Genovesato, già abbiam raccontato. Il ducato di Parma a grave stento si
manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia
non voleva pregiudicar. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato,
sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le
contribuzioni, e le arti Cisalpine vi avessero prodotto qualche
impressione. Lucca, corrotti con denari, e fattisi benevoli alcuni
agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi,
non senza grandissime querele dei patriotti Cisalpini, che
quell'aristocrazìa ardentemente detestavano. Del resto si contaminava
Roma stessa, dove si scoversero congiure per cangiar lo stato, ed in cui
si mescolarono francesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed
ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo avevano parlato molte cose,
e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi
sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in
atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione.
Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva, e gli animi si
sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto:
oltreacciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere Romane: il
governo macchinava ingrandimento; perciocchè vedendo, che si faceva
vendita di stati, Napoli ne voleva per se, e domandava con molta
instanza ai Francesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia, e
Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal
direttorio e da Buonaparte, più inclinati a sovvertire gli stati deboli,
che ad ingrandirgli. Da ciò si vede che la sete del prendersi quel
d'altrui era venuta non solo alle repubbliche, ma ancora alle monarchìe.
Nella Valtellina, provincia suddita ai Grigioni, nascevano più che
parole, o congiure o desiderj; i popoli vi tumultuavano a mano armata,
protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi
dai Grigioni, e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica
Francese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a
dir le loro ragioni i legati dei Grigioni, che avessero i popoli della
Valtellina a divenir parte della Cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna,
Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle,
con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente Tedesca, si
congiungevano con gente Italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai
repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni Elvetiche,
grande ajuto ai disegni che si avevano.
Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerìe dei patriotti per
sommuovere gli stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare
un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono
i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una
constituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno
di un'amministrazione generale, potestà non solo serva del
generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o
comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe troppo
lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano: il
frenare i democrati era stimata taccia aristocratica, il non frenargli
tornava in diminuzione della sua autorità, ed in fonte di licenza. Nelle
diverse città i comandanti forestieri facevano a modo loro, e secondochè
avevano natura più o meno quieta, od opinioni più o meno sregolate, in
questo luogo tenevano, in quell'altro allargavano la briglia, e lo stato
si reggeva più strettamente, o più largamente. Laonde quello non era
governo nè civile, nè libero, nè comune, ma bensì un reggimento
incomposto, difforme, ed a volontà di forestieri. Dal che ne conseguita,
che poco più poteva l'amministrazione generale, che empir con le tasse
ordinarie e straordinarie l'erario dell'esercito Buonapartiano, e dare
caposoldi, e piatti costosi ai generali ed ai comandanti: perciò era
veduta non senza disprezzo e indegnazione dai popoli.
Buonaparte, che era solito a gettar via gli stromenti, che per servir
lui, erano divenuti odiosi, si risolveva a far mutazione. Oltrechè
gl'importava massimamente, a volere che la Cisalpina fosse uno stato da
se, e conosciuto dagli altri stati d'Europa, che il reggimento
temporaneo vi cessasse, e vi s'introducesse il durevole ed il
constituito, per quanto a quei tempi conseguire si potesse. Per la qual
cosa avendo dato vita alla Cisalpina nei patti di Leoben, le volle dar
ordine con leggi a Montebello. Primieramente creava una congregazione di
dieci personaggi rinomati per sapienza e per costume, a cui commetteva
il carico di formare il modello della constituzione Cisalpina. Notavansi
fra gli eletti cinque Milanesi, un Cremonese, un Reggiano, un Modenese,
un Bergamasco. Vi aggiungeva un Tirolese da lungo tempo professore in
Pavia. Questi era il Padre Gregorio Fontana, uomo maraviglioso per la
profondità e la vastità della dottrina, e certamente fra i dotti
dottissimo. Non amava egli travagliarsi dello stato, non avendo
ambizione, ma Buonaparte lo cercava per vanagloria, e per un suo fine,
volendo farsi scabello dei nomi più chiari per salire a quell'altezza
che ambiva. Interveniva spesso alla congregazione. Pareva, che dovesse
sorgere qualche gran fatto da un Buonaparte, e da un Fontana. Ne usciva
una copia della constituzione Francese con poche mutazioni, e di niun
momento; opera degna di copisti, non di quegli uomini eletti. Per tale
forma si consumava l'autorità dei nomi senza frutto, e gli stromenti
dell'introdurre un vivere ben composto si corrompevano. Restava, che
quello che si era fatto in nome, si recasse in atto. Eleggeva Buonaparte
quattro Cisalpini al direttorio: furono quest'essi: Serbelloni, che fu
duca, e che camminava con molto affetto in queste novità, Moscati,
medico compitissimo, e non ostante tanto compito in ogni altro genere di
filosofia, quanto in medicina, Paradisi, autore assai celebrato per
bello scrivere, e malveduto dagli Austriaci per aver voce di essersi
mescolato attivamente nei moti di Reggio; finalmente Alessandri,
operatore principale delle mutazioni nelle terre Veneziane oltre Mincio.
