Scriveva risolutamente l'ambasciatore al cardinale segretario di stato,

comandasse ai soldati, che si ritirassero dai contorni del palazzo.

Rispondeva rappresentando, quanto fosse difficile la condizione, in cui

versava il governo del papa, poichè il ritirare, ed il non ritirare i

soldati era ugualmente pericoloso, quello pei ribelli, che nelle stanze

del palazzo di Francia se ne stavano tuttavia minacciando, questo per

l'intimata nimicizia di Francia: l'ambasciador solo poter cambiar le

sorti; sperarlo il cardinale, perchè generosa era la nazione, cui

l'ambasciadore con tanta dignità rappresentava; avere il cardinale

medesimo per ben dodici anni in mezzo a lei vissuto, e nissuno meglio di

lui averla e conosciuta, ed apprezzata. Fuvvi chi tentando di mitigare

l'animo dell'ambasciatore, il voleva indurre a far uscire dalla sua sede

i nemici del governo, alla quale richiesta non solamente non volle

acconsentire, cagionando, che essi l'avevano preservato contro una nuova

tragedia Basviliana, ma ancora, più sdegnato che mai, rescriveva,

doversi alfin sapere, se coloro, che indirizzavano segretamente i Romani

consigli, avessero ancora a macchinar tradimenti sotto l'ombra della

pace contro la repubblica; a loro non importare, perchè avevano saputo

evitargli, tanti infortunj del popolo Romano generati dalla guerra fatta

contro Francia; spirare ancora, e nelle pontificali truppe aver grado

gli assassini di Basville; punisse il Romano governo gli autori dei

Romani disastri, punisse gli assassini di Basville; a questi soli segni

potere Francia conoscere la Romana fede; per questi soli potersi tra

Francia e Roma conservare l'amicizia: badasse il cardinale segretario

all'acclusa lista; leggerebbevi i nomi degli assassini di Basville, un

abate Beltrami, autor principale della Basviliana tragedia, un Pulcini

caporale, che lo feriva di bajonetta, un barbiere che lo feriva di

stilo; abitare in Roma tuttavia, comparire alla luce impunemente

quest'insanguinati sicarj.

Il governo di Roma, oramai ridotto ad un passo, in cui era del pari

pericoloso il ricusare con giustizia, od il consentire con ingiustizia,

si atteneva alla parte migliore, rispondendo, che Roma non aveva mai

seguitato i consigli dei nemici della Francia; che il primo suo

pensiero, il più efficace suo desiderio era di vivere con lei in termini

d'amicizia; che quanto agli uccisori di Basville, se n'era a tempo

debito fatto processo; che coloro, che erano stati per giudizio convinti

rei del fatto, avevano pagato col debito supplizio le pene, e che

finalmente coloro, che l'ambasciatore notava nella sua lista, o in Roma

non dimoravano, o erano stati per esami giuridici, e per sentenze

solenni conosciuti innocenti.

Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i

passaporti, protestava di volersene partire; il che era segno di guerra.

Offeriva in sì estremo frangente il governo pontificio con sommesse

parole di satisfare per l'accidente occorso (protestando però di nuovo,

e risolutamente affermando, non avervi colpa), alla repubblica Francese,

in quel modo ch'ella stessa avrebbe potuto e chiedere e desiderare.

