Dato in tal modo intenzione ai confederati, ed accordatosi con loro del

ristaurare in Francia l'antico governo dei Borboni, non formidabile ai

principi per essere conforme ai loro proprj, cominciava Buonaparte a

fare qualche dimostrazione, che della sua sincerità potesse far

testimonianza. Avea egli fatto arrestare contro ogni dritto delle genti

in Trieste, e condurre gelosissimamente custodito nel castello di Milano

il conte d'Entraigues, agente molto fidato di Luigi decimottavo.

Parlavano a quei tempi tutti i giornali della carcerazione del conte, e

ne favellavano come di cosa, che sommamente importasse alla salute della

repubblica. Gli trovavano, siccome fu pubblicato per opera di

Buonaparte, scritti, che discoprivano le macchinazioni di Pichegru, e

degli altri amatori del nome reale. Inoltre si facevano constare per un

rigoroso esame dato al conte, sebbene egli il verbale costantemente

sempre abbia negato, molto maggiori cose in pregiudizio della

repubblica, ed in pro dei Borboni, che gli scritti non palesavano. Tal

era il rigore di quell'età, che, se non ci fosse stato di mezzo qualche

grave motivo, avrebbe tosto Buonaparte dato a giudicare ad un consiglio

militare, o mandato il conte in Francia, dove sarebbe stato o sottoposto

all'ultimo supplizio, o carcerato per sempre. Ma quando ognuno temeva di

veder il conte giunto all'estrema fine, diede ammirazione agli uomini

l'udire, che il generalissimo aveva comandato a Berthier, che il facesse

comodamente alloggiare nel castello, e che la moglie il potesse

visitare. Gli comandava ancora, che se non trovasse stanza comoda nel

castello, il lasciasse sotto buona guardia in città, e gli rendesse

tutti gli scritti, salvo quelli, che toccavano gli affari politici:

questi erano le congiure di Pichegru. La maraviglia più si cambiava in

istupore per coloro, che non conoscevano l'intrinseco del fatto, e le

cagioni, quando si seppe, che il conte si era fuggito dal castello, e

più ancora, quando portò la fama, ch'ei fosse già arrivato con felice

viaggio nelle terre dell'imperatore Paolo di Russia, succeduto alla sua

madre Caterina. La verità del fatto fu, che Buonaparte desideroso di far

chiari gli alleati della sincerità sua col fidare le cose segrete

trattate a Montebello ad uomo confidente della Russia, e di Luigi

decimottavo, aveva procurato la libertà ad Entraigues, e mandatolo in

Russia portatore delle sue promesse. Infatti a queste novelle si piegava

Paolo con divenire molto meno acerbo verso la Francia. Al tempo stesso i

negoziati di Udine e di Montebello si fecero assai più morbidi, per modo

che non tardarono ad avvicinarsi alla conclusione; conciossiachè i

principi credevano, facilitando il sentiero a Buonaparte per arrivare

alla somma potenza in Francia, abilitarlo a mandar ad effetto le cose,

che da lui si promettevano. Tutti questi disegni molto gli arridevano, e

quantunque fosse uomo di natura molto coperta, e di pensieri cupissimi,

tuttavìa si lasciava di quando in quando uscir di bocca certi motti, che

disvelavano la sua intenzione, e le fatte macchinazioni. Ed io ho udito

parecchie volte raccontare a Villetard, giovane candidissimo, che

trovandosi a passeggiare a Montebello con Buonaparte, e con Dupuis, che

poi fu morto generale in Egitto nella sommossa del Cairo, sostando

improvvisamente dal passeggiare, il generalissimo aveva loro detto: _che

direste voi s'io diventassi re di Francia?_ Al che, siccome a me

raccontava il medesimo Villetard, rispondeva Dupuis, che professava un

ardente desiderio dello stato repubblicano, che sarebbe il primo a

piantargli un coltello nel petto; il quale tratto non fu udito senza

riso da Buonaparte.

Nè questi erano i soli segni delle meditate cose. Sorgevano a Montebello

i costumi, e le abitudini regie: ivi le udienze altiere da una parte,

umili dall'altra; ivi le adulazioni smoderate, ed il silenzio

rispettoso, non interrotto che dalle interrogazioni; ivi le sorelle del

vincitore corteggiate a modo di corte, ivi i ministri dei principi

esteri, e quei della Cisalpina accolti alla reale. Certamente null'altro

mancava di re che il nome, e questo nome stesso veniva naturalmente

sulle labbra dei cortigiani, ma vi periva per amore o per timore, ma

piuttosto per timore, che per amore della repubblica. A chi era uso a

scrutare le umane vicende, appariva manifestamente, essere in Buonaparte

natura a volere, e ad usare l'imperio, nè ciò con leggi, ma sopra le

leggi, non come cittadino, ma come padrone: il fato il fece per l'età, e

l'età per lui.

