con la seguente lettera, la quale io sono, come un'altra scritta dal
medesimo Villetard, obbligato di riferire alla distesa, perchè un
recente autore di una storia di Venezia, badando piuttosto a scusare
Buonaparte del fatto di Venezia, che a rendere a ciascuno il suo debito
secondo il vizio o la virtù, le passò sotto silenzio, contentandosi di
rapportare la lettera del generalissimo, la quale anche qui sotto si
troverà trascritta. Della quale omissione io non posso restar capace,
perchè, se desiderio dello storico era il non lodar Italiani di un fatto
che dinotava magnanimità, mi pare, che almeno avrebbe dovuto lodare il
Francese Villetard di un procedere, che se stesso e la Francia sua
patria in sì brutto accidente onorava.
«E' bisogna, scriveva Villetard al generalissimo, ch'io avessi tanta
fermezza stoica, quanto amor patrio, perchè io il doloroso carico, che
mi deste, accettassi. Era presto, per quanto in me fosse, di adempirlo;
ma bene io meco stesso mi rallegro almeno, di aver trovato nei
municipali di Venezia animi troppo alti per voler cooperare a quello,
che per mezzo mio loro avete proposto. Cercheranno eglino altrove una
libera terra, ma preferiranno, se necessario fia, la povertà
all'infamia. Non consentiranno, che altri possa dir di loro, che abbiano
durante alcuni giorni, usurpato la sovranità della nazione loro per
metterla in preda. Per un tal procedere pruoveranno almeno, che non
meritano i ceppi che si stan loro preparando. Gemono, è vero, su cotesti
ceppi, bestemmiano, è vero, la nazion Francese: un rifiuto unanime di
volere nella ruina della loro patria mescolar le mani, seguitava i
vostri comandamenti. Gemono, perchè otto anni di rivoluzione non ancora
gli hanno assuefatti alle disgrazie, bestemmiano, perchè ancora non
hanno imparato le dottrine Machiavelliche; non s'ardiscono, perchè
ancora non sono tanto corrotti che non abbominino la sfrontatezza
politica. Pure ed il titolo di cittadini della Cisalpina, ed i benefizj
della nazione Francese recheransi ad onore; se non fia lor d'uopo
comperargli per quello che a lor pare un delitto, e voi siete troppo
grande per non fare giusta stima di questa loro scrupolosità. Non resta
adunque, o generale, altro modo di giovar loro che di ordinare in
Venezia il governo meramente militare, pel quale voi a nome della
Francia richiederete quello, ch'eglino a nome della sovranità del
popolo, che in loro aveva la sua fede posta, ricusano di fare».
Buonaparte, il quale tanto meno comportava di esser biasimato del male,
quanto più amava di farlo, e parendogli, che fosse piuttosto pazzìa che
altro il non voler rubare la propria patria, nè consegnarla in mano dei
forestieri, rescriveva a Villetard queste rabbiose e barbare parole.
