Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato

di soldati, perchè sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si

temeva, che ad un bel levarsi, il popolo prorompesse, e rivendicasse

alla patria con qualche solenne precipizio degl'involatori le gloriose

spoglie. Accresceva il timore il pensare, che le rapine di Venezia

rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si

fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia

con le stampe un libro, che aveva in titolo i _Romani in Grecia_ e che

fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore,

sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Francesi in Italia, e

così paragonando la tirannide di Flaminio a quella di Buonaparte,

eccitava i popoli Italiani allo sdegno, alla vendetta, alla

rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne

cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava, e più

era letto, e non pochi tra i Francesi, che avversavano Buonaparte, o per

generosità naturale, o per odio, o per invidia, lodavano e promuovevano

lo scritto. Villetard fra gli altri il chiamava pieno pur troppo di

allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni

del nome Francese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e

siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che

paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato

d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i

Francesi, partoriva un effetto incredibile. Se ne querelava Villetard

coi municipali; se la passarono con dire, che la stampa era libera, e,

quanto alle ingiurie contro a loro, che le avevano in dispregio. Ma

Buonaparte non l'intendeva a questo modo: voleva, che l'autore si

rinvenisse. Si viveva pertanto fra la rabbia ed il timore, quando

dimorandosi una sera Villetard in caffè sotto le quarantìe, se gli

faceva avanti in un atto amico Barzoni. L'allontanava da se con aspre

parole il Francese, dicendo, maravigliarsi, che colui, che chiamava a

morte i Francesi, avesse fronte di accostarsi amichevolmente a chi gli

rappresentava in Venezia. In questo Barzoni, trattosi di seno una

pistola, e contro Villetard dirizzatola, lo voleva uccidere. Nasceva pel

fatto in quel ritrovo un gridare, un fuggire, un accorrere incredibile.

Si ritirava o intimorito, o sbalordito Barzoni, e vi fu calca: furono

presto i soldati ad accorrere a quel romore inopinato. Per ammansare lo

sdegno di Buonaparte, scriveva Villetard a Monge, scusasse il fatto col

generalissimo, allegando, che il povero Barzoni, preso da un ardente ed

infelice amore per una giovane gentildonna, era fuori di mente. Il

pregava altresì, tanto era buono quel Villetard, operasse presso al

generalissimo, onde si contentasse, ch'ei desse un passaporto a Barzoni,

acciocchè se ne andasse a passare in paesi forestieri quella sua ira

tanto gonfia contro i Francesi. Rescriveva furiosamente Buonaparte,

essere un assassinamento; volere, che il reo si castigasse. Non ostante

gli dava Villetard il passaporto: il giovane Barzoni fuggendo in paesi

esteri la collera di chi tanto poteva, si riduceva per ultimo nell'isola

di Malta, quando ella venne in potestà degl'Inglesi, e quivi si stette

lungo tempo, scrivendo un giornale contro la tirannide Buonapartiana.

Asperava questo fatto vieppiù gli animi da ambo le parti: insino ai

municipali era venuto in odio quel forestiero dominio.

Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi

e funeste. Esita l'animo nostro a raccontare una festa solenne ordinata,

e festeggiata da coloro, che sapevano qual fato sovrastasse a Venezia.

Pure la racconterò per impietosire i posteri, se essi saranno migliori

di noi; conciossiachè niuna cosa più muova a compassione che

un'allegrezza procurata a chi è destinato a morte. Correva il dì della

Pentecoste, quando la piazza di San Marco si vedeva tutt'addobbata a

festa pel piantamento dell'albero della libertà. Mani Veneziane avevano

eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia

loggia, a cui si saliva per due scale laterali ornate di vaghi fiori, e

di arbusti odoriferi. Era la facciata della loggia un magnifico

colonnato d'ordine Toscano con doppie cornici, e belle statue corredato.

Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con

ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici

della cappella ducale, dismessi dal celebrare le antiche glorie della

repubblica libera, chiamati ora a celebrare i vergognosi principj della

repubblica serva. Due altre logge adorne, e belle si vedevano in mezzo

alla piazza, e davanti alle procuratìe, con orchestre pure a lato; i

fregi, gli arazzi, le divise, gli emblemi, conformi ai tempi. Gli archi

delle procuratìe, e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla

vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. In vedere

un tanto apparato non pochi erano i motti di quegli ameni e spiritosi

Veneziani, dimentichi, fra mezzo a quelle illusioni festevoli, dei tanti

infortunj loro. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto

ancor fronzuto dell'albero, che non so come, nè perchè col nome della

libertà si chiamava. Ed ecco alle diciassette Italiane comparire con

solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers.