Aggiungeva il cardinale segretario, pregare l'ambasciadore a

considerare, che in mano sua era posta la conservazione di quanto il

generalissimo suo fratello aveva generosamente conceduto alla Romana

corte. Ma l'ambasciadore, non avuto risguardo alle offerte di

satisfazione, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di

fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse, o che il

facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso

Toscana. Sclamava, viaggio facendo, in ogni luogo contro i tradimenti

Romani, come gli chiamava, parlava di vendette terribili, incitava i

popoli a ribellione. Come poi giungeva a Parigi, rapportato il fatto nel

modo più conforme al suo intento, ed a quello del direttorio, stimolava

la Francia alla guerra contro Roma. Ordinava il pontefice rimedi

spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze per ovviare alla ruina

imminente: apprestava il direttorio le armi. Già un nido di ribellione

contro il pontefice era formato per opera dei repubblicani in Ancona,

cosa, che da per se sola avrebbe potuto rendere il pontefice

giustificato, se avesse, già molto prima, significato la guerra alle due

repubbliche, Francese e Cisalpina, perciocchè in quell'alzata delle

Anconitane bandiere contro il papa avevano posto le mani sì i presidj

Francesi, che i Cisalpini. Già Pesaro si ribellava, già Sinigaglia, ed

altre terre vicine tumultuavano, e già il grido della repubblica

Anconitana, infelice cagione di sommosse, di ribellioni, di

repubblichette loquaci e serve, spesseggiava sui fianchi dell'orientale

Apennino. Se n'era il pontefice doluto col direttorio; ma le sue querele

furono passate di leggieri da coloro, che perseverando nella loro

pessima intenzione, volevano, non la conservazione, ma la distruzione

sua. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot

chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora

esser giunta della Romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser

serbata la Francia; vedrebbe il mondo, quanto avesse la repubblica a

cura i suoi cittadini, che vivi gli proteggeva, uccisi gli vendicava.

Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Ma a chi

vorrà bene considerare la cosa, parrà certamente, che pur troppo atroce

fatto fu l'uccisione di Duphot, e da essere pianto eternamente; ma gli

parrà ugualmente, che l'accagionarne il governo del papa, e farne

pretesto di sua distruzione, fosse nè ragionevole nè giusto, perchè io

non ho mai, nè credo che altr'uomo che sia stato o sia al mondo, abbia

udito dire, che Pio Sesto, ed il cardinale Doria Pamfili, suo segretario

di stato, fossero assassini, e l'accusargli di assassinio era cosa non

solamente enorme, ma iniqua. Il direttorio, imputando a disegno espresso

del pontefice ciò, che era l'effetto fortuito di provocazioni

straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontanente con

tutto l'esercito a passi presti contro Roma.

Avutisi da Berthier questi comandamenti, quantunque se ne vivesse molto

di mala voglia per essergli venute a noja le rivoluzioni, si metteva in

assetto per mandargli ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni,

che, come di nazione Corso, sapeva la lingua del paese, gli comandava

che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della battaglia a

Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse discosto

dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con Rey, con

mandato di osservare le bocche d'Ascoli, per le quali si va nel regno di

Napoli, e di fare sicure le strade degli Apennini fra Tolentino e

Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona Dessolles con

avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese, e tenerlo

purgato dai contadini Urbinati, che portando grande affezione alla sedia

apostolica, erano sempre inclinati a far moto in suo favore. Metteva

alle stanze di Rimini quattromila Polacchi sotto la condotta di

Dombrowski, e con questi anche le legioni Cisalpine, le quali nessuna

cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti, di cui quei popoli si

erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte all'ultima

uccisione, se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di Francia.

Così il sacco, e la rapina erano usati in Italia non solamente dai

forestieri, ma ancora dagl'Italiani.

Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori

Berthier da Ancona il dì ventinove gennajo un manifesto con queste

parole: che già le rive del Tevere si godevano le dolcezze di una pace,

che aveva concluso una crudele guerra, ma che l'implacabile ed

ingannevole governo di Roma cospirava cercando di turbare la quiete

delle nazioni, e per arra dei futuri mali commetteva un vilissimo

delitto; che egli insultava alla moderazione ed alla generosità mostrata

dalla repubblica nel trattato di Tolentino; ch'ei doveva pertanto con

atto uguale alla sua perfidia satisfare alla repubblica; che un esercito

Francese si muoveva ora contro Roma, ma che solo si muoveva per punire

gli assassini del prode Duphot, che solo si muoveva per punire quegli

assassini medesimi ancor rossi del sangue dell'infelice Basville; che

solo si muoveva per castigar coloro, che si erano arditi disprezzare il

carattere e la persona dell'ambasciadore di Francia; che la Francia

sapeva, essere il popolo Romano innocente di tanta immanità e perfidia;

che l'esercito di Francia il terrebbe indenne, e sicuro da ogni

oltraggio.

