del Levante, si risentivano i municipali di Venezia, e facevano instanze
presso a Buonaparte, e al direttorio per sapere che cosa volesse
significare, e domandando, che la Francia intercedesse, perchè l'antico
dominio si restituisse; il che a chi fosse contar le sue ragioni, il
lettore potrà da se stesso indovinare. Querelavasene con Buonaparte
Battaglia, imperciocchè è da sapersi, che quest'antico provveditore di
Brescia era stato chiamato con la solita superiorità da Buonaparte ai
municipali Veneziani, acciocchè appresso a lui risiedesse quale ministro
loro. Della missione di questo nobile Veneziano al generalissimo ne
facevano molti stridori i municipali Dandolo e Giuliani; ma il generale
era più forte di loro, e voleva quel che voleva. Querelavasi anche
gravemente della Dalmata rapina San Fermo mandato dai municipali, anche
per opera di Buonaparte, a sedere presso il direttorio a Parigi. Ne
ottenevano entrambi buone parole: non dubitassero, o che la Francia
sforzerebbe con le armi l'Austria a rilasciare le provincie occupate, o
procurerebbe coi trattati, che Venezia con nuove possessioni si
compensasse, ora dando speranza, che i paesi della terraferma, anche
quei d'oltre Mincio, le si restituirebbero, ed ora che le sarebbero date
in compenso le legazioni. A comprendere quale nuova spezie di lealtà
fosse questa, avrà bastato il raccontarla; conciossiachè a Montebello
già si fosse convenuto il dì ventisei di maggio coi plenipotenziari
imperiali Buonaparte di dar Venezia all'imperatore; al che aveva
consentito il direttorio il dì tre di giugno. Intanto Battaglia e San
Fermo scrivevano buone nuove, ed i municipali se le credevano, o
facevano vista di crederle, e ne dimostravano grandi allegrezze.
Era necessario, a volere che si spianasse la strada alla esecuzione dei
patti di Campoformio, già prima che fossero fermati in debita forma, che
le isole del Levante Veneto venissero in potestà dei Francesi. Per la
qual cosa Buonaparte aveva operato, che con accordo dei municipali si
facesse una spedizione di forze navali e terrestri a Corfù, isola per la
grandezza e per la fortezza molto principale in quelle spiagge; e perchè
una forza preponderante vi fosse, ed anche perchè vi erano fornimenti di
marinerìa di molta importanza, aveva, per mezzo del direttorio, dato
ordine, che al tempo medesimo da Tolone l'ammiraglio Brueys si avviasse
all'isola stessa con la sua armata. Erano a quei tempi le isole del
Levante Veneto rette con dolce e giusto freno dal nobile Vidiman,
fratello del municipale, e come egli, di vera e più che ordinaria carità
fornito verso la Veneziana patria: uomo certamente per virtù cittadina
molto singolare; umano con gli avversi, dolce con gli amici, giusto con
tutti, ritraeva il suo procedere più dell'antico, che del moderno, ed
aveva con tanta efficacia, e senza alcuno sforzo, ma solamente pel suo
buon naturale operato, che quelle immaginazioni greche tanto vivaci e
mobili, malgrado delle parole incentive che suonavano da Francia e da
Italia, fermamente si conservassero affezionate al nome Veneziano.
Quando poi i tempi già tanto stretti andavano per Venezia a cagione
della presenza dei repubblicani negli stati di terraferma, prima però
che l'antico governo fosse annullato, penuriando l'erario di denaro, nè
potendo supplire alle spese sì civili che militari delle isole,
offeriva, e dava Vidiman del suo alla repubblica, oltre tutto il suo
vasellame d'argento, otto mila ducati Veneti, del che gli rendeva il
senato pubbliche e solenni grazie. Nè questi bastando al grosso
dispendio soldava a benefizio del pubblico con privato obbligo altri
quaranta mila ducati, e con questi si andava sostentando in quei tempi
difficili lo stato delle isole. Quando poi incominciavano ad arrivare a
Corfù i romori del cambiamento succeduto a Venezia, ancorchè grandissima
molestia ne ricevesse, siccome quegli che per opinione e per
consuetudine era dedito all'antica repubblica, nondimeno pensando, che
se era perduto lo stato vecchio, gli rimaneva, se non una patria, almeno
un paese, al quale era suo debito servire, s'ingegnava con ogni sforzo
di calmare gli spiriti, per fargli perseverare nella loro fede ed
affezione verso Venezia, qualunque avesse ad essere il suo destino. Nel
che faceva grandissimo frutto a cagione dell'amore, che generalmente gli
era portato.
