Queste Piemontesi insinuazioni, che tendevano, secondo il costume dei

tempi, a spodestare altrui, erano astutissime, siccome quelle che sempre

toccavano quel tasto prediletto alle orecchie dei Francesi tanto

desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia, e dell'aumento

della potenza propria. Perciò erano udite volentieri, non già dal

direttorio, sempre invasato da' suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi

stava a lato a lui, e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue

lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male

conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa, che si

facessero ammazzare quaranta mila Francesi per loro; errare il ministro

in pensando, che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo,

come affermava, molle, superstizioso, commediajo, e vile; volere il

ministro, ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli; ma non saperne fare,

non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici

centinaja di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse

città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare, che a far guerra:

il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la

Cisalpina; non permettesse, diceva, che qualche avventuriere, o

fors'anche qualche ministro gli desse a credere, che ottanta mila

Italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti Parigini,

bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'Italiani: se i ministri

Cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse

all'esercito più di quindici centinaja dei loro, e più di due mila

destinati a mantener il buon ordine in Milano, rispondesse loro, che

dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser

buone a dirsi nei caffè, e nei discorsi, ma non ai governi: romanzi

esser quelle, che son buone a dirsi nei manifesti, e nei discorsi

stampati; doversi ai governi parlar di un altro suono, perchè le falsità

gli sviano, e le male strade gli fan rovinare; non l'amore degl'Italiani

per la libertà e per l'equalità aver ajutato i Francesi in Italia, ma sì

la disciplina dell'esercito, il valore dei soldati, il rispetto per la

repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; avere ad

essere un abile legislatore quello, che potesse invogliar dell'armi i

Cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si

ordinerebbe bene la loro repubblica insino a metter su trenta mila

soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di

Svizzeri, ma per allora non vi si potere far su fondamento. Nè maggior

capitale potersi fare dei patrioti Cisalpini e Genovesi doversi aver per

certo, che se i Francesi se ne gissero, il popolo gli ammazzarebbe

tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarj di niun conto sono e Genovesi e

Cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia per avere un

ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza Austriaca, che lo

stringere amicizia col re di Sardegna, e fermare con lui un trattato

d'alleanza.

Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era

negoziato, quando ancora l'imperatore combatteva in Italia, e tuttavia

erano gli eventi della guerra dubbj. Infine era stato concluso il dì

cinque aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella

della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli

erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del

continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra

ad altro principe, che all'imperatore di Germania, ed il re se ne stesse

neutrale con l'Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i

loro stati d'Europa, e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì

esterni che interni, fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli,

quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di

Francia; partecipassero nelle taglie poste sui paesi vinti in

proporzione del numero loro: quelle poste sugli stati del re cessassero;

niuna parte potesse fare accordo col nemico comune, se non comune; si

stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più

possibil fosse, avvantaggiasse, alla pace generale, o del continente le

condizioni del re di Sardegna.

Questo trattato, che prometteva giorni più lieti e più sicuri al

Piemonte, ed avrebbegli anche adotti, se meno perversi fossero stati gli

uomini, o meno avversi i tempi, conteneva una condizione

principalissima, e di tutto momento pel re, e quest'era la guarantigia

degli stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni e gli altri

pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle

cose Milanesi e Genovesi. Debbono i Piemontesi averne una perpetua

gratitudine a Priocca per aver saputo far sorgere di mezzo a tanta

tempesta una speranza così grande di salute; perchè, se il vantaggio

dello avere per ausiliari diecimila Piemontesi non era da sprezzarsi per

la repubblica di Francia, bene era molto maggiore pel sovrano del

Piemonte la stipulata sicurezza degli stati, e per questa parte era il

trattato più glorioso al principe, che alla repubblica. Restava, che i

consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio

l'aveva appruovato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da

parte del governo regio, che desiderava, che la ratificazione fosse

susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse

uscito e condotto in salvo, poi per parte della Francia, perchè a questo

tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la

principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto

contro l'Austria, pareva, che il ratificare, ed il pubblicare il

trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperatore.

Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente

per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e

sospettava, giacchè l'imperatore era stato costretto a chiedere i patti,

che il direttorio si ritirasse da lui, e si stipulassero nei sorti

negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo

esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli

con maggiore sincerità e calore si era gettato alla parte Francese. Per

questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti, e con mezzi

più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse

per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte

con le lettere i tentativi del conte. Badassero bene, scriveva, non

essere punto sicure le cose coll'imperatore; ad ogni momento potersi

rompere la guerra; se non ratificasse al trattato, per questo solo

diventerebbe il re di Sardegna nemico, perchè si persuaderebbe, e con

ragione, che la Francia volesse al tutto la sua rovina; per la medesima

ragione, e dovendo tenere il re in grado di avverso alla Francia,

sarebbe egli, Buonaparte, necessitato a mettere un presidio di due mila

soldati in Cuneo, altrettanti in Tortona, altrettanti in Alessandria;

avere conseguentemente l'esercito ad esser diminuito di sei mila

combattenti necessari a custodire le piazze Piemontesi, e di più, di

altri sei mila necessari a guernire le Milanesi: quest'erano i castelli

di Milano e di Pavia, e la fortezza di Pizzighettone. Per tal modo, se

non si ratificasse per parte della Francia il trattato, si perderebbero

dieci mila Piemontesi, ottimi soldati, e dieci mila Francesi, destinati

a tener sicure le spalle dell'esercito Italico, e ad allontanare

accidenti sinistri in caso di sconfitta. Perchè non voler mandare ad

effetto quello, che si era stipulato? Forse per lo scrupolo di

collegarsi con un re? Essersi bene la Francia collegata coi re di Spagna

e di Prussia. Forse il desiderio di sovvertire il Piemonte? Ma perciò

fare senza strepito, senza mancar di fede al trattato, anche senza

offendere la buona creanza, miglior mezzo essere (quest'era veramente

pensiero Buonapartiano) il mescolare ai soldati di Francia diecimila

soldati Piemontesi, fiore e parte eletta della nazione, e fargli

partecipi delle vittorie Francesi; sei mesi dopo sarebbe il re di

Piemonte detruso dal trono. Stringere la Francia con le sue forti

braccia, qual gigante, e serrare, e soffocare un pigmeo: tal essere la

necessità delle condizioni Piemontesi. Se ciò non s'intendesse,

soggiungeva, non saper che farci, e se alla politica savia e vera, che

si conveniva ad una grande nazione chiamata a gran destino, e che ha a

fronte nemici potentissimi, si sostituissero le ciarle democratiche, non

saper che farci, e niuna cosa potersi fare, che buona fosse.

A queste cose vere, e con sincerità fraudolenta dette da Buonaparte,

rispondeva dal canto suo cose vere, e con sincerità apparente dette,

Carlo Maurizio di Talleyrand: non volere il direttorio ratificare il

trattato concluso col re di Sardegna; implicar contraddizione il far

patti solenni con una monarchia, la di cui prossima distruzione potrebbe

esser l'effetto di quanto la Francia aveva operato in Italia: sarebbene

il direttorio accusato dello stesso procedere machiavellico, col quale

aveva proceduto il re di Prussia verso la Polonia. Di più, il capitolo

del trattato, che più stava a cuore al re di Sardegna, quello essere,

per cui se gli faceva sicurtà del suo regno; ma non potere la Francia

dare ai re questa sicurtà contro i popoli; un tale patto condurrebbe la

Francia a far la guerra a quelli stessi principj pei quali aveva essa

combattuto sino allora, ed ai quali era della maggior parte delle sue

vittorie obbligata; diventerebbe il Piemonte posto tra la Francia e

l'Italia, ambedue libere, quello che il suo destino volesse: ma non

poter altro in ciò fare la Francia, che lasciare andar le cose al loro

naturale corso. Conseguitarne da tutto questo, che l'esercito Italico

non avrebbe i diecimila Piemontesi; ma niuna cosa poter impedire, che

Buonaparte avesse dal Piemonte quanti soldati volesse; non mancarvi

uomini disposti a combattere per la libertà sotto le insegne

Buonapartiane; tutti i novatori, tutti i sovvertitori accorrerebbero,

solo che Buonaparte muovesse la Cisalpina ad arruolargli, a soldargli, a

fornirgli: avrebbesi a questo modo, continuava a dire Talleyrand, il

piccolo esercito, che il re dovrebbe dare in virtù del trattato, e

nissun obbligo si avrebbe ad un principe di casa Borbone (scrivo

Borbone, perchè così trovo scritto). Forse il re medesimo si

compiacerebbe di queste chiamate, siccome di quelle, che lo

libererebbero da gente inquieta e pericolosa: questo consiglio utile

alla Francia ritarderebbe la rivoluzione Piemontese: ma non importare,

sì veramente che la Cisalpina pagasse: pagar già molto la Cisalpina, ma

all'ultimo non esser che denaro: aver bene la Francia comprato la

libertà più caro prezzo.

Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse

mostrate appunto, perchè ei trovasse modo di ammollirle, o che le cose

di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura

coll'Austria, il trattato d'alleanza con la Sardegna era mandato dal

direttorio ai consigli, e questi il ratificarono. Così, rescriveva un

quinqueviro di Parigi a Buonaparte, avrebbe adempiti i suoi desiderj, e

potrebbe stare a sicurtà sulle truppe Sarde; potrebbe mandar ad effetto

i disegni, che sopra di esse aveva concetto, dar loro nuovi ufficiali, e

preparare per tal mezzo quello, che in altro modo bisognerebbe

effettuare, se la pace si facesse; conciossiachè in quest'ultimo caso,

continuava a discorrere il quinqueviro, sarebbe forse incomodo impaccio,

se il governo Francese si trovasse vincolato per una ratificazione, alla

quale avrebbe acconsentito pel solo rispetto della guerra. Quest'era la

lealtà del direttorio nel momento stesso, in cui stringeva, non che

amicizia, alleanza col re di Sardegna. Che fede fosse questa io non lo

so; questo so bene, che non era fede Italica. Da questo si vede, in

quale conto si debbano tenere le protestazioni di lealtà, che in nome

del direttorio andavano facendo, nelle loro allocuzioncelle accademiche,

i suoi ministri in occasione degl'introiti loro ai re d'Italia, e

principalmente a quel di Sardegna.

Mentre così, come abbiam raccontato, il governo repubblicano di Francia

studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra, e

di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia, e pullulati

con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i

frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete,

procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse,

oltre le opinioni dei tempi, le condizioni infelici di quel paese;

imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta moneta, che

scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia

eccessiva, e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami dei

soldati repubblicani o di stanza nel paese, o di passo, le leve di

genti, sì pei regolari che per le milizie molto onerose, l'orgoglioso

procedere dei nobili, certamente intempestivo, stantechè da lui

principalmente nasceva la mala contentezza dei popoli, e contro di loro

specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava

rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i

consigli prudenti dei ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al

conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo, quanto svegliato

d'animo. Amatore del bene solo pel buon ordine, odiatore del male solo

pel mal ordine, indovinava gli uomini, e gli sapeva frenare. Cercatore

di mercati assiduo, esploratore notturno di conventicoli, scopritore

acutissimo di volti infinti, si vedeva che in lui più poteva la natura

che l'arte, ancorachè l'arte potesse moltissimo, e se per debito spiava,

spiava molto più per inclinazione. Della nobiltà non si curava, dei re

poco, della libertà si rideva, della non libertà parimente, i patriotti

perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte, che per opinione.

Insomma ei fu uomo, non dirò già più tristo dei tempi, ma bene tanto

astuto, quanto i tempi avviluppati, e se campo più largo alle abilità

sue avesse avuto, che il Piemonte non era, avrebbe lasciato una gran

pruova di quanto possa a far muover gli uomini a posta d'uomo il

conoscergli. Fu accusato di sangue, di ruberìe, di ricchezze illecite.

Punì qualcheduno, ma sospinto dalla rabbia altrui; fu continente da quel

d'altri, morì coi beni paterni non aumentati. Un Bonino, cameriere del

marchese di Cravanzana, ed un Pasio, materassajo, furono sostenuti, come

di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla

Venerìa a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente,

trovarono nissuno. Si disse, un Santini, spia di Castellengo, avergli

messi su, poi traditi; ma non fu vero, e Castellengo non era uomo da

simili giuochi, non che avesse scrupolo, che veramente non aveva, ma gli

parevano inezie sanguinose per niente. Intanto l'astio delle due parti

vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regj a Novara con lacerar

di forza certe nappe d'oro, che i giovani Novaresi portavano sui

cappelli: fuvvi gran tumulto, e qualche ferita. Tumultuava il popolo a

Fossano, pretendendo il caro dei viveri, e faceva oltraggio alle case

del conte San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usurajo: poi i

sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le

vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di

libertà, preso principio dalla bottega di un panattiere, che non voleva

vender pane. Questi erano cattivi segni di un peggior avvenire; ed

appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il

livore mi caso molto lagrimevole; che un medico Boyer con un compagno

Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso,

e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù, che possono capire in

mortali uomini. Era egli certamente amico di libertà, ma per lei, non

per lui: aveva l'animo innocente, e dell'innocenza prima; il mal fare

odiava più che la morte, ed il mal fare degli altri il muoveva piuttosto

a compassione che a odio; tanto era la natura sua dolce e comportevole.

Amici e nemici piangevano le sue disgrazie. Egli solo, come se l'animo

suo albergasse in altra miglior regione che questa non è, non rimetteva

dalla dolcezza e serenità consuete. Eppure tanto amore lasciava

nell'estremo supplizio!