Frattanto le promesse segrete, ch'egli aveva fatte, e la necessità, in

cui si trovava il direttorio di rammollire con un solenne fatto i

risentimenti nati in Francia per la terribile rivoluzione dei quattro

settembre, operavano di modo che, rimosse da ambe le parti tutte le

durezze, si veniva il giorno diciassette ottobre alla conclusione nella

villa di Campoformio, di un trattato di pace, in cui un governo nuovo

distruggeva un governo antico, ed un governo antico consentiva, e

s'arricchiva delle spoglie di un governo antico ed amico, disonoratosi

l'uno per aver rapito, poco onoratosi l'altro per aver accettato le

rapine, se però non iscusano quest'ultimo le affermazioni magnifiche del

primo dell'averlo ridotto alla necessità di accettar la pace, qualunque

ella fosse. Oltre a ciò lasciava l'Austria in libera preda della

repubblica Francese, non dirò il Piemonte, perchè forse ella se ne

teneva male soddisfatta per la stretta congiunzione di lui con la

Francia dopo la tregua di Cherasco, e la pace di Parigi, ma bensì il

papa, ed il re di Napoli, che in nessun modo l'avevano offesa, e che

anzi si trovavano condotti in dure strette, ed in gravissimo pericolo

per avere sino agli estremi seguitato la sua parte. Certamente nissuna

sicurezza stipulava l'Austria nel trattato nè pel papa, nè per Napoli.

Fu il trattato di Campoformio principio di quelle brutte e crudeli

stipulazioni, che desolarono poi per circa vent'anni la miseranda Europa

con l'esempio di sommuovere prima i popoli, poi di dargli in preda ad

insolite signorìe.

Fermarono fra di loro l'Austria e Buonaparte, che la repubblica Francese

si avesse i Paesi Bassi, che l'imperatore consentisse, che le isole

Venete dell'Arcipelago, e dell'Ionio, e così ancora tutte le possessioni

della Veneta repubblica in Albanìa, cadessero in potestà della Francia;

che la repubblica Francese consentisse, che l'imperatore possedesse con

piena potestà la città di Venezia, l'Istria, la Dalmazia, le isole

Venete dell'Adriatico, le bocche di Cattaro, e tutti i paesi situati fra

i suoi stati ereditarj, ed il mezzo del lago di Garda, poi la sinistra

sponda dell'Adige insino a Porto-Legnago, e finalmente la sinistra

sponda del Po; che la repubblica Cisalpina comprendesse la Lombardia

Austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza

di Mantova, Peschiera, e tutta la parte degli stati Veneti, che è posta

a ponente e ad ostro dei confini sovra descritti; che si desse nella

Brisgovia un conveniente ricompenso al duca di Modena; che finalmente i

plenipotenziarj di Francia e d'Austria convenissero in Rastadt per

accordare gl'interessi dell'imperio d'Alemagna.

A questi articoli palesi altri furono aggiunti di non poca importanza,

pei quali l'imperatore consentiva, che la Francia acquistasse certi

territorj Germanici insino al Reno, e dalla parte sua prometteva la

Francia di adoperarsi, acciocchè l'Austria aggiungesse a' suoi dominj

una parte del circolo di Baviera; il che non si poteva effettuare se non

con pregiudizio del duca.

Fu il trattato di Campoformio pieno di rapina, ma non fu meno pieno di

scherno, ancor peggiore della rapina; conciossiachè di che sappiano

quelle parole, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore

possedesse Venezia, vedranlo non senza sdegno coloro, che

considereranno, se sarebbe stato possibile ai Veneziani di non diventar

imperiali, e se la Francia avrebbe permesso, che imperiali non

diventassero, e se i generali, ed i soldati di Buonaparte abbiano, sì o

no, consegnato eglino medesimi con le proprie mani la compassionevole

Venezia nuda ed inerme, ai generali ed ai soldati dell'imperatore.

Questo essere e non voler parere, parrà a tutti, come pare a me, un

pudore molto ipocrito.

