Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso, e per temperare un
furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito
al pentimento, e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese
a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si
armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto,
feroce per l'esecuzione: perchè i contadini, gente ignorante e fanatica,
commettevano enormità degne di eterne lagrime, non portando più rispetto
agli aristocrati che ai democrati, nè più ai nobili che ai plebei.
Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Pure da questo
editto conseguiva il governo gran parte dell'intento; perchè i novatori,
interrotte le strade, non potevano più nè accordarsi, nè accorrere gli
uni in ajuto degli altri.
Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si
allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto
sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona,
e fra le altre, che nissuno potesse negar grano, o qualunque biada al
pubblico, ove le volesse comprare al prezzo comune: ancora, che gli
affitti dei terreni coltivati a riso le diecimila lire, que' dei terreni
coltivati a grano e ad altre biade, le cinquemila non potessero passare;
il qual consiglio era diretto ad impedire i monopolj, fonti di caro nei
viveri, di sdegno nei popoli.
Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il
disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze, e della
cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli
uni e le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del
Piemonte. Si sforzava il governo, premendo tanto i tempi, a rimediare ad
un pregiudizio sì grave con obbligare, insino alla somma di cento
milioni, con pubblico editto ai possessori dei biglietti, per sicurezza
del loro credito, i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e
Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i
benefizj vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie,
diminuiva, poco dopo, il valore della moneta erosa ed erosomista, e al
tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta
milioni sul clero; sopprimeva, pure con autorità del pontefice, i
piccoli conventi, e le chiese collegiali. Ordinava inoltre, che si
esponessero all'asta pubblica le abbazìe, ed altri benefizj di patronato
regio, e che i fondi di commercio pagassero il dieci per centinajo, gli
stabili il quattro. Poi la tassa sul clero, insolito a portar i carichi
dello stato, non riscuotendosi, ordinava che la sesta parte dei beni
ecclesiastici e militari forzatamente si vendesse. Dai rimedj stessi si
può argomentare della grandezza del male. Pure pochi credevano, che
fossero per bastare, e forse nemmeno quelli che gli usavano.
Miravano questi provvedimenti alle rendite dello stato, ed al far
tollerabile il vitto del popolo; altri se ne facevano per mansuefar le
opinioni, buoni in se perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori
a niuna cosa, che venisse dal re, volevano star contenti. Toglieva il re
con nuovo editto a' nobili la facoltà che avevano di nominare i giudici
delle terre, e voleva che le spese dei processi criminali, che prima
delle sentenze erano a carico loro, abuso enormissimo, si addossassero
alle finanze. Statuiva ancora, che le bandite, ed i forni costretti
fossero, ed intendessersi soppressi, e così ancora fossero, ed
intendessersi soppresse le primogeniture ed i fidecommissi, e che i beni
feudatarj si convertissero in allodiali, e si soggettassero alle tasse.
Creava infine nuovi luoghi di monti, volendo che in loro si potessero
investire i biglietti di credito, e la moneta erosomista.
Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo stato che
pericolava. Ma due rimedj assai più efficaci di questi gli apprestava il
cielo, che per istrano destino voleva che la monarchìa Piemontese non
cadesse, se non dopo che avesse pruovato tutte le amarezze di una lunga
e penosa agonìa. Fu il primo l'ajuto dei propri soldati, l'altro
l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo, e
condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì,
Fossano, e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano,
Moretta, ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al
consueto dominio, e già non si aveva più timore, che le valli di
Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche
sospetto, tumultuassero, solo alcune teste di novatori più ostinati o
più coraggiosi, facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro
intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San
Marsano mandato a Milano ad implorare ajuto alle cose pericolanti, e che
a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Recavano le
Buonapartiane lettere, che la repubblica di Francia, era
soddisfattissima del governo del re, che non solamente non doveva sua
maestà aver timore della Francia, ma che il generalissimo era parato a
fare quanto sapesse desiderare per assicurarla, e per restituir la
quiete ad una corte, che aveva dato testimonianze vere de' suoi buoni
sentimenti verso la Francia; che alcun pensiero non aveva di mandar in
Piemonte la legione Lombarda, di cui il re temeva per esservi dentro
molti novatori Piemontesi, e che si mostrava incitatrice a cose nuove;
che solo aveva in animo di mandar un battaglione Polacco, ma che neanco
questo manderebbe, se al re dispiacesse; che già quel Ranza, promovitore
di scandali in Piemonte coi suoi scritti, aveva fatto arrestare; che
finalmente era desideroso di testimoniare a sua maestà l'amicizia, che
la repubblica di Francia aveva per lei, ed il desiderio suo proprio in
contribuire che ella vivesse contenta e felice. Così Buonaparte diede
volentieri al re di Sardegna quel sussidio, che con pretesti vani aveva
ostinatamente negato a Venezia. Della quale differenza la cagione sia
manifesta a chi si farà a considerare le cose da noi fin qui raccontate.