Finalmente per la via di Otranto gli pervenivano lettere dei municipali
di Venezia, che recavano le novelle della rivoluzione, dell'essersi
distrutta l'aristocrazìa, ed allargato il governo alla democrazìa.
Aggiungevano, nominerebbe un dì il popolo i suoi rappresentanti; ma che
intanto, per impedire la cessazione dei magistrati, si era creato nei
municipali un governo a tempo; avrebbero i municipali gli abitatori
delle isole, e dei luoghi del Levante in luogo di fratelli; manderebbero
due commissari per metter all'ordine il nuovo stato; Vidiman sarebbe il
terzo; verrebbero con una forte armata, e con sei mila soldati. Tacevano
se i soldati avessero ad essere Veneziani, o Francesi. Preparasse
adunque, esortavano, con la prudenza e destrezza sua gli animi; spiasse
bene, e raffrenasse coloro che fossero di genio aristocratico; usasse a
quiete di tutti l'opera delle persone prudenti e religiose di ogni rito;
sopratutto impedisse, che gli uomini inquieti e torbidi prorompessero in
qualche discordia o tumulto: in lui riposarsi, terminavano, con animo
tranquillo i municipali, ed intieramente rimettersi nella fermezza,
nell'avvedutezza, nella temperanza e nella esperienza sua. In sì solenne
e tanto terminativo accidente di quanto egli aveva di più caro e più
onorato su questa terra, adunava Vidiman i primari magistrati sì civili
che militari, e leggeva loro il municipale dispaccio, esortandogli alla
sopportazione ed all'obbedienza. Furonvi rammarichi ed alte querele; ma
mostrarono rassegnazione, ignari ancora a che cosa gli serbassero i
fati.
Frattanto si facevano a Venezia gli apparecchj necessari per la
spedizione di Levante. Il fondamento era da parte del direttorio di
spirar tanta confidenza ai municipali, che credessero, mandarsi le forze
Francesi per mantener quelle possessioni nella divozione di Venezia, e
per riacquistar anche, ove fosse venuto il tempo proprio, la Dalmazia:
con queste coperte intendevano Buonaparte e il direttorio al far uscire
da Venezia, col fine d'impadronirsene, quella parte dell'armata
Veneziana, che sull'ancore se ne stava nel porto. Perlocchè si
appresentava Baraguey d'Hilliers con tutti gli ufficiali Francesi da
mare, che dovevano governare l'armata, in una solenne adunata, ai
municipali, con parole meliflue protestando dell'amicizia del
direttorio, chiamando la repubblica col suo nuovo governo sorella, e
promettendo, che tutte le forze Francesi si adoprerebbero, perchè ella
fosse restituita all'antica sua grandezza. Qui lascio, che gli storici
Buonapartiani lodino a posta loro, e saria bene, che ci spiegassero,
quale offesa da questo momento in poi abbia fatto Venezia a Francia,
perchè meditasse di essere spenta, e data in preda all'imperatore. Si
destinava a governar le genti da terra il generale Gentili. Obbediva
l'armata al capitano di nave Bourdè, uomo assai perito, e non di
pensieri immoderati, e molto amato da Buonaparte. Consisteva l'armata in
due navi di fila Venete, due fregate pure Venete, e due brigantini
Francesi. Molte navi atte a trasportar soldati l'accompagnavano; furono
empiute di Francesi, la maggior parte della settuagesima nona, soldati
tanto valorosi, quanto bene disciplinati, e che modestamente portandosi
in Corfù temperarono in favor del nome Francese l'acerbità del dominio
forestiero. Volle Buonaparte, poichè si trattava di andar in Grecia, che
s'imbarcasse Arnauld, letterato di grido, il quale venuto in Italia per
veder il paese, ed esaminare quelle rivoluzioni, dopo di essersi qualche
tempo dimorato in Venezia, era divenuto vago di visitare la Grecia. In
lui aveva il generalissimo posto molta fede per avere i rapporti sulle
antichità dei paesi, sui costumi e sulle leggi dei popoli. Ancora, se
discoprisse qualche cosa di gentile e di vago, o quadro fosse, o statua,
o manoscritto, sì l'indicasse acciò se lo potesse rapire.