Pure questa è quella pace, di cui favellando Carlo Maurizio Talleyrand,

tutto ammirativo sclamava: _questa è una pace da Buonaparte_; il che gli

sarà da ognuno facilmente conceduto. Poi non potendo Talleyrand medesimo

capire in se stesso per l'ammirazione, per l'amicizia, pel rispetto, per

la riconoscenza, come diceva, verso Buonaparte, e se qualche altra più

efficace cosa possono significare le più ammirative parole, scriveva:

_forse avremo qualche improntitudine d'Italiani, ma è tuttuno_; brutto,

incivile, e crudele scherno! Certamente coloro, cui Buonaparte tradiva,

e Talleyrand scherniva, erano, i più, uomini ricchi di nome, di

sostanze, e di virtù, i quali cedendo agli stimoli, e credendo alle

promesse degli agenti di Francia, s'erano in tal condizione posti, che

nella patria loro spenta non potevano più dimorare senza pericolo, e nel

duro esilio trovavano gl'insulti di chi era cagione del loro infortunio.

Parlare poi con tanta leggerezza di un caso di tanto momento, quale si

era quello della distruzione di uno stato così antico, così principale,

ed a cui l'Europa era obbligata di gran parte della sua civiltà, e della

sua preservazione dalla barbarie Ottomana, qual era veramente quel di

Venezia, dimostra una totale indifferenza verso il bello ed il brutto,

il buono ed il cattivo, il decente e l'indecente.

Fatto il trattato di Campoformio, ed ordinata a suo modo la Cisalpina,

se ne partiva Buonaparte dall'Italia per andare a Rastadt. Quale, e

quanto da quella diversa la lasciasse, che nel suo primo ingresso

l'aveva trovata, facilmente concepirà colui, che nella mente andrà

riandando i compassionevoli casi nei precedenti libri da noi raccontati.

Le difese dell'Alpi prostrate; un re di Sardegna, prima libero, ora

servo; una repubblica di Genova, prima independente per istato, ricca

per commercio, ora disfatto, ed in licenza convertito l'antichissimo

governo, fatta provincia, e sensale di Francia; un duca di Parma

ingannato dalle speranze di Spagna, e taglieggiato da agenti

oscurissimi: un duca di Modena, prima cacciato, poi rubato; un papa

schernito, e spogliato; un regno di Napoli poco sicuro, e per poca

sicurezza crudo; un'antichissima repubblica di Venezia, già lume del

mondo, e gran parte della civiltà moderna, condotta all'ultima fine,

prima dagl'inganni, poi dalla forza; il mansueto e generoso governo di

Firmian cambiato in un governo soldatesco, servo di soldati forestieri,

tributario di governo forestiero, e là, dove una volta addottrinavano le

genti con dolci e sublimi precetti filosofici i Beccaria, ed i Verri,

farla da maestri i Beauvinais, ed i Prelli. A questo le opere di Tiziano

e di Raffaello rapite; i nobili abituri fatti stanze deformi di soldati

strani; una lingua bellissima contaminata con un gergo schifoso; tutti

gl'ingegni volti all'adulazione, le ambizioni svegliate, le virtù

schernite, i vizi lodati, e per arrota, il che fu il pessimo dei mali,

uomini virtuosi perdenti la buona fama per essersi mescolati, o per

forza o per un generoso dedicarsi alle patrie loro, nelle opere malvage

dei tempi. In tanto male nissun lume di bene; perchè nè quei governi

potevano durare, nè a quali governi avessero a dar luogo si vedeva,

perchè i fondamenti privati erano corrotti, i fondamenti pubblici

forestieri, e se fosse mancata o la mano Francese, o la mano Tedesca,

nissuno poteva congetturare, che cosa fosse per sorgere, di modo che non

si scorgeva, se la independenza non fosse per diventare condizione

peggiore della servitù. A tal era condotta l'Italia, che lo stare per se

senza anarchìa, lo stare coi forestieri senza servitù non poteva. Così

corrotte le speranze, e cambiati i tempi, erano succeduti ai benefizj di

Giuseppe, di Leopoldo, di Beccaria, e di Filangieri una rapina

incredibile, una tirannide soldatesca, un sovvertimento confuso, un

dolore acerbissimo di vedere, forse per sempre, allontanato quel bene,

che essi avevano tanto vicino, e tanto soave alle menti nostre

rappresentato. In somma fu la bella Italia contaminata, e peggio, che

chi le faceva le membra rotte, e sanguinose, le lacerava anche la fama.

