Di questo sdegno, e di questo rifiuto scriveva Villetard a Buonaparte

con la seguente lettera, la quale io sono, come un'altra scritta dal

medesimo Villetard, obbligato di riferire alla distesa, perchè un

recente autore di una storia di Venezia, badando piuttosto a scusare

Buonaparte del fatto di Venezia, che a rendere a ciascuno il suo debito

secondo il vizio o la virtù, le passò sotto silenzio, contentandosi di

rapportare la lettera del generalissimo, la quale anche qui sotto si

troverà trascritta. Della quale omissione io non posso restar capace,

perchè, se desiderio dello storico era il non lodar Italiani di un fatto

che dinotava magnanimità, mi pare, che almeno avrebbe dovuto lodare il

Francese Villetard di un procedere, che se stesso e la Francia sua

patria in sì brutto accidente onorava.

«E' bisogna, scriveva Villetard al generalissimo, ch'io avessi tanta

fermezza stoica, quanto amor patrio, perchè io il doloroso carico, che

mi deste, accettassi. Era presto, per quanto in me fosse, di adempirlo;

ma bene io meco stesso mi rallegro almeno, di aver trovato nei

municipali di Venezia animi troppo alti per voler cooperare a quello,

che per mezzo mio loro avete proposto. Cercheranno eglino altrove una

libera terra, ma preferiranno, se necessario fia, la povertà

all'infamia. Non consentiranno, che altri possa dir di loro, che abbiano

durante alcuni giorni, usurpato la sovranità della nazione loro per

metterla in preda. Per un tal procedere pruoveranno almeno, che non

meritano i ceppi che si stan loro preparando. Gemono, è vero, su cotesti

ceppi, bestemmiano, è vero, la nazion Francese: un rifiuto unanime di

volere nella ruina della loro patria mescolar le mani, seguitava i

vostri comandamenti. Gemono, perchè otto anni di rivoluzione non ancora

gli hanno assuefatti alle disgrazie, bestemmiano, perchè ancora non

hanno imparato le dottrine Machiavelliche; non s'ardiscono, perchè

ancora non sono tanto corrotti che non abbominino la sfrontatezza

politica. Pure ed il titolo di cittadini della Cisalpina, ed i benefizj

della nazione Francese recheransi ad onore; se non fia lor d'uopo

comperargli per quello che a lor pare un delitto, e voi siete troppo

grande per non fare giusta stima di questa loro scrupolosità. Non resta

adunque, o generale, altro modo di giovar loro che di ordinare in

Venezia il governo meramente militare, pel quale voi a nome della

Francia richiederete quello, ch'eglino a nome della sovranità del

popolo, che in loro aveva la sua fede posta, ricusano di fare».

Buonaparte, il quale tanto meno comportava di esser biasimato del male,

quanto più amava di farlo, e parendogli, che fosse piuttosto pazzìa che

altro il non voler rubare la propria patria, nè consegnarla in mano dei

forestieri, rescriveva a Villetard queste rabbiose e barbare parole.

