Fu veduto a Parigi molto volentieri il Visconti, ed in pubblica udienza,

presenti tutti i ministri di Francia, e gli ambasciadori delle potenze

amiche, il dì venzette agosto, solennemente udito. Parlava

magnificamente dei benefizj della repubblica Francese, della gratitudine

della Cisalpina; esprimeva, unico, e primo desiderio dei Cisalpini

essere il farsi degni della illustre nazione Francese; di loro non

potere aver ella amici nè più affezionati, nè più fedeli; comune avere

le due repubbliche la vita, comuni gl'interessi, comune ancora dover

avere la felicità, nè senza i Francesi volere, o poter essere i

Cisalpini felici; le vittorie del trionfator Buonaparte già aver

procurato pace, e quiete alla Cisalpina; desiderare, che la Francia

ancor essa quella pace si godesse, e quella felicità gustasse, che le

sue vittorie, e la sublime di lei constituzione le promettevano. Queste

cose scritte in Francese, poi tradotte in pessimo Italiano nei giornali

dei tempi, diceva Visconti. A cui magnificamente, ed anche tumidamente,

secondo i tempi, rispondeva il presidente del direttorio, piacere alla

repubblica Francese la creazione, e l'amicizia della Cisalpina; non

dubitasse, che viverebbe libera e felice lungo tempo. Poi parlava di

serpenti, che mordevano Buonaparte, quindi di maschere portate prima,

poi deposte dai nemici delle due repubbliche. Sapere il direttorio, che

quest'uomini velenosi, e perfidi volevano distruggere la libertà sulla

terra; ma la Francia esser sana e forte, e fortificarsi ogni giorno più

per una corona intorno di popoli liberi, e governati da leggi consimili.

Appresso parlava il presidente di moderazione e di temperanza, non di

quelle degli animi vili, e timorosi, ma di quelle degli animi ben

composti, e forti. «No, prorompeva, immortali guerrieri, non fia, che

l'opera vostra accompagnata da tanti miracoli, e da tanta gloria, non

lasci un segno durevole in Italia nella conservazione di uno stato

libero, e di un alleato fedele della vostra patria. No, popoli della

Cisalpina, voi non avrete gustato i primi frutti della vostra

indipendenza per tornar a vivere in servitù. Il destino vostro non

girerà a modo di coloro, che con male parole, e con discorsi bugiardi

insidiano alla libertà. Il serpe frodolento romperà i denti sulla lima,

nè il pigmeo distruggerà l'opera del gigante. In Italia sono gli

eserciti vincitori, sonvi i forti generali, evvi il trionfator

Buonaparte. Il direttorio amico alla Cisalpina vuol fondare con ogni suo

sforzo, a malgrado delle congiure e delle calunnie, la libertà di lei;

stessero pur sicuri i Cisalpini, e confidassero nella grandezza e nella

lealtà della nazione Francese, nel coraggio e nel valore dei suoi

soldati, nella rettitudine e nella costanza del direttorio: niuno più

acceso, niuno più ardente desiderio avere il direttorio di questo, che i

Cisalpini vivessero felici, e liberi». Questi detti minacciosi toccavano

l'Austria, che nei negoziati di pace, che allora pendevano, veduto che

Buonaparte aveva ritratto l'esercito, ed avendo lei stessa con nuove

leve ricomposto le sue genti, stava sul tirato, e metteva in mezzo

condizioni, che parevano esorbitanti, massimamente quella di volersi

ricuperar Mantova.

