erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla
novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza, e dal
desiderio di far certe dimostrazioni, che credevano libertà, ed erano
vanità in se, scherno ad una parte dei loro concittadini, imitazione
servile dei forestieri, segni di tirannide, semi di future discordie. Il
popolo stesso, solito a seguitare così il bene come il male ad un posto
segnale, se prima traeva per curiosità, dopo, e visto il giubbilar dei
libertini, incominciava a trarre per allegrezza, ed era uno spettacolo
mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che ancora non
faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. _Viva la libertà, muoja
l'aristocrazìa, viva Francia, viva Buonaparte_, gridavano le Genovesi
voci: gli alberi della libertà non solo sulle piazze e principali
contrade, ma ancora sulle piazzuole e nei vicoli a tutta fretta si
piantavano; i balli, canti, ed i discorsi che si facevano loro intorno,
erano eccessivi. A questo, alcune donne, e non delle infime, certi
berrettini di libertà, che così gli chiamavano, che avevano tessuti
nascostamente, di tre colori nei giorni precedenti, distribuivano in
pubblico, ed i libertini con molto romore se gli appiccavano sul petto.
Le quali cose se abbiano mosso a riso Buonaparte tanto astuto
conoscitore e tanto cupo sprezzatore dell'umana natura, non è da
domandare: godeva in se del compito inganno. Morando era fuori di se
dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del
governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani
predicava, e per gridar forte che facesse il popolo, non gli pareva mai,
che gridasse abbastanza. I nobili o si nascondevano nelle più segrete
case, o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad
un primo trarre, il popolo mosso, e stimolato dai novatori più vivi, gli
avrebbe manomessi. In mezzo a tanto fracasso poteva nascer bene, come
male, ma più facilmente male che bene. I patriotti scrivevano nel gergo
gonfio, servile, e schifoso di quei tempi, che «superbo dei riacquistati
diritti scorreva per le vie il genio della Liguria, e scrivea sulla
fronte ai liberi cittadini la bella immagine di un fortunato avvenire».
Ed ancora: «Oh, sublime maestoso spettacolo d'un popolo intero, che dopo
aver trascorso dei secoli di servitù, curvo, ed umiliato sotto un giogo
di ferro, si leva subitamente ritto sui piedi, e scosso l'infame peso
delle irrugginite catene ne getta i rotti avanzi in faccia ai
detronizzati tiranni!» Così parlavano: Buonaparte ne faceva le risa a
Montebello, e gli chiamava pazzi da legare. Gian Carlo Serra, e suo
fratello Gerolamo, che non erano uomini da riscaldarsi troppo, ed
avevano l'animo piuttosto da storico che da poeta, s'erano lasciati
ancor essi trasportare all'entusiasmo, e scrivevano cose di fuoco a
Buonaparte.
La servile imitazione verso le tragicomedie della rivoluzione Francese
dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo,
i patriotti la guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame
catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazìa. Si
custodiva il libro assai gelosamente in un luogo appartato del palazzo
d'onde non si estraeva se non quando il nome di qualche nuova famiglia,
chiamata a nobiltà, vi si scriveva. La plebe, rotte a forza le porte
dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerìe sulla
piazza dell'acquaverde, e quivi acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida,
e le risa, e gli scherni furono molti. Non pochi, perchè non mancassero
neanche le puerilità, ferivano a punta di bajonetta o di sciabola
l'odiato libro, e con questo si credevano di aver morto l'aristocrazìa:
i circostanti applaudivano. Insomma il popolo mosso, se non fa tragedie,
vuol comedie. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge, e
l'urna, dove s'imborsavano i nomi dei senatori per gli squittinj. Vi si
arrosero altri stemmi gentilizj raccolti a furia di popolo da diversi
luoghi; cose tutte, che si facevano piuttosto per ingiuria di persone,
che per amore di libertà: poi piantavano sulle ceneri delle reliquie
aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi, e le
musiche, e i discorsi andavano al colmo.
Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, anche i carbonari vi si
mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere,
ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle
sue virtù, e de' suoi meriti verso la patria i Genovesi antichi avevano
eretta nella corte del palazzo ducale; e se chi stava dentro a guardia
fosse stato men pronto a serrare le porte contro l'invasata moltitudine,
avrebbe rotto anche le altre statue del Doria, che si vedevano nella
sala del gran consiglio. Che cosa poi pretendessero le ingiurie fatte ai
morti illustri, ed il disprezzo di servigi eminenti fatti alla patria,
ciascuno potrà da per se stesso giudicare, ed erano novatori noti
solamente per parole ed incapricciti di certi governi geometrici non
ancora pruovati, o pruovati soltanto per esilj, per persecuzioni, e per
morti crudeli, che un Andrea Doria oltraggiavano.
Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè sospettando,
che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro, che erano
stati arrestati nei giorni ventidue e ventitrè maggio, vi correvano a
folla, ed avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi
malfattori, contaminando in questo modo il nuovo governo con lo stesso
fatto, col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principj di
libertà, e di stato civile.