Qual fosse l'amicizia della repubblica di Francia verso il re di
Sardegna, di sopra si è veduto, e si vedrà anche maggiormente in
appresso. Quanto all'ufficio di Buonaparte, era buono e lodevole, e
sarebbe stato anche più, se prima che entrasse in Piemonte, e dopo che
vi era entrato, non avesse, secondando le intenzioni del direttorio, con
parole ed esortazioni efficacissime stimolato i democrati a muoversi, ed
a far rivoltar lo stato, mostrando anche loro lettere di un quinqueviro
che risolutamente affermavano, non essere mai la repubblica di Francia
per far la pace col re, ed anzi essere intenzione di lei di torgli lo
stato. Queste furono le parole del generalissimo, questi gli scritti del
quinqueviro: per le une e per gli altri avevano dato i democrati
Piemontesi il denaro loro al capitano di Francia per ajutare il suo
ingresso in Piemonte, ed ei se lo aveva preso, e ne aveva fornito i
soldati delle cose più necessarie. Intanto le lettere di Buonaparte
partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai
soldati regj, ed ora caduti dalle speranze degli ajuti di Francia,
posarono intieramente. Domati i democrati, si faceva passo dalle
battaglie ai supplizj: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì
frequenti, che parevano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici
si prendeva l'estremo supplizio a Biella; un abbate Boffa fu del numero;
di più di trenta in Asti, degli avvocati Testa, ed Arò, dei fratelli
Berruti, e di un Celotto di men chiaro nome; nè Moncalieri stava senza
sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a
Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di
Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi
fra i giustiziati un giovane Goveano di natali onesti, ed apparentato
con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato,
anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu, che il
re avendo ordinato, che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero
i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono.
Affermavano in contrario i difensori del giudizio, che Goveano, non per
delitti politici, ma per comuni era stato condannato dal consiglio di
guerra. Ma questi delitti comuni, alla realtà dei quali da una parte
ripugna la natura onesta del giovane, dall'altra dà fede l'autorità di
una sentenza, in occasione dei delitti politici, e per loro erano nati,
e con loro talmente mescolati, che meramente politici e formanti con
essi un medesimo corpo avrebbero dovuto stimarsi da chi avesse più
mirato ad una giusta sopportazione, che al rigore; e le perdonanze si
debbono piuttosto allargare che restrignere. Certamente il fatto di
Goveano portò con se un gran terrore, ed una gran compassione, e la fede
molto meglio si sarebbe serbata, se si fosse perdonato a Goveano;
imperciocchè tra delitti politici e non politici commessi a Racconigi,
non si era fatta distinzione nell'editto del perdono, e l'infelice
giovane già ridottosi in Francia sui primi fervori, si era, per sua
fidanza nelle reali parole, restituito nella sua patria. Certo fu
Goveano colpevole di grandi enormità contro lo stato, poichè era stato
capo di ribelli; ma la fede di un monarca debb'esser più forte di
qualunque reato. Il peggio che si potesse giustamente fargli, era,
poichè sulla fede del re era venuto, che sulla fede medesima là fosse,
dond'era venuto, ricondotto. A Chieri le palle soldatesche ammazzarono
venti persone in un giorno; l'avvocato Roccavilla fu fatto passar per
l'armi a Saluzzo, l'avvocato Fuggiani a Moncalieri. Tanti supplizj
frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire;
avrebbero raffermo uno stato intatto, indebolivano uno stato scosso,
insidiato, e circondato da ogni parte da esempj pestiferi.
La moltiplicità dei supplizj non isvolgeva gli animi dall'infelice
Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le
dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui.
Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. Pareva a tutti,
essendo i soldati fedeli, incredibile che due giovani, se non fossero
del tutto scemi, avessero concetto il disegno d'impadronirsi, come
n'erano imputati, nella capitale stessa del regno delle armerìe reali e
della cittadella. S'offerivano testimonj pronti al carcere per le
difese, insistevano per pruovare, essere impossibile il delitto. Non
furono ammessi, perchè si sospettava, che i testimonj amassero meglio
servire alle amicizie ed alle opinioni, che alla verità. Pure
quell'avere negato le difese parve a tutti, se non se agli arrabbiati,
ed era veramente cosa incomportabile. Fu il condannar più crudele per
l'occasione offerta di salvar un giovane, al quale tutti inclinavano con
amor singolare. Castellengo fra i giudici, Priocca fra i ministri
opinavano per la mansuetudine, il primo, perchè gli pareva che il sangue
di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche
per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte:
ambidue giustiziati sugli spaldi della cittadella. Leggo nei ricordi dei
tempi, che il conte di Sant'Andrea, governatore di Torino, pascesse da
una casa vicina la sua vista del giovane moriente: il che, non avendone
certezza, lascio in dubbio. Se non fosse dei tempi, affermerei esser
falso, perchè Sant'Andrea non era uomo di desiderj immani. Bene fu vero,
che alcune dame e cavalieri, a tanto di durezza conducono le civil
discordie, si lasciarono trasportare al volersi godere un piacer tanto
crudo. La morte del Boyer contristava tutta la città, e la rendeva
attonita e paventosa lungo tempo.