Siccome poi non si potevano così presto eleggere i rappresentanti, che
nei due consigli legislativi dovevano sedere, creava Buonaparte quattro
congregazioni, l'una di constituzione con Fontana, Mascheroni, Longo,
Oliva, Loschi, Goldaniga; l'altra di giurisprudenza con Bazetta, Negri,
Taverna, Spannocchi, Villa, Perseguiti; la terza di finanze con Melzi,
Vandelli, Formigini, Nicoli, Forni, Carissimi; la quarta di guerra con
Visconti, Lahoz, Porta, Triulzi, Gazzari, Caleppi, uomini, se non tutti,
certamente la maggior parte, migliori dei tempi. Conservassero, voleva,
il mandato insino a che fossero creati, ed entrassero in ufficio i
consigli legislativi. Finalmente per compir quanto ai supremi ordini
politici dello stato si apparteneva, il capitano di Francia chiamava
ministro di polizia Porro, di guerra Birago, di finanza Ricci, di
giustizia Luosi, di affari esteri Testi. Al tempo medesimo nominava
segretario del direttorio Sommariva.
Tessuto con parole di molta superiorità pubblicava un manifesto da
servir per principio alla Cisalpina repubblica. La repubblica Cisalpina,
andava ragionando, essere stata lunghi anni sotto l'imperio
dell'Austria, averla contro l'Austria conquistata la repubblica
Francese; eppure rinunziare lei la conquista, e volere, che la Cisalpina
fosse libera, independente, riconosciuta dalla Francia e dall'Austria,
riconosciuta da tutta l'Europa; nè contento il direttorio esecutivo
della repubblica Francese allo aver usato l'autorità sua, e le vittorie
dei soldati repubblicani, perchè sorgesse, e sicura vivesse, volere
ancora per singolar tratto della sua amorevolezza, e per preservarla
dalle rivoluzioni dare al popolo Cisalpino la propria constituzione,
parto prediletto di una nazione illuminatissima; essere la libertà il
maggior bene, le rivoluzioni il maggior male; dovere adunque il popolo
Cisalpino far passo da un reggimento soldatesco ad un reggimento civile;
perchè questo passo senza discordie fosse, e senza sedizioni, avere il
direttorio esecutivo giudicato dovere per suo mezzo, e per questa volta
nominarsi i magistrati supremi della repubblica nuova, insino a che,
trascorso un anno, il popolo stesso secondo gli ordini della
constituzione gli nominasse; già da secoli non essere più buone
repubbliche in Italia, l'amore sacro della libertà esservi spento, la
più bella parte dell'Europa vivere serva dei forestieri; esser debito
della repubblica Cisalpina il dimostrare col senno, e col vigor suo, e
coi buoni ordini de' suoi eserciti, non avere la moderna Italia
degenerato dall'antica, e vivere ancora in lei spiriti degni della
libertà, per questo avere lui nominato e le quattro congregazioni, e il
direttorio, e i ministri.
Destinavansi il dì nove luglio, ed il campo del Lazzaretto fuori di
porta Orientale, vasto e magnifico, al pubblico e solenne ingresso della
Cisalpina repubblica. Accorrevano chiamati alla solennità piena di tanti
augurj i deputati di tutti i municipj, di tutti i drappelli delle
guardie nazionali, di tutti i reggimenti assoldati della repubblica. Era
nei giorni, che precedevano la festa, in tutta la città una folla, ed un
andar e venire di popoli contenti; pareva, che non solo la nobile
Milano, ma ancora tutta l'Italia a nuovo destino andasse. Aprivasi alle
nove del destinato giorno il campo della Confederazione (che così dal
fatto chiamarono il Lazzaretto) e vi accorrevano giulivamente, ed a
pressa meglio di quattrocentomila cittadini. Suonavano le campane a
gloria, tiravano i cannoni a festa; innumerevoli bandiere tricolorite
col turchino, o col verde sventolavansi all'aria, e le grida, e il
tumulto, e le esultazioni per l'infinita contentezza andavano al colmo.