Poscia Berthier, rivoltosi al soldati, solennemente gli ammoniva, che

solo marciavano per vendicare i delitti commessi contro la repubblica,

per punire il governo di Roma, ed i suoi vili assassini; considerassero,

che come giusta, così immaculata doveva essere la vendetta;

avvertissero, che il popolo Romano non si era mescolato nelle

sceleraggini di chi il reggeva; l'amassero pertanto, il proteggessero;

sapessero, che la repubblica comandava loro, che rispettassero le

persone, le proprietà, i riti, ed i tempj di Roma; darebbersi pene

asprissime a chi si desse al sacco; degni di Francia, degni di

repubblica, degni di loro medesimi si dimostrassero.

Ciò detto, muoveva le schiere al destino loro. Per tal modo la

potentissima repubblica si scagliava contro la religiosa Roma, e contro

un papa già quasi disarmato, e cui faceva sicuro piuttosto la

venerazione che la forza. Le genti repubblicane, preso Loreto, con aver

fatto prigioniero il presidio pontificio, e commessovi qualche sacco,

posto a taglia Osimo, che si era levato a favor del papa, varcati

prestamente gli Apennini, all'appetita Roma si approssimavano. Era in

questo estremo punto l'aspetto della città vario, e per ogni parte

pericoloso: alcune condizioni risguardavano le passate cose, alcune le

presenti; generavansi sette ed umori molto diversi. Il trattato di

Tolentino con avere spogliato il papa della miglior parte de' suoi

stati, e con averlo sforzato a consentire a certe moderazioni nelle

discipline ecclesiastiche, gli aveva tolto gran parte della riputazione

e della riverenza, che prima gli portavano, considerato massimamente che

tali concessioni aveva fatte ad un governo, che con tanto ardore e

pertinacia aveva perseguitato con l'armi sì spirituali che temporali. Il

vedere poi la magnifica Roma spogliata, per soddisfare al vincitore, de'

suoi ornamenti più preziosi, partoriva sdegno ne' suoi popoli, non

solamente contro gli spogliatori, ma ancora contro il pontefice,

giudicando essi sempre dagli effetti, non dalle cagioni, siccome quello,

che pareva loro, che avesse o con imprudenza provocato, o non con

prudenza contentato un nemico irresistibile. Oltre a tutto questo si

trovava il pontefice ridotto alla necessità, per le stipulazioni del

trattato, ad aggravare con nuove tasse i sudditi a fine di poter bastare

alle somme esorbitanti che era tenuto di sborsare alla repubblica.

Quindi ne era nato, che speso tutto il tesoro di San Pietro, si era

dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati, gittar nuove cedole

con maggiore scapito così delle vecchie come delle nuove, ed ordinare

una tassa del cinque per centinajo su tutti i beni. Cagione

principalissima poi di mal umore, anche negli aderenti del pontefice e

delle Romane opinioni fu questa, che si venne alla vendita del quinto

dei beni ecclesiastici, il che parve gran attentato contro le immunità

ecclesiastiche. Si lamentavano i cherici, che il pontefice avesse

commesso ne' suoi stati quel medesimo, che con sì solenni parole aveva

condannato, ed in Francia, ed in Cisalpina, ed in altri paesi, in cui si

era posta la falce in questa messe. Fu questa risoluzione molto dannosa

al pontefice, perchè gli tolse il favor di coloro, sui quali

principalmente si fondava la sua potenza. La casse piene di gentilezze

antiche, quelle, che contenevano i denari estorti con tanta difficoltà

dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente partendo, e la

sembianza, e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani rappresentando,

accrescevano la mala contentezza, e rendevano il papa spregiato ed

odioso. Nè era nascosto, che le gioje stesse per la valuta di parecchi

milioni, perchè con la pecunia numerata non si era potuto soddisfare ai

patti di Tolentino, erano state poste in balìa del vincitore. Procedeva

dalle angustie dell'erario, che il papa aveva molto rimesso da quelle

pompe, e da quella magnificenza, con le quali era stato solito vivere, e

che gli avevano conciliato l'affezione ed il rispetto delle popolazioni.