«Ebbi, cittadino, la vostra lettera dei tre annebbiatore; nulla compresi

al suo contenuto. Forse non bene i miei concetti vi spiegai. Non ha la

repubblica Francese vincolo alcuno di trattato, che ci obblighi di

anteporre ai nostri interessi, ed ai nostri vantaggi quei della

congregazione di salute pubblica, o di verun altro uomo di Venezia. Non

mai la repubblica Francese fece la risoluzione di far la guerra per gli

altri popoli. Vorrei sapere, qual sia il precetto o di filosofia, o di

morale, che comandi, che si sacrifichino quarantamila Francesi contro il

desiderio espresso della nazione, e l'interesse vero della repubblica

Francese. So, e sento, che nulla costa ad un branco di ciarloni, che

meglio contrassegnerei chiamandogli pazzi, di volere la repubblica

universale. Vorrei, che questi signori facessero con me una guerra

d'inverno. Inoltre la nazione Veneziana più non è. Divisi in tanti

interessi, effeminati e corrotti, tanto codardi quanto ipocriti, i

popoli d'Italia, e spezialmente il Veneziano, poco son fatti per la

libertà. Se il Veneziano è in grado di pregiarla, la occasione gli è

aperta per pruovarlo: ch'ei la difenda. Non ebbe nemmeno il coraggio di

conquistarla contro alcuni vili oligarchi; non seppe per qualche tempo

difenderla nella città di Zara, e forse, se in Alemagna fosse entrato

l'esercito, noi avressimo veduto, se non rinnovellarsi le tragedie di

Verona, almeno moltiplicarsi gli assassinj che sull'esercito i medesimi

effetti partoriscono. Del rimanente la repubblica Francese non può dare,

come par che si creda, gli stati Veneziani; non è già punto perchè

questi stati per dritto di conquista non appartengono in realtà alla

Francia, ma perchè non è massima del governo Francese di dare alcun

popolo. Adunque allora quando l'esercito Francese sgombrerà il paese,

potranno i diversi suoi governi fare quelle risoluzioni, che più

crederanno utili alla patria loro. Vi diedi carico di conferire con la

congregazione di salute pubblica intorno alla evacuazione, che è

possibile, che l'esercito faccia, acciocchè potessero appigliarsi ai

partiti più utili e pel paese, e per gl'individui che eleggessero

ritirarsi nei paesi uniti alla repubblica Cisalpina, e riconosciuti, e

guarentiti dalla Francese. Voi parimente avete lor fatto a sapere, che

coloro, i quali amassero seguitare l'esercito Francese, avrebbero tutto

il tempo necessario, perchè possano vendere i loro beni, qualunque abbia

ad essere il destino del loro paese, e di più, ch'io sapeva, che era

intento della repubblica Cisalpina di conferir loro il titolo di

cittadini. Il mandato vostro là debbe terminarsi. Del resto, ei faranno

a posta loro quanto vorran fare. Voi avete loro abbastanza detto, perchè

sentano che tutto ancora non è perduto, che quanto accadeva era

l'effetto di un gran disegno: che se gli eserciti Francesi continuassero

a far la guerra prosperamente contro una potenza, che è stata il nervo

ed il cofano di tutta la lega, forse Venezia col tempo potrebbe divenire

unita alla Cisalpina. Ma veggo che son codardi, e che non san far altro

che fuggire: ebbene, che e' fuggano; non ho bisogno di loro».

A questo modo parlava Buonaparte di coloro, che per cagione di lui

perdevano un'antica e nobil patria, che per cagione di lui andavano

raminghi ed esuli, che per cagione di lui avevano in tempi tanto

sinistri accettato il doloroso carico di servire al paese loro ed alla

Francia. A questo modo parlava di loro, solo perchè avevano rifiutato le

offerte sue infami, ed abborrito dal contaminarsi le mani nella dazione,

e nell'ultimo ladroneccio della infelice patria loro. Da tutto questo

anche si vede, con quale sincerità abbia narrato questo accidente

l'autore della recente storia Veneziana, poichè non al rifiuto di

appropriarsi le spoglie della patria, e di consegnarla essi stessi in

poter dell'imperatore, come avrebbe dovuto dichiarare apertamente, ma

non so quale altra protestazione dei Veneziani, senza spiegare qual ella

fosse, egli attribuisce la collera di Buonaparte. Quando non si adorano

le opere generose, e non si ha un orror santo per le vili, non so perchè

si scrivano storie.

Rispondeva il generoso Villetard alla lettera del furibondo Buonaparte

queste nobili parole: «Non loquaci, non pazzi, non vili, o codardi

uomini sono coloro, dei quali nell'ultima mia vi favellava; nè voglion

essi che col sangue Francese si faccia loro una repubblica universale.

Conosco, come voi, le frasi, conosco la politica, conosco il coraggio di

questi sognatori di universali repubbliche: ma parecchi padri di

famiglia sono, ma vecchi uomini sono, ma negozianti sono, che atterriti

dalla novella della evacuazione del paese loro, e dell'invasione dei

soldati dell'imperatore, che ne debbe seguitare, creduto hanno di non

aver più diritto di governare quando governare più non potevano che a

loro proprio profitto, e che di un'autorità temporanea, non confermata

ancora dalla nazione, investiti solamente si conoscevano. Abbiate del

resto per certo, che da radice di probità e di altezza d'animo, pur

troppo a' nostri giorni rare, procede il rifiuto di espilare a profitto

della parte democratica la Veneziana nazione».