L'incontravano i municipali in abito, coi cappelli, con le sciabole di

moda. Quinci poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si

ordinavano a processione. Le campane tintinnivano, gli strumenti

suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano: che cosa si pensasse

Baraguey d'Hilliers, che sapeva l'avvenire, io non lo so. Intanto giva

la processione; soldati Italiani precedevano, seguitavano due fanciulli

vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane, che si

dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti

d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi

Baraguey in addobbo ancor esso, e i consoli delle nazioni, e i

magistrati sì civili che militari, e i capi delle arti coi simboli delle

arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica

militare i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto, ed in un

batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue

radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i

rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta

dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Io vidi, trovandomi allora a

sedere nella destra loggia, Baraguey, ed il presidente dei municipali

gettare terra, e versar acqua sulle radici dell'innalzato albero, ed a

quell'atto, tanto il cielo mi fu amico, che non proruppi, benchè ne

avessi voglia, perchè mi erano in abbominazione i tradimenti. Le

orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane

rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si

sventolavano. Fatto silenzio, orava l'arciprete Valier municipale, con

magnifiche parole commendando la generosità Francese, e la rigenerazione

Veneziana. Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie, e

facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Restava, che ad

onore dello stato nuovo si vilipendesse il vecchio. Per la qual cosa,

uscito il corteggio da San Marco ed in piazza tornatosi, dove

promiscuamente e Francesi, e Veneziani intorno all'albero già ballavano,

ardevano il libro d'oro, e le altre insegne ducali: in quel mentre orava

enfaticamente l'abbate Collalto: l'albero della libertà al salutifero

legno della croce paragonando. Continuossi a ballare il giorno, ballossi

ancora la notte; si recitava in musica una bella, e magnifica opera nel

bellissimo teatro della Fenice. Il cuore umano non ha affetto, nè

l'immaginazione figura, nè la lingua espressione per rappresentare

degnamente quello, che si dovrebbe rappresentare pensando, quale materia

covasse sotto tali rallegramenti. Certo, feste e rallegramenti più

crudeli di questi non furono al mondo mai. Ricordomi, e fia l'ultima

volta che in queste lagrimevoli storie io favelli di me, che trovandomi

in palco di una nobile donna Contarini, se la memoria non falla, sposata

ad un Correr di Santa Fosca, che fu almirante delle navi, ed a casa il

quale io mi godeva a quei giorni una dolce e cordiale ospitalità, in

vedere quelle apparenze ed in pensare al fatto, sentiimi come quasi

dividere, a lacerare in due dentro me stesso, e paragonaimi a

quell'orrendo accoppiamento di corpi vivi e di cadaveri, che per

supplizio di rei e di innocenti faceva, a guisa di diporto, quel tiranno

dell'antichità. Pure m'infinsi, perchè il discoprirmi sarebbe stato

pericoloso; e forse da coloro, con cui mi conversava, non creduto.

Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al

tempo stesso Bernadotte, che conosceva a che fosse serbata Venezia,

proibiva con animo sincero, che in Udine si piantasse. Guyeux al

contrario metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del

Padovano, sotto pretesto, che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso

avviluppamento d'accidenti strani per l'infelice Venezia, a cui in

proposito di un medesimo fusto figurativo la sincerità dell'uno non

giovava, l'improntitudine degli altri pregiudicava.

