Vaticano papa Pio Sesto con qualche apparato di sovranità, tuttochè già
servo fosse; conciossiachè ed usava la sua spirituale potestà, ed i
ministri celebravano gli uffici divini, e gli ufficiali di casa il
servivano, e le guardie Svizzere il custodivano. Ma in quella stato di
Roma non poteva più un papa sussistere, nè per lui per le dignità, nè
pei repubblicani per la sicurezza. Inoltre l'opera del direttorio doveva
consumarsi intiera. S'incominciavano a mandar carcerati in Castel
Sant'Angelo, o confinati nelle proprie case alcuni cardinali, ed altri
personaggi di nome e d'autorità. Toglievasi quindi dal Vaticano la
guardia Svizzera con dolore vivissimo del pontefice, che non se ne
poteva dar pace; vi surrogavano la guardia Francese. Qui io vorrei
tacermi: ma l'amore della verità mi sforza a dire, che il venerando Pio,
ridotto in caso di sì estremo abbassamento, non andava esente, da parte
di alcuni repubblicani di Francia, da scherni tali, che l'ammazzarlo
sarebbe stato poco maggior mancamento. Agli scherni succedeva l'esilio:
Cervoni, avutone comandamento da Berthier, introdottosi nelle stanze del
pontefice, in nome della repubblica Francese gl'intimava, che si
dispogliasse della sovranità temporale, si contentasse della spirituale.
Rispondeva Pio, avere la sua temporale sovranità ricevuto da Dio, e per
libera elezione degli uomini, non potere, nè volere rinunziarvi; alla
età sua di ottant'anni potersi bene fare mali grossi, ma non lunghi;
essere parato a qualunque strazio; essere stato creato papa con piena
potestà; volere per quanto in lui fosse, papa morire con piena potestà;
usassero la forza, poichè in mano l'avevano, ma avvertissero che se
avevano in poter loro il corpo, non avevano parimente l'animo, il quale
in più libera regione spaziando, di accidenti umani non temeva; esservi
un'altra vita per lui oggimai vicina; in lei nulla gli empi, nulla i
prepotenti potrebbero.
Restava, poichè l'animo non avevan potuto vincere, che vincessero il
corpo. Il pubblicano dell'esercito, che al suono delle Romane finanze
era prestamente accorso, appresentatosi al pontefice, gl'intimava, tempo
due giorni, da Roma si partisse. Rispondeva Pio, non potere resistere
alla forza; ma volere, che il mondo sapesse, che sforzato il proprio
gregge abbandonava. Strane venture di tempi, che i repubblicani
andassero a Roma predicando di voler punire gli assassini di Basville e
di Duphot, e conservare il papa, e che gli assassini non punissero, ed
il papa non conservassero; conciossiachè del castigo degli uccisori di
Basville e di Duphot, occupata Roma, non si fece più parola.
Il dì venti febbrajo sforzavano i repubblicani il papa a partire.
Lasciava Pio l'antica sede, cui non era per rivedere più mai.
L'accompagnavano solamente, miserande reliquie di corte tanto sontuosa,
oltre alcuni addetti ai servigi domestici, monsignor Inico Caracciolo di
Martina, suo maestro di camera, e l'abbate Marotti, professor di
rettorica nel collegio Romano, suo segretario eletto. Uscito da porta
Angelica s'incamminava verso Toscana. Lo scortavano e guardavano
diligentemente soldati repubblicani a cavallo. Accorrevano dai luoghi
vicini e dai lontani i popoli riverenti ad inchinare il pontefice
captivo: muovevangli a rispetto ed a compassione la dignità, l'età, la
malattia, la sventura. Per tal modo vecchio, infermo e prigioniero
lasciava Pio Roma, caso non più veduto, dappoichè Borbone ne cacciava
Clemente; lasciava Roma, cui aveva abbellito con opere magnifiche, e che
doveva fra breve essere spogliata di quanto la durezza dei patti
Tolentiniani vi aveva lasciato d'intero e d'intatto; lasciava Roma, già
padrona per opinione del mondo, ora serva per opinione, e per bajonette
di nuove repubbliche. Singolare città, che, o padrona o serva, o
magnifica o saccheggiata, ebbe sempre per destino di provare i due
