CAPITOLO XLVII.

_Storia Teologica della dottrina dell'Incarnazione. Natura umana

e divina di Gesù Cristo. Inimicizia tra i Patriarchi

d'Alessandria e di Costantinopoli, S. Cirillo e Nestorio. Terzo

Concilio generale tenuto in Efeso. Eresia d'Eutiche. Quarto

Concilio generale tenuto in Calcedonia. Discordia civile ed

ecclesiastica. Intolleranza di Giustiniano. I tre Capitoli.

Controversia dei Monoteliti. Sette dell'Oriente: prima i

Nestoriani, seconda i Giacobiti, terza i Maroniti, quarta gli

Arminiani, quinta i Cofti e gli Abissini._

Dopo avere i Cristiani distrutto il Paganesimo ben poteano godersi in

santa pace un trionfo che liberati li avea da tutti gli avversari; ma un

seme di discordia germogliava nel loro seno[1]; quindi furono più

ardenti a cercar la natura del Fondator della Religione, che a porne in

pratica le leggi[2]. Ho di già osservato che alle dispute sulla Trinità

tennero dietro quelle dell'Incarnazione, scandalose del pari per la

Chiesa; del pari funeste allo Stato, ma più minuziose ancora in origine

e più durevoli negli effetti. Questo capitolo narrerà una guerra

religiosa di dugento cinquant'anni, ed ho intenzione di esporre qual fu

lo scisma ecclesiastico e politico delle Sette d'Oriente, e di preparare

la storia delle contese loro tanto romorose e sanguinarie, premettendo

brevi ricerche sulla dottrina della Chiesa primitiva[3].

I. Zelanti, com'era ben giusto, dell'onore dei primi proseliti della lor

religione, furono i Cristiani[4] inclinati a credere a seconda del

desiderio e della speranza loro, che gli Ebioniti, o per lo meno i

Nazarei non si fossero segnalati in altro che nella ostinata lor

perseveranza a praticare il culto di Mosè. Disparvero le loro Chiese;

non son più ricordati i loro libri; la loro oscura libertà ha lasciato

aperto un vasto campo alle opinioni in questo proposito, e somministrato

allo zelo e alla prudenza del terzo secolo il modo d'esporre

diversamente il loro Simbolo flessibile e mal certo; ma la critica più

caritatevole dee negare in questi Settari ogni nozione della pura e vera

Divinità di Cristo. Ammaestrati alla scuola de' Giudei, imbevuti delle

profezie, e dei pregiudizi loro, non avevano appreso giammai a sollevare

le speranze più alto che ad un Messia umano e temporale[5]. Se osavano

salutare il lor Re quando compariva in abito plebeo non potevano da

grossolani, siccome essi erano, discernere il loro Dio, che nascondea la

celeste natura sotto il nome e la persona d'un uomo[6][7]. Gesù Nazareno

s'intertenea famigliarmente co' suoi compagni, li trattava come amico, e

in tutte le azioni della vita ragionevole, o della vita animale,

compariva un uomo della stessa loro specie. Al pari degli altri uomini

passò dall'infanzia alla gioventù e alla virilità con un graduato

incremento di statura e di sapienza, e spirò sulla Croce dopo una penosa

agonìa di spirito e di corpo. Visse e morì per servigio degli uomini; ma

Socrate ancora[8] consacrata avea la vita sua e la sua morte alla causa

della religione e della giustizia; e quantunque lo stoico o l'eroe

possano sdegnare le umili virtù di Gesù Cristo, pure le lagrime che

questi versò sopra il suo paese, e sul discepolo ch'egli amava, sono la

più pura, non che la più incontrastabile prova della sua Umanità. Non

doveano i miracoli dell'Evangelo recare maraviglia ad un popolo che

intrepidamente credeva i prodigi anche più strepitosi della legge di

Mosè. Già i Profeti aveano prima di lui sanato infermi, risuscitato

morti, fermato il Sole, erano saliti al cielo su carri di fuoco, e di

leggieri poteva lo stile metaforico degli Ebrei retribuire ad un Santo e

ad un Martire il titolo adottivo di _Figlio di Dio._

Tuttavolta, e nel Simbolo de' Nazarei, e in quello degli Ebioniti, non

si scorgono che lievi tracce di separazione da quegli eretici, i quali

dicevano essere stato generato il Cristo secondo l'ordine generale della

natura, e da quegli scismatici che ammettevano la Verginità di sua Madre

escludendo l'intervento d'un padre terreno. Pareva autenticata la

miscredenza de' primi dalle circostanze visibili della sua nascita, dal

matrimonio di Giuseppe, suo padre putativo, che aveva adempiute le

formalità tutto della legge, e così da' dritti che per discendenza

diretta egli aveva sul Regno di David, e su l'eredità di Giuda; ma la

storia secreta ed autentica se ne conservò in molte copie dell'Evangelo

secondo S. Matteo[9], che que' Settari custodirono per lungo tempo

nell'originale ebraico[10] come unica pruova della loro credenza.

Giuseppe, ben certo della propria castità, formò sospetti assai naturali

nel caso; ma poi avvisato in sogno essere la gravidanza della sposa

un'opera dello Spirito Santo, sgombrò dall'animo ogni inquietudine: e

poichè non aveva potuto lo Storico osservare co' propri occhi quel

miracolo domestico, convien credere che ascoltato egli abbia in tal

occasione la voce, che dettò ad Isaia il vaticinio della futura

concezione d'una Vergine. Il figlio di una Vergine generata per

l'ineffabile opera dello Spirito Santo era un Ente di cui non s'avea mai

conosciuto il simile[11], nè si poteva a cosa veruna paragonare, poichè

in tutte le facoltà della mente e del corpo era superiore a' figli

d'Adamo. Dopo che si fu introdotta la filosofia greca, o caldea[12],

credevano i Giudei[13] alla preesistenza, alla trasmigrazione,

all'immortalità dell'anima; e per giustificare la Provvidenza

supponevano che l'anima fosse condannata ad un carcere corporeo per

espiare le colpe commesse in uno stato anteriore[14]; ma quasi

incommensurabili sono i gradi della purità e della corruttela. Fu

agevole il credere che eletto fosse il più sublime e il più virtuoso tra

gli spiriti ad animare quell'Essere nato da Maria, e dallo Spirito

Santo;[15] essere stata sua elezione il suo stato abietto, e il fine

della sua missione quello d'espiare i suoi peccati non già, ma quelli

del Mondo. Tornando nel cielo, da cui discese, ricevè Gesù Cristo un

premio infinito della sua obbedienza, mediante quel Regno interminabile

del Messia già predetto oscuramente dai Profeti sotto le immagini

materiali di pace, di conquisto, di dominio terreno. Poteva Iddio

adeguare le facoltà umane di Cristo all'ampiezza delle sue operazioni

celesti. Nel linguaggio dell'antichità, non era esclusivamente riservato

il titolo di Dio all'Ente da cui emana ogni cosa; quindi

l'impareggiabile suo Ministro, l'unico suo figlio, poteva senza

presunzione domandare al Mondo, ch'era suo regno, un culto religioso,

comunque secondario.

II. Que' semi della fede che lentamente soltanto aveano pullulato nel

suolo duro ed ingrato della Giudea, trapiantati furono ben maturi in

climi assai migliori, in que' de' Gentili; nè gli stranieri che non

aveano potuto in Roma e nell'Asia vedere le forme umane di Gesù Cristo

furono perciò men pronti a vedere solamente un Dio nella sua persona. Il

Politeista, e il Filosofo, il Greco, e il Barbaro erano del pari

assuefatti ad ammettere una lunga eternità, un'infinita serie d'angeli,

o di demoni, di deità, o d'eoni, ovvero di emanazioni derivanti dal

trono di luce; nè trovavano incredibile o strano per nulla il caso, che

il primo di questi eoni, il _logos_ o Verbo di Dio, della stessa

sostanza del padre, discendesse su la terra per liberare dal vizio e

dall'errore il genere umano, e per inviarlo sul sentiero della vita e

della immortalità; ma il domma dell'eternità e le idee di corruzione

inerenti alla materia, infettarono le prime Chiese d'Oriente. Gran

numero di proseliti pagani era ritroso a credere che uno Spirito

celeste, una porzione indivisa della prima Essenza, si fosse

personalmente incorporata ad una massa di carne impura e corrotta; il

perchè pieni di zelo per la Divinità di Gesù Cristo furono dalla

devozione indotti a negarne l'umanità. Fumava ancora sul monte Calvario

il suo sangue[16], quando i _doceti_, Setta asiatica assai numerosa, e

dotta, inventarono il sistema _fantastico_ propagato poscia dai

Marcioniti, da' Manichei, e da' Gnostici d'ogni denominazione[17]. Non

vollero ammettere la verità e autenticità degli Evangeli nella parte che

riguarda la concezion di Maria, la nascita di Gesù Cristo, e i

trent'anni che precedettero l'esercizio del suo ministero. Sulle sponde

del Giordano era egli comparso da prima in tutta la perfezione della

forma umana, ma non era, diceano quegli Eresiarchi, se non se una forma,

non già una sostanza; era una semplice figura umana creata dal Dio

onnipotente ad imitare la facoltà e le azioni d'un uomo, ed a fare

continua illusione ai sensi de' suoi amici e nemici. Da suoni articolati

erano penetrate le orecchie dei Discepoli; ma l'immagine che s'imprimeva

sul loro nervo ottico ricusava la prova più positiva del fatto, e

godeano della presenza spirituale, non della corporale del figlio di

Dio. Invano sfogarono i Giudei la rabbia sopra un fantasma impassibile,

e le mistiche scene della passione e morte, della risurrezione e

ascensione di Gesù Cristo, furono rappresentate sul teatro di

Gerusalemme a pro del genere umano. Se si rispondeva ai Doceti, che così

fatta farsa, che una soperchieria sì continuata indegne erano del Dio di

verità, essi s'andavano giustificando colla dottrina delle pie frodi

ammessa da sì gran numero di fratelli ortodossi. Nel sistema dei

Gnostici, il Jehovah d'Israele, il Creatore di questo Mondo sublunare,

fu uno spirito rivoltoso, o per lo meno ignorante. Il figlio di Dio è

venuto sulla Terra per abolire il tempio e la legge di Jehovah, e per

ottenere questo intento salutare si è bravamente prevalso delle speranze

e delle predizioni d'un Messia temporale.