Ma per toccare il fondo della risposta di Buonaparte, se non aveva la

Francia nissun obbligo di trattato verso Venezia, non si vede perchè il

generalissimo invocasse un trattato quando si trattava di rubarla;

perchè, se non più onorevole, almeno più sincero sarebbe stato il

chiamar rubare il rubare, e non chiamarlo pigliarsi le cose promesse dai

trattati. Da un altro canto s'intende benissimo, che Buonaparte non era

obbligato a far ammazzare quarantamila Francesi per conservar Venezia

libera; ma s'intende anche benissimo, che non era colpa dei Veneziani,

se la Francia voleva serbar per se i Paesi Bassi, e la sponda sinistra

del Reno, e Magonza, e la Lombardìa Austriaca, e Mantova, e Corfù. Che

Venezia pagasse per altri si vede, perchè pagò; ma che vi fosse

obbligata, è argomento nuovo, e degno dei tempi. Taccio gl'incentivi

dati ai Veneziani verso la libertà dal direttorio, da Buonaparte, e dai

suoi generali, ed agenti, perchè sono vituperj a chi voleva dar Venezia

in preda all'imperatore. Rivoltare per tradire era certamente opera

nefanda.

In tanto precipizio dell'antica patria, pensarono i municipali, poichè

la forza dominava, che la volontà almeno si esprimesse. Adunarono i

popolari comizj, affinchè deliberassero, se i Veneziani volevano

conservar la libertà. Nissun oratore parlò in cospetto del popolo; i

soli desiderj spontanei operavano, soli sacerdoti raccolsero i voti: fu

il voto per la libertà. I municipali deputavano Sordina, Carminati,

Dandolo e Giuliani, acciocchè andassero a Parigi, portassero al

direttorio il voto, e lo pregassero, che permettesse, che i Veneziani

s'armassero per difendere la libertà. Coi medesimi fini mandavano

un'altra deputazione a Buonaparte a Milano; ma ei fece arrestar in

viaggio i deputati, orribile comandamento. Così, se i Veneziani non

s'armavano, gli chiamava vili, se volevano armarsi, gli trattava da rei,

e si vede di che fosse pregno quel capitolo inserito nel trattato di

Campoformio, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore

d'Alemagna possedesse Venezia. Il dir consentire, quando si sforza, mi

pare un'astuzia piuttosto ridicola e stomacosa, che altro.

Serrurier, non temendo di maculare lo splendore de' suoi fatti,

accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia, ed il mandato di

fare la gran consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i

fondachi pubblici del sale, e del biscotto, spogliato avarissimamente

l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime, che in lui si

miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a

suon di scuri le incominciate, arso in San Giorgio, a fine di cavarne le

dorature, il Bucentoro, reliquia veneranda per la memoria dell'antiche

cose, e per le opere eccellenti di scoltura che l'adornavano, rovinata e

deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni,

lietissimi di tanto maravigliosa conquista, la città di Venezia. Faceva

il popolazzo qualche allegrezza, onde si accresceva il dolore

universale; i democrati, o fuggiti, o nascosti; dei patrizi, i più

piangevano, alcuni andavano alle ambizioni nuove. Francesco Pesaro, mi

vergogno, e mi sento addolorare in dirlo per la contaminata fama di lui,

riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.

Così perì Venezia. Ora, quando si dirà Venezia, s'intenderà di Venezia

serva: e tempo verrà, e forse non è lontano, in cui, quando si dirà

Venezia, s'intenderà di rottami e d'alghe marine, là dove sorgeva una

città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Buonapartiane.

LIBRO DECIMOTERZO

SOMMARIO

La tempesta si volge contro il papa: macchinazioni in Roma per

farvi una rivoluzione. Caso funestissimo dell'uccisione del

generale Duphot. La Francia dichiara la guerra al pontefice.

Berthier marcia contro Roma, e se ne impadronisce. Atto rogato

dal popolo Romano in Campo Vaccino per vendicarsi in libertà.

Pio Sesto esposto a indegni scherni. I repubblicani lo

sforzano a lasciar Roma, e lo conducono in Toscana.

Espilazioni, e spogli di Roma. Risentimenti armati, che ne

fanno i Romani. Risentimenti e querele, che ne fanno gli

ufficiali Francesi gelosi dell'onore dell'esercito. Si

bandisce la repubblica Romana, e le si dà una costituzione.