Mancato questo splendore, da cui piuttosto, e molto più che dalla virtù

e santità della vita misurano i Romani la eccellenza del principe, si

cambiava l'affetto in disprezzo.

Meritava egli certamente il pontefice più compassione che odio; ma

sogliono i popoli solamente compassionare i principi nelle estreme

miserie di cacciamenti o di prigionìe, e quando la compassione è

divenuta inutile: finchè regnano, quand'anche infelicemente regnano, il

disprezzo o l'odio, piuttostochè la pietà pubblica, gli persegue;

perciocchè il disprezzare o l'odiare i principi è stimato dai popoli

compenso dell'obbedire. In tanta mutazione d'animi le antiche querele si

rinnovavano. Del duca Braschi, nipote del pontefice, si motivava,

arricchito oltre modo con monipolj contro il pubblico, con ispogliamenti

contro i privati: memoravasi la parsimonia di Ganganelli verso i suoi

nipoti, e con la prodigalità di Braschi verso i propri paragonavasi, e

quello a questo di gran lunga anteponevano. Meglio fora stato,

esclamavano, contenersi nella temperanza Ganganelliana, che vivere,

prima profusa vita per elezione, poi misera per necessità. I servitori

soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarj, si

lamentavano: e siccome quelli, che, secondo il solito, senza freno sono,

facevano un parlare perniziosissimo. Tanto più essi erano di perduta

speranza, quanto più le magnificenze Braschesche, le quali si erano

dilatate in tutta la corte, ne avevano oltre modo accresciuto il numero,

e più erano sprofondati nell'ozio, più si trovavano lontani dal far la

risoluzione di guadagnarsi con onorate fatiche un'onorata vita. Si

arrogavano i discorsi dei politici, e degli amatori dell'antica

disciplina della chiesa. Argomentavano i primi dalla necessità di avere

in tempi difficili e pericolosi un governo d'uomini prudenti, e

conoscitori delle umane cose, non di preti soliti a giudicarne con le

preoccupazioni, e con le astrazioni religiose. Affermavano, poichè si

era giunto a tale che le armi spirituali, perduta l'efficacia loro, più

non giovavano, doversi lo stato commettere al freno di coloro, che

attamente delle passioni umane giudicando, sapevano per uso adoperare

prudentemente i rimedj politici e temporali degli stati infermi: se Roma

spirituale periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale.

I secondi dimostravano a che aveva condotto lo stato Romano la potenza

spirituale eccessiva, e temerariamente usurpata, ed ambiziosamente usata

dai pontefici, e l'esser loro stati esaltati alla potenza terrena.

Andavano dicendo, essere tempo di usare il tempo per ridurre i costumi

trascorsi della chiesa alla semplicità antica, e la potenza dei papi ai

limiti primitivi, per reintegrare i vescovi in quella pienezza di

potestà, che viene loro dal fondatore stesso della religione, per

restituire ai principi l'independenza, che a loro s'appartiene di

diritto, e che tanto è necessaria pel buon governo degli stati; questo

benefizio aver a nascere da tanti sovvertimenti, nè senza un pietoso

fine avere l'infinita sapienza aggravato la mano sui popoli della terra.

Le dottrine Pistojesi, mostrandosi più apertamente, acquistavano maggior

credito, ed i fautori loro nutrivano speranza, che lo stato della chiesa

si avesse a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quei

degli Apostoli. Ma i democrati, che non amavano meglio una religione

riformata, che uno stato regolato, confortati da apparenze tanto nemiche

al papa, ed avendo ardente desiderio della vittoria dei Francesi,

pigliavano novelli spiriti, e più vivamente operando, minacciavano

prossima ruina al reggimento antico. Sentivano, e vedevano i reggitori

della turbata Roma queste cose, ma meglio desideravano, che potessero

porvi rimedio. Pure mandavano fuori provvisioni contro lo sparlare, ma

il tempo era più forte di loro, e la proibizione accresceva la licenza.

