romore di guerra già si faceva sentire dalla Polcevera. Gli abitatori di
questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani, e dalle instigazioni di
alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero, e correvano
contro la capitale. Poi a loro si accostavano non pochi fra coloro, che
avanzati alle stragi di Bisagno, passando per luoghi montuosi, si erano
condotti in Polcevera per ajutare quel secondo moto, che credevano aver
a riuscire a miglior fine che il loro. Il pericolo appariva grave. Già
la moltitudine armata, assai più numerosa di quella dei Bisagnani,
accostatasi, s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della
Sperona, che posto in sito eminente signoreggia Genova, ed è come un
freno parato contro di lei. Poi più avanti procedendo, occupava tutto il
secondo cinto delle mura, restando solo esente la batterìa di San
Benigno. Una prima squadra di soldati Liguri e Francesi mandata in quel
primo tumulto contro di loro, vedutogli bene armati, e bene fortificati,
se ne rimaneva, e tornavasene. Il timore assaliva chi reggeva, pareva
vicina la dedizione; perchè anche dentro, essendovi poco presidio,
principiavano a scoprirsi i segni della sedizione. Mandava il governo
quattro legati ad intendere che cosa volessero, ed a trattar con loro di
un accordo. Vi si arrogevano Gerolamo Durazzo, e Luigi Corvetto,
personaggi di grande autorità presso i Polceveresi. L'arcivescovo
eziandio ad esortazione dei capi dello stato, pubblicava una lettera
pastorale, con la quale spiegava ai popoli, che a niun modo si aveva
intenzione di offendere la religione o di pregiudicare ai preti. Furono
i legati coi deputati eletti dai sollevati, e concludevano un accordo in
tre capitoli, per cui si statuiva, che sarebbe la religione cattolica,
apostolica e romana conservata, che si serberebbero intatti i beni della
chiesa, che si perdonerebbe ogni offesa ai sollevati, che si
rimetterebbero in libertà i carcerati: con questo promettevano i
Polceverini di tornarsene quietamente alle case loro. Presa questa
speranza, cessava il governo ogni apparato di guerra. Ma ecco che dai
più ardenti Polceverini si spargeva, che i giacobini erano gente infida,
e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette.
Novellamente s'inferocivano e prese impetuosamente le armi, assaltavano
il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot,
vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto
tempo di raccorre, e di ordinare tutti i suoi, ajutato fortemente dal
colonnello Seras, soldato molto animoso, traversava la città, e correva
contro la turba degl'insorti. Seguitava una feroce mischia, come di
guerra civile. Combattevano valorosamente Duphot e Seras, vecchi
soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati;
durava quattr'ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i
feriti: superava infine la veterana disciplina: i paesani cacciati dai
posti, voltavano le spalle, e seguitati con molta pressa dai
repubblicani perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano
le carceri di Genova.
La fama della doppia vittoria di Albaro, e di San Benigno, e le forze
mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari, ed in altre
terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o
Monti Liguri, che gli vogliam nominare. Ogni cosa si ricomponeva in
quiete, ma per terrore, non per amore; ma truce e minacciosa, non lieta
e consenziente.
Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio
militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a
giudicare i ribelli. Sette od otto, ma di oscuro nome, dannati a morte,
tignevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi
erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri:
Faipoult avvertiva Buonaparte, che si dannavano soltanto gl'ignobili;
osservava specialmente, che per decreto dei reggitori era stato sospeso
avanti il tribunale militare il processo di un Brignole, figliuolo
dell'ultimo doge, sospetto di qualche accordo coi sollevati. Qualificava
Serra per sospetto di mali pensieri, e di patrocinio verso i rei di non
riconoscere i meriti di Duphot, e d'impedire i fornimenti dei soldati.
