Furono svegliati da' Portoghesi, che dopo avere superato

il promontorio meridionale dell'Affrica comparvero nell'India, e sul mar

Rosso come se discesi fossero da un pianeta lontano. A prima giunta i

sudditi di Roma, e que' d'Alessandria rimasero sorpresi più dalla

conformità che dalle differenze della lor fede, e ognuna delle due

nazioni sperò grandissimi vantaggi da un'alleanza con genti cristiane.

Gli Etiopi disgiunti dagli altri popoli della terra erano quasi tornati

alla vita selvaggia. I loro navili che un tempo approdavano a Ceilan,

appena osavano tentare le riviere dell'Affrica: non più vedevansi

abitatori in Axum già rovinata, la nazione era dispersa ne' villaggi, e

il gran personaggio, pomposamente decorato del titolo d'Imperatore,

stava in pace ed in guerra contento d'un campo renduto immobile.

Sentendo la lor miseria, avevano saggiamente avvisato gli Abissinii

d'introdurre le arti, e l'industria europea[181], e ordinarono a' loro

ambasciatori in Roma e in Lisbona di spedire colà una colonia, di fabbri

ferrai, di carpentieri, di fornaciai, di muratori, di stampatori, di

chirurghi, di medici; ma dal pericolo pubblico furono sollecitati a

cercare un pronto soccorso d'armi e soldati per difesa d'un popolo

pacifico contro i Barbari che portavano il guasto nel cuor del paese, e

contro i Turchi o gli Arabi, che con formidabile apparecchio

s'avanzavano dalle rive del mare. Fu salva l'Etiopia mercè dell'aiuto di

quattrocento cinquanta Portoghesi i quali dimostrarono combattendo quel

valore che è proprio degli Europei, e la potenza dell'archibugio e del

cannone. In un accesso di spavento avea promesso l'Imperatore di

riunirsi co' sudditi alla Fede cattolica; un Patriarca latino

rappresentò il Primato del Papa[182]: credevasi che quell'Impero

supposto dieci volte più grande di quello che fosse, racchiudesse più

oro che non le miniere d'America, e la cupidigia non che lo zelo

religioso fondarono speranze stravaganti sopra la spontanea sommessione

de' Cristiani dell'Affrica.

[A. D. 1557]

Ma riavutosi dal timore, non si sovvenne più dei giuramenti fatti

coll'animo addolorato. Vietarono gli Abissinii con una costanza invitta

la dottrina de' Monofisiti: coll'esercizio della disputa si riscaldò la

lor Fede alquanto intiepidita; infamarono co' nomi d'Ariani, e di

Nestoriani i Latini; e rimproverarono come adoratori di _quattro_ Iddii

coloro, che separavano le due Nature di Gesù Cristo. Fu assegnata a

missionari gesuiti la borgata di Fremona per gli ufficii del loro culto,

o piuttosto per un luogo d'esilio, nulla giovando a farli stimabili

l'abilità che avevano nell'arti liberali e meccaniche, la loro dottrina

nelle materie teologiche, la decenza de' costumi: mancavano del dono de'

miracoli[183], e mai non venne lor fatto d'ottenere un sussidio di

soldatesche europee. Dopo quarant'anni di pazienza e di destrezza furono

da tanto che trovarono chi prestò più facile orecchia, e valsero a

persuadere a due Imperatori d'Abissinia che Roma poteva fare in questo

Mondo e nell'altro la felicità de' suoi aderenti. Il primo di que' re

neofiti perdè la corona e la vita, e fu santificato l'esercito ribelle

dall'_Abuna_, il quale fulminò d'anatemi l'apostata, e sciolse i sudditi

dal giuramento di fedeltà. Zadengher fu vendicato dal coraggio e dalla

fortuna di Susneo, che salì al trono col nome di Segued, e che proseguì

più vigorosamente la devota impresa del suo congiunto. L'Imperatore dopo

essersi divertito in una lotta d'argomentazioni fra i gesuiti e i suoi

sacerdoti inesperti, si dichiarò proselita del Concilio di Calcedonia;

credendo che il suo clero, e il suo popolo avrebbero immediatamente

abbracciata la religione del principe. Ordinò poco dopo sotto pena di

morte che si credesse alle due Nature di Cristo: ingiunse agli Abissinii

di passare la giornata del Sabato o in lavori, o in divertimenti; e

Segued, al cospetto dell'Europa e dell'Affrica, rinunciò ad ogni vincolo

che aveva colla Chiesa d'Alessandria. Un gesuita, Alfonso Mendez,

Patriarca cattolico dell'Etiopia, ricevette in nome d'Urbano VIII

l'omaggio e l'abiura del suo penitente. «Io confesso, disse l'Imperator

ginocchione, confesso che il Papa è il vicario di Gesù Cristo, il

successore di San Pietro, il sovrano del Mondo; gli giuro verace

obbedienza, e pongo a' suoi piedi la mia persona e il mio regno». Suo

figlio, suo fratello, il clero, i nobili, ed anche le donne della Corte,

ripeterono lo stesso giuramento; vennero profusi al Patriarca latino

onori e ricchezze, e i suoi missionari piantarono le loro chiese, o

piuttosto cittadelle, nelle migliori situazioni dell'Impero. Da que'

gesuiti medesimi si deplora la funesta imprudenza del loro Capo, il

quale non curando la mansuetudine Evangelica, e la politica del suo

Ordine, con troppa violenza osò introdurre colà la liturgia di Roma, e

l'inquisizione del Portogallo. Condannò egli la vecchia pratica della

Circoncisione, instituita per motivi di salute piuttosto che di

superstizione nel clima d'Etiopia[184]. Obbligò i nativi del paese ad un

nuovo Battesimo ed a una nuova Ordinazione: inorridirono questi vedendo

un prete estero che levava dalle tombe i più santi de' loro morti, e

scomunicava i più rispettabili de' lor viventi. Diedero di piglio alle

armi per difendere la propria religione e la libertà, e si segnalarono

con un valore da disperati, ma senza pro. Cinque ribellioni furono

soffocate nel sangue de' ribelli; due Abuna caddero morti in battaglia;

intere legioni furono trucidate nel campo, o sepolte nelle loro caverne,

e il merito, la dignità, il sesso non poterono sottrarre i nemici di

Roma da una morte ignominiosa; ma finalmente il monarca vincitore si

lasciò vincere dalla costanza della sua nazione, di sua madre, del

figlio, degli amici più fedeli. Ascoltò Segued la voce della pietà,

della ragione, e forse del timore, e l'editto che concedeva la libertà

di coscienza svelò la tirannide a un'ora e la debolezza de' Gesuiti.

Basilide, morto che fu suo padre, cacciò il Patriarca latino, e ridonò

al voto della nazione la Fede e la disciplina dell'Egitto. Le chiese

monofisite ripeterono trionfando, «che la greggia d'Etiopia era

finalmente ritolta alle iene dell'Occidente»; e da quel giorno le porte

di quel Regno romito furono per sempre chiuse alle arti, alle scienza, e

al fanatismo dell'Europa[185].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 8 / 20 题