Un parlare tanto risoluto sbigottiva le potenze minori, che, o già serve

del tutto della repubblica di Francia, o da lei interamente dipendenti,

non avevano altra elezione che quella di obbedire. Per la qual cosa non

esitavano il re di Spagna, quei di Napoli e di Sardegna, il gran duca di

Toscana, la repubblica Ligure, ed il duca di Parma a mandar

ambasciatori, o ministri, o simili altri agenti a Milano, acciocchè

tenessero bene edificato, e bene inclinato quel nuovo stato tanto

prediletto di Buonaparte. In questo ancora ponevano l'animo allo

investigare in mezzo a tante gelosìe ed a tanti timori, quello, che

succedesse a Milano in pro od in pregiudizio degli stati loro; perchè a

Milano si volgevano allora le sorti di tutti gli stati d'Italia. Perciò

i patriotti gridavano, che questi ministri erano spie per rapportare,

stromenti per subornare. Gli laceravano con gli scritti, gli

oltraggiavano con le parole, talvolta ancora coi fatti gli

maltrattavano; esorbitanze insopportabili. Principalmente i fuorusciti

delle diverse parti d'Italia, raccolti in gran numero in Milano, non si

potevano tenere. Buonaparte se ne sdegnava, e dava loro spesso sulla

voce, e talvolta sulle mani, ma essi ripullulavano, e straboccavano più

molesti da un altro lato, per forma che non vi era requie con loro.

Introdotti al direttorio Cisalpino oravano i ministri esteri con parole

di pace e d'amicizia, a cui secondo il solito, ed anche meno del solito

credeva nè chi le diceva nè chi le udiva: così con questi inorpellamenti

s'ingannavano a vicenda, o piuttosto non s'ingannavano, perchè gli uni e

gli altri ottimamente sapevano, che cosa ci fosse sotto.

Esitava il papa al mandare un ministro, perchè gli pareva, che i

Cisalpini avessero posta la falce nella messe religiosa. Ma dettesi

certe parole da Buonaparte, e fattogli un motivo addosso dai Cisalpini,

che armatamente si erano impadroniti della fortezza di San Leo, e

minacciavano di andar più avanti con l'armi pericolose, e coi manifesti

più pericolosi ancora, si piegava ancor egli. L'Austria, riputando che

fosse dignità l'indugiare, non s'inclinava a mandar un ambasciatore a

Milano, pretendendo, ed allegando ciò che era vero, che la Cisalpina,

anche come già si trovava constituita legalmente in repubblica ordinata,

non era stato franco, e indipendente, perchè e le sue fortezze erano in

mano dei Francesi, ed i comandanti Francesi pubblicavano di propria

autorità in tutta la Cisalpina, e nella sede stessa di Milano ordini, e

manifesti, ed anzi i magistrati nissun ordine e manifesto pubblicavano,

se non dopo che fossero veduti ed appruovati dai comandanti Francesi.

Accettati i ministri delle potenze estere, aveva il direttorio Cisalpino

mandato i suoi agenti politici a sedere presso le potenze medesime, e

coi medesimi fini di onorare con le parole, e di spiare coi fatti.

Vedevano Torino, Napoli, Roma, Firenze, Genova, Parma i legati

Cisalpini. Bene pe' suoi fini aveva scelto gli uomini suoi la Cisalpina,

perchè erano tutti, o la maggior parte, giovani di spiriti vivi, ed

accesi nelle opinioni che correvano, ma pure, se non prudenti, almeno

astuti, e senza intermissione operativi. L'aggiunta di tante nuove

provincie al centro Cisalpino aveva dato nuova forza al disegno

dell'unione Italica, ed i ministri Cisalpini fomentavano questo disegno

medesimo con ogni arte negli stati Italiani, presso cui risiedevano.

Solo Marescalchi, di famiglia principalissima di Bologna, che era stato

mandato ambasciadore a Vienna, non faceva frutto, perchè nè l'imperatore

l'aveva voluto riconoscere nella sua qualità pubblica, nè era d'animo

volto al propagare; perchè gli piaceva una libertà placida e molle, non

una libertà inquieta e sdegnosa, ed anche, quantunque fosse d'ingegno

non molto acuto, sapeva misurare le cose, non con la immaginazione, ma

con la ragione. Serviva piuttosto per evitar il non servire, che per

servire, uomo da esser tirato, non da tirare altrui.

Soprastava ad arrivare il ministro di Francia a Milano, non perchè non

fosse il direttorio Francese amico, ma perchè l'inviato doveva arrivarvi

con molta materia apprestata, come sarem per narrare in appresso.