Provvisioni di Pio Sesto circa i giuramenti.

Gli eccidj si moltiplicavano; continuavasi a spogliar Roma in virtù del

trattato di Tolentino; nella quale bisogna con molta efficacia si

travagliavano i commissarj del direttorio. E perchè non mancasse in

mezzo agli spogli l'adulazione, essendo venuto a notizia loro, che la

moglie di Buonaparte desiderava per se alcune belle statue di bronzo, le

comperarono, e con le involate a grado di lei le incassarono. Succedeva

ad una adulazione di cortesia un'adulazione lagrimevole; perchè,

saputisi dal papa il desiderio, e la compera, ne pagava tosto il prezzo,

che furono tremila e settecento scudi Romani, perchè la donna se le

avesse senza costo. Oltre a ciò il misero papa, oramai vicino alla sua

ora estrema, credendo, certamente con molta semplicità, di aver a fare

con uomini esorabili, apparecchiava una collana di preziosi camei,

perchè fosse offerta da sua parte in dono alla signora. Parvero queste

cortesie, e questi omaggi fatti in un momento, in cui ogni cosa era a un

di presso giunta al suo fine in Roma, nobili al Cacault, ministro del

direttorio. Forse era nobile l'offerirgli, ma se fosse nobile

l'accettargli in quel momento, lascio giudicar a coloro, che conoscono

la civiltà e l'onestà del procedere. Le casse intanto piene delle Romane

spoglie poste sui carri, partivano dalla desolata Roma. Se le vedeva il

popolo Romano, e le rimirava con grandissima indegnazione.

Il romano erario era casso pel pagamento delle contribuzioni stipulate

nel trattato di Tolentino; le romane cedole scapitavano dei due terzi

per centinaio, e non v'era fine al disavanzo che ogni dì cresceva: ogni

cosa in iscompiglio, si avvicinava la dissoluzione. Sapevaselo Cacault e

per questo non voleva che si facesse una rivoluzione violenta per

ispegnere il governo papale, ma bensì, che si lasciasse andare di per se

stesso alla distruzione. Solo gli doleva il pensare, che nella borsa

segreta e particolare del papa, e del suo nipote, vi fossero ancor

denari; e però s'ingegnava a fare, che il pontefice comperasse per tre

milioni la terra della Mesola, sperando, come scriveva a Buonaparte, che

il trarre quel denaro dallo stato ecclesiastico avesse ad esser cagione,

che il fallimento totale delle cedole, che ne seguirebbe, partorirebbe

una gran ruina, e necessariamente opererebbe una rivoluzione. I

democrati non incitava Cacault, nè aveva partecipazione nelle loro

macchinazioni, perchè gli stimava gente dappoco, e credeva che il popolo

non gli volesse. Bensì ricercava il papa della libertà dei carcerati; il

che veniva in grande diminuzione della riputazione del governo

pontificio, condizione funestissima, perchè il tollerargli era

pericoloso per l'esempio, il carcerargli pericoloso per la necessità del

liberargli. Crescevano la penuria, ed il caro delle vettovaglie; i

popoli male si soddisfacevano. A questo contribuivano non poco le tratte

dei grani, che il papa era sforzato, perchè richiesto con imperio, a

concedere ad alcuni fra gli agenti sì militari che civili della

repubblica. Erano queste tratte cose molto pregne, perchè portavano con

se assai guadagno. Il papa, oltre la sua età cadente, si trovava infermo

di paralisia. S'aggiungevano spaventi, come se il cielo fosse sdegnato

contro Roma. La polveriera del castel Sant'Angelo s'accendeva la vigilia

di San Pietro con orribile fracasso; furonvi molte morti, e parecchi

edifizj rovinati, il Vaticano sì fortemente scosso, che la volta della

cappella Sistina fe' di molti peli, e parte diroccava con danno

considerabile del famoso Giudizio di Michelagnolo.

S'incominciavano i cavilli, annunziatori di distruzione. Aveva il

pontefice fatto disegno di condurre a' suoi soldi il generale Provera. A

ciò fecero tosto un gran tempestare gli agenti del direttorio,

richiedendo con supremo comandamento, e pena la guerra, dal pontefice,

che licenziasse incontanente, e fuori de' suoi stati mandasse il

generale Austriaco. Tal era il rispetto, che il direttorio vincitore

portava all'independenza di uno stato sovrano, e col quale aveva

congiunzione d'amicizia pel trattato di Tolentino.