Uno de' più acuti Maestri della scuola manichea ha messo in campo il

pericolo e l'indecenza d'una supposizione, per la quale il Dio de'

Cristiani da principio sotto la forma d'un feto sarebbe uscito

dell'utero d'una donna dopo nove mesi di gravidanza. Presi d'orrore i

suoi avversari a questa temeraria proposizione furono indotti facilmente

a negare tutte le circostanze carnali della concezione e del parto, ed a

sostenere, che la Divinità penetrò nel seno di Maria, come raggio di

Sole attraverso al cristallo, e che la verginità della Madre rimase

intatta anche al momento in cui partorì Gesù Cristo. Ma l'ardimento di

queste asserzioni promosse una sentenza più moderata: hanno insegnato

alcuni Doceti, che Gesù Cristo non fosse già un fantasma, ma bensì

vestisse un corpo impassibile ed incorruttibile. Tal è diffatto nel più

ortodosso sistema quel corpo ch'egli possede dopo la Risurrezione, e

tale è quello che debbe aver posseduto sempre per essere atto a

penetrare senza ostacolo e senza offesa una materia intermedia. Dotato

delle proprietà più essenziali della carne dovea quel corpo andar esente

dagli attributi e dalle infermità di questa: un feto che da un punto

invisibile passasse all'intera maturità, un bambino che giugnesse alla

statura d'uom fatto senza trar nodrimento alcuno dalle sorgenti

ordinarie, potrebbe continuare a vivere senza riparare col cibo

giornaliero le perdite giornaliere; potea dunque Gesù partecipare alla

mensa de' suoi Discepoli senza provar fame o sete, nè poi la virginale

sua purità ricevette macchia giammai dai movimenti involontari della

concupiscenza. Se si chiedeva in quai modi, e di qual materia avesse

potuto essere primitivamente formato un corpo d'una costituzione tanto

singolare, rispondevano i Gnostici ed altri Settari, che la forma e la

sostanza provenivano dall'Essenza divina; risposta che fa stupore alla

nostra teologia più ragionevole, e che non era già particolare di loro

soli. L'idea dello spirito puro ed assoluto è un sottile concetto della

moderna filosofia. Dall'Essenza spirituale, alle anime umane, agli

Esseri celesti, e a Dio medesimo attribuita dagli antichi, non resta

esclusa la nozione d'uno spazio esteso, e la fantasia loro s'appigliava

all'idea d'una natura, simile all'aria, al fuoco, all'etere, sostanze

incomparabilmente più perfette che i grossolani materiali del nostro

Universo. Volendo determinare il sito occupato dalla Divinità, ci è

forza fare una specie di descrizione della sua figura. Secondo la nostra

esperienza, e forse la vanità nostra, sotto umana forma si rappresenta a

noi la potenza della ragione e della virtù. Gli Antropomorfiti, che

molti ve n'era tra i monaci dell'Egitto, e i Cattolici dell'Africa,

citar potrebbero quella formal dichiarazione della Scrittura che insegna

aver Dio fatto l'uomo ad immagine sua[18]. Il venerabile Serapione, un

de' Santi de' deserti di Nitria rinunciò, piangendo, ad una credenza che

gli era cara, e a guisa d'un fanciullo gemette per una conversione, che

gli toglieva il suo Dio, e lasciava il suo spirito manchevole d'ogni

oggetto visibile di fede, e di devozione[19].

III. Tai furono i vaghi e indecisi sistemi che composero l'eresia dei

Doceti. Cerinto d'Asia[20], che osò combattere l'ultimo degli Apostoli,

immaginò un'ipotesi più sostanziale, e più complicata. Situato ai

confini del Mondo giudeo e del Mondo gentile pose ogni opera a

riconciliare i Gnostici e gli Ebioniti; riconoscendo nel Messia la

congiunzione soprannaturale dell'uomo e della Divinità; Carpocrate,

Basilide, Valentino[21] e gli eretici della scuola egiziana accettarono

questa dottrina mistica, alla quale molte particolarità aggiunsero di

loro invenzione. Nella sentenza loro, non era Gesù di Nazaret che un

semplice mortale, figlio legittimo di Giuseppe e di Maria; ma il

migliore e il più saggio fra gli uomini, eletto come degno istrumento a

ristabilir sulla Terra il culto del vero Iddio. All'atto del suo

battesimo entro il Giordano, il Cristo, il primo degli Eoni, figlio di

Dio pur esso, discese sopra Gesù in forma di colomba per empierne lo

spirito, e dirigerne le azioni durante il periodo del suo ministero.

Quando il Messia fu consegnato ai Giudei, il Cristo, Essere immortale e

impassibile, abbandonò la sua dimora terrena, ritornò nel _Pleroma_

ossia Mondo degli spiriti, e lasciò Gesù solo a soffrire, a lamentarsi e

a morire. Ma si può contestare la giustizia e la generosità di questa

diserzione; la sorte d'un innocente martire da prima esaltato, poscia

abbandonato dallo spirito divino che l'accompagnava, dovè svegliar ne'

profani la pietà e lo sdegno. Dai Settari, che abbracciarono e

modificarono il doppio sistema di Cerinto, furono in vari modi acchetate

le mormorazioni, eccitate da questi pensamenti. Si disse, che quando

Gesù era stato attaccato alla Croce avea sentita in sè una miracolosa

apatia di spirito, e di corpo mercè della quale non provava i dolori che

in apparenza soffriva. Altri asserirono che dal regno temporale di mille

anni, riservato al Messia nel suo regno della nuova Gerusalemme, sarebbe

ampiamente compensato delle sue angosce reali, ma passaggiere.

Finalmente lasciarono trapelare questo pensiero[22], che, se sofferse,

avea meritato di soffrire; che l'umana natura non è mai al tutto

perfetta; e che giovar poterono la Croce e la Passione ad espiare le

colpe veniali del figlio di Giuseppe prima della sua misteriosa unione

col figlio di Dio.

IV. Tutti coloro che tengono la nobile e seducente idea della

spiritualità dell'anima deggiono colla guida dell'esperienza confessare

l'incomprensibile unione dello spirito e del corpo. Agevol cosa è il

concepire che il corpo può stare unito ad uno spirito che ha facoltà

intellettuali assai maggiori, od anche possiede queste facoltà nel più

alto grado possibile; e l'incarnazion d'un Eone, o d'un Arcangelo, il

più perfetto degli spiriti creati, non è nè contraddittoria nè assurda.

Nei tempi della libertà religiosa, alla quale pose limiti il Concilio di

Nicea, ogni individuo misurava la Divinità di Cristo col regolo

indefinito della Scrittura, della ragione, o della tradizione; ma quando

s'ebbe fondata la sua Divinità sulle ruine dell'Arianismo, si vide la

fede dei Cattolici in riva d'un precipizio, da cui non potea dilungarsi,

ove era gran rischio il reggersi, e presso il quale un passo falso dovea

sbigottire. Il sublime carattere della lor teologia aggravava ancora i

diversi inconvenienti del loro Simbolo.[23] Esitavano a pronunciare, che

Dio stesso, la seconda persona d'una Trinità, uguale e consustanziale,

si fosse manifestato nella carne[24]: che un Ente, che riempie

l'Universo fosse stato imprigionato nel grembo di Maria; che avessero i

giorni, i mesi e gli anni dell'esistenza umana segnato l'epoche della

sua eterna durata; che fosse stato l'Onnipossente battuto colle verghe e

crocifisso; che la sua Essenza impassibile avesse provato il dolore e le

angosce; che quest'Ente, che tutto sa, non fosse scevero da ignoranza; e

che il principio della vita e dell'immortalità fosse mancato sul monte

Calvario. Sì fatte conseguenze moleste non isbigottivano punto

l'inalterabile semplicità di S. Apollinare[25] vescovo di Laodicea, e

uno dei luminari della Chiesa. Figlio d'un dotto grammatico, era versato

in tutte le scienze della Grecia; egli umilmente dedicò al servigio

della religione l'eloquenza l'erudizione e la filosofia commessa alle

sue opere. Degno amico di S. Atanasio, e degno avversario di Giuliano,

lottò coraggiosamente contro gli Ariani e i Politeisti; e comunque

affettasse il rigore delle dimostrazioni geometriche, espose ne' suoi

commentari il senso letterale e l'allegorico delle Scritture. Le sue

cure funeste ridussero ad una forma tecnica un Mistero ch'avea fluttuato

lungo tempo nell'onda dell'opinion popolare, e pubblicò per la prima

volta queste memorande parole. «Una sola Natura incarnata in Gesù

Cristo»; parole che risuonano ancora come un grido di guerra nelle

Chiese d'Asia d'Egitto e d'Etiopia. Insegnò che la Divinità s'era unita

o mescolata col corpo d'un uomo, e che il _Logos_ o l'eterna Sapienza

avea in Gesù tenuto luogo e adempiuto le voci dell'animo umano; ma quasi

fosse atterrito esso stesso dalla sua temerità fu inteso mormorar

qualche parola di scusa e di spiegazione. Ammise la distinzione antica,

che posta aveano i filosofi Greci tra l'anima ragionevole, e l'anima

sensitiva dell'uomo; così riservava il _Logos_ per le operazioni

intellettuali, ed impiegava il principio umano, subordinato a quello,

nelle funzioni meno rilevanti della vita animato. Coi più moderati dei

Doceti riveriva Maria, come la madre spirituale, anzi che la madre

carnale di Gesù Cristo, il Corpo del quale era venuto dal Cielo

impassibile ed incorruttibile, ovveramente era stato assorto e

trasformato nell'Essenza di Dio. Il sistema d'Apollinare fu vivamente

combattuto dai Teologi d'Asia e di Siria, la cui scuola si gloria dei

nomi di S. Basilio, di S. Gregorio e di S. Grisostomo, e arrossisce di

quelli di Diodoro, di Teodoro e di Nestorio, ma non si punse la persona,

la riputazione, o la dignità del Vescovo di Laodicea; forse i suoi

rivali, di cui non lece sospettare che abbiano avuto il difetto della

tolleranza, furono ammirati della novità de' suoi argomenti, e temevano

la decisione che finalmente sarebbe per pronunciare la Chiesa cattolica.