Chiamava intanto Buonaparte, oramai vicino ad aver compito con gli

ordinamenti politici quell'opera, che con le armi aveva fondato, i

legislatori Cisalpini, centosessanta pel consiglio grande, ottanta per

quello degli anziani. Onorati nomi vi risplendevano per sapere, per

antichità, per ricchezze, per amore di libertà. Eranvi un Quadrio, un

Giovio, un Melzi, un Birago, un Cicognara, un Compagnoni, un Savoldi, un

Cagnoli, un Monga, un Venturi, un Lamberti, un Polfranceschi, un

Martinengo, un Fenaroli, un Lecchi, un Lattanzi, un Colonia Ebreo, un

Arese, un Reina, un Beccaria, un Somaglia, un Bossi, un Castiglione, un

Tassoni, un Cavedoni, un Aldini, un Guglielmini, un Aldrovandi, un

Mascheroni, un Mangili, un Bellisomi, un Malaspina, un Alpruni, un

Fontana, uno Scarpa, tutti tre professori molto celebrati di Pavia, un

Castelbarco, un Pallavicini.

A tutti questi aggiungeva Francesco Gianni, giovane di singolare spirito

poetico dotato, e cantor suo favoritissimo. Era il poeta nato in Roma;

ma la Cisalpina, considerato, quest'esse furono le parole della legge,

che il cittadino Francesco Gianni aveva principalmente applicato i

poetici suoi talenti a celebrare il genio della libertà Italiana, ed

encomiare l'invitta armata Francese, con che nelle attuali circostanze

si veniva a vieppiù promuovere lo spirito pubblico, gli dava con solenne

ed apposita legge la naturalità.

I consigli adunati ardentemente procedendo, si accostavano alle opinioni

dei democrati più vivi, il che, dall'un de' lati dispiaceva a Buonaparte

a cagione della natura sua inclinata allo stringere, dall'altro gli

piaceva per dar timore all'Austria, che pareva allora voler prendere

novelli spiriti.

Ordinata al modo che abbiam narrato la Cisalpina, il capitano vincitore

scriveva le seguenti parole per ultimo vale a' suoi popoli, «Il dì

ventuno novembre fia pienamente in atto la vostra constituzione; e

saranno altresì organizzati il vostro direttorio, il corpo legislativo,

il tribunale di cassazione, e le altre amministrazioni subalterne. Voi

siete fra tutti i popoli il primo, che senza fazioni, senza rivoluzioni,

senza stragi libero divenga. Noi vi diemmo la libertà; voi sappiate

conservarla. Voi siete, trattone solo la Francia, la più popolata, la

più ricca repubblica; vi chiama il destin vostro a gran cose in Europa:

secondate le vostre sorti con far leggi savie e moderate, con eseguirle

con forza e con vigore; propagate le dottrine, rispettate la religione.

Riempite i vostri battaglioni, non già di vagabondi, ma sì di cittadini

nodriti nei principj della repubblica, ed amatori della sua prosperità.

Imbevetevi, che ancor ne avete bisogno, del sentimento della vostra

forza, e della dignità, che ad uomo libero si appartiene. Divisi fra di

voi, domi per tanti anni da un'importuna tirannide, voi non avreste mai

potuto da voi stessi conquistare la libertà, ma fra pochi anni potrete

anche soli difenderla contro ogni nemico qual ch'egli sia; proteggeravvi

intanto contro gli assalti dei vostri vicini la gran nazione; col nostro

sarà lo stato vostro congiunto. Se il popolo Romano avesse usato la sua

forza, come la sua il Francese, ancora sul Campidoglio si anniderebbero

le Romane aquile, nè diciotto secoli di schiavitù e di tirannia

avrebbero fatte vili e disonorate le umane generazioni. Per consolidare

la libertà vostra, e mosso unicamente dal desiderio della vostra

felicità, io feci quello, che altri han fatto per ambizione, e per la

sfrenata voglia del comandare. Io feci la elezione di tutti i

magistrati, e sonmi messo a pericolo di dimenticare l'uomo probo con

posporlo all'ambizioso; ma peggio sarebbe stato, se aveste fatto voi

stessi le elezioni, perchè gli ordini vostri non ancora erano compiti.

Fra pochi giorni vi lascio. Tornerommene fra di voi, quando un ordine

del mio governo, od i pericoli vostri mi richiameranno. Ma qualunque sia

il luogo, a cui siano ora per chiamarmi i comandamenti della mia patria,

questo vi potete promettere di me, che sono, e sempre sarommi ardente

amatore della felicità, e della gloria della vostra repubblica».