Continuava Buonaparte nelle sue arti di mostrarsi propenso ai Veneziani,

e di dar loro speranza della conservazione del dominio. Nè contento alle

chimere, con cui andava pascendo il legato Battaglia, e Dandolo, e

Zorzi, e gli altri municipali, che andavano e venivano da lui, volle

fare una dimostrazione tanto più brutta, quanto ella era di civiltà, e

di cortesìa. Dimostrava non potere, per le molte e gravi faccende che il

travagliavano, visitare, come desiderava, per se stesso Venezia, ma

mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto

si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie

in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì Veneziani,

che Francesi, furono oltre misura. Traevano per comandamento del

generalissimo i cannoni a festa, e ad onore di privata donna, e queste

cose non solamente si comportavano, ma ancora si lodavano; potevano i

prudenti uomini augurar dell'avvenire. Accolta nella sala dei municipali

era segno d'applausi infiniti: deputavano due dei loro ad intrattenerla,

ed a farle onoranza. Furonvi festini, balli, canti, allegrezze di ogni

sorte: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria, nè

mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Credevano i

municipali di aver vinto la pruova, perchè la donna dava parole dolci, e

pareva loro Buonaparte non avrebbe mandato una persona gradita in una

città tradita. Ma s'ingannavano, perchè nol conoscevano, o nol volevano

conoscere. Dandolo, e gli altri municipali trionfavano, e sempre stavano

accanto alla donna, e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani

repubblicano se ne stava bieco, ed alla traversa. Infine, dimoratasi

quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti. Io

non affermerò, perchè non lo so di certo, che le sia stata data una

collana ricchissima di grosse perle, tratta espressamente dal tesoro di

San Marco, in cui era custodita ad uso sacro. Nondimeno l'ho dovuto

avvertire, perchè lo trovo scritto negli annali dei tempi. Certamente se

non questo, ebbesi ed accettò la donna di molti altri presenti. Fu

brutto il dare, fu ancor più brutto l'accettare, non dico dal canto di

lei, perchè forse ignorava le insidie del marito contro Venezia, ma dal

canto di lui che le sapeva, e che ordiva.

Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, non

vivevano coloro, che avevano in mano la somma delle cose in Venezia,

senza qualche sospetto, però oltre i maneggi ed i denari, trattavano di

unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come abbiam narrato,

molto ripugnavano al dominio Veneziano. Laonde operavano, che le

principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi

mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi

mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natìo di Desenzano, si sperava,

che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non

arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte, per umanità e

sincerità, impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte, che in

sembianza favoriva il disegno, Berthier, affinchè e presiedesse il

congresso, e con arte distornasse il progetto d'unione. Vi furono molte

parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova

andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto ai Padovani aderivano

che ai Veronesi, i Vicentini piuttosto ai Veronesi che ai Padovani,

Treviso stava in favor dei Veneziani, i deputati d'Oltremincio

propendevano verso la Cisalpina. Non ostante si vedeva tra mezzo a

questi dispareri, che per la necessità del caso, i deputati sarebbero

finalmente restati d'accordi sull'unione. Però Berthier, che non aveva

potuto turbare il disegno con le arti, il rompeva con l'autorità,

disciogliendo il congresso, e pubblicando, che circa l'unione i deputati

non si erano potuti accordare; il che era vero, ma era colpa di lui, non

di loro.

Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il

direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano

anche inchiesta formale al direttorio Cisalpino. Davano i primi buone

parole; Battaglia e San Fermo le scrivevano ai municipali, confortando

per tal modo i Veneziani con la speranza di aversene almeno a restar

Italiani. Rispondeva il direttorio Cisalpino con ambagi e con superbia;

barbaro, e stolido insulto alla compassionevole Venezia.

In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio; Buonaparte

se ne tornava a Milano. Il suo parlar diverso, e le voci che già si

levavano, atterrivano i popoli. Interrogato a Vicenza, qual fosse il

destino dei Veneti, rispondeva, nè la Francia nè lui avere alcun diritto

sopra di loro. Qui soggiungeva un Tiene Vicentino, che sarebbero pronti

a spendere ogni più preziosa cosa per conservar l'indipendenza.

Replicava, nulla ancora essere deciso; nè la Francia, nè egli non

sarebbero mai per operare cosa alcuna contro di loro, nè per disporre di

un popolo, sopra del quale non avevano nissun diritto. Ma giunto a

Verona, già più vicino al suo sicuro nido di Milano, e perchè si credeva

che la parte Austriaca vi fosse potente, interrogato delle Veneziane

sorti da un De Angeli, presidente del governo, faceva sentire questo

suono, che Verona era ceduta all'Austria. Dissegli allora il presidente,

_perchè non lasciarci piuttosto sotto i Veneziani? Perchè dopo tante

promesse di libertà venderci all'Austria?_ A questo tratto rispondeva il

capitano atroce a uomini, ai quali egli aveva tolte le armi: _ebbene,

difendetevi_. Riprendeva il presidente le parole, e magnanimamente

rispondendo, tuonava a questo modo: _Vattene, traditore, e sgombra da

queste terre: rendici le armi che ci hai tolte, e ci difenderemo_.