La quale si determinò poscia a favor loro; l'eresia d'Apollinare fu

condannata, e le leggi imperiali proscrissero le varie congreghe de'

suoi discepoli; ma continuarono i monasteri dell'Egitto a seguirne

segretamente le massime, e i suoi nemici provarono l'odio di Teofilo e

di S. Cirillo, che si succedettero l'uno all'altro nella sede

patriarcale d'Alessandria.

V. La dottrina materiale degli Ebioniti, e i dommi fantastici dei Doceti

erano proscritti e dimenticati; quando lo zelo, mostrato dai Cattolici,

contro gli errori d'Apollinare, li forzò ad accostarsi in apparenza alla

duplice natura di Cerinto. Ma invece di una alleanza momentanea, essi

stabilirono, e noi crediamo ancora, l'unione sostanziale indissolubile

ed immutabile d'un Dio perfetto con un uom perfetto, della persona

seconda della Trinità con un'anima ragionevole ed un corpo umano.

_L'unità delle due Nature_ era sul principio del quinto secolo la

dottrina dominante della Chiesa. Dalle due parti si confessava non

potere le nostre menti, nelle lingue nostre, rappresentare, ed esprimere

il modo di tale coesistenza; covava tuttavia una secreta animosità, ma

implacabile, contro coloro che più temevano di confondere, e contro gli

altri che più temevano di separare, la Divinità e l'Umanità di Gesù

Cristo. Una religiosa frenesia da ambe le parti col sentimento

dell'avversione ributtava l'errore a cui pendea la parte contraria,

creduto il più funesto alla verità, non che alla salute. Uguale era

l'inquietudine nelle due parti, uguale l'ardore a sostenere e a

propugnare l'unione e la distinzione delle due Nature, e ad inventare

formole e simboli di dottrina meno suscettivi di dubitazione o

d'equivoco. Inceppati dalla povertà delle idee e del linguaggio,

metteano a contribuzione arte e natura per trarne tutte le possibili

comparazioni, e ciascuna di queste, usata a rappresentar un Mistero

incomparabile, diveniva per la mente loro fonte di nuovo errore. Sotto

il microscopio polemico, un atomo prende la statura d'un mostro, e le

due Sette erano molto abili ad esagerare le assurde o empie conseguenze

che dai principii degli avversari dedur si potevano. Per isfuggire gli

uni agli altri, si gittavano in vie oscure e rimote sin a tanto che

scoprirono con orrore i terribili fantasmi di Cerinto e d'Apollinare,

che custodivano le opposte uscite del labirinto teologico. Non così

tosto travedeano la luce ancor dubbia d'una spiegazione che li conduceva

all'eresia, essi trepidavano e volgevano subito addietro il passo,

precipitando nuovamente nelle tenebre d'un'impenetrabile ortodossia. Per

discolparsi dal delitto o dall'accusa d'un orrore riprovevole, veniano

spiegando le loro massime fondamentali, ne niegavano le conseguenze, si

scusavano delle loro imprudenti proposizioni, e con grido unanime

pronunciavano le parole di concordia e di fede. Ma sotto la cenere della

controversia stava celata una scintilla quasi impercettibile, dalla

quale i pregiudizi e la passione suscitarono in breve una fiamma

divoratrice, e le dispute delle Sette d'Oriente, sulle espressioni[26],

di cui si valevano ad esporre i lor domini, scossero le fondamenta della

Chiesa e dello Stato.

[A. D. 412]

Sta famoso nella Storia della controversia il nome di Cirillo

Alessandrino, e dal suo titolo di _Santo_ si apprende, che col trionfo

finirono le sue opinioni e la sua Setta. Educato nella casa

dell'Arcivescovo Teofilo, suo zio, avea contratta in questo alunnato

ortodosso l'abitudine dello zelo, e l'amore della dominazione, e passati

utilmente cinque anni di gioventù nei monasteri della Nitria, vicini

alla sua residenza. Sotto la tutela dell'abate Serapione, s'era dato

agli studi ecclesiastici con tanto ardore, che lesse in una notte i

quattro Evangeli, le Epistole cattoliche, e l'Epistola ai Romani.

Detestava Origene, ma svolgeva continuamente gli scritti di S. Clemente,

di S. Dionigi, di S. Atanasio, di S. Basilio. Nella teorica, e nella

pratica della disputa, la sua fede si rassodava, e si assottigliava

l'ingegno; e già cominciava a tessere intorno la sua cella la fina e

fragile tela della teologia scolastica, apparecchiando quelle opere

d'allegoria e di metafisica, gli avanzi delle quali raccolti in sette

verbosi e prolissi tomi in foglio, posano in pace al fianco dei lor

rivali[27]. S. Cirillo predicava e digiunava nel deserto; ma, giusta il

rimprovero fattogli da un suo amico[28], i suoi pensieri stavano sempre

fissi sul Mondo, e l'ambizioso eremita non fu che troppo sollecito ad

obbedire alla voce di Teofilo, che lo chiamava alla vita fragorosa delle

città, e dei Sinodi. Coll'assenso dello zio attese alla predicazione, e

presto ottenne il favor popolare. La sua bella figura adornava il

pulpito, la sua voce armoniosa rimbombava nella cattedrale. Stavano i

suoi amici in un posto, da cui diriger potevano, e assecondare gli

applausi della Congregazione[29], e vari scrivani raccoglievano

rapidamente i suoi discorsi, i quali per l'effetto, non per la

composizione, ponno paragonarsi a quelli degli Oratori d'Atene. Colla

morte di Teofilo crebbero, e s'avverarono le speranze del nipote. Era

diviso d'opinione il Clero di Alessandria: i soldati e il generale

favoreggiavano l'Arcidiacono; ma dal clamore e dalla violenza della

moltitudine fu nominato quegli che ella prediligeva, e S. Cirillo salì

sulla sede occupata già trentanov'anni prima da S. Atanagio[30].

[A. D. 413-414-415 ec.]

Non era indegna della sua ambizione la ricompensa. Lungi dalla Corte,

Capo dell'immensa Metropoli, il patriarca d'Alessandria, che così era

nomato, aveva a poco a poco usurpata l'autorità ed il grado d'un

magistrato civile. Era egli il dispensatore delle pubbliche e private

elemosine della città. La sua voce suscitava, o calmava le passioni del

popolo. Grannumero di fanatici _Parabolani_[31] addimesticati nelle loro

giornaliere azioni agli spettacoli di morte, ciecamente obbedivano ai

suoi comandi, e la potenza temporale di questi Pontefici cristiani

mettea paura ed astio ai prefetti d'Egitto. Tutto ardore contro gli

eretici, cominciò Cirillo il suo pontificato, opprimendo i Novaziani,

che pur erano i più innocenti e pacifici fra tutti i Settari. Parvegli

un atto giusto e meritorio l'interdirne il culto religioso, e non si

avvisò d'incorrere la taccia di sacrilego, confiscandone i vasi sacri.

Le leggi de' Cesari e dei Tolomei, ed una prescrizione di sette secoli

dalla fondazione d'Alessandria in poi, assicuravano la libertà del

culto, e i privilegi ancora dei Giudei, già moltiplicati fino al numero

di quarantamila. Senza veruna sentenza legale, senz'alcun ordine

dell'imperatore, il patriarca, fattosi condottiero d'una plebe

sediziosa, venne, sul far del giorno, ad investire le sinagoghe. Inermi

gli Ebrei, ed assaliti all'improvviso, non poterono fare resistenza:

furono rasi i luoghi dove si congregavano ad orare, e il vescovo

guerriero, dopo aver conceduto alle sue truppe il saccheggio degli

averi, cacciò dalla città il resto di quella miscredente nazione. Forse

egli allegò l'orgoglio che aveano della loro prosperità, e l'odio

mortale che portavano ai Cristiani, dei quali aveano poco stante versato

il sangue in una sommossa eccitata a caso o a bella posta. Simili

delitti meritavano la correzione del Magistrato, ma in quest'aggressione

furono confusi gl'innocenti coi rei, e perdette Alessandria una colonia

ricca ed industriosa. Lo zelo di S. Cirillo lo condannava alle pene

della legge Giulia; ma in un governo debole, in un secolo superstizioso,

era egli sicuro dell'impunità, e poteva anche aspettarsi elogi. Si dolse

Oreste, prefetto dell'Egitto; ma i ministri di Teodosio posero troppo

presto in dimenticanza le sue giuste lagnanze, e non se ne risovvenne

che troppo un sacerdote, che simulando con affettazione di perdonargli,

non cessava d'odiarlo. Un giorno, mentre passava quegli per la strada,

un drappello di cinquecento monaci della Nitria dieder l'assalto al suo

carro; alla vista di quelle bestie feroci del deserto, le sue guardie si

diedero alla fuga; ebbe egli un bel protestare d'essere Cristiano e

Cattolico; gli fu fatta risposta con una grandine di sassi, che gli

copersero di sangue la faccia. Corsero in aiuto alcuni buoni cittadini;