Alle cagioni politiche, le quali operavano contro il papa, se ne

aggiungeva una di una natura molto singolare, e quest'era il pensiero

nato in Francia, del voler fondare la religione naturale, che col nome

di teofilantropìa chiamavano. Fu a quei tempi questo pensiero attribuito

specialmente al quinqueviro Lareveliere Lepeaux; ma sebbene ei

l'appruovasse, come mezzo conducente a risvegliare nel cuore degli

uomini gli affetti dolci e sociabili, non ne fu però il principale

autore. I fautori di questo novello rito miravano ad allontanare la

necessità della religione rivelata, e principalmente della cattolica; il

perchè si mostravano avversi al papa, come capo e direttor supremo di

quanto a quest'ultima religione s'appartiene, e con tutti gli sforzi

loro la di lui rovina procuravano.

Era a Cacault succeduto nell'ufficio di ministro di Francia a Roma,

Giuseppe Buonaparte, fratello maggiore del generale, uomo di natura

assai rimessa, ma siccome indolente e debole, così facile a lasciarsi

aggirare da chi voleva piuttosto fare, che aspettare la rivoluzione.

Inoltre sapeva qual fosse il desiderio del suo governo, ed anche ebbene

mandato espresso, di mutar lo stato in Roma, con questo però, ch'ei

facesse le viste di non parervi mescolato. Per la qual cosa era la sua

casa piena continuamente di novatori, ai quali dava segrete speranze. Ma

siccome nè era soldato, nè d'indole risoluta, mandarono, per dargli

spirito, ed ajutarlo a perturbar Roma, i generali Duphot e Sherlock, il

primo dei quali si era mostrato assai vivo in quelle faccende dei

sovvertimenti Genovesi. Aveva il governo papale avviso delle trame che

si macchinavano; e però faceva correre, principalmente di nottetempo, le

contrade di Roma da spesse pattuglie, e teneva diligentissime guardie.

Ma era fatale, che i tempi soverchiassero la prudenza, e dacchè i

ministri di potenze estere, il cui nome suona pace ed amicizia,

divenivano seminatori di ribellione, non si potevano più pareggiare le

partite. S'avvicinava l'anno milasettecentonovantasette al suo fine,

quando nasceva in Roma un caso funestissimo, dal quale scorsero

improvvisamente con precipitosa piena quelle acque, che già tanto

soprabbondando minacciavano di allagare. La notte dei venzette decembre

i soldati urbani givano diligentemente osservando, che cosa accadesse o

non accadesse. Trovavano qua e là raccolti in cerchiellini uomini

appostati, che portavano nappe alla Francese, la maggior parte sudditi

del papa; pure Francesi ancora vi si trovavano, ma in picciol numero. I

soldati prudentemente usando, intimavano loro di sgombrare: erano

obbediti. Parve il caso d'importanza al governator di Roma. Ordinava più

diligenti e più grosse guardie; comandava a tutti i corpi, vegliassero.

A notte più buja incontravano le guardie un'altra affollata di genti

armate; erano i democrati. Dissero loro, si separassero. Qui nascevano

dalla parte degli affollati minacce e derisioni. Seguitava una mischia

confusa; un democrato fu morto, due urbani feriti. Il sangue chiama

sangue, il terrore già dominava la città. Faceva motto di cotesto il

segretario di stato all'ambasciadore Giuseppe, che in quel mentre si

divertiva ad una festa di ballo. Rispondeva, farebbe, che i suoi non si

mescolassero in quei tumulti, ma non giovava; perchè, o il volesse egli,

o nol volesse, si adunavano il dì ventotto nella villa Medici circa

trecento democrati, cui ancora non avevano fatti accorti nè la vendita

Veneziana, nè la servitù Cisalpina. Era Duphot fra di loro, e con la

voce, e coi gesti, e coll'alzar il cappello gli animava a novità:

inalberavano l'insegna tricolorita, e facevano un gridare, ed un

tramestìo incredibile. Sapeva il governo l'accidente, e per rimedio

mandava bande di fanti e di cavalli, che tanto più facilmente

disperdevano quegli uomini riscaldati dalle opinioni e dal vino, poichè

avevano desinato in copia, quanto altri democrati, che con esso loro

dovevano congiungersi, trattenuti da un ordine contrario di Sherlock,

non potevano arrivare. Correvano i dispersi, come a luogo sicuro, e come

a fonte d'allettamenti al palazzo Corsini, dove aveva le sue stanze

l'ambasciatore di Francia. In esso, e nei luoghi vicini si ricoveravano,

donde fatti più baldanzosi chiamavano ad alta voce la libertà, e

gridavano di volerne piantar le insegne sul Campidoglio.