estremi, in cui gli umani casi si concludono. Trovava il pontefice
ricovero, contuttochè sempre gelosamente fosse custodito, nel convento
degli Agostiniani di Siena, e conforto negli ossequj del gran duca, e
nelle lettere consolatorie scrittegli da tutta la cristianità. Si
dimostrarono in questo pietoso ufficio singolari i vescovi fuorusciti di
Francia, massimamente quelli che dimoravano in Inghilterra. Il tentavano
spesso i repubblicani, perchè rinunziasse alla potestà temporale; il che
egli constantissimamente sempre ebbe negato. Per questa cagione si
ordinava, che più strettamente si custodisse, e se gli ristringeva la
facoltà di veder gente: rigore tanto più da condannarsi, quanto più era
di nissun frutto, ed aveva per fine una rinunzia per forza. Succedeva
poscia un caso spaventoso, che tremava per terremoto il convento, come
se Dio volesse provare sino all'ultimo la costanza del desolato
pontefice; piombavano a croscio le volte, le mura si sfasciavano,
distrutta parte della casa, gli fu forza sloggiare: raccolto prima nel
palazzo Venturi, poi nella villa Sergardi, si riduceva finalmente ad
abitare nella Certosa di Firenze. Ma la sua presenza sul continente,
particolarmente in paese sì vicino a Roma, dava sospetto ai
repubblicani. Perlochè ordinavano, che si trasferisse in Cagliari di
Sardegna. Rappresentavano le benigne persone che continuavano ad avergli
affezione, che nè la sua età, nè le infermità permettevano, che a quel
viaggio marittimo si accomodasse. Anche il re di Sardegna che abborriva
dal divenir custode di un papa, custodia ed odiosa in se, e pericolosa
per l'amicizia che aveva allora con Francia, faceva opera di esimersi.
Infine era Pio lasciato stare nella Certosa insinocchè, venuti in Italia
tempi pericolosi pei repubblicani, lo trasferivano in Francia.
Roma, priva del pontefice, perdeva anche per sacco, parte violento parte
frodolento, le sostanze e gli ornamenti più preziosi del suo stato. Nè
in questo gli spogliatori portavano più rispetto alle sacre che alle
profane cose, alle private che alle pubbliche, perchè le une e le altre
involavano con uguale cupidigia, nè le rapine duravano solamente, come
le antiche, tre o quattro giorni, che anzi non si terminarono se non con
le stanze dei repubblicani; o per meglio dire neanco allora, perchè
venute dopo di loro le truppe regie di Napoli, rinnovarono con brutta
imitazione le rapine ed il sacco. Ma per favellar dei repubblicani, che
a questo tempo erano signori di Roma, cominciava lo spoglio da alcuni
capi sì militari che civili; scendeva per l'esempio nei soldati. Solo
incorrotti si mantennero la maggior parte degli ufficiali di mezzo, i
quali, come si dirà, a conservazione dell'onore offeso, ne fecero un
solenne risentimento. Giravano all'arrivo dei Francesi nello stato
Romano ventisette milioni di cedole, peso incomodissimo, e vera peste sì
del privato, che del pubblico avere. Fu ridotto al quarto il valore
loro, dolorosa, ma salutifera ferita a chi le aveva in sua possessione.
Sarebbe stata questa una legge da lodarsi per ogni parte, se subito dopo
non fosse stata promulgata, che gli agenti del direttorio avevano speso
per le loro provvisioni sì pubbliche che private, quella copia di
cedole, che avevano trovato nelle casse papali, e che non era di poco
momento. Aggiungesi da alcuni, e se vero fu, come pare, sarebbe il caso
molto più enorme, che poco innanzi alla promulgazione della legge, e
quando già si era fatto risoluzione di promulgarla, furono stampate a
fretta cedole per un valsente di sei milioni, e tostamente, per compre
fatte, gittate nel pubblico. Che maneggi fossero questi, il lettore lo
penserà da se. Si levava un grido universale contro gli autori di sì
vituperoso inganno; ma le armi erano più forti dei gridi, e chi più
poteva, tutto ardiva.