LIBRO DUODECIMO
SOMMARIO
Pensieri di Buonaparte. Parti ed illusioni in Milano.
Creazione della repubblica Cisalpina. Società di pubblica
instruzione, e discorsi che vi si fanno. Il generalissimo dà
una constituzione alla Cisalpina. Magnifica festa celebrata
nel campo del Lazzaretto a Milano. Le potenze riconoscono la
nuova repubblica. Omelìa del cardinal Chiaramonti, vescovo
d'Imola, in lode della democrazìa. Visconti, ambasciatore
della Cisalpina a Parigi, suo discorso al direttorio, risposta
del presidente. Ultimo vale di Buonaparte alla Cisalpina.
Cupezze di lui, e come inganna i potenti per arrivare alla
somma dell'autorità in Francia. Trattato di Campoformio.
Miserie d'Italia. Stato di Venezia democratica. Le truppe
dell'imperatore occupano l'Istria, la Dalmazia, e l'Albania
Veneta. Fraudi di Buonaparte per impadronirsi del navilio
Veneziano, e dell'isole del mare Ionio. Spedizione dei
Francesi in Levante. Espilazione, e spoglio dei paesi Veneti.
Festa giojosa ad un tempo, e compassionevole in Venezia.
Congresso in Bassano per la unione delle città Venete,
inutile, e perchè. Brutta proposizione fatta da Buonaparte ai
municipali di Venezia. Generosi sentimenti dei municipali, e
di Villetard, segretario della legazione di Francia; sdegno
barbaro di Buonaparte. Venezia consegnata dai repubblicani
agl'imperiali.
Buonaparte vincitore dell'Italia e dell'Austria, desiderava, che un
testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti,
che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri
fatti, e del suo valore. Quest'era, come abbiam narrato, uno stato
nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine, e della sua
conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del
tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente
all'armi, voleva, che sorgesse in mezzo alle monarchìe d'Italia, e
contro l'imperatore medesimo una repubblica, che fondata sui principj
nuovi, desse loro cagione continua di spavento. Parevagli ancora, che la
fondazione della nuova repubblica avesse, nella opinione dei popoli, a
compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse
cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in tutto questo,
oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso,
in cui per opera o d'altrui, o sua, venisse a mutarsi la forma del
governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla
monarchìa; poichè quel nuovo stato Italiano avrebbe potuto divenire per
esso lui, o asilo, o ricompensa; conciossiachè il tornare al grado
privato stimava contro la fama, ed era certamente contro la natura sua,
checchè in contrario affermasse in certi momenti di dispetto, al
direttorio. I Cincinnati, ed i Washington erano stimati da lui uomini di
bassi pensieri, d'animo poco generoso, siccome quelli i quali
collocavano la patria fuori di loro, ed in altrui, mentr'ei la collocava
tutta in se.
Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben, e dato
ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a
Montebello, donde poteva e vegliar le pratiche della pace, e dar moto
alle faccende Cisalpine. Continuavano nella Cisalpina le provocazioni di
moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano, o palesi nei
giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi Cisalpini di
soldati Piemontesi, Austriaci, Polacchi, Papali, e Napolitani, che nelle
legioni Lombarda e Polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini
mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorte, in cui vivamente
si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i
Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi per la natura tenace, i
secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a
quei tempi in Milano contro i re e contro il papa, sarebbe lunga
faccenda raccontare. Quel Salvadori, ed un Porro che fu poi ministro di
polizia, e morì due anni dopo nella morìa di Nizza, erano i capi delle
arti provocatrici, e stimolavano scrittori, che anche senza stimolo
andavano volentieri a questo cammino. Fra i giornali Italiani il
_Termometro politico_ era il primo, e ciò, ch'ei scrisse sulla
rivoluzione di Genova, e su i moti del Piemonte, è fuori d'ogni
moderazione. Diede negli eccessi principalmente quando con
infiammatissime parole esortava, che si gettassero al vento le ceneri
dei reali di Savoja serrate nelle tombe di Superga, con surrogarvi
quelle dei patriotti morti nell'Astigiana rivoluzione. Queste erano
esorbitanze pazze e stravaganti; l'esagerazione stessa serviva di
rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un
ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove
con appositi discorsi si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad
ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano
al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano.