«Ebbi, cittadino, la vostra lettera dei tre annebbiatore; nulla compresi
al suo contenuto. Forse non bene i miei concetti vi spiegai. Non ha la
repubblica Francese vincolo alcuno di trattato, che ci obblighi di
anteporre ai nostri interessi, ed ai nostri vantaggi quei della
congregazione di salute pubblica, o di verun altro uomo di Venezia. Non
mai la repubblica Francese fece la risoluzione di far la guerra per gli
altri popoli. Vorrei sapere, qual sia il precetto o di filosofia, o di
morale, che comandi, che si sacrifichino quarantamila Francesi contro il
desiderio espresso della nazione, e l'interesse vero della repubblica
Francese. So, e sento, che nulla costa ad un branco di ciarloni, che
meglio contrassegnerei chiamandogli pazzi, di volere la repubblica
universale. Vorrei, che questi signori facessero con me una guerra
d'inverno. Inoltre la nazione Veneziana più non è. Divisi in tanti
interessi, effeminati e corrotti, tanto codardi quanto ipocriti, i
popoli d'Italia, e spezialmente il Veneziano, poco son fatti per la
libertà. Se il Veneziano è in grado di pregiarla, la occasione gli è
aperta per pruovarlo: ch'ei la difenda. Non ebbe nemmeno il coraggio di
conquistarla contro alcuni vili oligarchi; non seppe per qualche tempo
difenderla nella città di Zara, e forse, se in Alemagna fosse entrato
l'esercito, noi avressimo veduto, se non rinnovellarsi le tragedie di
Verona, almeno moltiplicarsi gli assassinj che sull'esercito i medesimi
effetti partoriscono. Del rimanente la repubblica Francese non può dare,
come par che si creda, gli stati Veneziani; non è già punto perchè
questi stati per dritto di conquista non appartengono in realtà alla
Francia, ma perchè non è massima del governo Francese di dare alcun
popolo. Adunque allora quando l'esercito Francese sgombrerà il paese,
potranno i diversi suoi governi fare quelle risoluzioni, che più
crederanno utili alla patria loro. Vi diedi carico di conferire con la
congregazione di salute pubblica intorno alla evacuazione, che è
possibile, che l'esercito faccia, acciocchè potessero appigliarsi ai
partiti più utili e pel paese, e per gl'individui che eleggessero
ritirarsi nei paesi uniti alla repubblica Cisalpina, e riconosciuti, e
guarentiti dalla Francese. Voi parimente avete lor fatto a sapere, che
coloro, i quali amassero seguitare l'esercito Francese, avrebbero tutto
il tempo necessario, perchè possano vendere i loro beni, qualunque abbia
ad essere il destino del loro paese, e di più, ch'io sapeva, che era
intento della repubblica Cisalpina di conferir loro il titolo di
cittadini. Il mandato vostro là debbe terminarsi. Del resto, ei faranno
a posta loro quanto vorran fare. Voi avete loro abbastanza detto, perchè
sentano che tutto ancora non è perduto, che quanto accadeva era
l'effetto di un gran disegno: che se gli eserciti Francesi continuassero
a far la guerra prosperamente contro una potenza, che è stata il nervo
ed il cofano di tutta la lega, forse Venezia col tempo potrebbe divenire
unita alla Cisalpina. Ma veggo che son codardi, e che non san far altro
che fuggire: ebbene, che e' fuggano; non ho bisogno di loro».
A questo modo parlava Buonaparte di coloro, che per cagione di lui
perdevano un'antica e nobil patria, che per cagione di lui andavano
raminghi ed esuli, che per cagione di lui avevano in tempi tanto
sinistri accettato il doloroso carico di servire al paese loro ed alla
Francia. A questo modo parlava di loro, solo perchè avevano rifiutato le
offerte sue infami, ed abborrito dal contaminarsi le mani nella dazione,
e nell'ultimo ladroneccio della infelice patria loro. Da tutto questo
anche si vede, con quale sincerità abbia narrato questo accidente
l'autore della recente storia Veneziana, poichè non al rifiuto di
appropriarsi le spoglie della patria, e di consegnarla essi stessi in
poter dell'imperatore, come avrebbe dovuto dichiarare apertamente, ma
non so quale altra protestazione dei Veneziani, senza spiegare qual ella
fosse, egli attribuisce la collera di Buonaparte. Quando non si adorano
le opere generose, e non si ha un orror santo per le vili, non so perchè
si scrivano storie.
Rispondeva il generoso Villetard alla lettera del furibondo Buonaparte
queste nobili parole: «Non loquaci, non pazzi, non vili, o codardi
uomini sono coloro, dei quali nell'ultima mia vi favellava; nè voglion
essi che col sangue Francese si faccia loro una repubblica universale.