quegli sacrificò subito alla giustizia e alla propria vendetta il monaco

che l'avea ferito, e Ammonio (così nomavasi il monaco) spirò sotto le

verghe dei littori. Fece S. Cirillo levare il corpo d'Ammonio e

trasportarlo solennemente in processione alla cattedrale: fu cangiato il

suo nome in quello di Taumasio ossia _Mirabile._ Se ne ornò la tomba coi

simboli del martirio, e il patriarca ascese il pergamo per celebrare la

magnanimità d'un sicario e d'un ribelle. Onori di tal fatta dovettero di

leggieri infiammare i Cristiani a combattere ed a morire sotto le

bandiere del Santo; e S. Cirillo[32] volle ben tosto, o accettò il

sagrifizio d'una vergine che professava la religione dei Greci, e avea

legami d'amicizia con Oreste. Ipazia, figlia del matematico Teone[33]

era dotta nelle scienze coltivate dal padre; i suoi bei commentari hanno

rischiarata la geometria d'Apollonio e di Diofante, ed ella

pubblicamente in Atene ed in Alessandria insegnava la filosofia di

Platone e d'Aristotele. Congiungendo a tutta la freschezza

dell'avvenenza, la maturità della sapienza, era ritrosa alle preghiere

degli amanti, e si contentava d'istruire i suoi discepoli. Era

corteggiata continuamente dalle persone per grado e per merito le più

illustri, e S. Cirillo scorgeva con occhio di gelosia il pomposo codazzo

di schiavi e di cavalli che attorniava la porta dell'Accademia di quella

giovine. Si divulgò tra i Cristiani la voce, che il solo ostacolo alla

riconciliazione del Prefetto e dell'Arcivescovo fosse la figlia di

Teone, e quest'ostacolo fu ben presto levato. In uno dei santi giorni di

quaresima, Ipazia, tornando a casa, fu svelta a forza dal suo carro,

spogliata degli abiti, trascinata alla chiesa, e trucidata da Pietro il

Lettore, e da una turba di spietati fanatici; fu tagliuzzato il suo

corpo colle scaglie di ostrica[34], e abbandonate alle fiamme le sue

membra ancor palpitanti. Con denari sparsi a tempo fu impedita

l'informazione giuridica incominciata su questo delitto; ma l'assassinio

d'Ipazia ha posto una macchia indelebile al carattere ed alla religione

di S. Cirillo Alessandrino[35][36].

[A. D. 428]

Più facilmente la superstizione perdonerà forse l'assassinio d'una

giovanetta, che l'esilio d'un Santo. Avea S. Cirillo accompagnato il suo

zio all'odioso Sinodo della Quercia. Quando fu rimessa in onore, e

consacrata la memoria di S. Grisostomo, il nepote di Teofilo, che

presedeva una fazion moribonda, s'ostinò ad asserire che giusta era

stata la condanna di quel prelato; e solamente dopo lunga dilazione, e

una pertinace resistenza, si sottomise in fine al decreto della Chiesa

cattolica[37]. Non per passione, ma per interesse egli si mostrava il

nemico dei Pontefici di Bizanzio[38]. Invidiava la fortuna che avevano

di brillare fra il grande splendore della Corte imperiale; ne temeva

l'ambizione potente ad opprimere i metropolitani dell'Europa e

dell'Asia, a soperchiare le province d'Alessandria e d'Antiochia, ed a

portare le loro diocesi ai confini dell'Impero. La costante moderazion

d'Attico, il quale faceva uso assai mite della dignità usurpata a San

Grisostomo, sospese l'animosità dei Patriarchi dell'Oriente. Ma San

Cirillo fu desto alla per fine dalla esaltazion d'un rivale più degno

della sua stima e dell'odio suo. Dopo il breve e procelloso pontificato

di Sisinnio, l'elezione dell'Imperatore il qual in tal circostanza

consultò l'opinion pubblica, e gli nominò per successore uno straniero,

attutò le fazioni del clero e del popolo, e concedette il principe

l'arcivescovado della sua capitale a Nestorio[39], nativo di Germanicia

e monaco d'Antiochia, ragguardevole per l'austerità della vita, e

l'eloquenza de' suoi sermoni; ma la prima volta che predicò al cospetto

del pio Teodosio lasciò trapelare l'acrimonia e l'impazienza del suo

zelo. «O Cesare, esclamò, dammi la Terra monda di Eretici, e io ti darò

in cambio il regno del Cielo. Estermina con me gli Eretici, ed io con te

esterminerò i persiani.» Nel quinto giorno del suo pontificato, quasi

fosse stata sottoscritta anche dall'Imperatore questa convenzione, il

Patriarca scoperse, sorprese ed assalì una segreta combricola d'Ariani,

i quali vollero piuttosto morire che cedere. Le fiamme, ch'essi accesero

per disperazione, passarono alle case vicine, e il trionfo di Nestorio

fu disonorato dal soprannome d'_Incendiario._ Impose egli sulle due rive

dell'Elesponto un rigoroso formolario di fede e di disciplina, e punì

come una colpa contro la Chiesa e lo Stato uno sbaglio cronologico sulla

festa di Pasqua. Purificò la Lidia e la Caria, Sardi e Mileto, col

sangue degli ostinati Quarto-decimani, e l'editto dell'Imperatore, o più

veramente del Patriarca, indica sotto ventitrè denominazioni diverse

ventitrè gradi d'eresia tutti degni di punizione[40]. La spada della

persecuzione maneggiata con tanta violenza da Nestorio si ritorse ben

presto a suo danno; ma se si presta fede ad un Santo, allora vivente, fu

l'ambizione il vero fomite delle guerre episcopali, e la religione

solamente il pretesto[41].

[A. D. 429-431]

Imparato avea Nestorio nella scuola di Siria a detestare la mescolanza

delle due Nature, e sapea separare bravamente l'umanità del Cristo, suo

padrone, dalla divinità di Gesù, suo Signore[42]. Rispettava la Santa

Vergine come la Madre del Cristo, ma erano ferite le sue orecchie dal

recente e inconsiderato titolo di Madre di Dio[43], ammesso

insensibilmente dopo l'origine della controversia di Ario. Un amico del

patriarca, e poi il patriarca esso stesso, dall'alto della cattedra di

Costantinopoli in più riprese predicarono contro l'uso e l'abuso d'una

parola[44] ignota[45] agli Apostoli, non approvata[46] dalla Chiesa,

atta a spaventare i fedeli timorati, a traviare i semplici, a divertire

i profani, a giustificare, con una somiglianza apparente, la genealogia

degli Dei dell'Olimpo[47]. Nelle sue ore di calma confessava Nestorio,

che tollerarla si poteva e scusarla per l'union delle due Nature, e la

communicazione delle proprietà loro[48]. Ma poi adontato dalla

contraddizione, si condusse a rigettare il culto d'un Dio neonato; d'una

Divinità infante, a ricavare dalle associazioni coniugali e civili

dell'umana vita le similitudini imperfette, di cui si valeva per

dichiarare le sue opinioni, ed a rappresentare l'Umanità del Cristo,

come l'abito, lo strumento, ed il tempio della sua Divinità. Al primo

suono di queste bestemmie si scossero le colonne del santuario. Quei

pochi che avean veduto a terra le loro speranze per l'esaltazion di

Nestorio, s'abbandonarono all'astio ispirato nel lor cuore dalla

religione, o dall'invidia; il Clero di Bizanzio vedea di mal occhio uno

straniero che lo dominava; tutto ciò che porta l'impronta della

superstizione, o dell'assurdo ha diritto alla protezione dei Monaci, e

il popolo era infervorato per la gloria della Santa Vergine, sua

protettrice[49]. Da sediziosi schiamazzi furono interrotte le prediche

dell'Arcivescovo, e gli offici divini; in congreghe particolari fu

abiurata l'autorità e la dottrina di lui; in breve propagò il soffio

delle fazioni da tutti i lati sino alla estremità dell'impero il

contagio della controversia, e dall'arena fragorosa su cui s'agitavano i

combattenti; rintronò la lor voce entro le celle della Palestina, e

dell'Egitto. Era debito di San Cirillo l'illuminare lo zelo e

l'ignoranza dei monaci innumerevoli alla sua episcopale autorità

sottoposti: dalla scuola d'Alessandria gli era stato insegnata

l'incarnazione d'una Natura, ed egli l'aveva ammessa; ma armandosi

contro un secondo Ario, che più terribile e più reo del primo occupava

il secondo trono della Gerarchia ecclesiastica, il successore di San

Atanasio, non prese consiglio che dall'orgoglio, e dall'ambizione. Dopo

un carteggio non lungo, in cui palliarono i Prelati rivali il loro

rancore sotto il perfido linguaggio del rispetto e della carità, il

Patriarca d'Alessandria denunziò al principe ed al popolo, all'Oriente e

all'Occidente, i colpevoli errori del Prelato di Bizanzio. I vescovi

d'Oriente, e particolarmente quello d'Antiochia, che favoreggiava la

causa di Nestorio, consigliarono alle due Sette moderazione e silenzio;

ma il Vaticano ricevè a braccia aperte i deputati dell'Egitto. Si

compiacque Celestino d'esserne eletto giudice; e l'infedele versione

d'un monaco fermò l'opinione del Papa, il quale, al pari del suo clero

Latino, non conosceva nè la lingua, nè le arti, nè la teologia dei

Greci. Presiedendo un Concilio di Vescovi italiani, esaminò Celestino

gli argomenti di San Cirillo, ne approvò il Simbolo, e dannò la persona

e le opinioni di Nestorio. Privò quest'Eretico della dignità episcopale,

assegnogli dieci giorni per ritrattarsi e dimostrare pentimento, e di

questo decreto[50] illegale e precipitato, commise l'esecuzione al suo

avversario. Ma nel mentre che il patriarca d'Alessandria scagliava i

fulmini celesti, lasciava travedere gli errori e le passioni d'un

mortale; ed oggi ancora i suoi dodici anatemi[51] mettono a tortura la

scrupolosa sommessione degli Ortodossi, i quali vogliono serbar

venerazione alla memoria d'un Santo, senza mancare alla fedeltà dovuta

ai decreti del Concilio di Calcedonia. Quelle ardite proposizioni

mantengono una tinta indelebile dell'eresia degli Apollinaristi, mentre

le dichiarazioni serie e per avventura sincere di Nestorio hanno

satisfatto a quei teologi del tempo nostro, che sono per sapere e per

imparzialità i più segnalati[52].