Accennava in somma, ch'ei fosse avverso in ogni cosa ai Francesi, e
persuasore, che si andasse grettamente nel pagar le liste di Duphot, e
de' suoi ufficiali per la spedizione contro i ribelli. Chiamavalo uomo
pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in
pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo
col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi
fatti protettori di una parte turbatrice, e pervertitrice di ogni buon
ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse alla travagliata
Genova. Già le mannaje dei sicarj, dicevano, stare sul collo degli
uomini dabbene; già volere Faipoult vietare, che il consiglio militare
termini al più presto i giudizj, acciocchè quell'apparato di terrore
lungo tempo ancora sovrasti così ai buoni, come ai cattivi, e niuno
possa vivere sicuro dopo le calamità recenti; volere Faipoult, che si
tenessero i nobili in carcere, anche innocenti; niun altro mezzo di
salute e di riposo esservi, che quello di mandar via Duphot, e di
contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò
nascerebbero necessariamente la debolezza dello stato, l'anarchia, i
disordini, il sangue. Per tale guisa gli animi s'invelenivano; ed era
vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo, che annullasse
il decreto, pel quale aveva ordinato, che la commissione militare
terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che
i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel
castello di Milano. Il qual ultimo desiderio a me pare, che sappia molto
della natura degl'inquisitori tanto lacerati di Venezia; ma il biasimare
gli altri dei propri difetti fu vizio dell'età.
In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a
cui le turbazioni Genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale
non curandosi nè di governo, nè di Faipoult, nè di preti, nè di frati,
nè di nobili, nè di plebei, nè di patriotti, nè di aristocrati, e solo
alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città, e se ne
faceva padrone.
Intanto i legati accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della
constituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento, e
lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno
degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici
spartimenti, che chiamavano del Centro, di Bisagno, del Golfo Tigulio,
della Cerusa, del Lemmo, dei Monti Liguri orientali, dei Monti Liguri
occidentali, delle Palme, dell'Entella, della Vara, del Letimbro, della
Maremola, della Spezia, del Capo Verde, e della Polcevera; dei
magistrati giudiziali, distrettuali, e municipali si statuisse a modo di
Francia. Era questo un modello tutto Francese. Nè occorreva, stantechè
solo il copiare era permesso, che il signor di Talleyrand, ministro
degli affari esteri in Francia, prendesse cura, come ne aveva il
pensiero di mandare ad insegnar in Italia l'arte dello stato, uomini
politici di grido, e fra gli altri un Beniamino Constant, giovine per
verità di molto ingegno, ma che credeva, la libertà non poter
consistere, che nelle forme di quei tempi. A tanto di umiltà era
condotta l'Italia dal superbo vincitore, che voleva mandare ad
ammaestrarla giovani scrittori, che privi d'esperienza, volevano
applicare certi modelli astratti di fogge politiche ad ogni sorte di
nazioni, non considerando le diversità che sorgono dalla diversità
dell'indole, degli usi, dei costumi, delle opinioni, e delle abitudini.
In somma la Genovese constituzione fu data, non presa. Pure fra le armi
serrate, ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizj popolari.
L'appruovavano centomila voti favorevoli, diciassettemila contrarj.
Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrìe assai.
Nominavansi i due consigli, e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a
questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio
Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Era Corvetto,
siccome Italiano, ingegnoso, e giusto estimatore delle cose del mondo;
il che constituisce la prudenza, fra tutte le virtù più necessaria in
chi è chiamato a governar gli uomini. Era in lui la natura dolcissima,
ma che però non ricusava quanto la sicurezza dello stato richiedesse.
Continente di quel del pubblico, benefico del suo verso gli amici, era
Corvetto uomo piuttosto da essere ricerco nei tempi buoni, che degno di
servire nei tempi tristi. Sul principiare dell'anno seguente prendevano
il magistrato tutti i nuovi ordini, e s'instituiva la constituzione. Poi
partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Sottin. A questo modo
periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa, ed
impaziente, non molle, non umile, non lacrimosa, come la Veneziana. Era
certamente il fato ineluttabile; ma bene è eternamente da piangersi, che
la perdita dell'indipendenza Italiana sia stata aiutata dalle mani
d'uomini Italiani. So, che alcuni dicono, che coloro i quali in queste
faccende si mescolarono, non solo in Genova, ma ancora in tutte le altre
parti d'Italia, rattemperavano con le speranze di un felice avvenire la
tristizia dei fatti presenti; il che è vero, nè io sarò per dannargli
mai; anzi molti fra di loro, i quali puri furono ed innocenti, pregio e
lodo sommamente, e predico, come uomini virtuosissimi e coraggiosissimi,
per non aver disperato della patria in casi tanto luttuosi, e per aver
dato alla salute di lei, per quanta salute potesse essere in sì lontane
e deboli speranze, il riposo loro, le fatiche dei migliori anni, e quel
che più importa, perfino l'illibata fama, corrotta in mezzo a tanto
avviluppamento da schifose calunnie; ma so ancora che non pochi
camminavano con troppo affetto verso i forestieri, e che invece di
obbedir loro con sopportevole dignità, gli ajutavano con eccessiva
condiscendenza.
Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca, e con pochi soldati;
si conservava il Piemonte, perchè povero, e con soldati. Essendo ancora
le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francia l'avere in suo
favore i soldati del re, se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi,
quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne
compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti, ed
allettato dalle adulazioni dei nobili Piemontesi, i quali avevano bene
penetrato la sua natura, e sapevano in qual modo si potesse, non che
mansuefare, inlacciare quel soldato indomito. Pure non era possibile,
che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i
giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in
Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello stato.
Quando prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il
Piemonte, i ministri del re, ed il re medesimo, anteponendo la salute
dello stato all'inclinazione propria posero ogni cura nel nodrire
l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzarono tutti i loro
pensieri. Per questo il duca d'Aosta tratteneva con lettere amichevoli
Buonaparte: per questo si mandavano San Marsano, e Bossi per tenerlo
bene edificato a Milano. Per questo medesimo nell'atto stesso della
tregua di Cherasco, e per averla sborsava il re più di trecento mila
lire. Nè furono vane le pratiche, poichè sussisteva il re, mentre i
vicini rovinavano. La principale difficoltà a superarsi in questa
bisogna, perchè quel, che si era conseguito per un tempo, divenisse
durabile, in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio, che il
re per interesse proprio doveva star aderente alla Francia, e che la
Francia anche per interesse proprio doveva avere per aderente il re.
A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva,
come già abbiam narrato, Carlo Emanuele mandato suo ambasciadore a
Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar
di sotto aveva fra le mani molto denaro, o mandato a Parigi dalla zecca,
o voltato a quella città dai banchieri più ricchi di Torino. Delle quali
cose molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura.
Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti
delle cose Italiane, insisteva e dimostrava che, a volere che la potenza
e l'autorità dell'Austria fossero per sempre allontanate dall'Italia,
desiderio principale della Francia, era necessario contentare il re di
Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma
potente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole,
come d'uomo che parlasse per se, aveva operato, che Francesi dei primi
coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca, e come per
motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al
direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Francesi
che avevano parte nello stato, un ordinamento per l'Italia superiore,
pel quale l'Austria sarebbe stata o esclusa perpetuamente dall'Italia, o
frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. Cedessero
Vintimiglia, la Bordighera, e San Remo col marchesato di Dolceacqua in
potestà della Francia; si avesse il re Finale, Savona, Parma, e
Piacenza; acquistasse la repubblica Ligure Carosio, i feudi imperiali,
Pontremoli e Fivizzano, Pietrasanta, Fordinovo, Massa e Carrara; dessesi
alla repubblica Cisalpina il ducato di Guastalla, al duca di Parma la
Toscana; finalmente il gran duca di Toscana si compensasse con un
elettorato ecclesiastico in Germania. A questo modo, si discorreva, il
dipartimento dell'Alpi Marittime acquisterebbe grandezza, e popolazione
proporzionate a quelle degli altri dipartimenti, e limiti più naturali,
e frontiera assai più facile ad essere difesa: Savona essere il porto
naturale del Piemonte; male aver pensato, e contro natura i Genovesi
nell'avere colmato questo porto; con ciò aver essi fatto pregiudizio al
commercio di tutte le nazioni, massimamente a quel della Francia: se