Roma tutta si spaventava. Mandava il papa contro quella gente fanatica i

suoi soldati, i quali, prese le strade per al palazzo Corsini,

rincacciavano verso di lui a luogo a luogo i resistenti novatori. Fra

quella mischia i pontificj traendo d'archibuso, ferivano alcuni

democrati. Il terrore gli occupava: cercavano rifugio nel palazzo

dell'ambasciatore, ne empievano il cortile, gli atrj, le scale. Si

formavano, così comandati essendo, i soldati del pontefice per rispetto

a quell'asilo fatto sicuro dal diritto delle genti. Ma i capi mandavano

pregando l'ambasciadore, che sulle somme scale era comparso, frenasse

omai quei ribelli, e gli esortasse a partirsene. Qui, o che

l'ambasciatore non potesse, o che non volesse fare più efficace

dimostrazione, si conteneva dicendo: a lui sarebbero tenuti di quanto

occorresse, ma non gli confortava a partire. I democrati intanto,

prevalendosi della sicurezza del luogo, con parole e con gesti agl'irati

soldati insultavano. Pure non ancora questi prorompevano. Arrivava un

reggimento di dragoni mandato dal pontefice per sussidio a tanto

tumulto. Questa nuova gente, non potendo più tollerare le ingiurie,

fatto impeto, entrava a precipizio nel cortile del palazzo, minacciando

con le armi impugnate morte a chiunque incontanente non isloggiasse.

Nasceva una mischia, un gridare, un fremere misto, che meglio si può

immaginare che descrivere. A sì feroce strepito l'ambasciatore, cui

accompagnavano Duphot e Sherlock, mostratosi, s'ingegnava di calmare con

le parole, e coi gesti il tumulto: chiamava a parlamento i capi dei

soldati. Ma nè i democrati cessavano dagli oltraggi, nè i dragoni

pontificj, siccome quelli che si erano infieriti, potevano pazientemente

udire cosa alcuna: rispondevano, non volere altro accordo, se non

quello, che i ribelli incontanente sgombrassero dal palazzo. Preso

allora Duphot da empito sconsigliato, siccome quegli che giovane subito

ed animoso era, sguainata la spada, si precipitava dalle scale, e

messosi coi democrati gli animava a volere scacciar i soldati pontificj

dal cortile. In tale forte punto (a questo serbavano i cieli l'infelice

Roma, che un fortuito e provocato accidente ponesse cagione della sua

distruzione), i dragoni viemmaggiormente inferociti, traevano. Morivano

parecchi furiosi, ne riportava Duphot una ferita mortale, per cui dopo

morì. Dei democrati, udito il suono delle armi, e veduto il sangue

sparso, i più si salvavano fuggendo pel giardino del palazzo; i più

audaci restavano. Era il cortile squallido, e funesto per la presenza

dei feriti e degli uccisi. Caso veramente fatale fu questo; perchè rei

certamente verso il governo papale erano coloro, che avevano permesso, e

forse macchinato espressamente, che la sede dell'ambasciata di Francia

diventasse un fomite di ribellione contro di lui, ma del pari

inescusabili sono i dragoni pontificj dello avervi fatto impeto dentro,

e se il papa avesse subito fatto arrestare i capi di questo reggimento,

per me non so di che l'ambasciatore si avrebbe potuto dolere. Bene

dovevano i soldati circondare il palazzo, ma non entrarvi armatamente, e

farvi sangue; perciocchè, se chi v'era dentro mancava di fede, e violava

la santità del luogo, non era per questo autorizzato il governo

pontificio a violarla: bene soltanto ci si doveva assicurare con farvi

stanziare tante truppe all'intorno, che bastassero, e negoziare al tempo

stesso con l'ambasciatore per allontanare i ribelli.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 19 / 22 段