[A. D. 431]

Nè all'Imperatore, nè al primate dell'Oriente talentava di sottomettersi

al decreto d'un Prete dell'Italia, e da ogni parte si chiedeva un

Concilio della Chiesa cattolica, o piuttosto della Chiesa greca, come

l'unico espediente ad acchetare od a finire questa disputa

ecclesiastica[53]. Efeso, a cui agevolmente si giugnea per mare e per

terra, fu scelta per luogo dell'Assemblea, la quale fu aggiornata per le

feste della Pentecoste. Furono spedite a tutti i Metropolitani lettere

di convocazione, e si collocò intorno alla sala dell'adunanza una

guardia, che dovea proteggere e tener sequestrati i Padri del Sinodo,

fin a tanto che determinati avessero i Misteri del Cielo, e la credenza

degli uomini. Vi comparve Nestorio non come delinquente, ma come

giudice; il quale affidavasi sulla riputazione più che sul numero de'

suoi Prelati; i suoi gagliardi schiavi dei bagni di Zeusippo stavano

armati e presti a difenderlo, o ad assalirne i nemici. Ma dal lato di S.

Cirillo, suo avversario, stava la prevalenza dell'armi temporali e

spirituali. Disubbediente questi alla lettera, o almeno al senso

dell'ordine imperiale, s'aveva tirato dietro il seguito di cinquanta

Vescovi egiziani, i quali da un cenno del lor Patriarca attendeano il

soffio dello Spirito Santo. Avea contratta stretta alleanza con Mennone

vescovo d'Efeso, primate delle chiese d'Asia da lui con assoluto potere

governate, il quale disponeva a suo senno dei voti di trenta o quaranta

vescovi: una truppa di paesani, schiavi della Chiesa, era stata

distribuita per la città a sostenere colle grida e colle violenze gli

argomenti metafisici del lor Signore; ed il popolo difendeva

zelantemente l'onor della Vergine Maria, il corpo della quale riposava

nelle mura d'Efeso[54]. Andava carico delle ricchezze dell'Egitto il

navile che condotto avea S. Cirillo; e sbarcò una gran ciurma di

marinai, di schiavi e di fanatici, arruolati sotto le bandiere di S.

Marco e della Madre di Dio, parati e presti alla più cieca obbedienza.

Questa turba guerriera sbigottì i Padri, ed anche le guardie del

Concilio. Gli avversari di S. Cirillo e di Maria furono insultati nelle

strade, o minacciati in casa. Ogni giorno l'eloquenza e la liberalità

del Prelato egiziano crescevangli il numero degli aderenti; e potè egli

ben presto vedersi arbitro di duecento vescovi, pronti a seguirlo, e a

sostenerlo[55]. Ma l'autore dei dodici anatemi ben presagiva e temeva

l'opposizion di Giovanni d'Antiochia, che con un corteggio poco

numeroso, ma ragguardevole, di Metropolitani e di Teologi, arrivava a

picciole giornate dalla capitale dell'Oriente. S. Cirillo, che s'adirava

d'una dilazione da lui creduta volontaria e colpevole[56], aggiornò

l'apertura del Concilio al sedicesimo giorno dopo la Pentecoste.

Sperando Nestorio nell'arrivo prossimo de' suoi amici dall'Oriente,

persistette, come S. Grisostomo suo predecessore, a declinare dalla

giurisdizione de' suoi nemici, e a ricusare obbedienza alle loro

intimazioni: questi accelerarono la sentenza, e presedette al tribunale

il suo accusatore. Sessant'otto vescovi, ventidue de' quali avean grado

di metropolitani, lo difesero con una protesta decente e moderata; ma

furono esclusi dalle deliberazioni. Candidiano domandò da parte

dell'Imperatore una dilazione di quattro giorni, e questo magistrato

profano fu insultato ed espulso dall'assemblea de' Santi.

Sì grande affare venne intieramente compiuto nello spazio d'un giorno

estivo: scrissero i Vescovi separatamente la loro opinione; ma

dall'uniformità dello stile, s'argomenta la dettatura, o la mano di un

Capo accusato d'avere falsificati gli Atti e le sottoscrizioni[57].

Dichiararono con voto unanime che le epistole di San Cirillo conteneano

i dommi del Concilio di Nicea, e la dottrina de' Padri; la lettura

dell'estratto infedele, che s'era fatto delle Lettere e delle Omelie di

Nestorio, fu interrotta da imprecazioni e da anatemi. Fu questi deposto

dal grado di Vescovo, e privato delle sue dignità ecclesiastiche. Il

decreto, in cui era malignamente qualificato per un nuovo Giuda, fu

pubblicato ed affisso in tutti gli angoli della città d'Efeso. Quando

gli stanchi Prelati uscirono della Chiesa della Madre di Dio, furono

salutati come suoi difensori, e per tutta la notte ne fu

tumultuariamente con illuminazioni e con canti celebrata la vittoria.

Ma nel quinto giorno, fu sconcertato questo trionfo dall'arrivo e dalla

indignazione dei Vescovi d'Oriente. In una stanza dell'osteria, ov'era

smontato Giovanni d'Antiochia, e prima d'avere, per così dire, scossa

da' calzari la polvere, diede egli udienza a Candidiano, ministro

dell'Imperatore, il quale gli raccontò, come invano s'era adoperato a

prevenire od impedire le violenze precipitose di San Cirillo. Con ugual

precipitazione e violenza un Sinodo di Oriente[58] spogliò San Cirillo e

Mennone della dignità di Vescovi; dichiarò che i dodici anatemi

racchiudevano il più sottile veleno dell'eresia degli Apollinaristi, e

dipinse il Primate d'Alessandria come un mostro nato e nudrito a

distruzion della Chiesa[59]. Remota ed inaccessibile era la sua sede, ma

fu deciso di compartire immediatamente al popolo di Efeso il beneficio

d'essere governato da un pastore fedele. Per ordine di Mennone furono

serrate le Chiese, e posta grossa guernigione nella cattedrale. Le

soldatesche andarono all'assalto, guidate da Candidiano; le guardie

prime furono sbaragliate e passate a fil di spada; ma i posti erano

insuperabili, e gli assedianti si ritirarono; allora inseguiti dai

soldati che stavano nella cattedrale, perdettero i cavalli, e molti

furono gravemente feriti a colpi di mazze, e a sassate. Schiamazzi

forsennati, atti furibondi, la sedizione e il sangue macchiarono la

città della Santa Vergine. I Sinodi rivali si scagliarono a vicenda

anatemi e scomuniche; e le relazioni contraddittorie delle fazioni di

Siria e d'Egitto imbrogliarono il Consiglio di Teodosio. Il quale,

volendo calmare questa lite teologica, per tre mesi pose tutto in opera,

eccetto il rimedio più efficace, quello cioè dell'indifferenza, e del

disprezzo. S'avvisò d'allontanare o intimorire i Capi con una sentenza

che avrebbe del pari soddisfatto o condannato gli uni e gli altri; diede

la plenipotenza a' suoi rappresentanti in Efeso, e li munì di forze

militari, bastevoli a sostenerli; chiamò otto deputati delle due parti

per conferire legalmente, e con libertà, nei contorni della capitale,

lungi dalla popolar frenesia, ch'è sempre contagiosa. Ma ricusavano gli

Orientali d'obbedire a quest'ordine, e i Cattolici, insuperbiti pel

numero loro, e pel favor dei Latini, ributtarono ogni sorta d'unione o

di tolleranza. Posta al cimento la pazienza del mite Teodosio, s'indusse

egli a pronunciare irritato la dissoluzione di quel Sinodo tumultuoso,

che nella distanza di tredici secoli ora a noi si presenta col nome

rispettabile di terzo Concilio ecumenico[60]. «Iddio m'è testimonio,

disse quel religioso principe, che di questo disordine io non ho colpa

in veruna maniera. La Provvidenza scernerà e punirà i colpevoli; tornate

alle vostre province; possano le vostre virtù private riparare i mali e

gli scandali della vostra adunanza». Se ne tornarono difatto i Vescovi

allo loro diocesi; ma le passioni che aveano sconvolto il Concilio

d'Efeso si disseminarono pur tutto l'Oriente. Giovanni d'Antiochia, e

San Cirillo d'Alessandria, dopo tre campagne, in cui si batterono con

ostinazione, e con pari successo, vollero in fine spiegarsi e far pace;

ma si debbe attribuire la loro riconciliazione apparente alla prudenza

piuttosto che alla ragione, alla stanchezza di entrambi piuttosto che

alla carità cristiana.