In somma la giustizia e l'innocenza non son più buone ad altro, in

questo pazzo ed ingannatore mondo, che a farsi soperchiare dai più

potenti, e chi non ha montagne di cannoni, di sciabole, e di soldati,

s'aspetti ad essere oppresso, rubato, e calunniato. Con le sue belle

parole sepolcro imbianchito è la vecchia Europa.

Restava, che le stipulazioni di Campoformio circa Venezia si recassero

ad effetto. Ma prima di raccontare la gran consegna fatta di quella

nobil sede dai repubblicani di Francia ad un principe Alemanno, sarà

bene andar rammemorando, quali accidenti, quali umori, quali disegni

sorgessero nelle varie parti dell'antico stato Veneto, e nella metropoli

stessa, innanzichè i patti di Campoformio si pubblicassero, e dappoichè,

spento l'antico governo aristocratico, vi si era introdotto il nuovo, al

quale non so qual nome dare, se non quello di tirannico e di servo. Non

così tosto furono instituiti i municipali di Venezia, che divisi fra di

loro per servile imitazione anche nelle discordie, si davano alle parti,

chi seguitando i modi dei democrati Francesi più ardenti ai tempi della

rivoluzione, e chi accostandosi a pensieri più miti e più temperati.

Capi ai primi erano Giuliani e Dandolo. Sovrastavano fra i secondi per

ricchezze, e per carità patria Vidiman e Joblovitz: quelli si chiamavano

da alcuni veri patriotti, da altri giacobini; i secondi presso alcuni

avevano nome di veri amatori della libertà, presso altri aristocrati.

Giuliani e Dandolo, massimamente il primo, continuamente spingevano il

magistrato a determinazioni rigorose contro i nobili. Giuliani più

rottamente procedendo non risparmiava nemmeno i Francesi, verso i quali

non mostrava mai adulazione di sorte alcuna, mentre Dandolo andava loro

a versi, e gli accarezzava. Il buono e virtuoso Vidiman, lontano del

pari dall'adulazione verso i forestieri, che dalla persecuzione contro i

compatriotti, mirava solamente al giusto ed all'onesto. Seguitavano

queste parti i Veneziani, pochi con Giuliani e Dandolo consentendo,

molti, fra i quali i nobili, per lo minor male si accostavano a Vidiman

ed a Joblovitz. Sedevano i municipali pubblicamente nella sala del gran

consiglio, dove le discussioni, e le contese erano grandi tra l'una

parte e l'altra, e trascorrevano qualche volta a manifesta contenzione.

Così Venezia anche posta al giogo forestiero parteggiava; tutti però in

questo consentivano, ch'ella intiera si conservasse. A questo fine si

rendeva necessario, che le provincie di terraferma, e quelle

dell'oltremare non si separassero dall'antica madre; e perciò, come

prima i municipali ebbero preso il magistrato, spedivano delegati, e

lettere a tutte le città del dominio Veneto, dando loro parte della

felice rivoluzione, come la chiamavano, sorta in Venezia, ed invitandole

ad accomunarsi, ed incorporarsi con esso lei. Ma i patriotti della

terraferma, attribuendo a Venezia cambiata le medesime mire, che si

attribuivano a Venezia antica, e chiamandola tiranna, e dominatrice

avida ed insolente, ricusavano le sue proposte. Pei maneggi loro le

città protestavano, questa di voler andar unita alla Cisalpina, quella

di voler restare da se. E stantechè Venezia aveva conservato, sebbene

nel libro aperto dell'Evangelista avesse fatto scrivere i diritti

dell'uomo, l'antico stemma del lione, gl'insulti, gli scherni, le

esecrazioni della gente matta democratica della terraferma andavano

all'infinito. Insomma una nimistà generale, piuttostochè desiderio di

unione, prevaleva in tutta la terraferma contro Venezia. Godeva

Buonaparte, godevanne i suoi agenti, perchè vedevano nella discordia

altrui la più facile esecuzione dei pensieri loro contro quelle

miserande reliquie della repubblica Veneziana; anzi quelle faville con

ogni mezzo fomentavano. Perchè poi gli odj già tanto intensi vieppiù

s'invelenissero, gli rinfiammavano non solo colle parole, ma ancora con

gli scritti. Victor generale, che aveva le sue stanze in Padova,

esortava con lettere pubbliche, e con parole molto veementi i municipali

di questa città a far atterrare le insegne di San Marco, ed a diffidarsi

dei municipali di Venezia, a cui attribuiva intenzioni molto sinistre,

accusandogli di trame aristocratiche.