Oltre le cedole, le Romane finanze consistevano in una quantità di beni
assai considerabile, che appartenevano allo stato, e questi in nome
della repubblica Francese occupavano i suoi agenti, non che quelli, che
per essere di privato patrimonio di papa Pio, potevano, se non con
ragione, almeno con pretesto cadere in potestà di Francia; conciossiachè
il direttorio si protestava solamente nemico del papa, non dello stato
Romano, al quale anzi professava amicizia. Ponevansi al fisco della
repubblica, deliberazione certamente enorme, i beni del collegio della
Propaganda, quelli del Sant'Officio e dell'Accademia ecclesiastica, le
Paludi Pontine, le tenute della Camera apostolica. Ciò spettava agli
stabili; ma i mobili non si risparmiavano: qui fuvvi, non che
confiscazione, sacco. Quanto di più nobile e di più prezioso adornava i
palazzi del Vaticano, e del Quirinale, fu involato. Fu la cupidigia
degli agenti del direttorio veramente barbara. Dal Vaticano, edifizio
magnifico per undicimila camere, furono tolti, non solamente tutto il
mobile a servigio di persone, ricca e preziosa suppellettile, non
solamente gli arredi mirabili di busti, di quadri, di statue, di camei,
di marmi, di colonne, ma perfino i serrami ed i chiodi, per forma che
l'Instituto nazionale di Roma, che per non so qual derisione fu poco
poscia creato, volendo sedervi dentro, ebbe a pensare a far rimettere e
porte, e toppe, e chiodi dove un appetito insaziabile gli aveva tolti.
Così quella sede nobilissima di Romani pontefici, quella veneranda
depositerìa delle opere di Raffaello e di Michelagnolo,
quell'ornatissimo ricovero di quanto Grecia ed Italia avevano prodotto
di più prezioso, di più gentile, di più grazioso, si appresentava agli
occhi dei risguardanti atterriti quale deserto e saccheggiato abituro. E
queste cose faceva, non la guerra ma la pace, non la nimicizia ma
l'amicizia, non la barbarie ma una vantata civiltà. Seguitava sempre i
passi dell'esercito una compagnìa di sensali, che s'intendeva coi rapaci
pubblicani, ed era pronta a pagare a loro per vile prezzo le ricchezze
acquistate, sicchè le nazioni vinte s'impoverivano, la Francia
vincitrice non s'arricchiva, i soldati non avevano le paghe, e ad ogni
tratto sdegnosi minacciavano di ammutinarsi. Ma i rapitori chiamavano in
aiuto la militar disciplina, come se più i soldati fossero obbligati
all'obbedire, che i pubblicani all'onestà. Le masserizie più vili, alle
quali i capi non abbadavano, si vendevano agii ebrei non per pattuito,
ma per imposto prezzo.
Fu, come il Vaticano, spogliato Montecavallo, fu spogliato Castel
Gandolfo, fu spogliata la nobil sede di Terracina. Come gli arnesi più
squisiti, così il più misero vasellame di cucina furono involati, nè più
risparmiati i sacri che i profani arredi, perchè i vasi sacri della
cappella Sistina, e delle altre cappelle pontificie ebbero a pruovare i
toccamenti dei profani involatori; gli abiti sacerdotali stessi si
diedero alle fiamme per cavarne i metalli preziosi, coi quali erano
tessuti. Passava il sacco dai palazzi dello stato e del papa a quei de'
suoi parenti, ed anzi a quelli di coloro, o principi Romani o cardinali
che si fossero, che più si erano dimostrati costanti nel far argine alle
dottrine, che avevano servito di mossa, e tuttavia servivano di
fondamento alla rivoluzione. Il palazzo di città, quei del principe, e
del cardinale Braschi, quello del cardinale York furono con uguale
avarizia depredati. Soprattutto miseramente guasto e devastato fu quello
della villa Albani, di cui era signore il cardinale, e principe di
questo nome. Quanto in lui si trovava di più prezioso per materia o per
lavoro, fu tocco e rapito dalle avare mani dei forestieri: contro Albani
si scagliavano particolarmente, perchè l'avevano conosciuto affezionato
al pontefice, e mantenitore della opinione, che più nell'Austria che
nella Francia, che più nell'imperatore Francesco, che nel direttorio, il
papa avesse a fidarsi, come se nelle faccende di uno stato indipendente
non avessero ad esser libere le opinioni di chi consiglia, se però non
si voglia dire, che si amano meglio i traditori che i fedeli, meglio chi
consiglia con perfidia che chi con sincerità. Il giardino stesso
dell'Albani fu guasto e deserto; gli aranci, e le altre piante odorifere
o rare vendute a vile prezzo. Quest'era più furto che conquista; perchè
Albani era persona privata, e non certamente nè papa, nè stato, e con
qual diritto avesse ad essere svaligiato, sarebbe bene, che gli