Conosco, come voi, le frasi, conosco la politica, conosco il coraggio di
questi sognatori di universali repubbliche: ma parecchi padri di
famiglia sono, ma vecchi uomini sono, ma negozianti sono, che atterriti
dalla novella della evacuazione del paese loro, e dell'invasione dei
soldati dell'imperatore, che ne debbe seguitare, creduto hanno di non
aver più diritto di governare quando governare più non potevano che a
loro proprio profitto, e che di un'autorità temporanea, non confermata
ancora dalla nazione, investiti solamente si conoscevano. Abbiate del
resto per certo, che da radice di probità e di altezza d'animo, pur
troppo a' nostri giorni rare, procede il rifiuto di espilare a profitto
della parte democratica la Veneziana nazione».
Ma per toccare il fondo della risposta di Buonaparte, se non aveva la
Francia nissun obbligo di trattato verso Venezia, non si vede perchè il
generalissimo invocasse un trattato quando si trattava di rubarla;
perchè, se non più onorevole, almeno più sincero sarebbe stato il
chiamar rubare il rubare, e non chiamarlo pigliarsi le cose promesse dai
trattati. Da un altro canto s'intende benissimo, che Buonaparte non era
obbligato a far ammazzare quarantamila Francesi per conservar Venezia
libera; ma s'intende anche benissimo, che non era colpa dei Veneziani,
se la Francia voleva serbar per se i Paesi Bassi, e la sponda sinistra
del Reno, e Magonza, e la Lombardìa Austriaca, e Mantova, e Corfù. Che
Venezia pagasse per altri si vede, perchè pagò; ma che vi fosse
obbligata, è argomento nuovo, e degno dei tempi. Taccio gl'incentivi
dati ai Veneziani verso la libertà dal direttorio, da Buonaparte, e dai
suoi generali, ed agenti, perchè sono vituperj a chi voleva dar Venezia
in preda all'imperatore. Rivoltare per tradire era certamente opera
nefanda.
In tanto precipizio dell'antica patria, pensarono i municipali, poichè
la forza dominava, che la volontà almeno si esprimesse. Adunarono i
popolari comizj, affinchè deliberassero, se i Veneziani volevano
conservar la libertà. Nissun oratore parlò in cospetto del popolo; i
soli desiderj spontanei operavano, soli sacerdoti raccolsero i voti: fu
il voto per la libertà. I municipali deputavano Sordina, Carminati,
Dandolo e Giuliani, acciocchè andassero a Parigi, portassero al
direttorio il voto, e lo pregassero, che permettesse, che i Veneziani
s'armassero per difendere la libertà. Coi medesimi fini mandavano
un'altra deputazione a Buonaparte a Milano; ma ei fece arrestar in
viaggio i deputati, orribile comandamento. Così, se i Veneziani non
s'armavano, gli chiamava vili, se volevano armarsi, gli trattava da rei,
e si vede di che fosse pregno quel capitolo inserito nel trattato di
Campoformio, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore
d'Alemagna possedesse Venezia. Il dir consentire, quando si sforza, mi
pare un'astuzia piuttosto ridicola e stomacosa, che altro.
Serrurier, non temendo di maculare lo splendore de' suoi fatti,
accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia, ed il mandato di
fare la gran consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i
fondachi pubblici del sale, e del biscotto, spogliato avarissimamente
l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime, che in lui si
miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a
suon di scuri le incominciate, arso in San Giorgio, a fine di cavarne le
dorature, il Bucentoro, reliquia veneranda per la memoria dell'antiche
cose, e per le opere eccellenti di scoltura che l'adornavano, rovinata e
deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni,
lietissimi di tanto maravigliosa conquista, la città di Venezia. Faceva
il popolazzo qualche allegrezza, onde si accresceva il dolore
universale; i democrati, o fuggiti, o nascosti; dei patrizi, i più
piangevano, alcuni andavano alle ambizioni nuove. Francesco Pesaro, mi
vergogno, e mi sento addolorare in dirlo per la contaminata fama di lui,
riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.