[A. D. 431-435]

Il Pontefice di Bizanzio avea già informato l'Imperatore sinistramente

del carattere e del contegno del Prelato egiziano, suo rivale;

coll'ordine di ritornarsene ad Efeso, ricevè S. Cirillo una lettera

piena zeppa di minacce e d'invettive[61], nella quale era trattato da

prete imbroglione, insolente, invidioso, le cui opinioni agitavano la

Chiesa e lo Stato, e che con un procedere artificioso verso la sorella e

la moglie dell'Imperatore, alle quali s'era diretto separatamente,

palesava la temeraria intenzione di suscitare, o di trovare nella

famiglia imperiale i semi della disunione e della discordia. Adempiendo

Cirillo a quel comando imperioso, s'era trasferito ad Efeso; i

Magistrati partigiani di Nestorio e dei Vescovi di Oriente si opposero

ai suoi anatemi, e minacciarono e lo chiusero in carcere. Poscia

radunarono le soldatesche della Lidia e della Ionia per tener a freno il

seguito fanatico e turbolento di quel patriarca. Senz'attender la

risposta dell'Imperatore alle sue doglianze, fuggì Cirillo dalle mani

delle guardie, s'imbarcò in gran fretta, abbandonò il Sinodo che non era

ancora chiuso, e riparò in Alessandria, asilo tutelare della sua

independenza e sicurezza. Ai suoi scaltri emissari, sparsi nella Corte e

nella capitale, venne fatto di calmare lo sdegno dell'Imperatore, e di

rimettere in grazia Cirillo. Il debole figlio d'Arcadio era

alternativamente dominato dalla moglie, dalla sorella, dagli eunuchi,

dalle donne del palazzo; superstizione e avarizia erano le loro passioni

favorite; ed ai Capi ortodossi stava a cuore d'intimorire l'una, e di

contentare l'altra. Costantinopoli ed i sobborghi erano santificati da

numerosi monasteri, e i Santi Abati Dalmazio ed Eutiche[62] con

intrepido zelo s'erano consacrati alla causa di Cirillo, al culto della

Vergine, ed all'unità di Cristo. Dopo aver abbracciata la vita

monastica, non erano più comparsi nel Mondo, nè sul suolo profano della

capitale. Ma nel terribile momento del pericolo della Chiesa, un dover

più sublime e più indispensabile fece loro dimenticare il voto: escirono

del convento, corsero al palazzo, precedendo una lunga fila di Monaci e

d'eremiti, che tenevano in mano fiaccole ardenti, e cantavano le litanie

della Madre di Dio. Da questo straordinario spettacolo fu edificato e

riscaldato il popolo di modo che il monarca atterrito prestò orecchio

alle preci e alle suppliche di quei santi personaggi, i quali ad alta

voce gridarono; non esservi speranza di salute per coloro, che non

aderissero alla persona, ed al Simbolo del successore ortodosso di S.

Atanasio. Nel tempo medesimo si profuse l'oro per tutte le vie che

conduceano al trono. Sotto i nomi decorosi di _eulogie_ e _benedizioni_,

furon regalati i cortigiani de' due sessi, secondo la misura del potere

o della capacità di ciascheduno. Le nuove domande che faceano ogni

giorno avrebbero in poco tempo spogliati i santuari delle Chiese di

Costantinopoli e d'Alessandria; nè potè l'autorità del Patriarca imporre

silenzio alle mormorazioni del suo Clero, sdegnato pel debito che s'era

già contratto di sessantamila lire sterline per supplire alle spese di

sì scandalosa subornazione[63]. Pulcheria, che alleviava al fratello la

somma del governo, era la più salda colonna della Fede ortodossa; ed i

fulmini del Sinodo venivano secondati sì fattamente dai secreti maneggi,

che S. Cirillo fu sicuro di riuscire a bene, se potea rimovere l'Eunuco

favorito, e sostituirgli un altro. Non potè per altro vantarsi d'un

trionfo glorioso e decisivo. Palesava l'Imperatore in quell'occasione

una fermezza straordinaria; avea promesso di protegger l'innocenza dei

Vescovi d'Oriente e mantenea la parola; fu ridotto Cirillo a temperare i

suoi anatemi, e prima di godere la compiacenza di soddisfar la vendetta

contro l'infelice Nestorio, fu giuocoforza che confessasse in una

maniera equivoca, e a suo malgrado la doppia Natura di Gesù Cristo[64].

[A. D. 435]

L'imprudente e ostinato Nestorio, prima che finisse il Sinodo fu

oppresso da S. Cirillo, tradito dalla Corte, e malamente difeso da suoi

amici dell'Oriente. Fosse paura o rabbia, s'indusse, fin ch'era tempo, a

farsi merito d'un'abdicazione che parer potea volontaria[65]:

prontamente si assecondarono i suoi desiderii, o per lo meno la sua

domanda; fu guidato in una maniera decorosa da Efeso al monastero di

Antiochia, da cui l'avea tratto l'Imperatore, e poco dopo furono

riconosciuti i suoi successori, Massimiano e Proculo, per legittimi

Vescovi di Costantinopoli. Ma non potè il deposto Patriarca ritrovare

nella sua placida cella l'innocenza e la quiete d'un monaco semplice.

Pensava al passato, si dolea del presente, e dovea poi temer l'avvenire.

A poco a poco i Vescovi d'Oriente abbandonavano la causa d'un uomo dalla

pubblica opinion condannato, ed ogni giorno scemava il numero degli

scismatici, che come confessor della Fede avevano riverito Nestorio.

Stava egli da quattro anni in Antiochia, quando l'Imperatore segnò un

editto[66], che lo paragonava a Simone il Mago, che proscriveva le sue

opinioni ed i suoi settari, condannava alle fiamme i suoi scritti;

quanto a lui fu da prima confinato a Petra in Arabia, poscia all'Oasi,

una dell'isole del deserto della Libia[67]. Colà segregato dalla Chiesa

e dal Mondo ebbe ancora a soffrire le persecuzioni del fanatismo, e i

furori della guerra. Da una tribù errante di Blemii o di Nubiani fu

invasa la sua solitudine; e Nestorio rimase nel numero dei prigionieri

inutili, cui lasciarono poscia in libertà, ritirandosi. Ma trovandosi

sulle sponde del Nilo, e presso una città romana ed ortodossa, desiderò

senz'altro di essere piuttosto rimaso schiavo dei Selvaggi. Come nuovo

delitto fu punita la sua fuga; lo spirito di Cirillo animava tutte le

autorità civili ed ecclesiastiche dell'Egitto; magistrati, soldati,

monaci tormentarono il nemico di Cristo e di S. Cirillo; e l'eretico ora

fu trascinato sui confini dell'Etiopia ora richiamato da quel nuovo

esilio, sino a tanto che, sfinito già dalla vecchiezza, non potè più

resistere alle fatiche, e agli accidenti di tanti viaggi. Nondimeno il

suo spirito si serbava tuttavia fermo e independente: le sue lettere

pastorali intimorirono il presidente della Tebaide; sopravvisse al

Tiranno cattolico d'Alessandria; e già il Concilio di Calcedonia,

sentendo pietà d'un esilio di sedici anni, stava per rimetterlo negli

onori, o nella comunione almeno della Chiesa. Era chiamato colà, e con

gioia s'apparecchiava ad obbedire, quando il prevenne la morte[68].

Dalla qualità della sua malattia nacque l'odiosa ciancia, che la sua

lingua, organo delle sue bestemmie, fosse mangiata dai vermi. Fu sepolto

in una città dell'Alto Egitto, conosciuta sotto il nome di Chemnis, o

Panopoli, o Akmim[69]; ma non cessò l'accanimento dei Giacobiti

dall'insidiarne per più generazioni il sepolcro, e dal pubblicare

scioccamente che la pioggia del Cielo, che cade tanto sui fedeli come

sugli empi[70], non bagnava mai il luogo della sua sepoltura. Può

l'umanità donare una lagrima alla sorte di Nestorio; ma per esser giusti

bisogna osservare, che se fu vittima della persecuzione, ciò non

avvenne, che dopo averla esso stesso autenticata colla sua approvazione

e coll'esempio[71].

[A. D. 448]

La morte del primate d'Alessandria, dopo un pontificato di trentadue

anni, lasciò i Cattolici in balìa d'uno zelo intemperante, che abusò

della vittoria[72]. La dottrina monofisita, cioè una sola Natura

incarnata, fu rigorosamente predicata nelle chiese dell'Egitto, e ne'