addottrinanti di quel secolo ce l'insegnassero. Non posso io già, nè
voglio passar sotto silenzio una rapina, che gli avari pubblicani
preposti dal direttorio alle finanze d'Italia volevano ad ogni modo fare
di un ricchissimo ostensorio, tutto tempestato di diamanti, che di
proprietà privata essendo di casa Doria, in Sant'Agnese, chiesa di
giuspatronato della medesima famiglia, ogni anno all'adorazione dei
fedeli si esponeva; lo stimavano ottantamila scudi. E perchè il generale
Saint-Cyr, che aveva l'animo tanto ornato di temperanza, quanto alcuni
altri l'avevano contaminato di avarizia, si era opposto, ne ebbe le male
parole, e fu anche richiamato dal direttorio. La rapacità che si usava
in Roma e nei contorni, si dilatava in tutto lo stato Romano, ed ogni
sostanza sì pubblica che privata vi era posta a mercato. Sorse fra gli
altri un caso miserando, che facendosi il giorno ventitre febbraio le
esequie solenni dell'ucciso Duphot per tutta la città, alcune pattuglie
repubblicane, dico alcune, perchè le più si serbarono continenti, rotto
ogni freno di onestà e di disciplina, e non considerato, che l'ufficio a
loro imposto era di conservar intatti il buon ordine e le sostanze,
entrarono nelle chiese, e da loro involarono i vasi e gli arredi
destinati alla celebrazione degli uffizi divini. Nè dal sacco andarono
esenti le chiese appartenenti alle nazioni Spagnuola ed Austriaca,
sebbene l'una alleata, l'altra amica della repubblica vivessero a quel
tempo. Perchè poi nissuna spezie di miseria e di compassione mancasse a
Roma in questo giorno, vi fu la sera gran luminaria alla cupola e nella
piazza del Vaticano; ballossi allegramente al Quirinale. Uditosi nelle
province della Romana dizione il sacco delle chiese di Roma, alcune
delle provinciali chiese furono ancor esse al modo medesimo poste in
preda. Al sacco succedevano le tasse, le quali qualche volta si
convertivano in sacco segreto assai più vile del primo. Erano enormi, ma
vi era modo di riscatto nascosto, e qualche volta a bella posta si
mettevano, perchè i modi del riscatto si usassero. Si tassava la sola
famiglia Chigi di più di ducentomila scudi; l'incisore Volpato di più di
dodicimila, e fra dodici ore avesse a pagargli. Talvolta si minacciavano
le confische per aver denaro; talvolta si addomandava denaro per avere o
quadri, o statue, od altre simili gentilezze preziose. Per tal modo
Roma, già consumata dal trattato di Tolentino, fu del tutto spogliata
per la presenza dei repubblicani.
Non ostante tanti spogli e tante rapine, se ne viveva l'esercito
bisognoso di ogni cosa, e mentre le cassette piene di cose preziose, che
appartenevano agli agenti del direttorio, s'incamminavano alla volta di
Francia, o segretamente, od anche apertamente, perchè a tale di
sfrontatezza si era venuto, i soldati non avevano le paghe corse da
molti mesi, e laceri, e scalzi, e privi di ogni bene, accusavano
l'ingordigia di coloro, che preposti al vitto, ed al vestimento loro,
credevano, dover convertire in benefizio proprio le ricchezze dei paesi
conquistati con le fatiche, e col sangue loro. Gli ufficiali subalterni,
ai quali stava a cuore l'onore di Francia, ed infinitamente cuocevano i
raccontati disordini, accordatisi fra di loro ed in gran numero nella
chiesa della Rotonda adunatisi, facevano un forte scritto, e
l'indirizzarono a Massena, surrogato a Berthier. Addomandavano i soldi
corsi dei soldati, chiamavano vendetta contro i depredatori, per l'onore
dell'esercito offeso. Lo sdegno loro principalmente mirava contro
Massena per le estorsioni da lui fatte, come dicevano, in tutti i paesi
Italiani venuti sotto il di lui governo, massimamente nel Padovano. Nè
minor avversione mostravano contro Haller, cui principalmente accusavano
dell'Italiane espilazioni, e della Francese miseria. Fecero anche
risoluzione di arrestarlo, e di porre a sigillo le sue carte. Massena,
siccome quegli che non soleva portare pazientemente, non che le accuse,
i contrasti, facendosi scudo della disciplina, intimava agli ufficiali
adunati che incontanente si segregassero: quando no, gli costringerebbe
con la forza. Rispondevano, preferir la morte all'infamia, prender Dio
in testimonio della purità delle intenzioni loro. Mandavano nuovi
deputati a Massena. Non fecero frutto, perchè il generale più aspramente
che prima rimproverandogli dell'aver rotto l'obbedienza, gli minacciava
di forza e di castigo. I pubblicani, vedendo quel nembo, o fuggivano, o
si nascondevano, e per ogni forma si consigliavano di salvar il bottino.