Aveva lungo tempo in Roma la maldicenza tenuto luogo di libertà, ed i

Romani cuori umilmente obbedivano, purchè le Romane lingue si potesser

sfogare: sicchè gridavano, esser tolta loro quella libertà, di cui

avevano goduto sino ai tempi, e sin dai tempi strettissimi di Alessandro

e di Sisto, crescere la tirannide con la miseria, pagare i popoli con la

servitù gli errori del governo, diventata essere la condizione Romana

insopportabile. A queste voci i fedeli s'intimorivano, gli avversi

s'incoraggivano, gli odj s'inviperivano. Così lo stringere, e rallentare

il freno era parimente esiziale al papa, crollavasi lo stato già prima

che Francia gli desse l'ultima pinta. Il misero pontefice abbandonato su

quei primi romori da quasi tutti i cardinali, trovava un debole conforto

di parole nel cardinale Lorenzana, protettore del reame di Spagna, nel

principe Belmonte Pignatelli mandato a lui dal re di Napoli, e

finalmente nel cavaliere Azara, ministro di Spagna, solito a creare con

efficacia nei governi di quei tempi inclinazioni verso la repubblica di

Francia, poi ad intromettersi senza frutto, quando il momento era giunto

della distruzione loro. Vedutasi dal papa la ruina inevitabile, ordinava

ai capi de' suoi soldati, facessero nissun moto di resistenza, e si

ritirassero con quel passo, con cui i Francesi si avvicinavano; pensava

intanto alla quiete di Roma, ingrossando il presidio, perchè non voleva,

che l'anarchìa precedesse la conquista.

Il dì dieci febbrajo molto per tempo si mostravano i repubblicani sui

Romani colli: ammiravano una tanta città. Tagliavano trincee, piantavano

cannoni. Per accordo stipulato per parte del papa da Azara, e da alcuni

cardinali, entravano nella magnifica Roma il giorno medesimo, e fatto

sloggiare, il che fu uno spettacolo miserando, dal castel Sant'Angelo il

presidio pontificio, l'occupavano. Prendevano anche, condotti da

Cervoni, i principali posti della città. Poi, accompagnato da' suoi

primi uffiziali, e scortato da grosse squadre di cavallerìa, entrava il

dì undici trionfando Berthier. Al tempo medesimo i manifesti

promettitori di rispetto alle persone, alle sostanze, ai riti, alla

religione si affiggevano su per le mura; dei quali, se più speranza o

timore concepissero i Romani, è dubbio. Alloggiava Berthier nel

Quirinale, mandava Cervoni al Vaticano per far riverenza al pontefice,

assicurandolo della persona e dell'antica sovranità. Scriveva il dì

medesimo del suo ingresso a Buonaparte, che un terrore profondissimo

occupava Roma, e che lume nissuno di libertà appariva da nissun canto;

che un solo democrata era venuto a trovarlo, offerendogli di dar libertà

a due mila galeotti. Dava speranze, e faceva promesse d'ajuto ai

novatori, piuttosto per ordine che per voglia. Queste promesse, e questi

incitamenti sortivano l'effetto; il giorno quindici di febbrajo,

correndo l'anniversario dell'incoronazione del pontefice, che a quel dì

medesimo compiva ventitrè anni di regno, si levava subitamente per tutta

Roma un moto grandissimo di gente, che chiamava la libertà, e mossa fin

su quel primo principio da servile imitazione, traendo seco non so qual

fusto di pino, s'incamminava a calca verso Campo Vaccino. La folla, le

grida, la veemenza crescevano ad ogni passo. Molti correvano per vedere,

alcuni per aiutare, nissuno per contrastare; perchè le pattuglie

repubblicane che giravano, impedivano ogni moto contrario. Giunta che fu

quella immensa tratta dirimpetto al Campidoglio, crescendo vieppiù le

grida e lo schiamazzo, a fronte del famoso colle rizzava l'albero con

una berretta in cima, e viemaggiormente infiammandosi a tale vista,

gridava _libertà_, _libertà_! Nè contenti a questo, i capi givano ad

alta voce interrogando gli astanti, se volessero viver liberi: risuonava

tutto Campo Vaccino del sì. Seguitavano i capi a domandare, _è volontà

questa del popolo Romano_? Di nuovo risuonava Campo Vaccino del sì.