monasteri dell'Oriente. Dalla santità di S. Cirillo prendea vigore il

Simbolo primitivo d'Apollinare; ed Eutiche, suo illustre amico, ha dato

il nome alla Setta la più contraria all'eresia di Nestorio. Eutiche era

abate, o archimandrita, cioè superiore di trecento monaci; ma le

opinioni d'un Solitario, poco versato nelle lettere, non avrebbero mai

varcato i confini della colletta, ove avea dormicchiato più di

settant'anni, se il risentimento o l'imprudenza di Flaviano, Pontefice

bizantino, non le avesse esposte al Mondo cristiano. Questi radunò

immediatamente un Sinodo domestico; i clamori e gli artificii

disonorarono quanto si fece, e vi fu condannato l'Eretico, già debole

per la vecchiezza, a cui carpirono per sorpresa una dichiarazione, colla

quale parea che confessasse, non avere il Cristo tolto il suo corpo

dalla sostanza della Vergine Maria. S'appellò Eutiche del decreto ad un

Concilio generale, e fu gagliardamente propugnata la sua causa da

Crisafio, l'eunuco dominante del Palazzo, il quale era stato da lui

tenuto al Sagro Fonte, e da Dioscoro suo complice, succeduto nella sede,

nel Simbolo, nei talenti, nei vizi al nipote di Teofilo. Teodosio volle

a buon dritto, e specialmente ordinò, che il secondo Sinodo d'Efeso

fosse formato da dieci Metropolitani, e da dieci Vescovi di ciascheduna

delle sei diocesi dell'Oriente; alcune eccezioni, date al favore o al

merito, portarono a cento trentacinque il numero de' Padri del Concilio,

ed il Siro Barsuma, come Capo e rappresentante de' monaci, fu invitato a

sedere e a votare coi successori degli Apostoli. Ma dalla prepotenza del

Patriarca d'Alessandria venne di bel nuovo violata la libertà delle

discussioni; di nuovo gli arsenali dell'Egitto somministrarono armi

materiali e spirituali. Una masnada d'arcieri veterani dell'Asia serviva

agli ordini di Dioscoro, e i monaci, più terribili ancora, sordi alla

ragione ed alla pietà, assediavano le porte della cattedrale. Il

Generale, e i Padri, che dovean esser liberi nelle opinioni,

sottoscrissero il Simbolo ed anche gli anatemi di San Cirillo, e

l'eresia delle due Nature fu condannata in modo formale nella persona e

negli scritti dei più dotti uomini dell'Oriente. «Possano quelli che

dividon Gesù Cristo essere divisi dalla spada; sieno messi in pezzi ed

arsi vivi!» Tal fu il voto caritatevole d'un Concilio cristiano[73]. Si

riconobbe senza esitazione l'innocenza e la santità di Eutiche; ma i

Prelati, e più d'ogni altro quei della Tracia e dell'Asia non volean

deporre il lor Patriarca pel motivo, che avrebbe usato od anche abusato

della sua giurisdizione legittima. Abbracciarono le ginocchia di

Dioscoro, nel momento che si stava con aspetto, minaccioso sui gradini

della sua cattedra, e lo scongiurarono di perdonare al suo fratello, e

di rispettarne la dignità. «Volete voi suscitar una sedizione?» rispose

l'inesorabil prelato; «dove son gli ufficiali?» A queste parole una

turba furiosa di monaci e di soldati forniti di bastoni, di spade e di

catene, piombò nella chiesa: i Vescovi spaventati si nascosero dietro

l'altare, o sotto i banchi, e non avendo troppa brama di martirio

segnarono tutti ad uno ad uno una carta bianca, dove poi fu scritta la

condanna del pontefice di Bizanzio. Nel punto stesso fu Flaviano dato in

preda alle bestie feroci di quella arena ecclesiastica.[74] Dalla voce e

dall'esempio di Barsuma furono attizzati i monaci a vendicar l'ingiuria

di Gesù Cristo. Si dice, che il Patriarca di Alessandria, oltraggiò,

schiaffeggiò, e si pose sotto i piedi il suo confratello, il Vescovo di

Costantinopoli[75]. È cosa certa che prima di giugnere al luogo del suo

esilio, la vittima spirò nel terzo giorno per le ferite e pei colpi in

Efeso ricevuti. Questo secondo Sinodo d'Efeso è stato a ragione

detestato come adunanza d'una geldra di ladri e d'assassini. Eppure han

dovuto gli accusatori di Dioscoro esagerare la sua violenza per iscusare

la viltà, o l'incostanza del loro procedere.

[A. D. 451]

La Fede dell'Egitto avea vinta la prova; ma la parte soccombente era

assistita da quel Papa medesimo, che senza timore aveva affrontato la

collera, e l'armi d'Attila e di Genserico. Il Sinodo d'Efeso non avea

posto mente alla dottrina insegnata da Leone nel suo famoso _tomo_, o

epistola intorno al Mistero dell'Incarnazione; la sua autorità e quella

della Chiesa latina erano state insultate nella persona dei suoi Legati,

che, scampati a stento dalla schiavitù e dalla morte, vennero a

raccontare la tirannia di Dioscoro e il martirio di Flaviano. Convocato

il suo Sinodo provinciale, il Papa annullò gli Atti irregolari di quello

d'Efeso; ma questo passo essendo pure irregolare domandò egli la

convocazione d'un Concilio generale nelle province libere ed ortodosse

dell'Italia. Dall'alto del suo trono, omai independente dalla Corte di

Costantinopoli, parlava ed operava il Pontefice di Roma senza pericolo,

come Capo dei cristiani. Placidia e suo figlio Valentiniano non erano

che i docili strumenti de' suoi voleri: chiesero al principe che

governava l'Oriente di ristabilire la pace e l'unità della Chiesa; ma il

fantoccio che dava legge a quella parte dell'impero era menato con pari

scaltrezza dall'Eunuco che allora dominava; rispose Teodosio, senza

esitazione, che la Chiesa era già pacifica e trionfante, e che le giuste

pene inflitte ai Nestoriani aveano spento l'incendio, di cui si temevano

i guasti. Erano forse i Greci in preda per sempre all'eresia dei

Monofisiti, se il cavallo dell'Imperatore non avesse per avventura

incespato. Morì Teodosio; Pulcheria, sua sorella, zelante della Fede

ortodossa, succedette al trono con uno sposo che tale non era se non di

nome. Grisafio fu arso vivo; Dioscoro cadde in disgrazia; furono

richiamati gli esuli, e i Vescovi d'Oriente segnarono il _tomo_ di

Leone. Al Papa tutta volta rincrebbe, che fosse ita a vuoto la sua

intenzion favorita di ragunare un Concilio di Vescovi latini. Non degnò

presedere al Sinodo greco frettolosamente raccolto in Nicea di Bitinia;

con un tuono perentorio pretesero i suoi Legati che presente assistesse

l'Imperatore, e i Padri, già stanchi, furono tratti a Calcedonia, sotto

gli occhi di Marciano e del senato di Costantinopoli. Si adunarono nella

Chiesa di Sant'Eufemia, situata a un quarto di miglio dal Bosforo di

Tracia in vetta ad una collina d'un dolce pendìo, ma elevata; vantavasi

come un prodigio dell'arte la sua architettura a tre piani, e l'immensa

veduta di cui godeva dalla parte di terra, come del mare, era atta ad

esaltare alla contemplazione del Dio dell'Universo l'anima d'un

Settario. Seicentotrenta Vescovi si posero ordinatamente nella navata; i

Patriarchi d'Oriente cedettero la mano ai Legati, il terzo dei quali non

era per altro che un semplice prete; e le sedi primarie furono riservate

a venti laici che avean la dignità di senatori o di consoli. Fu esposto

con pompa l'Evangelo in mezzo all'assemblea; ma i ministri del Papa, non

che quelli dell'Imperatore, che padroneggiarono le tredici sessioni del

Concilio di Calcedonia, statuirono la regola di fede[76]. La lor

determinazione, ben combinata a favore d'una delle parti fu almeno da

tanto che impose silenzio a schiamazzi e ad imprecazioni sconvenevoli

alla gravità episcopale; ma, in forza d'un'accusa formale de' Legati, fu

astretto Dioscoro a discendere dal suo posto, e a far la figura d'un reo

già condannato nella opinione dei suoi giudici. Gli Orientali, meno

avversi a Nestorio che a San Cirillo, accolsero i Romani come

liberatori: la Tracia, il Ponto e l'Asia fremevano contro l'uccisor di

Flaviano, e i nuovi Patriarchi di Costantinopoli e d'Antiochia si

assicurarono la propria sede sacrificando il lor benefattore. Alla

dottrina di San Cirillo aderivano i Vescovi della Palestina, della

Macedonia e della Grecia; ma in mezzo alle assemblee del Sinodo, nel

bollore della disputa passarono i Capi col lor seguito obbediente

dall'ala destra alla sinistra, e colla loro diffalta decisero la

vittoria. Di diciassette suffraganei venuti d'Alessandria, quattro

s'indussero a mancar di fede al lor patriarca; e gli altri tredici

prostratisi colla faccia a terra, implorarono la clemenza del Concilio

coi singhiozzi e coi pianti, dichiarando in tuono patetico, che se

cedevano, il popolo infuriato li truciderebbe quando fossero tornati in

Egitto. Si acconsentì ad accettare il tardo pentimento dei complici di

Dioscoro, come una riparazione degli errori o del delitto loro, e sopra

la sua testa furono accumulati tutti i torti: non chiese egli perdono,

che non ne sperava, e la moderazione di coloro che sollecitavano una

generale amnistia, dalle grida di vittoria e di vendetta fu soffocata.

Per salvare la reputazione di coloro, che abbracciata aveano la causa di

Dioscoro si rivelarono bravamente molte offese, di cui esso solo era

colpevole, la scomunica temeraria e illegale, ch'egli avea lanciata al

papa, e il suo criminoso rifiuto di comparire davanti al Sinodo, quando

era tenuto prigione. Parecchi testimoni vennero raccontando molti fatti

che provavano il suo orgoglio, l'avarizia e la crudeltà sua; ed

appresero con orrore i Prelati, che le elemosine della chiesa erano

state profuse alle ballerine, che le prostitute d'Alessandria entravano

nel suo palagio, ed anche ne' suoi bagni, e che l'infame Pansofia o

Irene era pubblicamente concubina del patriarca[77][78].