I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chieri e

Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In

Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè i novatori, prese

improvvisamente le armi, combattevano i soldati regj, che in numero di

mila cinquecento vi stanziavano, e gli facevano prigioni con

insignorirsi intieramente, non solo della città, ma ancora del castello.

Poi chiamavano a libertà le terre vicine, in aiuto i patriotti lontani:

Canale ed Alba romoreggiavano da vicino, Mondovì da lontano. Poco stante

si udiva di nuovi romori a Biella, che oppugnata da una banda di

novatori guidati da un conte Avogadro, e venuti parte da Cambursano e da

Pollone, parte dalla valle di Mosso, fu tosto ridotta in estremo

pericolo; perchè mentre i soldati regj combattevano gli assalitori da

una parte, gli altri sforzavano il comandante ad arrendersi con dare in

mano loro armi, e vettovaglie. Al tempo medesimo nella già tentata

Novara prevalevano i regj, ma fu più insidia che onorevole vittoria;

conciossiachè i soldati a ciò spinti da parecchi ufficiali, andavano

facendo molte grida di libertà per fare scoprir i libertini: un solo fu

colto all'agguato, perchè gridò, e non così tosto ebbe gridato, che

restò ucciso. Nissun altro si scopriva, perchè avevano conosciuto

l'inganno. Ma il moto, come suole avvenire, non poteva terminarsi di

leggieri: i soldati correndo alla scapestrata incominciavano a mettere a

sacco le case di coloro, che erano in voce di desiderar le novità; poi

saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città

non andasse tutta a ruba. Un Seminoli, che fabbricava orologi, un

Martinez gioielliere ne andavano con la peggio. Ho per testimonj uomini

gravi, i quali raccontano, essersi veduto il dì seguente un ufficiale

portar in dito l'anello della moglie del saccheggiato Martinez. La qual

cosa io nè affermo, nè nego; basta bene, che il farlo veramente, ed il

dirlo falsamente erano degni ugualmente di quei tempi.

Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal

popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà,

o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re, o per odio

contro i novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si

faceva sangue, o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino;

ma ottomila fanti, e duemila cavalli chiamati in fretta per sussidio

della regia sede, e posti a campo sullo spaldo della cittadella

minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse

della città regia udirsi un romor confuso d'armi e d'armati: erano i

Moncalieresi, che levatisi a romore, e sovvertita in Moncalieri

l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo di

andar più oltre a tentar Torino. Eransi i Moncalieresi a ciò mossi

principalmente dai romori di Asti e di Carignano, e dalla stretta dei

viveri, parte vera, parte esagerata dagli spaventi popolari, parte con

vivi colori descritta dai novatori, levati a sedizione, e corsi sulla

piazza per cui si ascende al castello, creavano tumultuariamente una

immagine di reggimento popolare, non conoscendo bene nè che cosa si

volessero, nè qual pericolo portassero in tanta vicinanza della sede

della metropoli ottimamente munita d'armi e di munizioni. Sogliono i

popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto

i loro maneggi per tirar le cose a se, ricorrere, e far capo a

personaggi autorevoli per dottrina e per virtù; il che lascia poi la

solita coda dei martirj dei buoni, non solo abbandonati, ma ancora dati

in mano ai persecutori da quei popoli medesimi, che gli avevano fatti

capi delle imprese loro. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo

dottissimo, e tanto buono quanto dotto, dico Carlo Tenivelli, autore

elegante di storie Piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi,

avverso per natura, siccome quegli che Italianissimo era, da quanto

venisse d'oltre Alpi, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non

curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere storie, non

aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si

assomigliassero alle Francesi. Divoto alla casa di Savoja, dedito, anche

con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, a

sognar rivoluzioni. Per me, quando considero la natura sua, e quella del

La Fontaine, celebrato favolatore di Francia, mi pare, che non mai chi

crea tutto, abbia creato due nature tanto l'una all'altra somiglianti,

quanto quelle di Tenivelli e di La Fontaine, solo ed unicamente in ciò

differenziandogli, che l'uno era formato per aver ad essere uno storico

egregio, l'altro un favolatore eccellente. Suonavano l'armi e le grida

tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se

ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i

sollevati avvisandosi, che il buon Tenivelli tornasse in acconcio di ciò

che desideravano, tanto buono egli era, ed alla mano con tutti, lo

andavano a levare di casa, e per forza il portavano in piazza, senza che

egli ancora si avvedesse, che cosa volesse significare tanta novità.