I democrati, massime un Savonarola, che procedeva con più calore degli

altri, facevano quello, e più di quello, a che gli aveva esortati

Victor, tutte le immagini di San Marco col leone, avessero o no fra le

rampe i diritti dell'uomo, sdegnosamente mandando in pezzi, e con questo

si andavano persuadendo di aver acquistato la libertà. Nè a frenare un

furore tanto pazzo bastavano le risoluzioni dei municipali Veneziani, i

quali decretavano, che si cambiasse del tutto l'antico stemma della

repubblica, il leone si annullasse, e le insegne della moderna libertà

in luogo suo vi campeggiassero. Avevano queste condiscendenze l'effetto

solito di quelle, che sogliono farsi per forza, e negli estremi casi;

che pruovando nel conceditore più debolezza che volontà, non sono mai

prese a grado, e l'autorità di lui fanno andar in diminuzione. Ma appoco

appoco vieppiù crescendo il furore contro Venezia, si lacerava senza

posa il suo nome nelle gazzette Cisalpine; anzi i Padovani trascorrevano

tant'oltre, che si consigliarono di voler torre ai Veneziani l'uso delle

acque dolci dei loro territorj, cosa, che solo contro ad un nemico, e

forse nemmeno contro a chi fosse nemico in guerra, non si sarebbe usata.

Diminuiva Venezia, ad onta delle orazioni democratiche del Giuliani e

del Dandolo, di riputazione; ma ancor più di potenza, essendole occupati

o sotto spezie di sicurezza di stati, o sotto spezie di amicizia i suoi

dominj verso levante. Marciava l'Alemanno da Trieste per virtù dei patti

segreti di Leoben, e degli accordi oramai fatti, e che in formale

trattato si stipularono poscia in Campoformio, ad occupare le Venete

province dell'Istria e della Dalmazia. Ordinava sul principiar di giugno

il Terzi, generalissimo dell'Austria interiore, al generale Klenau,

occupasse nell'Istria Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Ossero, e

Rovigno; al colonnello Casimiro, capitano di nome pel fatto della presa

di Trieste, presidiasse tutti i luoghi d'importanza del littorale

Istriaco, e di più delle vicine isole di Veglia, Cherso, Arbo, e Pago

s'impadronisse. Ad ambidue veniva di leggieri fatta l'occupazione,

perchè gl'Istriotti a quelle novità democratiche non si erano potuti

accomodare, ed ancorchè fossero affezionati al nome Veneziano, si

piegavano facilmente all'obbedienza Austriaca, perchè l'imperio

Francese, sotto il quale era caduta l'antica patria loro, stimavano

odioso. Parlarono con pubblici bandi i commissarj imperiali della bontà

di Francesco imperatore, dell'obbligo suo di preservar i suoi stati da

moti insoliti, del suo desiderio di allontanar dall'Istria l'inquieto

vivere dell'anarchìa. Proteggerebbe i quieti, punirebbe gli scandalosi,

manterrebbe a tutti le persone, e le proprietà sicure.