Queste dolci parole del capitano invitto molto riscaldavano gli animi.

Parevano veramente altri tempi, parevano altri destini. Quest'erano le

operazioni palesi di Buonaparte: altre di uguale, anzi di maggiore

importanza se ne stava macchinando in segreto. Erano a quei tempi al

mondo quattro cose, che a tutte le altre sovrastavano, la gloria molto

risplendente di Buonaparte, il timore, che avevano i re, che quella

repubblica Francese non gli conducesse tutti a ruina, la repubblica

Francese stessa fondata in una nazione, che per la natura sua non può

vivere in repubblica, e finalmente una casa di Borbone, esule sì, ma con

molte radici in Francia, fatte ancor più tenaci, e più profonde per le

enormità dell'insolita repubblica. Si desiderava pertanto e dentro della

Francia da non pochi uomini temperati, e fuori da tutte le potenze, che

la repubblica si spegnesse, ed il consueto reggimento, per quanto

gl'interessi nuovi il permettessero, col mezzo dei Borboni si

ristorasse. Nè essendosi questo fine potuto conseguire coll'armi civili

delle Vendea, nè coll'armi esterne di tutta l'Europa, perchè la nazione

Francese, che forte ed animosa è, non aveva voluto lasciarsi sforzare,

si pensava, che i maneggi segreti, le promesse, le corruttele, e le

adulazioni potessero avere maggior efficacia. A questo fine, e con

questi mezzi si era operato che le nuove elezioni ai consigli

legislativi cadessero in uomini, che amassero meglio la monarchìa dei

Borboni, che la repubblica, ed in ciò si era fatto non poco effetto.