Taceva il barbaro a tale rincalzata attonito, e si ritirava non

vergognoso, ma avvilito, in altra camera. Spargevasi intanto il grido;

la città piena di dolore, di trepidazione e di spavento. Udiva le grida

disperate dei cittadini dolenti il venditore; se ne partiva frettoloso

per Milano.

L'ora estrema di Venezia era giunta. Scriveva da Milano Buonaparte a

Villetard: pel trattato di pace essere i Francesi obbligati a vuotare la

città di Venezia, e perciò potersene l'imperatore impadronire; ma non

doverla vuotare che venti, o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere

tutti i patriotti, che volessero, spatriarsi, ricoverarsi nella

repubblica Cisalpina, in cui godrebbero dei diritti di cittadinatico;

avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere

indispensabile, che si creasse un fondo, il quale potesse alimentare

quelli fra i patriotti, che si risolvessero a lasciar il paese loro, e

non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica

Francese parata a soccorrergli, se ne avessero bisogno, con la vendita

dei beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia

molte munizioni navali, o di guerra, o di commercio, che appartenevano

al governo Veneziano; essere indispensabile, che la congregazione di

salute pubblica, (quest'era una congregazione di municipali), le

trasportasse, più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero

essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle

opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù, e se ne facesse

stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le

polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un

Roubault, e con un Forfait, e con la congregazione di salute pubblica

per vedere a qual pro si potessero condurre una nave, ed una fregata

recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da

inalberare, le piatte, il Bucintoro, e le barche dorate, i barconi, i

palischermi grossi, e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini,

sei cannoniere, e tre galere sui cavalletti.

Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima,

lasciar nulla, che potesse servire all'imperatore per creare un navilio;

la seconda, trasportar in Francia quanto fosse utile alla nazione; la

terza, usare quanto si vendesse, nel miglior modo possibile, perchè più

fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse, che

il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurar le sorti dei

Veneziani, che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse

suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute

pubblica, e coi deputati delle città di terraferma, alla salute dei

fuorusciti loro.

Avuto Villetard questo mandalo, duro per lui per essere stato autore

della rivoluzione Veneziana, duro pei Veneziani per la perduta patria,

nella sala delle adunanze recatosi, e ragionato prima delle condizioni

dell'Europa, che, secondo lui, rendevano pericolosa alla Francia una

nuova guerra sul continente, in cotale guisa ai municipali favellava:

«Cittadini, voi già anteponeste all'interesse vostro l'interesse della

patria: un altro maggiore sforzo, un altro più nobile sacrifizio vi

resta a fare, e quest'è il dare l'interesse della vostra patria stessa

all'interesse di tutta l'Europa. Già udiste le funeste voci

sollecitamente sparse dai nemici vostri: esse risparmiano almeno ai

vostri amici, che questo infausto mandato ricevuto hanno, il dolore di

adempirlo con altro, che con lagrime. Ma, cittadini, i nemici vostri

sono anche nemici nostri; essi calunniato hanno la Francia, come se ella

trafficasse di carne umana, affinchè voi contro la libertà, e contro i

difenditori suoi parte di quell'odio voltaste, che alla tirannide, ed a'