Gli ufficiali, ai quali questa volta si erano accostati alcuni generali
dei primi, gelosi parimente dell'onore dell'esercito, di nuovo si
adunavano il dì sette marzo nella chiesa medesima della Rotonda, e con
più forti parole dimostravano al generale, doversi giustificar
l'esercito dei ladronecci commessi, e dar le paghe ai soldati.
Massena intanto era uscito di Roma ordinando, lasciato solamente un
presidio di tremila soldati in Castel Sant'Angelo, ed in altri luoghi
forti, che tutto l'esercito il seguitasse. Sperava partendo, e
distribuendo in diverse stanze i soldati alla campagna, di poter far
risolvere l'intelligenza degli uffiziali. Obbedivano, ma ciascun corpo
creava uffiziali eletti, con mandato di vegliare, acciocchè gl'interessi
loro non ricevessero danno. Gli uffiziali eletti, raccoltisi in
Campidoglio, scrivevano lettere a Berthier, pregandolo di ripigliare il
freno delle genti, e protestavano a Massena di non volergli più
obbedire. Fece ogni opera, ma invano, per riguadagnarsi l'affezione
loro. Laonde, vedendosi in voce di tutti, nè più potendo comandare a
coloro che il chiamiavano coi più odiosi nomi, pensò al ritirarsi, e se
ne andava, lasciato il governo a Saint-Cyr, e a Dallemagne, in Ancona,
donde tutto dolente, e sconfortato scriveva a Buonaparte, pregandolo a
dargli favore presso il direttorio, affinchè lo mandasse ambasciatore a
qualche potenza.
I Romani, osservato lo scompiglio delle genti Francesi, ed essendo
sdegnati per tante vessazioni, nè potendo più oltre portare sì dura
servitù, perchè ora mai un popolo di quasi due milioni di anime era
ridotto alla fame, tentavano un movimento più temerario che considerato.
I primi a romoreggiare furono i Transteverini, gridando _viva Maria_.
Avviatisi verso San Pietro in grosso numero, uccidevano una guardia
Francese, s'impadronivano di Ponte Sisto, e delle strade, che mettono
capo in esso. Al tempo medesimo le campagne tumultuavano; Velletri,
Albano, Marino, Cività di Castello si muovevano; la mossa era grave. Già
i Francesi erano uccisi alla spicciolata, e già le più grosse squadre si
trovavano in pericolo. Ma essendo gente valorosa, usa all'armi ed ai
tumulti improvvisi, poste dall'un de' lati le dissensioni loro,
muovendogli il pericolo comune, si ordinavano tostamente alle battaglie
contro quei popoli spinti piuttosto da furore, che da disegno bene
ordinato. Vial muovevasi contro la gente tumultuaria in Roma, Murat
contro quella del contado. Fu fatto in queste battaglie molto sangue,
perchè i Francesi coi loro squadroni agguerriti combattevano virilmente,
ed i Romani, mossi da furore e da zelo religioso, menavano ancor essi la
mani aspramente. Infine prevalendo la disciplina e l'opera delle
artiglierìe bene governate dai repubblicani, di cui mancavano i Romani,
acquistarono i primi con molta preponderanza il vantaggio. Dispergevansi
gli avversarj, e si nascondevano chi per le case, e chi per le campagne.