I democrati non capivano in se dall'allegrezza, e dicevano le più strane
cose del mondo. Pareva, ed era veramente un gran passo da quella vita
morta dei Tedeschi a quella vita viva dei Francesi; la magnifica Milano,
città di per se stessa e per naturale indole allegrissima, ora tutta più
che fatto non avesse mai, sin dall'intimo fondo suo si commuoveva, e si
rallegrava. Entrava nel campo il direttorio coll'abito verde ricamato
d'argento alla Cisalpina: il seguitavano i magistrati, e gli uomini
eletti della città; gli uni e gli altri magnifico spettacolo. Nel punto
dell'ingresso spesseggiavano vieppiù con le salve le artiglierìe, i
popoli applaudivano, le bandiere si sventolavano: celebrava
l'arcivescovo sull'altare apposito la messa; in questo mentre a quando a
quando rimbombavano le artiglierìe. Dopo il santo sacrificio benediva
l'arcivescovo ad una ad una le presentate bandiere. Seguitava un
concerto strepitosissimo, e pure melodioso d'inni, di suoni, di _viva
repubblicani_. Sorgeva in mezzo l'altare della patria; aveva sui lati
iscrizioni secondo il tempo: sopra, un fuoco acceso, simboleggiatore
dell'amore della patria, a' piedi urne con motti dimostrativi del
desiderio e della gratitudine verso i soldati Francesi, e Cisalpini
morti nelle battaglie per la salute della repubblica. Quest'erano le
Cisalpine allegrezze e cerimonie. Assisteva Buonaparte seduto in
ispecial seggio alla festa, al quale, come a vincitore di tante guerre,
ed a fondatore della repubblica, risguardavano principalmente i popoli
circostanti. Nè piccola parte dell'onesto spettacolo erano gli uomini
delegati di Ferrara, di Bologna, dell'Emilia, di Mantova stessa,
ancorchè non ancora fosse unita alla repubblica, venuti ad esser
presenti a quella solennità, non solo inconsueta, ma non vista mai nel
corso dei secoli, grande testimonianza d'amore, e di concordia Italiana.
Serbelloni, presidente del direttorio, dal luogo suo levatosi, e sopra
un più elevato seggio postosi, in cotal modo, fattosi silenzio in mezzo
agli adunati popoli, a favellare incominciava: «Noi fummo un tempo
liberi, e queste medesime terre repubblicane furono: la diversità fatale
delle troppo facili opinioni ci ridusse, e ci mantenne per molti secoli
in estera e spesso variata servitù. Rammentiamoci, o cittadini, la lunga
serie dei cessati infortunj, ed il passato ci sia d'utile esempio per
l'avvenire. Sparisca, come lampo, ogni spirito di parte, che finora
possa averci divisi, e perfino gli odiosi nomi, fonte inesausta di
civili discordie, siano mandati in dimenticanza. Serbiamo con indelebile
memoria pel ricevuto benefizio una gratitudine eterna verso la Francese
repubblica, che col valore, e col sangue de' suoi soldati ci procurava
la libertà, e gratitudine ancora eterna sia in noi verso l'immortale
Buonaparte, che emolo dell'Africano Scipione, ci tolse con le sue
vittorie a servitù, e diè forma con la vastità de' suoi lumi politici al
nostro libero governo. Ciò crediamo, ciò inculchiamo nel più profondo
degli animi nostri, che a voler mantenere, e conservare la prosperità di
una repubblica democratica, ha ad essere fra di noi virtù nei padri,
educazione nei figliuoli, costume e costanza d'animo nei cittadini,
leggi ed interessi in tutto il territorio uniformi. Accendiamoci di un
amor santo di patria, giuriamo concordemente di viver liberi, o di
morire. Il direttorio della Cisalpina repubblica lo giura il primo, e ve
ne dà l'esempio».
A questo passo il presidente, sguainata la spada, ed i suoi colleghi,
levati i cappelli, ad alta voce giuravano. Giuravano al tempo stesso gli
uomini deputati, giuravano i capi dei reggimenti, giurava l'adunato
popolo intiero: i viva, le grida, i plausi, il batter delle mani, il
lanciare i cappelli, lo sventolar delle bandiere facevano uno spettacolo
misto, romoroso ed allegro.
Ciò detto, continuava orando il presidente, «manterrebbe col sangue, e
con la vita, se fosse d'uopo, il direttorio la constituzione e le leggi.
Sovvengavi, terminava, o cittadini, sovvengavi, che questa terra che
abitiamo, è la terra dei Curzj, degli Scevola, dei Catoni; imitiamo
quelle grandi anime, in ogni umano caso imitiamole, e lascino ogni
speranza di vincerci i nostri nemici, e insieme l'Europa s'accorga, che
qui l'antica Roma rinasce».