Così perì Venezia. Ora, quando si dirà Venezia, s'intenderà di Venezia
serva: e tempo verrà, e forse non è lontano, in cui, quando si dirà
Venezia, s'intenderà di rottami e d'alghe marine, là dove sorgeva una
città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Buonapartiane.
LIBRO DECIMOTERZO
SOMMARIO
La tempesta si volge contro il papa: macchinazioni in Roma per
farvi una rivoluzione. Caso funestissimo dell'uccisione del
generale Duphot. La Francia dichiara la guerra al pontefice.
Berthier marcia contro Roma, e se ne impadronisce. Atto rogato
dal popolo Romano in Campo Vaccino per vendicarsi in libertà.
Pio Sesto esposto a indegni scherni. I repubblicani lo
sforzano a lasciar Roma, e lo conducono in Toscana.
Espilazioni, e spogli di Roma. Risentimenti armati, che ne
fanno i Romani. Risentimenti e querele, che ne fanno gli
ufficiali Francesi gelosi dell'onore dell'esercito. Si
bandisce la repubblica Romana, e le si dà una costituzione.
Provvisioni di Pio Sesto circa i giuramenti.
Gli eccidj si moltiplicavano; continuavasi a spogliar Roma in virtù del
trattato di Tolentino; nella quale bisogna con molta efficacia si
travagliavano i commissarj del direttorio. E perchè non mancasse in
mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro, che la
moglie di Buonaparte desiderava per se alcune belle statue di bronzo, le
comperarono, e con le involate a grado di lei le incassarono. Succedeva
ad una adulazione di cortesia un'adulazione lagrimevole; perchè,
saputisi dal papa il desiderio, e la compera, ne pagava tosto il prezzo,
che furono tremila e settecento scudi Romani, perchè la donna se le
avesse senza costo. Oltre a ciò il misero papa, oramai vicino alla sua
ora estrema, credendo, certamente con molta semplicità, di aver a fare
con uomini esorabili, apparecchiava una collana di preziosi camei,
perchè fosse offerta da sua parte in dono alla signora. Parvero queste
cortesie, e questi omaggi fatti in un momento, in cui ogni cosa era a un
di presso giunta al suo fine in Roma, nobili al Cacault, ministro del
direttorio. Forse era nobile l'offerirgli, ma se fosse nobile
l'accettargli in quel momento, lascio giudicar a coloro, che conoscono
la civiltà e l'onestà del procedere. Le casse intanto piene delle Romane
spoglie poste sui carri, partivano dalla desolata Roma. Se le vedeva il
popolo Romano, e le rimirava con grandissima indegnazione.
Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate
nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano dei due terzi
per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni
cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault e
per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per
ispegnere il governo papale, ma bensì, che si lasciasse andare di per se
stesso alla distruzione. Solo gli doleva il pensare, che nella borsa
segreta e particolare del papa, e del suo nipote, vi fossero ancor
denari; e però s'ingegnava a fare, che il pontefice comperasse per tre
milioni la terra della Mesola, sperando, come scriveva a Buonaparte, che
il trarre quel denaro dallo stato ecclesiastico avesse ad esser cagione,
che il fallimento totale delle cedole, che ne seguirebbe, partorirebbe
una gran ruina, e necessariamente opererebbe una rivoluzione. I
democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione nelle loro
macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco, e credeva che il popolo
non gli volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il
che veniva in grande diminuzione della riputazione del governo
pontificio, condizione funestissima, perchè il tollerargli era
pericoloso per l'esempio, il carcerargli pericoloso per la necessità del
liberargli. Crescevano la penuria, ed il caro delle vettovaglie; i
popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte
dei grani, che il papa era sforzato, perchè richiesto con imperio, a
concedere ad alcuni fra gli agenti sì militari che civili della
repubblica. Erano queste tratte cose molto pregne, perchè portavano con
se assai guadagno. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo
di paralisia. S'aggiungevano spaventi, come se il cielo fosse sdegnato
contro Roma. La polveriera del castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia
di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti, e parecchi
edifizj rovinati, il Vaticano sì fortemente scosso, che la volta della
cappella Sistina fe' di molti peli, e parte diroccava con danno
considerabile del famoso Giudizio di Michelagnolo.