Insomma condottolo sulla piazza, e fattolo montar sulle panche, gli

dicevano: _Fa, Tenivelli un discorso in lode del popolo_, ed egli, che

eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli

dicevano: _Tenivelli tassa le grasce, che son troppo care_, ed ei

tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che mi vien le

lagrime in pensando al fine, che il fato gli apprestava. Tassate le

grasce, ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano,

come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino. Scrivono

alcuni, che Tenivelli gli guidasse, ma non fu vero; e se fosse stato,

sarebbe certamente stato guida poco acconcia, siccome quegli, che mezzo

cieco essendo, appena vedeva lume.

In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava

per la guerra civile, e che il suono dell'armi contrarie si udiva per

fin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo,

scoprendosi in questo, qual differenza sia fra uno stato enervato, qual

era quel di Venezia, uno stato male armato, qual era quel di Genova, ed

uno stato forte e bene armato, qual era quel del Piemonte. Il giorno

stesso, in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re con

un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei

giudici ordinari sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli.

Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di

Moncalieri, il che era più facile, e più pronto per la vicinanza, e pel

gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati,

in ciò insistendo massimamente il conte di Sant'Andrea, recentemente

creato governator di Torino, buon soldato, e che sapeva quanto i buoni

soldati valessero contro i popoli tumultuanti, andassero contro i

ribelli, e gli vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto

delle compagnìe regie, e in poco d'ora si disperdettero; tornava

Moncalieri sotto la consueta divozione.

Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando, che

quel che aveva fatto, fosse male, non che delitto, se ne veniva

quietamente in Torino, e quivi tornava sui soliti studj, come se gli

accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo, o di un altro

secolo. Passava arrivando tra file di soldati minacciosi, che nol

conoscevano, e grande era la sicurtà sua: tanta era in lui l'astrazione

e la fissazione negli studj, tanta la bontà, tanta l'ignoranza degli

affari di questo mondo. Ma gli amici gli dicevano: _Tenivelli, che hai

fatto? o fuggi, o ti nascondi, se no, tu sei morto_. Non la sapeva

capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa

di un soldato Urbano, che faceva professione di libertà; il soldato per

prezzo di trecento lire il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri,

e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non

cambiava nè viso, nè parole. L'innocenza della vita il confortava, non

era coraggio il suo, perchè il coraggio suppone uno sforzo, ma una

mansuetudine, una equalità d'animo, tali che l'aspetto della vicina

morte in modo alcuno non turbava. Introdotti gli amici piangevano, ed ei

gli confortava. Raccoltosi, scriveva una lettera a sua sorella, il suo

unico e diletto figliuolo Carlo, ancor fanciullo, raccomandandole. Poi

con la verità paragonando il fallo che gli era imputato, e che a sì

cruda ed a sì acerba morte il traeva, ed in mente recandosi tutta la

vita sua, e quel che aveva fatto, e quel che aveva scritto, e più ancora

quello che aveva in animo di fare e di scrivere ad onore del re e dei

nobili, ed a gloria di una patria, che già aveva illustrato con gli

scritti ed onorato con le virtù, rimetteva alquanto, in sì estrema

sventura, dalla consueta mansuetudine, e scriveva, un'ora prima che

andasse a morte, un sonetto pieno di spirito poetico, di pietà verso

Dio, di sdegno contro i suoi percussori. Condotto sulla piazza di

Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.

Va, mio maestro, che conforto emmi della tua morte il poter raccontare

ai posteri le tue virtù, e se nell'altra vita conservano le anime presso

il pietoso Iddio memoria, siccome credo, di quanto hanno operato nella

presente, non tu ti pentirai, spero, dello avermi ammaestrato, nè io mi

pentirò dello aver collocato nella più intima, e più ricordevol parte

dell'animo mio i tuoi puri e santi erudimenti; imperciocchè ama il

cielo, e ricompensa così l'amore dei maestri, come la gratitudine dei

discepoli. Tu mi desti più che i parenti miei non mi diedero, poichè non

la vita del corpo, ma quella dell'anima coi civili insegnamenti mi

desti; e morendo ancora per atroce caso, mi mostrasti, come si possa

concludere una innocente vita con una generosa morte. Così e vivendo e

morendo a me fosti di utili precetti, gli uni pur troppo amorevoli, gli

altri pur troppo funesti, fonte, ond'io durante questo mortal corso

apprendessi nella prospera fortuna a temperarmi, nell'avversa a

confortarmi, e se chi leggerà queste mie storie, potrà giudicare, ch'io

non mi sia del tutto indegno discepolo di un tanto maestro, tu ne

goderai nel celeste tuo seggio, ed io mi crederò di non aver impiegato

indarno il tempo e le fatiche mie.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 12 / 22 段