Mentre queste cose succedevano nell'Istria, sanguinosi accidenti

atterrivano la Dalmazia. Erano i popoli di questa provincia avversi per

antica consuetudine al nome Francese, e dalle nuove opinioni per

lontananza, e per poco commercio di lettere molto alieni. Erano anche

giunte a loro con veri e forti colori dipinte le espilazioni, e le ruine

d'Italia, onde all'odio antico si veniva a congiungere uno sdegno

recente. A questo si aggiungeva, che i soldati della loro nazione, che

in Verona, ed in Venezia, ed in altre piazze Venete erano stati di

presidio, si ricordavano della poca stima, anzi delle derisioni, che

verso di loro avevano usato i repubblicani troppo intemperanti nella

vittoria. Udite poi le Veneziane cose, e come e quanto i municipali di

Venezia trascorressero nelle opinioni, e nei costumi nuovi, si erano

concitati a gravissimo sdegno, dichiarando apertamente, che non

avrebbero più comportato, che s'ingerissero nelle loro faccende. Già

minacce annunziatrici di crudeli fatti sorgevano in ogni luogo contro

gli aderenti o veri o supposti dei reggimenti nuovi. I primi a muoversi

furono i villani, ed i montanari di Trauno e di Sebenico, i quali, scesi

a furia, commettevano atti di un'estrema barbarie. Quei, che fungeva le

veci di console di Francia, quantunque fosse Dalmata, era crudelmente

ucciso, e con lui tutta la sua famiglia. Le case di un Calafatti e di un

Gavagnini, deputati eletti dai municipali di Venezia ad ordinare a modo

nuovo la Dalmazia, erano saccheggiate; i parenti dei delegati

perseguitati, e parte uccisi. Nè più si guardava a nobili, o a preti, od

a soldati, che ad altri, perchè solo che fossero in voce di essere

aderenti ai Francesi, erano ammazzati. La mala usanza si propagava dal

continente nelle isole vicine, ed ogni luogo era pieno di terrore, di

ferite, di uccisioni, e di sangue. Nè poteva frenare il corso di tanta

barbarie Querini governatore, per l'antica Venezia, della provincia,

quantunque molto vi fosse amato, perchè più poteva il furore, che le

esortazioni, ed i suoi soldati, non che fossero stromenti del dominare,

s'erano fatti compagni al popolo per conculcare. Partivano da Trieste e

da Fiume alla volta di Zara quattromila soldati imperiali condotti da

Roccavina, Lusignano e Casimiro. Trattenevano i venti per qualche tempo

Roccavina, ma Casimiro con prospera navigazione arrivava a Zara sul

finire di giugno, poi sul cominciar di luglio s'accostava a lui con le

altre genti di Roccavina. Accettavano lietamente i Zaratini gli

Austriaci, parte per opinione, parte per sicurtà contro l'anarchìa.

S'impadronivano gl'imperiali dei forti, abbassavano le bandiere Venete,

inalberavano le proprie. Prometteva l'imperatore con pubblico bando

pace, e sicurtà a tutti, minacciava i turbolenti, affermava, venire per

ispegnere l'anarchìa, e per mettere in sicuro gli antichi ed

irrefragabili suoi diritti sopra la provincia. Giuravano fede

all'imperatore tutti i magistrati, e circa due mila soldati Veneti, che

si trovavano in quella fortezza per presidio. Quivi si vedeva uno

spettacolo generoso e lagrimevole; poichè allorquando si venne all'atto

del consegnarsi dai soldati il vessillo di San Marco in mano del

generale Austriaco, prorompevano in dirotto pianto: a loro rispondevano

con altrettante lagrime i circostanti. Alcuni furono visti in

quell'estremo atto baciarlo, ed abbracciarlo sospirosamente più volte; i

Panduri, fra gli altri, gente creduta barbara, davano tanti segni di

dolore e di disperazione, come trovo scritto, che i capitani Austriaci

concedevano loro di poter continuare nell'uso antico di portarsi i

Veneziani vessilli. Per tal modo, mentre uomini civili ed ammaestrati

con gentili dottrine, la patria loro non solo adducevano in forestiera

servitù, ma ancora nell'estremo suo caso con improperj più che barbari

schernivano, uomini idioti e da nissuna civile disciplina informati, la

patria stessa infelice e spenta, con dolore e con lagrime proseguivano.

Spento a Zara il governo Veneto, restava, che nella rimanente provincia

si annullasse. A questo fine partitosene per la via di terra Casimiro,

occupava Spalatro, Clissa, e Singo. Roccavina per quella di mare entrava

in Sebenico, dove era accolto con molta allegrezza, perchè la ferocia

dei villani scesi dalla montagna vi aveva più che altrove infuriato, e

ad ogni ora faceva le viste d'infuriare vieppiù. Scendeva quindi dai

monti con una mano di Ungari e di Transilvani il conte di Warstensleben,

e si univa col Roccavina. Allora gl'imperiali, fatti più forti, e

condotti da Roccavina medesimo si avviavano a farsi signori dei siti

importantissimi delle Bocche di Cattaro, stati anche ceduti da

Buonaparte a nome della Francia. S'accomodavano quietamente i Bocchesi,

non però senza dimostrazioni di vivo desiderio dell'antico governo, alle

nuove sorti. La Dalmazia tutta, e l'Albania Veneta entravano sotto il

dominio dell'imperatore, importante accessione a' suoi stati per

l'opportunità dei porti, per l'abbondanza del commercio, per l'indole

bellicosa degli abitatori, e finalmente per la perizia loro nelle

faccende di mare. Solo Perasto, Risano, e Geganowich, comuni dei

Bocchesi, facevano qualche resistenza, ma sopraffatti dalla superiorità

Austriaca cedevano, e si sottomettevano. A questo modo si andava

sfasciando appoco appoco, e con universale ruina, l'antichissimo imperio

dei Veneziani.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 16 / 22 段