S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione. Aveva il
pontefice fatto disegno di condurre a' suoi soldi il generale Provera. A
ciò fecero tosto un gran tempestare gli agenti del direttorio,
richiedendo con supremo comandamento, e pena la guerra, dal pontefice,
che licenziasse incontanente, e fuori de' suoi stati mandasse il
generale Austriaco. Tal era il rispetto, che il direttorio vincitore
portava all'independenza di uno stato sovrano, e col quale aveva
congiunzione d'amicizia pel trattato di Tolentino.
Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne
aggiungeva una di una natura molto singolare, e quest'era il pensiero
nato in Francia, del voler fondare la religione naturale, che col nome
di teofilantropìa chiamavano. Fu a quei tempi questo pensiero attribuito
specialmente al quinqueviro Lareveliere Lepeaux; ma sebbene ei
l'appruovasse, come mezzo conducente a risvegliare nel cuore degli
uomini gli affetti dolci e sociabili, non ne fu però il principale
autore. I fautori di questo novello rito miravano ad allontanare la
necessità della religione rivelata, e principalmente della cattolica; il
perchè si mostravano avversi al papa, come capo e direttor supremo di
quanto a quest'ultima religione s'appartiene, e con tutti gli sforzi
loro la di lui rovina procuravano.
Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma,
Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura
assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi
aggirare da chi voleva piuttosto fare, che aspettare la rivoluzione.
Inoltre sapeva qual fosse il desiderio del suo governo, ed anche ebbene
mandato espresso, di mutar lo stato in Roma, con questo però, ch'ei
facesse le viste di non parervi mescolato. Per la qual cosa era la sua
casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze. Ma
siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono, per dargli
spirito, ed ajutarlo a perturbar Roma, i generali Duphot e Sherlock, il
primo dei quali si era mostrato assai vivo in quelle faccende dei
sovvertimenti Genovesi. Aveva il governo papale avviso delle trame che
si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, le
contrade di Roma da spesse pattuglie, e teneva diligentissime guardie.
Ma era fatale, che i tempi soverchiassero la prudenza, e dacchè i
ministri di potenze estere, il cui nome suona pace ed amicizia,
divenivano seminatori di ribellione, non si potevano più pareggiare le
partite. S'avvicinava l'anno milasettecentonovantasette al suo fine,
quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero
improvvisamente con precipitosa piena quelle acque, che già tanto
soprabbondando minacciavano di allagare. La notte dei venzette decembre
i soldati urbani givano diligentemente osservando, che cosa accadesse o
non accadesse. Trovavano qua e là raccolti in cerchiellini uomini
appostati, che portavano nappe alla Francese, la maggior parte sudditi
del papa; pure Francesi ancora vi si trovavano, ma in picciol numero. I
soldati prudentemente usando, intimavano loro di sgombrare: erano
obbediti. Parve il caso d'importanza al governator di Roma. Ordinava più
diligenti e più grosse guardie; comandava a tutti i corpi, vegliassero.