Sapevano i municipali a quali angustie fosse ridotto Vidiman a Corfù per
la mancanza del denaro, e credendo anche allettare i popoli, se
arrivando i primi agenti della mutata Venezia, portassero con se denaro
per dar le paghe già da tanto tempo corse, imbarcavano a governo degli
amministratori, che mandavano nelle isole, seimila zecchini.
Appariva il dì ventotto giugno nel porto dei Corfiotti l'armata
apportatrice dei soldati stranieri. Vidiman, e gl'Isolani molto si
maravigliarono al vedere insegne ed uomini Francesi, in luogo d'insegne
e d'uomini Veneziani: pareva loro, che altro suonassero le parole, ed
altro i fatti, nè sapevano intendere un caso tanto strano. Gentili
scriveva dalla nave capitana a Vidiman, essere venuto, a ciò richiesto
dai municipali di Venezia, a rinforzar le guernigioni, ad assicurare
Corfù e le altre isole del levante, a trattare con esso lui delle cose
risguardanti la sicurezza e la quiete dello stato. Il ricercava intanto,
preparasse in fortezza gli alloggiamenti pe' suoi soldati, quelle Greche
isole per la prima volta venivano in possessione di Francia.
Suonavano a festa il dì ventinove di giugno gli stromenti da guerra; i
nuovi repubblicani sbarcavano. Quegli uomini Greci si maravigliavano in
veder quegli uomini nuovi, e tanto guerrieri. Venivano i magistrati a
far riverenza agl'insoliti signori. Il vescovo Greco, (che la maggior
parte di quegl'isolani sono di questo rito), in cotal guisa parlava a
Gentili: «Francesi, voi trovate in quest'isola un popolo ignorante delle
scienze e delle arti, che illustrano le nazioni; ma non l'abbiate per
questo a vile: egli può tornare qual fu un tempo; apprendete, e ciò
dicendo sporgeva la Odissea, apprendete da questo libro, disse, in qual
conto voi dobbiate tenerlo».
Non così tosto ebbe Gentili sbarcato le sue genti, che le alloggiava
nella fortezza, e così recava in sua mano la facoltà di fare a sua
volontà qualunque cosa ei volesse. Poi non da alleato, ma da padrone
procedendo, s'impadroniva dei magazzini del pubblico, e di tutte le
artiglierìe, che erano belle, ed in numero considerabile. Meglio di
cinquecento cannoni, la maggior parte di bronzo, venti obici, petrai, e
mortaj o di bronzo o di ferro centoventuno, cinquanta migliaja di
polvere, venti casse di fucili, palle e bombe in proporzione,
ricchissima preda.
A Gentili succedeva Bourdè, che poneva le mani addosso ai magazzini di
mare, ed a sei navi di fila, e tre fregate Veneziane, due buone, il
Volcano, e la Fama, le altre in cattivo arnese. Gentili intanto i
seimila zecchini mandati da Venezia per soccorre alle cose Veneziane
nelle isole, recava in suo potere per dar le paghe a' suoi soldati, ed
agli amministratori venuti con lui.
Posto il piede, e confermato il dominio Francese nell'isola principale
di Corfù, mandavano Gentili e Bourdè forze di terra e da mare, a prender
possesso di Cefalonia e di Zante, e dell'isola più lontana di Cerigo,
che fu l'antica Citera, certo molto difforme dallo stato antico, perchè
poco altro ella è ora, che uno scoglio arido e deserto. Poi Gentili ed
Arnauld, fattisi dar liste di candidati dai primari abitanti, creavano i
municipali di Corfù, fra i quali per un'arte, che sa piuttosto di
derisione, e già l'avevano usata col doge di Venezia, nominavano
Vidiman, già spogliato di ogni altra autorità. Così con disfare ogni
vestigio di governo Veneto, con divertire ad uso dei soldati Francesi la
pecunia pubblica, con torre a Venezia quanto aveva nelle isole di
ricchezza e di forza, pretendevano gli agenti del direttorio e di
Buonaparte di conservarle quelle possessioni. A questo modo ancora si
eseguivano i comandamenti di Buonaparte, il quale scrivendo a Bourdè nel
mese di giugno, gli ordinava, si appresentasse con Baraguey d'Hilliers,
e col ministro di Francia ai municipali di Venezia, e loro dicesse, che
la conformità dei principj che a quei dì reggevano la repubblica
Francese e quella di Venezia, e la mano forte, che la prima dava alla
seconda, richiedevano, che prontamente le forze marittime di Venezia si
allestissero, perchè di concerto le due repubbliche si potessero
mantener in possessione dell'Adriatico, e dell'isole del Levante, e
tutelassero il loro comercio; e che già a questo fine egli aveva mandato
genti per assicurare alla repubblica Veneziana la possessione di Corfù.