Qui rincominciavano i plausi, ed i cannoni strepitavano. A questo modo
s'instituiva la repubblica Cisalpina, mandata da un principio che pareva
eterno, ad un dubbio e corto avvenire. Furonvi tutto il giorno corse di
carri e di cavalli, suoni, balli, festini in ogni canto, poi la sera
bellissime luminarie sì dentro, che fuori del teatro. Insomma fu una
grande e solenne allegrezza; e queste feste non in altra città del mondo
riescono tanto liete e tanto magnifiche, quanto nella bella, e splendida
Milano.
Perchè poi la memoria di un giorno tanto solenne nella mente dei posteri
si conservasse, decretava il direttorio, che si rizzassero nel campo
della Confederazione ad onore di ciascuna schiera dell'esercito Francese
otto piramidi quadrangolari; sur un lato di ciascuna piramide si
scolpisse un segno eterno della gratitudine e dell'amicizia del popolo
Cisalpino verso la repubblica Francese, e l'esercito d'Italia;
s'inscrivessero su due altri lati i nomi di quei forti uomini, che
avevano dato la vita per la patria loro, e per la libertà Cisalpina
nelle battaglie; che l'ultimo lato si serbasse intatto per iscolpirvi,
ove fosse venuto il tempo, i nomi di quei prodi cittadini, che
fortemente combattendo avrebbero procurato col sangue loro salute, e
libertà alla patria Cisalpina.
Contaminava l'allegrezza dei patriotti l'essersi fatta serrare dal
direttorio la società di pubblica instruzione. Si trovò pretesto
dell'essere contraria agli ordini della constituzione.
Continuava Buonaparte ad usare l'autorità suprema per ordinare la
repubblica. Nominava i giudici, gli amministratori dei distretti o dei
dipartimenti, e que' dei municipj. Si faceva poi più tardi ad eleggere i
membri dei due consigli, cioè del consiglio grande, o dei giovani, e del
consiglio dei seniori, o degli anziani.
I popoli all'intorno, che se ne vivevano o con governi deboli, o con
governi temporanei e tumultuarj, veduto le forme più regolari e più
promettenti della Cisalpina, e quell'affezione particolare che il
capitano invitto le portava, si davano a lei l'uno dopo l'altro.
Bologna, Imola e Ferrara furono le prime a mostrar desiderio
dell'unione, le due ultime più ardentemente per invidia a Bologna, la
prima più a rilento per la memoria dell'antica superiorità. La giunta
Bolognese titubava; ma tanti furono i maneggi dei patriotti più accesi,
e l'intromettersi dei Cisalpini, che ne fu vinta la sua durezza, ed
accedeva anch'essa alla prediletta repubblica; accostamento di
grandissima importanza, perchè era Bologna città grossa, e piena
d'uomini forti e generosi. Unite le legazioni, pensava Buonaparte a
compire il direttorio, vi chiamava per quinto un Costabili Containi di
Ferrara.
Principalmente accrebbe la grandezza Cisalpina l'unione della forte
Brescia, membro tanto principale della terraferma Veneta. Fu tratto
presidente del consiglio grande Fenaroli, nativo di questa città, il
quale, avuta principal parte nelle precedenti mutazioni, si mostrava
molto ardente per la conservazione dello stato nuovo.
Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di
quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe, che pel trattato di
Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei,
s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini
poi, fatto di per se stessi impeto nell'oltre Po Piacentino, consentendo
facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte la divideva
in venti spartimenti, che chiamava dell'Olona con Milano, città
capitale, del Ticino con Pavia, del Lario con Como, del Verbano con
Varese, della Montagna con Lecco, del Serio con Bergamo, dell'Adda ed
Oglio con Sondrio, del Mela con Brescia, del Benaco con Desenzano, del
Mincio con Mantova, dell'Adda con Lodi, del Crostolo con Reggio, del
Panaro con Modena, dell'Alpi Apuane con Massa, del Reno con Bologna,
dell'Alta Padusa con Cento, del Basso Po con Ferrara, del Lamone con
Faenza, del Rubicone con Rimini. Per tal modo in men che non faceva
cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si
distendeva la Cisalpina, che conteneva in se la Lombardia Austriaca, i
ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo,
Brescia, e Crema coi territorj loro, la Valtellina, e le tre legazioni
di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese, e l'oltre Po
Piacentino. Poco dopo Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si
dava alla Cisalpina. Per questo fatto i Romani confini si restrignevano.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in se non poca
malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio
della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni, che loro pareva che fossero
state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza
si era vieppiù dilatata, quando si domandarono i giuramenti ai
magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla
constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati, ed
oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di
contribuire, con tutte le forze al sostegno della libertà ed
uguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica. Per
mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i
magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo
dediti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli
ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo
d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio settimo. Il suo testimonio, e
le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano
di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del
presente anno un'omelìa, in cui parlava in questa guisa ai fedeli della
sua diocesi: «La libertà, cara a Dio ed agli uomini, è una facoltà che
fu donata all'uomo, è un dominio di poter fare o non fare, ma sempre
sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua
libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle; non esercita
ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio, ed alla temporale
sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l'onestà, chi si
attiene al vizio ed abbandona la virtù.... La forma di governo
democratico adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in
opposizione colle massime fin qui esposte, nè ripugna al vangelo: esige
anzi tutte quelle sublimi virtù, che non s'imparano che alla scuola di
Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate,
formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra
repubblica».