Siccome poi a tutti i moti è necessario un capo di chiaro nome, così

avevano al consiglio dei giovani eletto il generale Pichegru, capitano

rinomato per le sue vittorie in Alemagna ed in Olanda. Con lui

concorrevano molti altri personaggi famosi o per armi o per dottrina, o

per segnalati fatti nelle rivoluzioni politiche di Francia. Nel

direttorio stesso Barthelemi favoriva il disegno per natura e per

opinione, ed i desiderj suoi fino ai Borboni si estendevano; che

certamente aveva dato questi segni di se nella sua ambascerìa in

Isvizzera. Il favoriva, siccome pare, anche Carnot, o che volesse la

monarchìa dei Borboni, il che è incerto, o che solamente disegnasse,

come uomo di acutissimo pensiero, ridurre, spenti gli uomini immoderati,

quello stato di repubblica scorretta e tumultuaria a forma più stretta e

più ordinata. Seppesi questo maneggio dai tre quinqueviri, che non vi

erano mescolati, e si misero all'ordine per isturbarlo, perchè amavano

la repubblica, e temevano la monarchìa. È quivi per altro debito nostro

riferire, che a questo tempo alcune pratiche segrete si erano introdotte

tra Barras, uno dei tre, ed alcuni agenti di Luigi decimottavo, per le

quali il quinqueviro aveva dato speranza, e s'era anche obbligato a

favorire la rinstaurazione dei Borboni sotto condizione di dimenticanza

del passato, e promessa di premio in denaro; ma con la medesima

sincerità procedendo, dobbiamo notare, che sebbene sia vero, che queste

pratiche siano esistite, Barras sdegnosamente, e con termini molto

espressivi negò d'aver voluto procurare la mutazione del governo allora

sussistente, ed asseverò, avere prestato orecchio agli agenti dei

Borboni col solo fine di conoscere, e sventar le loro trame: vogliono

anzi alcuni, che gli volesse condurre in luogo dove potessero essere

arrestati. Pubblicò di più, aver ciò fatto con saputa e consentimento

espresso de' suoi colleghi del direttorio, ai quali a questo fine aveva

comunicato il negozio. Dà verisimile colore a quest'ultima allegazione

l'averla lui pubblicata quando gli sarebbe stato utile dire il

contrario, se fosse stato vero, ed il citare, per pruova della verità

del fatto, il testimonio dei ministri di quel tempo, de' suoi colleghi

del direttorio, ed anzi i registri segreti di questo magistrato supremo

della repubblica, in cui, siccome affermò, vi era un decreto che

l'autorizzava a condurre queste pratiche. Comunque ciò sia, era allora

l'esercito d'Italia in bocca di tutti, e quanto da lui veniva era

ricevuto in Francia con grandissimo o amore o terrore, secondo le

opinioni e le passioni, per la qual cosa coloro, che contrastavano a

questo proposito, facevano avviso, che le mosse contrarie dovessero aver

principio dall'esercito Italico. A questo dava favore Buonaparte per la

sua emolazione verso Pichegru, prevedendo nell'esaltazione del vincitore

dell'Olanda la depressione del vincitore dell'Italia. Per tutte queste

ragioni uscivano dalle diverse schiere dell'Italico minacce fierissime

contro i nemici della libertà, come gli chiamavano, contro gli amatori

del nome reale, contro i minacciatori della constituzione. Parlavano del

voler marciare in Francia con le armi vincitrici per castigare i

ribelli, descrivevano con patetiche parole le orribili congiure ordite

nella patria loro contro la libertà, mentre essi col sangue, e con

disagi innumerevoli la libertà, e la patria difendevano. Non

isperassero, minacciavano, che il sangue sparso, che le acquistate

vittorie, che la conseguita gloria fossero indarno; quelle mani stesse,

che avevano vinto l'Austria, vincerebbero facilmente, e farebbero tornar

in nulla quei branchi di faziosi. Al solo mostrarsi degl'Italici soldati

oltre l'Alpi, presi di spavento si disperderebbero quei vili sommovitori

di congiure. Non dubitasse punto il governo, che l'esercito Italico

tanto amasse la libertà, quanto la gloria, e che la prima con la

medesima costanza, col medesimo valore difendesse, coi quali aveva

acquistato la seconda: verrebbero, vedrebbero, ed anche senza battaglie

vincerebbero.

Da questi conforti, e da questo appoggio fatto sicuro il direttorio,

veniva a quelle risoluzioni, che resero tanto famoso il dì diciotto

fruttidoro, anno quinto della repubblica, o il dì quattro settembre del

novantasette: per esse si carceravano, ed in istrane e pestilenziali

regioni si mandavano Barthelemi, Pichegru, e gli altri capi della

congiura. Alcuni, e fra questi Carnot, fuggiti alla diligenza dei

cercatori, trovarono in forestiere terre scampo contro chi gli chiamava

a prigione ed a morte. Questo fu il moto di fruttidoro, pel quale

affortificatosi il direttorio coll'esclusione dei dissidenti, e

coll'unione dei consenzienti, e fattosi padrone dei consigli, recava in

sua mano la somma delle cose, e pareva, che vieppiù avesse confermato la

repubblica.

Tornato vano questo tentativo, i confederati, massimamente l'Austria,

che si trovava più vicina all'incendio, e che, essendo alle strette con

Buonaparte, aveva meglio conosciuto la sua natura, si gettarono ad un

altro cammino per arrivare al fine della distruzione della formidabile

repubblica. Si negoziava a questo tempo la pace coll'Austria; gli agenti

Austriaci vennero dicendo a Buonaparte, guardasse le ruine d'Europa, e

della sua patria stessa; una repubblica fondata solo con le mannaje,

conservata solo con le bajonette, sopportatrice dei malvagi,

perseguitatrice dei buoni; non isperasse di fuggir egli stesso la

repubblicana invidia; più illustri erano i fatti suoi, più magnifici i

benefizj verso la patria, e più inevitabile credesse l'atroce fine che

l'aspettava. Considerasse, che sono inesorabili le repubblicane

emolazioni, e che sempre la gratitudine delle repubbliche è

l'ingratitudine. Se i più chiari cittadini erano stati all'estrema fine

condotti in Francia, solo perchè chiari erano, che sarebbe del più

chiaro fra tutti? Ricordassesi le recenti trame ordite contro di lui, le

proprie querele, ed il livore del direttorio già vicino a prorompere,

quand'era ancora l'opera sua necessaria in guerra: che sarebbe in pace?