Gli avvertisse finalmente, che quello era il tempo di mettere in pronto,
e di armare virilmente il navilio Veneziano. Queste ed altre simili cose
voleva Buonaparte, che Bourdè accompagnato da solenne apparato dicesse.
Le quali chi mi leggerà, considerando, e così ancora le stipulazioni di
Montebello del ventisei di maggio di sopra da noi accennate, verrà
facilmente a conoscere qual fraude fosse questa di gettare in quel tempo
parole di conservazione per Venezia. Ma la fraude era doppia, perchè al
momento stesso comandava a Bourdè, che con questo pretesto, e con
procurare tuttavia di vivere in buon accordo, s'impadronisse di ogni
cosa, e tirasse ai servigi di Francia i marinari, e gl'impiegati della
marinerìa Veneziana. Imponeva finalmente al medesimo Bourdè, che
mettesse in pronto tutte le navi Veneziane sì grosse che sottili, e le
incorporasse all'armata Francese, e mandasse a Tolone ogni qualunque
provvisione Veneta. Così Venezia era rapita in Venezia medesima, in
terraferma Italiana e Slava, e nelle isole sì dell'Adriatico, che
dell'Ionio e dell'Egeo.
Stabilitasi nel modo raccontato la dominazione Francese in Corfù, vi
nascevano più vive, che mai vi fossero state, le parti; perchè alcuni
fomentavano lo stato nuovo, altri si conservavano addetti al vecchio.
Capi dei primi erano i Teotochi, massimamente il vecchio, personaggio
venerabile per l'età e per le virtù, e di molto seguito nell'isola; capo
ai secondi si mostrava l'avvocato Scordilli, uomo ancor esso
risplendente per virtù e per ingegno. E siccome gli odj nelle isole sono
molto gravi, così gli aderenti di una parte non risparmiavano nissuna
parola, che fosse ingiuriosa contro la parte avversaria. Sarebbero anche
molto volentieri venuti ai fatti, se la forza Francese preponderante non
gli avesse raffrenati.
Intanto Gentili, recatasi la somma delle cose in mano, continuava,
quantunque fosse assai cagionevole della persona, a starsene a Corfù;
Bourdè se ne tornava con le sue navi a Venezia. Arnauld, visto che non
poteva eseguire il mandato di Buonaparte dell'indicar gli spogli delle
chiese, dei musei e delle librerìe pubbliche, perchè statue, quadri,
manoscritti preziosi non ve n'erano, visitati, come scriveva, i giardini
di Alcinoo, e la pietra lavandaja di Nausicae, chiamati i Corfiotti
superstiziosi, ignoranti e vili, ed i Greci ladri, perfidi ed
inospitali, eccettuando solamente i Mainotti, forse perchè sapeva che
Buonaparte gli accarezzava, scritto finalmente che la libertà aveva solo
settatori fra il popolo tiranno, cioè fra i Turchi, se ne partiva per
l'Italia per andarsene a visitare la tomba di Virgilio. Così Arnauld
giudicò i Greci nè amatori, nè degni di libertà: solo aveva per la
libertà qualche speranza nei Turchi.
Con magistrati temporanei si governavano le cose in Corfù fino alla pace
di Campoformio. Poi vi fu mandato da Buonaparte un Corbigny, che
ordinava le isole a modo di Francia, partendole in tre spartimenti, dei
quali quello di Corfù chiamava di Corcira, quello di Cefalonia, d'Itaca,
e quello di Zante, del mar Egeo. Alla presa del magistrato orava in
piazza il Teotochi, presidente eletto del magistrato distrettuale, con
qualche veemenza sulle cose nuove. L'emolo Scordilli lo chiamava vecchio
pazzo.