Apparivano, e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo
politico uomini dotti, e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor
essi delle illusioni dei tempi. Piacemi in questo riferire un solo
discorso, poichè l'andar particolarizzando sarebbe troppo lunga
narrazione, e fia quello di un giovane dotto, ed amico sincero di
libertà: aveva egli l'animo buono, e come buono, non sospettava in
altrui quel male che non aveva in se. Esposti prima con molto acume, per
cui massimamente valeva, i modi con cui gli uomini s'aggregano
primitivamente in società, giva per tale forma nella sala della società
della pubblica instruzione la domenica dei sette maggio favellando. «Sì,
popoli della nuova Gallia Cisalpina, voi segnate negli annali del mondo
un'epoca singolare, un'epoca, per cui le città dell'Italia non avranno
più ad invidiare a quelle della Grecia la sorte, che portò nel loro seno
la libertà. Gli Eraclidi, que' barbari di Tessaglia, che si aprirono
strada nel Peloponneso, non scesero già per liberare, ma per ispogliare
ed opprimere i popoli Greci. Forzati questi ad armarsi per resistere al
nemico esterno, poterono bensì rovesciare i troni dei loro re, ma ciò
non seguì che a costo di lunghi e gravi patimenti. Non fu che per la
morte di Xanto e di Codro, che Tebe ed Atene si resero libere. Non fu
che per una serie di eccessivi malori, che tutte le città cospirarono
alla rovina dei despoti, si unirono tutte per sostenersi a vicenda, e
guarentirsi la libertà, e sorse il mal ragionato federalismo della
repubblica Acaica; e non fu che dopo una fatale continuata esperienza,
che le buone leggi comparvero in Sparta, ed Atene; poichè all'epoca
della rivoluzione mancarono di Licurghi, e di Soloni quelle città.
«Ora confronta tu stesso, Insubre popolo, con quella di Grecia la tua
rigenerazione. Quanto è più fortunata, e più lieta! le armate Francesi
non sono già state le orde rapaci degli Eraclidi; non sono già elleno
discese dall'Alpi per devastare le nostre terre, per abbattere le nostre
mura, per distruggerci col ferro e col fuoco. Sono esse comparse nelle
pianure ridenti d'Italia per fraternizzare coi popoli, per rovesciare i
troni dei nostri tiranni, per allontanare da questi lidi i veri
Eraclidi, i barbari del Nord, che non ebbero, e non potranno avere
giammai, nè il diritto di farsi occupatori nostri, nè il merito di
unirsi a noi. La naturale loro posizione, i costumi, le leggi, la
lingua, gli stessi loro ceffi gli divideranno sempre da noi, e gli
conserveranno eterno obietto dell'odio nostro. Noi non siamo stati
sforzati ad armarci, ed a combattere nemmeno contro gli schiavi della
tirannide; i valorosi repubblicani di Francia hanno combattuto, e vinto
per noi. Sulle tracce della constituzione Francese, o per dir meglio,
del codice di natura, noi sapremo meglio forse di Licurgo e di Solone
donarci in breve le nostre leggi. Avremo in appresso noi pure i nostri
Milziadi, i Leonida, i Temistocli, i Cimoni, la gloria dei quali è già
stata oscurata dai capitani Francesi, e sapremo rinnovare noi pure le
già tante volte dalle Franche falangi ripetute giornate di Maratona,
delle Termopili, di Salamina. Più grande di Publicola il condottiere
dell'armata d'Italia ha ben meritato di ottenere fra le tue mura l'onore
del trionfo; ma le tue allegrezze non verran funestate dai funerali di
Bruto; nè tarderanno a sorgere fra' tuoi soldati i Servilj, i Fabricj, i
Papirj, i Scipioni: che più? Le Clelie animose, le ferme Virginie si
moltiplicheranno pure nelle tue donzelle».
Poi questo buon Italiano, descritta la libertà Siciliana data da
Timoleonte, ed esortati gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle
discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o
popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro
Brenno, e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla
libertà, a quella libertà, che, abbandonate le amene sponde del Cefiso e
del Peneo, e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del
Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi e ne' deserti
nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna, e per brillar
con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel
paese, _che Apennin parte, e 'l mar circonda e l'Alpe_».
A queste parole applaudivano romorosamente i buoni Milanesi,
maravigliando, che fra loro avessero a nascere così presto i Temistocli,
i Scipioni, e massimamente le Clelie e le Virginie. Quest'erano appunto
le cose, che, come diceva Buonaparte, il quale aveva il cervello fermo,
mentre girava agli altri, son buone a mettersi nei romanzi.