quel porto si concedesse al Piemonte, potrebbero facilmente il riso, le
canape, e principalmente le sete Piemontesi arrivar per mare a
Marsiglia, e quinci pel Rodano con pochissima spesa a Lione, e si
schiverebbero in tal modo i trasporti sempre costosi, spesso pericolosi
per le Alpi: che se ai casi di guerra si pensasse, potere facilmente
Savona se fosse in mano di uno stato tanto debole, quanto Genova era
veramente, divenir preda dell'Austria ad un primo suo impeto nella
Cisalpina; che se pel contrario al re fosse data, si potrebbe da lui
difendere, e perciò diventerebbe l'antemurale dell'Alpi Marittime con
compire la frontiera militare di Cuneo. Mondovì e Ceva, che nulla poteva
contro la Francia per essere quelle fortezze, una volta inespugnabili,
ora smantellate, ma molto potrebbe per la Francia contro l'Austria, se
questa un dì ritornasse tanto potente in Italia, che facesse suo servo
il re di Sardegna, caso, che la Francia con tutti i suoi pensieri, e con
tutte le sue forze doveva impedire. In questa guisa, compensato il re
delle perdite fatte, quieterebbe l'animo, e tornato potente come prima,
avrebbe un esercito in pace di quarantamila soldati, in guerra di
sessantamila, con questa differenza, che se innanzi dipendeva
dall'Austria, dopo dipenderebbe dalla Francia, e suo necessario naturale
alleato sarebbe, per essere i suoi stati tutti aperti, ed indifesi verso
di lei. Da un altro lato essere la repubblica Cisalpina un composto di
elementi eterogenei, e divisa in parti: la parte Austriaca esservi più
numerosa, e più forte di quella dei patriotti; avere la Cisalpina al suo
governo uomini nuovi e senza energia; senz'armi buone, senza spirito
militare, senza concordia, troppo più debole impedimento, che si
converrebbe, essere contro i pensieri ambiziosi dell'Austria;
pentirebbesi la Francia dello aver indebolito il Piemonte, vera e
naturale difesa, vero cinto esteriore della Francia contro la potenza
dell'Austria. Di ciò far fede Buonaparte medesimo, continuamente
scrivendo che la repubblica Cisalpina non sarebbe in grado di resistere
ad un solo reggimento di cavallerìa Piemontese, e che il re con un solo
de' suoi battaglioni, ed uno de' suoi squadroni era più forte di tutta
la Cisalpina unita.
Nè apparire che cosa importasse l'aggrandire la Cisalpina, perciocchè
più s'accrescono i corpi eterogenei, e maggiori diventano le probabilità
della dissoluzione. Ciò risguardare principalmente gli stati di Parma, i
quali, se si unissero alla Cisalpina, siccome all'unione molto
ripugnanti, altro effetto non partorirebbe che quello di avvantaggiare
le sorti dell'Austria, e preparare la servitù d'Italia sotto il dominio
dell'imperiale scettro di Germania. La libertà d'Italia dover nascere
dall'esclusione degli Austriaci, nemici naturali della Francia, non
dall'indebolire gli stati neutri, ed alleati naturali di lei. Restare
adunque inutile il dare il ducato di Parma alla Cisalpina; doversi dare
a chi non è forte abbastanza per dar timore agli amici della Francia, a
chi è forte abbastanza per farsi portar rispetto; perdere, è vero,
Genova qualche territorio, ma conseguirne altri alla sua integrità
meglio conducenti, ed uscire oltre acciò da ogni servitù imperiale, ed
acquistare titoli più sicuri sui feudi imperiali; non potersi, senza
sollevar tutta Europa, unir Genova alla Cisalpina, non potersi per la
ragione medesima, nè senza pregiudizio degl'interessi commerciali, nè
senza far forza ai limiti naturali unirla alla Francia, quantunque a
questo partito spignessero gli aristocrati scontenti allo essere esclusi
per la nuova costituzione dai primi luoghi dello stato; doversi
pertanto, ove Genova si volesse disfare, darne parte al re di Sardegna,
parte alla Francia, o tutta darla al re, che cederebbe in iscambio alla
Francia l'isola di Sardegna; opportunissima essere al dominio Francese
la Sardegna, ricca per se, ricchissima, se venisse in mano di Francia.