La presenza dei Francesi in Corfù vi partoriva due effetti molto
notabili. Il primo fu, che i Corfiotti non si ammazzavano più fra di
loro, come eran soliti fare quasi ogni giorno innanzi che i Francesi vi
arrivassero, il secondo, che i soldati Francesi, temperatamente
portandosi, si accomunavano con gl'isolani, e cambiavano in affezione
l'odio, che prima avevano contro il nome Francese. Imparavano i
Corfiotti l'industria, e le singolari arti; si facevano maritaggi, mezzo
sempre d'intimo congiungimento fra le nazioni; ed io ho veduto, ed udito
un soldato Francese, già imparata la lingua del paese, orare, non senza
facondia, in greco volgare in cospetto dei tribunali contro la sua
moglie greca, donna bellissima, che si voleva separare da lui per
divorzio: vinceva, e serbavasi con molta contentezza la donna. In tale
mansueta forma si viveva in Corfù con utile degl'isolani, finchè vi
venne Sordina, municipale di Venezia, a metter su i ritrovi politici, e
ad orare, ed a far romore in tribuna; il che accrebbe i risentimenti, e
rinvigoriva gli odj, perchè la gente savia vedeva in quei ritrovi le
consuetudini tumultuarie e sanguinose di Francia, quantunque vi
favellasse spesso, ed a buon fine, e con parole temperate un generale
Francese per nome Villelongue, uomo tanto dotto ed eloquente, quanto
gentile ed onesto.
Venezia già serva di Francia era destinata a divenir fra breve serva
d'Austria. Ma prima che raccontiamo il compimento delle macchinazioni
ordite, è per noi necessario narrare quanto antecedentemente in essa sia
accaduto. Dominava con imperio assoluto Baraguey d'Hilliers, parte da
se, parte in conformità degli ordini di Buonaparte. Alloggiava in casa
Pisani con fasto grande, e con carico gravissimo di quella famiglia; i
municipali non deliberavano, se non sentito lui; i posti principali
erano custoditi dai Francesi; i municipali, chi per forza, chi per
prudenza, chi per adulazione servivano a Baraguey. Villetard, siccome
giovane e confidente, si travagliava per ordinare il nuovo governo
democratico, ed in ciò si trovava posto in difficile condizione; perchè
gli spogli scemavano autorità alle sue parole, e pareva a tutti, come
era veramente, che cattivo principio di libertà fosse quello che si
vedeva. Ne sentiva egli dolore grandissimo, perchè ed amava la libertà,
e camminava in quelle bisogne con animo sincero. S'incominciava a dar
mano agli spogli delle opere gentili insino a tanto che arrivasse tempo
al toccare le più utili. Quanto di più bello e di più prezioso avevano
prodotto gli scarpelli, od i pennelli, o le penne greche, latine ed
italiane, era rapito dagli strani amici. Le gallerìe, le librerìe, i
tempj, i musei sì pubblici che privati diligentemente si scrutavano, e
violentemente si sfioravano. A questo modo nove chiese in Venezia, una
in Verona, parecchie in altri luoghi della terraferma restarono stampate
dei vestigj della cupidità forestiera.
Il palazzo pubblico di Venezia, massimamente in quelle stanze stesse,
dove con tanta prudenza, e per tanti secoli dei negozj attinenti alla
patria avevano deliberato i padri, e dove allora i municipali vantavano
la libertà di Venezia, e la generosità del vincitore, fu dei più
preziosi ornamenti espilato. Con pari rabbia fu la gallerìa privata dei
nobili Bevilacqua in Verona da mani violente tocca e spogliata. Le opere
di Bassano, di Paolo Veronese, di Tiziano, di Tintoretto, di Pordenone,
di Bellini, di Mantegna tanto care ai Veneziani e per bellezza propria,
e per essere di mano di artisti paesani, dai luoghi loro deposte se ne
andavano ad ornare forestieri, e lontani lidi. Mani Italiane furono
costrette dalla forza ad ajutare lo spoglio d'Italia. Molte statue e
bassi rilievi antichi, sì di marmo che di bronzo, di grandissimo pregio,
e tre vasi etruschi di egregio lavoro erano tolti dalla librerìa
pubblica di Venezia, e della gallerìa Bevilacqua. Nè i camei, opere
preziose, si risparmiavano; e fra di loro quello tanto famoso, che
rappresentava Giove Egeo. Sessantanove medaglie greche o romane, parte
in argento, parte in bronzo erano levate dai privati musei dei Muselli,
e dei Verità di Verona. Dei manoscritti con grandissimo dolore
degl'Italiani dalla sola libreria di Venezia più di duecento greci, o
latini, o italiani, o arabi, o in carta pergamena, o in carta usuale, o
in carta di seta saziavano le voglie dei repubblicani d'oltremonti.