A notte più buja incontravano le guardie un'altra affollata di genti
armate; erano i democrati. Dissero loro, si separassero. Qui nascevano
dalla parte degli affollati minacce e derisioni. Seguitava una mischia
confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama
sangue, il terrore già dominava la città. Faceva motto di cotesto il
segretario di stato all'ambasciadore Giuseppe, che in quel mentre si
divertiva ad una festa di ballo. Rispondeva, farebbe, che i suoi non si
mescolassero in quei tumulti, ma non giovava; perchè, o il volesse egli,
o nol volesse, si adunavano il dì ventotto nella villa Medici circa
trecento democrati, cui ancora non avevano fatti accorti nè la vendita
Veneziana, nè la servitù Cisalpina. Era Duphot fra di loro, e con la
voce, e coi gesti, e coll'alzar il cappello gli animava a novità:
inalberavano l'insegna tricolorita, e facevano un gridare, ed un
tramestìo incredibile. Sapeva il governo l'accidente, e per rimedio
mandava bande di fanti e di cavalli, che tanto più facilmente
disperdevano quegli uomini riscaldati dalle opinioni e dal vino, poichè
avevano desinato in copia, quanto altri democrati, che con esso loro
dovevano congiungersi, trattenuti da un ordine contrario di Sherlock,
non potevano arrivare. Correvano i dispersi, come a luogo sicuro, e come
a fonte d'allettamenti al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze
l'ambasciatore di Francia. In esso, e nei luoghi vicini si ricoveravano,
donde fatti più baldanzosi chiamavano ad alta voce la libertà, e
gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.
Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i
suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini,
rincacciavano verso di lui a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra
quella mischia i pontificj traendo d'archibuso, ferivano alcuni
democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo
dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atrj, le scale. Si
formavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto
a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. Ma i capi mandavano
pregando l'ambasciadore, che sulle somme scale era comparso, frenasse
omai quei ribelli, e gli esortasse a partirsene. Qui, o che
l'ambasciatore non potesse, o che non volesse fare più efficace
dimostrazione, si conteneva dicendo: a lui sarebbero tenuti di quanto
occorresse, ma non gli confortava a partire. I democrati intanto,
prevalendosi della sicurezza del luogo, con parole e con gesti agl'irati
soldati insultavano. Pure non ancora questi prorompevano. Arrivava un
reggimento di dragoni mandato dal pontefice per sussidio a tanto
tumulto. Questa nuova gente, non potendo più tollerare le ingiurie,
fatto impeto, entrava a precipizio nel cortile del palazzo, minacciando
con le armi impugnate morte a chiunque incontanente non isloggiasse.
Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto, che meglio si può
immaginare che descrivere. A sì feroce strepito l'ambasciatore, cui
accompagnavano Duphot e Sherlock, mostratosi, s'ingegnava di calmare con
le parole, e coi gesti il tumulto: chiamava a parlamento i capi dei
soldati. Ma nè i democrati cessavano dagli oltraggi, nè i dragoni
pontificj, siccome quelli che si erano infieriti, potevano pazientemente
udire cosa alcuna: rispondevano, non volere altro accordo, se non
quello, che i ribelli incontanente sgombrassero dal palazzo. Preso
allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito
ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale, e
messosi coi democrati gli animava a volere scacciar i soldati pontificj
dal cortile. In tale forte punto (a questo serbavano i cieli l'infelice
Roma, che un fortuito e provocato accidente ponesse cagione della sua
distruzione), i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano
parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo
morì. Dei democrati, udito il suono delle armi, e veduto il sangue
sparso, i più si salvavano fuggendo pel giardino del palazzo; i più
audaci restavano. Era il cortile squallido, e funesto per la presenza
dei feriti e degli uccisi. Caso veramente fatale fu questo; perchè rei
certamente verso il governo papale erano coloro, che avevano permesso, e
forse macchinato espressamente, che la sede dell'ambasciata di Francia
diventasse un fomite di ribellione contro di lui, ma del pari
inescusabili sono i dragoni pontificj dello avervi fatto impeto dentro,
e se il papa avesse subito fatto arrestare i capi di questo reggimento,
per me non so di che l'ambasciatore si avrebbe potuto dolere. Bene
dovevano i soldati circondare il palazzo, ma non entrarvi armatamente, e
farvi sangue; perciocchè, se chi v'era dentro mancava di fede, e violava
la santità del luogo, non era per questo autorizzato il governo
pontificio a violarla: bene soltanto ci si doveva assicurare con farvi
stanziare tante truppe all'intorno, che bastassero, e negoziare al tempo
stesso con l'ambasciatore per allontanare i ribelli.