suoi sostenitori portate. No, per Dio, no; che la Francese repubblica

questa vendita infame lascia ai re: ella perseguita i re, ella protegge

gli uomini liberi, ovunque gli trovi. Ma la sua protezione, e la sua

vendetta là debbono terminarsi, dove nascerebbe la offesa dei suoi

propri concittadini. I soldati della repubblica ora troppo sparsi,

meglio fomenteranno ristretti nella Cisalpina, la novella libertà. I

territorj Veneti, forse la città stessa di Venezia resteranno aperti

alle imperiali genti, fors'elleno gli occuperanno. Alcuni fra di voi,

come gli Ottomani fanno, sono pronti a piegar il collo al fato

inesorabile. Altri, come i Veneti, gloriosi avoli loro, sonsi risoluti a

lasciar le insensate mura per trasportar sulle navi la patria, ed ogni

uomo libero con lei. Evvi finalmente chi elegge il morire sotto le mura

diroccate piuttosto che lasciarle in mano degli strani. Non io presumerò

di giudicare qual fia il meglio fra una rassegnanza stoica, fra una

ritirata onorevole, fra un sacrificio generoso. Bene ho a dirvi, dopo di

aver purgato la mia patria dal veleno della calunnia, ch'ella offre

ricovero, ed asilo a coloro, che perduta l'antica Venezia vorranno

fondarne una nuova su lidi inaccessi alla tirannide. La Cisalpina

repubblica per intercessione della Francia, e per amore della libertà vi

apre il grembo; ivi il titolo di cittadini avrete, ivi una sede alla

novella Venezia, o che vi piaccia presso alle terre forti, o nelle

popolose città, o sotto gli umili tuguri, dove abitano gli uomini

virtuosi e liberi, fondarla: potrete i Veneziani beni con voi Veneziani

trasportare, che così a favor vostro stipulava la potentissima

repubblica. Per tale guisa la generosa Francia, non potendo in tanta

lontananza assicurare il libero stato ai Veneziani in Venezia,

assicurava almeno il viver libero a coloro, che preferiscono la libertà

alle lagune!»

Dette queste parole il giovane Villetard, pallido, tremante e lagrimoso

si tacque. Poi gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che

ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e

salva al nuovo dominio. La rabbia, l'indegnazione, il furore agitavano

il consenso. Ora era il silenzio, ora mormori di maledizione. Il buon

Vidiman, che già il cuore funesto aveva per la morte del fratello,

antico governatore delle isole, che non aveva potuto sopravvivere alle

rapine Corciresi, visto accostarsi la morte della patria a quella del

fratello, se ne stava un pezzo attonito e sbattuto. Poi ritrovando in se

quella forza d'animo, che più gli uomini temperati hanno, che gli

sfrenati, faceva risoluzione di andarsene all'esilio, non già per adular

Buonaparte, o per correr dietro a nuove ambizioni, ma per viversene

umile ed ignoto, là dove ancora virtù si pregiasse. Fortunato Veneziano,

anche nelle disgrazie, poichè la virtù non solo consola, ma a gran

misura felicità, da te impareranno i posteri, se avranno vita queste

carte ch'io vergo, e divozione verso la patria, ed integrità di costume,

ed amore della libertà, e costanza nell'esilio; e forse tempo verrà, che

essi anteporranno l'esule ed umile Vidiman al glorioso Buonaparte,

distruttore di patrie innocenti.

Riprendeva le parole Villetard, ed offeriva in nome del generalissimo,

ed a scampo della loro vita nel vicino esilio, le Veneziane spoglie. A

questa offerta veramente Buonapartiana la natura Italiana si scosse, e

mostrossi intiera. Ritenessesi, rispondevano concordi, gl'infami doni;

non essi aver consentito a governare un dì la patria loro in tempi

infelicissimi per dividersene le spoglie; sapere, come si preferisca la

povertà all'infamia, gli esempi che correvano, non avere fin là

contaminato le anime Veneziane: poter esser traditi, perchè per tradire

basta la potenza, ma non avviliti, perchè per non essere avvilito basta

la virtù, intrinseco e durevol pregio, non esteriore e caduco, come la

potenza; prendessesi pure la Francia le Veneziane spoglie, ma non

cercasse di chiamar a parte del furto i Veneziani; aver essi perduto la

patria, non voler anco perdere l'onore; se si pascevano i potenti delle

rubate ricchezze, volere gli esuli pascersi della buona coscienza, nè

non esser mai per consentire, che quelle mura e quelle acque, tante

volte testimonj di virtuosi fatti, gli vedessero far fardelli di

Veneziane ricchezze; sapere, per aver voluto servire alla Francia ed

alla patria, aver incorso l'odio di molti compatriotti, ma sperare, che

quest'ultimo atto della vita pubblica loro, gli purgherebbe, ed a tutti

dimostrerebbe, che se furono troppo confidenti, non furono almeno

colpevoli. Ciò detto, se ne stavano fremendo con segni di grandissima

indegnazione.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 18 / 22 段