Pregiavano principalmente i Veneziani due manoscritti arabi in carta di
seta, perchè dati in dono dal cardinal Bessarione alla repubblica, e
questi ancora piansero e desiderarono, in forestiera terra trasportati.
Sentivano la comune spogliagione le librerìe pregiatissime dei monasteri
di Venezia, di Treviso, e di San Daniele in Friuli, dai quali atti delle
mani vincitrici mancarono settantasei testi a penna preziosissimi, fra i
quali otto anteriori al secolo decimoterzo. Alle medesime espilazioni
andavano soggette le stampe tenute tanto care degli Aldi, la Magontina
nominatamente, opera del 1459, le quali con somma gelosìa si custodivano
nelle librerìe di Venezia, Treviso, Padova, Verona e San Daniele. I
carri e le barche Veneziane erano piene di Veneziane spoglie. Queste
preziosità erano state tolte dalle interiori mura dei tempj, dei musei,
e delle librerìe. Restava il più bello e più glorioso segno della
grandezza Veneziana, che sull'anteriore faccia del principal tempio di
Venezia dimostrava, quale fosse stato anticamente il valore di quella
generosa nazione. I cavalli di bronzo, opera, come si narra, di Lisippo,
dati prima in dono a Nerone da Tiridate, re d'Armenia, poi trasportati
da Costantino a Bisanzio, e conquistati finalmente pel valore dei
Veneziani congiunti ai Francesi, che ebbero in sorte altre
Costantinopolitane spoglie, e mandati a Venezia dal doge Pietro Zani,
accrescevano, involati essendo, il dolore pubblico della gente
Veneziana. Spiaceva al letterato Arnauld, che questi cavalli restassero
a Venezia: spiacevagli altresì, che i leoni conquistati dal valore del
Morosini nel Pireo, continuassero a starsene nella sede loro, segni
della Veneziana gloria. Ne gli spiacque, e ne scrisse a Buonaparte.
Cavalli, e leoni furono per suo comandamento condotti in Francia. Il che
venne fatto in cospetto dei Veneziani con tanto dolore loro, che,
instupidite le menti, parevano piuttosto attonite che dolorose. Come
queste cose Arnauld, che faceva professione di amare la libertà e
l'independenza della sua patria, suggerisse a Buonaparte, io non ne
posso restar capace, perchè a me pare, che nissuno possa sinceramente
amare la libertà e la indipendenza della propria patria, se non porta
rispetto alla libertà ed all'independenza delle patrie altrui. So, che
alcuni dicevano, e tuttavia dicono, che questi spogli si eseguivano in
virtù del trattato di Milano. Ma Buonaparte non aveva voluto ratificare
questo trattato, e perciò la Francia lo doveva aver per nullo. Che se
poi ad ogni modo si voleva aver per valido, bel modo di eseguirlo
certamente era quello di mandar ad effetto tutte le sue peggiori
condizioni contro Venezia, e di non osservar quelle che erano in suo
favore, massimamente la sua conservazione, condizione che era pure la
più principale, anzi la sostanziale del trattato, perciocchè non si
possono stipular trattati con una potenza, che si crede nulla, nè
accordare condizioni di futura esecuzione con una potenza, che si vuol
distruggere.
Non solo gli ornamenti e le ricchezze Veneziane si trasportavano, ma
quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano.
Erasi il duca di Modena, come abbiamo detto, fuggendo la furia dei
repubblicani, ricoverato in Venezia; poi già romoreggiando le armi loro
d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, si era per sua sicurezza
ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè
credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non
sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la
neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del
direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor
venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si
calavano, e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo
in San Pantaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in
ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato
deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè, fatto armatamano
improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono
il denaro, e via se lo portavano: furono, come portò la fama, circa
duecentomila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo;
ma e' furon novelle. Gli agenti gli serbarono, dissero, per la cassa
militare.