Fatto poscia un vivo elogio delle virtù degli antichi Romani, il
cardinale passa a dire:
«Se le morali virtù così resero cospicua la latina libertà, con quanta
maggior ragione dobbiamo noi riputar necessaria la virtù nella presente
democrazìa, noi, che non viviamo invescati dal lezzo, e dall'ambizione
di sognar deità, noi che santificò il Verbo di Dio fatto uomo.... Le
morali virtù, che non sono poi altro, che l'ordine dell'amore, ci
faranno buoni democratici, ma di una democrazìa retta, e che altro non
cura, che la comune felicità, lontana dagli odj, dall'infedeltà,
dall'ambizione, dall'arrogarsi gli altrui diritti, e dal mancare ai
propri doveri. Quindi ci conserveranno l'uguaglianza intesa nel suo
retto significato, la quale dimostrando, che la legge si estende a tutti
gl'individui della società e nel diriggergli, e nel proteggergli, e nel
punirgli, ci dimostra ancora in faccia alla legge divina ed umana, quale
proporzione debba tenere ogni individuo nella democrazìa tanto rapporto
a Dio, quanto rapporto a se stesso ed ai suoi simili.
«Ma i perfetti doveri dell'uomo non si possono compire nella sola virtù
morale, e l'uguaglianza, che fa l'armonia e il bene della società,
desidera altre molle per la sua sussistenza, e per la sua perfezione. Il
Vangelo di Gesù Cristo ci fu dato come un complesso di leggi, onde
rendere gli uomini veramente perfetti anche in società, onde sistemare
quell'uguaglianza che ci faccia felici nel presente giro dei giorni
mortali, e più felici nell'aspettata eternità. La storia della filosofia
ci dimostra la mancanza di tal progetto, la storia del Vangelo ce ne
dimostra l'esecuzione e il compimento....
«Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni
degli apostoli, e dei gran filosofi padri, e dottori cristiani a
conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato
democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di
prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi, e
con Gesù Cristo.... Il luminoso oggetto della nostra democrazìa
dev'essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di
cuori, di forze fisiche e morali, onde ne derivi una soave fratellanza
nella società....
«Eccovi, o dilettissimi fratelli, uno sparuto abbozzo degli evangelici
dettami. Vedete ivi quale possanza, qual influsso risplenda per la
massima virtù dell'uomo, per la civile uguaglianza, per la regolata
libertà, per quell'unione insomma d'amore e di tranquillità, che fa la
sussistenza, e l'onore della democrazìa. Forse per la durevole felicità
degli altri governi basterà una virtù comune, ma nella democrazìa
studiatevi di essere della massima possibile virtù, e sarete i veri
democratici: studiate, ed eseguite il Vangelo, e sarete la gioja della
repubblica;... la religione cattolica sia l'oggetto più prezioso del
vostro cuore, della vostra divozione, e di ogni altro vostro sentimento.
Non crediate, che ella si opponga alla forma del governo democratico. In
questo stato vivendo uniti al vostro divin Salvatore, potete concepire
una giusta fiducia dell'eterna salute, potete operare la felicità
temporale di voi stessi, e dei vostri simili, e procurare la gloria
della repubblica e delle autorità constituite.... Sì, miei cari
fratelli, siate buoni cristiani, e sarete ottimi democratici».
Queste parole con tanta soavità dette da un uomo così eminente per
dignità, e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli
spiriti, raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la
riconoscessero in solenne modo, come potentato Europeo. Vi si adoperava
Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la
creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero stato. In
questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era
che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la
chiamavano.
A questo fine mandava il direttorio Cisalpino per suo ambasciadore a
Parigi un Visconti, che stato prima uno dell'amministrazione generale di
Lombardia, ed amato da Buonaparte, ma stimato da lui troppo vivo nelle
opinioni dei tempi, non era stato eletto fra i quinqueviri, nè fra i
magistrati subalterni; pure pareva, che in grado privato più non potesse
vivere.