Forse era nato egli e fatto per essere stromento di faziosi, e

mentecatti? Forse a servir ad avvocati, e notaruzzi ambiziosi? Con le

grida, e coi patiboli s'hanno a governar gli stati? Guardassesi intorno,

entrasse in se, si paragonasse ad altri, e vedrebbe, che siccome era

unica la sua gloria al mondo, così unico doveva essere il fine, che a se

doveva proporre, che già dalle volgari vie militari si era discostato

nelle faccende di guerra, e che debito gli era di discostarsi dalle

volgari vie anche nelle faccende civili: a ciò chiamarlo, lacera e rotta

tutta l'Europa; a ciò medesimo chiamarlo la misera umanità ingannata

dalle lusingherìe, straziata dai delitti: vedeva egli certamente, ed

anche più volte aveva accennato, essere la repubblica un governo

impossibile in Francia. A che dunque dubitare, a che indugiare? l'Europa

infelice, la Francia infelicissima domandare da lui altre sorti,

domandare da lui la rinstaurazione dell'antica monarchìa dei Borboni,

domandare la rintegrazione dei diritti Europei: assai avere spaziato la

forza, assai la usurpazione, assai l'anarchìa: domare questi mostri

esser suo destino: al solo segnale dei Borboni, quando l'opportuno

instante fosse venuto, seguiterebbonlo in Francia tutti i buoni,

seguiterebbonlo tutti gli sdegnati, seguiterebbonlo tutti gl'infelici

condotti all'ultimo caso dalla presente tirannide. Favorirebbelo

l'Europa tutta, tirata da sì grande impresa, mossa da sì bella speranza

dopo tanto conquasso. Seconderebbonlo i principi, l'Austria la prima, e

la Russia tanto attiva fomentatrice dei Borboni. Parlare di ricompense a

chi già aveva acquistato maggior gloria, che altr'uomo avesse acquistato

mai, e che solo con un gran civile fatto poteva la propria gloria

ampliare, essere superflua, e fors'anche offenditrice cosa: pure o che

in grado privato la venerazione, o che in grado pubblico l'autorità

desiderasse, ciò gli sarebbe, e più ampiamente, che non desiderasse,

conceduto. Desse pertanto opera ad impadronirsi della somma delle cose

in Francia; che a ciò l'ajuterebbero i potentati, solo che promettesse

di fare la gran rimessa all'antico e legittimo signore. Muovessesi

adunque Buonaparte unico ad opera unica; rispondesse col fatto al

destinato dalla provvidenza, posciachè non senza intervento divino tante

volte avevano suonato le armi sue vincitrici.

Queste esortazioni muovevano quell'animo ambizioso. Ma da Borboni a

repubblica ei non faceva divario, gli uni e l'altra aveva ugualmente in

dispregio, ed anche la felicità, o le disgrazie umane nol toccavano.

Bensì, siccome quegli che sagacissimo era, e di prontissimo intelletto,

avvisava in un subito, che quello, che gli si offeriva, poteva aprirgli

la strada all'altissime sue cupidità. Si mostrava pertanto disposto a

fare quanto si richiedeva da lui, proponendosi nell'animo, e questo fu

il più solenne inganno, che mai sia stato fra gli uomini, di favorirsi

del consentimento e cooperazione dei principi, per arrivare alla potestà

suprema in Francia; non già per dispogliarsene in favor di chicchessia,

ma per serbarla ed anzi vieppiù consolidarla in se medesimo, ed

ampliarla.

Vogliono alcuni, che Barras quinqueviro avesse l'animo volto a favor dei

Borboni già insin da quando aveva procurato la elezione di Buonaparte al

governo supremo dell'esercito Italico, e che a questo fine appunto

l'abbia procurata, argomentando, che il giovane di Corsica, in cui egli

aveva scoperto mente atta a qualunque più ardua impresa, e natura nemica

ai reggimenti popolari, il dovesse secondare nel mandar ad effetto il

suo intendimento. Danno corpo a questa opinione le pubblicazioni fatte

dagli agenti dei Borboni, la contraddicono quelle fatte da Barras: le

une e le altre noi abbiamo rapportate, affinchè chi ci legge, possa

dalle medesime prender conghiettura della verità in cose tanto

avviluppate quanto importanti.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 15 / 22 段