Fecero i contadini ritiratisi ai monti una testa grossa; ma Murat,
penetrando coi soldati armati alla leggiera in quei riposti ricoveri,
gli sperperava. Di cencinquanta prigioni, parte furono mandati al remo,
parte giustiziati con le palle soldatesche. Roma piena di terrore,
d'orrore e di sangue, lagrimosamente si querelava. Si toglievano con
diligente cura le armi ai popoli. Accagionaronsi, come fautori di questo
moto, o fosse verità o pretesto, i cardinali, ed altri prelati sospetti
d'affezione verso il papa. S'intimò ai primi, o rinunziassero alla
dignità cardinalizia, o andassero carcerati. Rinunziarono Antici ed
Altieri; ricusarono Antonelli, Giuseppe Doria, Borgia, Roverella, la
Somaglia, Carandini, Archetti, Mauri, Mattei; fu dato bando ai due
ultimi dalle terre della repubblica Romana. Gli altri, prima posti in
carcere, poi condotti a Civita vecchia, ed imbarcati su navi sdrucite,
furono mandati a cercar ricovero in paesi stranieri. Il cardinal
Rezzonico, come infermo di mal di morte, fu lasciato stare: Albani, che
più d'ogni altro desideravano di avere in poter loro, fu fatto correre
dai cavalli leggieri, che il seguitavano, ma giunse a salvamento nel
regno. In questo modo quanto aveva la chiesa cattolica di venerando per
età, per dignità, per dottrina, era disperso e calpestato. Non solo
enormi, ma pazze cose erano queste, perchè il torre rispetto a uomini
rispettati portava con se, quando che fosse, il vilipendio di coloro che
non gli rispettavano, perchè la licenza è male contagioso, e si appicca
facilmente dagli uni agli altri.
Gli accidenti Romani fin qui narrati sapevano di tumulto e di
confusione, siccome quelli, che sulle prime succedevano alla militare
conquista. Restava, che la oppressione e la servitù si ordinassero sotto
ingannevole forma di governo regolare, come se fosse intento dei
conquistatori di fare scherno alla libertà, e di metterla in odio a
tutti coloro che l'amavano. A questo fine aveva il direttorio mandato a
Roma quattro suoi commissarj, che furono Faipoult, Florent, Daunou, e
Monge, uomini, che facevano professione di amare la libertà.
Deliberarono fra di loro di dar una constituzione alla repubblica
Romana. Pareva un gran caso quel delle leggi, che avessero da uscire da
una Francia per una Roma per mezzo di uomini rinomati e mandati a bella
posta da Parigi, massime da Daunou e da Monge, ambidue venerandi per
ingegno, per dottrina e per virtù. Ed ecco pubblicarsi un corpo di
constituzione, il quale altro non era, che sotto nomi Romani la
constituzione Francese; imperciocchè sotto nome di consolato, di senato,
di tribunato, di tribunale di alta pretura a di alta questura, vi era un
direttorio, un consiglio degli anziani, un consiglio dei giovani, un
tribunal di cassazione, e commissarj dei conti. A questi si aggiungevano
gli altri fastidj servili delle amministrazioni centrali per ciascuno
spartimento della repubblica, e di una amministrazione centrale per ogni
cantone. Si noverarono otto spartimenti, del Tevere, del Cimino, del
Circeo, del Clitunno, del Metauro, del Musone, del Trasimeno, e del
Tronto. Avevano per capitali Roma, Anagni, Viterbo, Spoleto, Macerata,
Sinigaglia, Perugia, e Fermo. Erano questi i magistrati; le leggi, come
quella di Francia. Nel che, oltre il copiar servile, gli uomini prudenti
osserveranno, quanto inetto fosse il dare nomi medesimi a cose diverse,
e quanto dannoso alla libertà il servirsi di nomi antichi, che suonavano
potenza e libertà, in uno stato di oppressione, e di servitù. Ne fu
tolta autorità a parole venerate. Dalle leggi passava l'imitazione
insino agli abiti; perchè i magistrati furono ordinati vestirsi alla
francese, mutato solo pei consoli, senatori, e tribuni il color rosso in
nero; la forma simile a quella dei quinqueviri, degli anziani, dei
cinquecento di Francia.
Si crearono consoli per la prima volta Liborio Angelucci da Roma, Ennio
Quirino Visconte da Roma, Giacomo Dematteis da Frosinone, Panazzi
d'Ancona, Reppi d'Ancona. Ma variarono molto nella breve vita della
repubblica Romana i consoli, perchè si scambiavano ad un primo capriccio
del generale, o del commissario di Francia. Fu instituito segretario del
consolato un Bassal, il quale già mandato da Buonaparte a fomentare la
rivoluzione di Venezia, se n'era ora venuto a fomentar quella di Roma.
Chiamaronsi ministri un Torriglioni, un Camillo Corona, un Mariotti, un
Bremond Francese.