Cinque notai richiesti rogavano l'atto, siccome il popolo Romano sovrano

e libero aveva rivendicato i suoi diritti, che libero e franco si

dichiarava, che al governo del papa rinunziava, che in repubblica voleva

libero vivere, e libero morire. Qui le grida, gli strepiti, il gittar

dei cappelli, l'abbracciarsi, il confortarsi, il pianger dalla gioia, il

ridere per pazzia, che sorsero, non son cose che da umana penna si

possano agevolmente descrivere. Poi i motti contro i preti, contro il

papa, e contro i cardinali, e le ipotiposi sui vizi, parte veri, parte

anco esagerati della corte Romana, andavano all'eccesso. Gli atti e gli

scherzi che si fecero, non son da raccontarsi. Solo dirò, che un padre

di due bellissime fanciulle, venuto con loro sulla piazza pubblica, si

toglieva primieramente, romoreggiando dalla gioia il popolo all'intorno,

il proprio nome, con quello di Tesifonte chiamandosi; poscia le proprie

figliuole sbattezzava. Ambiva quindi, e voleva essere chiamalo

_cittadino Tesifonte_; disordinati segni di più disordinato avvenire.

Rogato l'atto, scritto in ischifosa e servil lingua Italiana, tradotta

dal Francese, si eleggevano dal popolo convocato uomini a posta, perchè

l'atto medesimo portassero a Berthier, e gli raccomandassero la novella

repubblica. Eravi solennità: entrava a guisa di trionfatore per la porta

del Popolo il generale di Francia, con magnifico corteggio dietro ed

intorno di splendidi ufficiali, e di cento cavalli eletti da ciascun

reggimento. Suonavano con grandissimo strepito gli stromenti della

musica militare; l'affollato popolo applaudiva. Non così tosto compariva

alla porta del Popolo, che era presentato di una corona dai capi in nome

del popolo Romano. L'accettava, protestando ch'ella di ragione

apparteneva a Buonaparte, le cui magnanime imprese avevano preparato la

libertà Romana; che per lui la riceveva, che per lui la serberebbe, e

che a lui in nome del popolo Romano la manderebbe. Salito in Campidoglio

bandiva la repubblica Romana solennemente, la riconosceva in nome della

Francia, lodava la libertà, chiamava i Romani figliuoli di Bruto e di

Scipione. Queste cose si facevano, veggendo ed udendo dalle stanze del

deserto Vaticano il canuto ed infermo pontefice. Erano tutto il restante

giorno, e la seguente notte canti, balli, e rallegramenti di ogni forma.

La Cisalpina repubblica a questi sovvertimenti si rallegrava. Scriveva

il direttorio nella solita lingua servile per mezzo del presidente, ai

legislatori Cisalpini, che la patria di Bruto era libera, che i suoi

discendenti avevano solennemente proclamati i diritti dell'uomo, che il

sacro albero rigeneratore dei popoli aveva messo le sue radici sul

Campidoglio, che la ragione era stata vendicata de' suoi oltraggi, che

Roma finalmente non aveva più tiranni; che vi si era creato un governo

provvisorio composto di bravi, ed illuminati repubblicani; che il

vescovo di Roma era guardato dalle truppe Francesi, e che il popolo

quanto inebbriato del sentimento della sua libertà, altrettanto si

manteneva dignitoso, saggio e tranquillo. Quest'erano le poesie, o per

parlare con Buonaparte, i romanzi dei tempi.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 20 / 22 段