Per questi delitti scandalosi Dioscoro fu deposto dal Concilio, e

sbandito dall'Imperatore; ma fu dichiarata pura la sua fede al cospetto

dei Padri, e colla tacita loro approvazione. Supposero, piuttosto che

pronunciare, l'eresia d'Eutiche, il quale non fu mai citato al loro

tribunale, e stettero confusi e silenziosi, quando un ardito Monofisita,

gettato ai lor piedi un volume di San Cirillo, osò eccitarli a lanciar

contro di quello un anatema, che necessariamente involgerebbe la

dottrina del Santo. Leggendo imparzialmente gli Atti del Concilio di

Calcedonia, quali dalla parte ortodossa son riferiti[79], si

riscontrerà, che da una maggioranza considerabile di Vescovi fu

approvata la semplice unità di Cristo; e potea l'equivoca confessione,

esser lui stato formato, o procedere da due Nature, supporne l'esistenza

anteriore, o in susseguente mischianza, o veramente un intervallo

pericoloso ad ammettersi fra l'istante in cui era stato concepito

l'uomo, e l'altro in cui gli era stata infusa la Natura divina[80]. I

Teologi di Roma più esatti e precisi statuirono la formola che feriva di

più le orecchie dogli Egiziani; dichiararono che il Cristo esisteva in

due Nature, e questa importante particola[81], che più facilmente si

stampa nella memoria che nell'intelletto, ebbe quasi a produrre fra i

Vescovi latini uno scisma. Essi aveano sottoscritto rispettosamente, e

forse sinceramente il _tomo_ di Leone; ma in due deliberazioni

successive spiegarono, non essere nè spediente, nè legittima cosa

trapassare i santi limiti assegnati dai Concilii di Nicea, di

Costantinopoli e d'Efeso conformemente alla Scrittura ed alla

tradizione. Cessero finalmente alle importunità dei loro padroni; ma il

lor decreto infallibile, dopo essere stato in guisa solenne ratificato,

e con grandi acclamazioni accolto, fu distratto nella session seguente

per l'opposizion dei Legati e degli Orientali lor partigiani. Invano

gran numero di Vescovi esclamò: «La decision de' Padri è ortodossa e

inalterabile; ora gli eretici sono smascherati; anatema ai Nestoriani!

fuori dalle assemblee del Concilio! vadano a Roma!»[82] I Legati

minacciarono; l'Imperatore parlava con tuono assoluto, ed una

commissione di diciotto vescovi preparò un nuovo decreto, che i Padri

sottoscrissero a lor dispetto. In nome del quarto Concilio generale si

annunziò al Mondo cattolico, il Cristo in una persona, ma in due Nature.

Si tirò una linea impercettibile fra l'eresia di Apollinare e la

dottrina di San Cirillo; e col tagliente d'un rasoio ben affilato, la

sottigliezza teologica formò un ponte, che, sospeso sopra un abisso,

diveniva l'unica strada al paradiso. Per dieci secoli d'ignoranza e di

servitù, ha ricevuto l'Europa le sue opinioni religiose dall'oracolo del

Vaticano; e questa dottrina, già coperta della ruggine dell'antichità, è

stata senza contrasto ammessa nel Simbolo dei riformatori del sedicesimo

secolo, che hanno abiurato la primazia del Pontefice romano. Il Concilio

di Calcedonia trionfa sempre nelle chiese protestanti; ma non fermenta

più il lievito della controversia; e i Cristiani più religiosi dei

nostri giorni non sanno[83] quel che si credono intorno al Mistero

dell'Incarnazione, e poco si curano di saperlo.

[A. D. 451-482]

Si palesarono in modo ben differente le disposizioni dei Greci e degli

Egiziani sotto il regno ortodosso di Leone e di Marciano. Questi devoti

Imperatori, colla forza dell'armi e degli editti, sostennero il Simbolo

della lor Fede[84]; e cinquecento Vescovi dichiararono sulla lor

coscienza e sull'onor loro, ch'era permesso di difendere anche cogli

omicidii i decreti del Concilio calcedonese. Videro i Cattolici con

piacere, che lo stesso Concilio era odioso ai Nestoriani, ed ai

Monofisiti[85]; ma i Nestoriani erano meno irritati, o men potenti; e fu

lacerato l'Oriente dal pertinace e sanguinario fanatismo dei Monofisiti.

Gerusalemme fu assalita da un esercito di Monaci che la posero a sacco;

arsero, trucidarono in nome d'una Natura incarnata; fu bagnato di sangue

il sepolcro di Gesù Cristo, e pochi ribelli tumultuariamente raccolti,

chiusero le porte della città all'esercito imperiale. Dopo la condanna e

l'esilio di Dioscoro, dolenti gli Egiziani della perdita del lor Padre

spirituale, videro con ribrezzo l'usurpazione del suo successore

costituito dai Padri del Concilio di Calcedonia. Costui, di nome

Proterio, non potè sostenersi che col soccorso d'una guardia di duemila

soldati; fece guerra cinque anni al popolo d'Alessandria; e il primo

sentore della morte di Marciano divenne pei fanatici Egiziani il segnale

della vendetta. Tre giorni prima della festa di Pasqua, il Patriarca fu

assediato nella sua cattedrale, e ucciso nel battistero. Fu dato alle

fiamme l'avanzo del suo cadavere e se ne gettarono al vento le ceneri;

questo assassinio fu inspirato dall'apparizione d'un preteso Angelo,

furberia inventata da un monaco ambizioso, che, sotto il nome di

Timoteo, il Gatto[86], succedette alla dignità e alle opinioni di

Dioscoro. Colle rappresaglie delle due parti s'inciprignirono gli animi

in questa crudel superstizione; una disputa metafisica costò la vita a

migliaia di uomini[87]; e i Cristiani d'ogni classe furono privati dei

godimenti della vita sociale, e dei doni invisibili del Battesimo, e

della santa Comunione. Ci resta di quel tempo una novella stravagante,

che contiene forse una pittura allegorica dei fanatici, che si

tormentavano e straziavano a vicenda. «Sotto il consolato di Venanzio e

di Celere, dice un Vescovo autorevole, gli abitatori d'Alessandria, e di

tutto l'Egitto furono presi da una strana e diabolica frenesia; i grandi

e i piccioli, gli schiavi e gli uomini liberi, i Monaci ed il Clero,

quanti in somma si opponevano al Concilio di Calcedonia perdettero l'uso

della parola, e della ragione; abbaiavano come cani, e si laceravano le

mani e le braccia coi denti»[88].

[A. D. 482]

Trenta anni di disordini originarono alla fine il celebre

_Henoticon_[89] dell'Imperatore Zenone, formolario che, sotto il regno

di costui e di Anastasio, fu segnato da tutti i Vescovi dell'Oriente,

minacciati della degradazione e dell'esilio, se rigettavano o se

violavano questa legge fondamentale. Può il Clero sorridere o gemere

della presunzione d'un laico che osa determinare Articoli di Fede; ma se

il magistrato secolare non isdegna d'abbassarsi a questa cura umiliante

per un sovrano, il suo spirito per altro è meno traviato dal

pregiudizio, o dalle mire d'interesse; e quell'autorità ch'egli esercitò

in ordine a questo, non ha il suo appoggio che nel consenso del popolo.

Nella storia ecclesiastica appunto comparisce Zenone meno spregevole, nè

so scorgere veleno d'eresia manichea, o eutichiana nelle generose parole

d'Anastasio, il quale considerava per cosa indegna d'un Imperatore il

perseguitare gli adoratori del Cristo, e i cittadini di Roma. Ottenne

l'Ennotico l'approvazione specialmente degli Egiziani; non di meno

l'inquieto ed anche pregiudicato sguardo dei nostri teologi ortodossi

non vi scorse la più picciola macchia; quivi in una maniera esattissima

viene esposta la dottrina cattolica intorno l'Incarnazione,

senz'ammettere, o senza rifiutare i termini particolari, o le opinioni

delle Sette avversarie. V'è pronunciato un anatema solenne contro

Nestorio ed Eutiche, contro tutti gli eretici, che dividono, o

confondono il Cristo, o il riducono a un vano fantasma. Senza

determinare se la parola Natura debba usarsi in singolare o in plurale,

vi è rispettosamente confermato il sistema di S. Cirillo, la dottrina

dei Concilii di Nicea, di Costantinopoli e d'Efeso; ma in vece di

inginocchiarsi davanti i decreti del quarto Concilio generale, si sfugge

la quistione, riprovando tutte le dottrine contrarie, se ve ne ha

d'insegnate sia in Calcedonia, sia altrove. Questa frase equivoca poteva

con tacito accordo conciliare gli amici e i nemici del Sinodo di

Calcedonia. Dai Cristiani i più ragionevoli si approvò questo espediente

di tolleranza, ma debole ed incostante ne era l'intelletto, e lo zelo

veemente delle Sette diverse in questa sommessione non vide che una

servile timidità. Era ben difficile il rimanersi al tutto neutrali in un

argomento che riscaldava i pensieri e i discorsi degli uomini: un libro,

una predica, un'orazione riaccendevano il fuoco della controversia, e le

particolari animosità dei Vescovi rompevano e rannodavano

alternativamente i legami della comunione. Mille picciole varietà di

vocaboli e d'opinioni empievano lo spazio che divideva Nestorio ed

Eutiche: gli Acefali[90] d'Egitto, e i Pontefici di Roma forniti d'ugual

valore, ma di forza ineguale, stavano alle due estremità della scala

teologica. Gli Acefali senza re, e senza vescovi furono separati per più

di trecent'anni dai Patriarchi d'Alessandria che aveano aderito alla

comunion di Costantinopoli, senza esigere una condanna formale dal

Concilio calcedonese. I Papi scomunicarono i Patriarchi di

Costantinopoli per aver accettata la comunione Alessandrina, senza

approvare formalmente lo stesso Concilio: l'inflessibile loro

despotismo, inviluppò in quel contagio spirituale le Chiese greche più

ortodosse; negò, o contestò la validità dei lor Sacramenti[91]; per

trentacinque anni fomentò lo scisma dell'Oriente e dell'Occidente sino

all'epoca, in cui condannarono questi la memoria di quattro prelati di

Bizanzio, che osato aveano di opporsi alla primazia di S. Pietro[92].

Prima di quel tempo era stata dallo zelo dei Prelati rivali violata la

mal ferma tregua di Costantinopoli e dell'Egitto. Macedonie, sospetto

già d'una segreta adesione all'eresia di Nestorio, difese nella sua

disgrazia, e nell'esilio, il Sinodo di Calcedonia, mentre il successore

di S. Cirillo avrebbe desiderato di poterne comperare la condanna al

prezzo di duemila libre d'oro.

[A. D. 508-518]

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09 · 第 7 / 20 题