Di nissun momento essere Massa e Carrara alla Cisalpina, per essere
spiaggia importuosa, e solamente povero rifugio di barche pescherecchie,
di grande Guastalla per essere a cavallo del Po, per signoreggiare la
navigazione del fiume, e per far sicura la comunicazione fra le due
parti della repubblica situate sulle due opposte rive; torsele
conseguentemente una misera parte, unita a lei per poca terra, darsele
una parte ricca, opportuna, ed a lei per limiti naturali congiunta;
sottomettere al dominio del duca di Parma la Toscana piacere alla
Spagna, principalmente alla regina, di sangue Parmense. Per esso
pareggiarsi vieppiù la potenza delle due emole prosapie di Parma e di
Napoli, offerirsi alla prima la occasione di riguadagnarsi lo stato dei
Presidj, internati nella Toscana, e sui quali pretendeva Napoli
sovranità; soddisfarsi Madrid delle condizioni stipulate nel trattato
d'alleanza, ed avere perciò la Francia più fondata ragione di richiedere
dal re Carlo, facesse maggiori sforzi, acconsentisse più volentieri ad
ulteriori accordi; quel tumore delle menti Spagnuole avere a compiacersi
di un più alto titolo; e se Roma fosse per cambiar di sovrano, doversi
lei dare piuttosto ad un principe di parte Spagnuola, e per conseguente
unito alla Francia, che al re di Napoli, ed al gran duca di Toscana
tanto congiunti di sangue, o di parentela, o d'opinione colla parte
Austriaca. Ragionavasi ancora, che con questo si verrebbe a torre
all'imperio d'Inghilterra il porto tanto importante di Livorno. Oltre a
tutto ciò toccava il conte Balbo, e chi parlava per lui, che l'avere
l'Austria acquistato il paese Veneto, la faceva più grande in Italia;
essere perciò necessario crearvi nuova potenza contro nuova potenza, con
dare alla repubblica Cisalpina un governo savio e forte, e con
allontanare dall'Italia il principe Austriaco di Toscana, e con
sostituire a lui un principe, che potesse entrar nella lega Italica
destinata a frenare in Italia la potenza dell'imperatore; parere
somigliante al vero, che avessero a sopprimersi in Alemagna gli
elettorati ecclesiastici, e crearsi in luogo loro tre elettorati laici,
dei quali uno sarebbe probabilmente protestante; da ciò ne nascerebbe,
che l'Austria pruoverebbe l'autorità sua diminuita nel corpo Germanico,
e volentieri vedrebbe, che uno degli elettorati nuovi cedesse in capo di
un principe del suo sangue: il quale ordine crescerebbe il numero degli
elettorati insino a nove, come erano innanzi che i due della casa
palatina si riunissero in un solo. Pure per questo non acquisterebbe
l'Austria la pluralità dei voti, che restar doveva in avvenire in favore
della Francia. Meglio ancora sarebbe se l'elettorato di Colonia a questo
ramo d'Austria, cioè al gran duca di Toscana, si concedesse, perciocchè
la Francia avrebbe in tal caso sulla sinistra sponda del Reno un pegno,
che in accidente di guerra potrebbe agevolmente occupare.
L'ambasciadore Piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo
dimostrare, che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il
beneficio di Francia, procedeva più avanti, forse poco prudentemente,
perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte.
Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche Italiane
non potevano di per se stesse sussistere; che la parte dell'Austria vi
era la più forte, ch'essa proromperebbe tostochè i Francesi levassero le
forze loro, che erano il solo freno che la tenesse lontana da quei
paesi: che forse la parte stessa democratica era prezzolata dall'Austria
per impedire, che la Lombardia non fosse data al re di Sardegna; che se
l'Austria conducesse i suoi disegni a compimento, sarebbe il re casso
dal novero delle potenze d'Europa, e la Francia avrebbe, in vece di un
amico fedele e che anche fatto più potente non potrebbe pregiudicarle,
un vicino pericoloso, e nemico naturale del nome Francese. Necessaria
cosa essere adunque, che si compensassero al re le perdite fatte, e che
se gli assicurassero gli stati; il che meglio e più fermamente non si
poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardìa: offerire il re
alla Francia un testimonio irrefragabile della sincerità sua, e della
sua avversione verso il giogo Austriaco in questo, che dappoichè, dopo
gl'inutili tentativi di ben quattro anni, erano i Francesi penetrati in
Piemonte, ed era stato il re liberato dalla dominazione Austriaca, aveva
egli tostamente fatto la risoluzione di gettarsi alla parte Francese, e
presto l'Italia intiera era venuta in potestà loro: se il re non avesse
giudicato conveniente di fidar tutte le cose sue ad un'intima
connessione dei veri e reali interessi della Francia co' suoi, se per
questa ragione non avesse accettato le durissime condizioni, alle quali
fu posto; e se solamente, come poteva, perchè intatte ancora, e fornite
di tutto punto erano, avesse atteso a difendere le sue fortezze, nè
l'abilità, nè la fortuna di Buonaparte, nè il valore de' suoi soldati
sarebbero stati bastanti a fare, che la vittoria alle armi Francesi si
assicurasse; il che esser vero Buonaparte stesso pensava, e l'aveva
affermato più volte.