Tal era la condizione di Genova, che il governo, composto la maggior
parte di uomini buoni e savj, dipendeva da Buonaparte, anche serviva
alle opinioni dei tempi; dal che nasceva, che voleva ordinare, non la
libertà che si convenisse a Genova, ma quella che era foggiata a modo di
Francia, come se nissun'altra forma buona di vivere libero potesse
essere, se non quella dei forestieri. Era oltre a questo, una parte
assai viva, che chiamavano dei patriotti, la quale non contenta ad un
vivere moderato, avrebbe voluto, piuttosto, credo per imitazione
servile, che per malvagità di natura, ma certamente per pensieri
immoderati, non la forma ordinata in Francia col direttorio, ma la
precedente. Erano costoro intoppo insuperabile ad ogni forma buona,
siccome quelli, che ogni reggimento regolare libero o non libero, ma più
se libero, laceravano con gl'improperj insidiavano con le congiure,
assaltavano con le sollevazioni. Mescolavasi finalmente a questi umori
la parte aristocratica vinta, la quale, impotente a far moto
d'importanza a cagione della forza Francese presente, e del nome di
Buonaparte, teneva non pertanto con le molte sue dipendenze gli animi di
non pochi sospesi, ed avversi allo stato nuovo. Si accostavano a questa
parte i più fra le genti di chiesa, che argomentando, da quello che si
era fatto in Francia, a quello che si farebbe in Genova, o della
religione, o dell'autorità, o dei beni loro temevano.
Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un
manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la
repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegi,
commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento
della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi, e ad
affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi;
allegavano, sperare, potere con l'ajuto divino rendere più felici le
condizioni del popolo, e perchè il popolo potesse giudicare per se del
buon animo loro, promettevano di palesare al pubblico le laboriose loro
occupazioni. Venivano a congratularsi, ed a parlare encomj
dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza
si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varie parti della
dizione Genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il
sentire, che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di se medesimi a
Genova, e mandato deputati. Poi per esser odioso quel nome di feudi, gli
chiamarono Monti Liguri. Erano volentieri accettati nella società
Genovese, lodati, e ringraziati i deputati.
Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso,
perchè i municipj delle metropoli, ad esempio di quello di Parigi,
volevano far a gara, e contrastare di potenza coi governi. I capi
dell'esercito repubblicano, talvolta per capriccio, talvolta per altri
fini più reconditi, soffiavano su di queste faville: semi tutti di
discordia, e di anarchìa. Prendevano i municipali il magistrato il dì
primo di luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti
discorsi. Un prete Cuneo, che procedeva con molto calore in queste
faccende, ed era stato mescolato nei moti precedenti, diceva loro: «Oh,
Bruto, mio caro Bruto, prestami, io te ne prego, prestami per un momento
il tuo pugnale grondante ancora del sangue del tiranno, onde scriver
possa sulle pareti di questa sala, sotto gli occhi del governo
provvisorio, i nomi santi di libertà, e d'uguaglianza». Poscia il prete
lodava i municipali. E' bisognerà bene che i leggitori d'oggidì mi
comportino la libertà di dire tutto quello, che si disse, perchè
l'intento mio è di scrivere storie, non tacere, nè parlare per
adulazione.
L'affare più importante, che si esaminava nelle consulte Genovesi, era
quello di formar il modello della nuova constituzione. Perlocchè,
conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la
congregazione, che questo modello dovesse ordinare. A questo fine si
chiamavano e dalla città, e dalla riviera, e d'oltremonti uomini di
riputato valore. Gottardo Solari, Benedetto Solari vescovo di Noli, Gian
Carlo Serra, Tommaso Langlade, Giuseppe Cavagnaro, Sebastiano Biaggini,
abbate Niccolò Mangini, Leonardo Benza, abbate Giuseppe Levreri, Gian
Battista Rebecco, Filippo Busseti. S'adunavano bene spesso, ma
servilmente procedendo modellavano alla Francese, e secondo i
comandamenti di Buonaparte. Serra s'intendeva col generalissimo, ed
aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti, che
incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo
aristocrata. Pure la sentiva bene e saviamente. Voleva, che non si
offendesse la religione, che si allargasse il senato, come troppo poco
numeroso, che si restringessero i consigli, come troppo numerosi; che
non si perseguitasse nissuno nè in fatti, nè in parole per opinioni
antiche, che gli esagerati si frenassero; che nissun ritrovo pubblico e
politico si tollerasse, salvo il caso, in cui si volesse scuoter gli
animi a congiungere in un sol corpo tutte le parti d'Italia; al quale
fatto come cosa degna del suo gran nome esortava il generalissimo. Ma
non se ne soddisfaceva Buonaparte, nemico, come il direttorio,
dell'unione Italica. Gli piacevano gli altri pensieri di Serra, e come
se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo Genovese. Della qual
cosa molto il lodava Serra stesso, desiderosissimo di scrivere la storia
di Buonaparte; alla quale opera non gli mancava già l'ingegno, che anzi
l'aveva molto capace, ma bene la libertà dell'animo; imperciocchè quella
gloria Buonapartiana gliel'aveva offuscato.
Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva
principio dalla religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma
soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una cosa coll'altra, i
cherici non che gli disingannassero, gli mantenevano nel falso concetto.
Prevalevano i desiderj delle riforme Leopoldine, a ciò stimolando il
Solari, vescovo di Noli, personaggio d'autorità pel grado, per la
dottrina, pei costumi, e molto ardente nelle sentenze Pistojesi.
Comandava il governo, che non fosse lecito ai vescovi di promuovere,
senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che già
suddiaconi, o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato, od
il pretato, e parimente senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o
donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache;
ordinamenti certamente molto prudenti, ma presi in mala parte dai più,
perchè la setta contraria al nuovo stato se ne prevaleva. Poi decretava,
che ogni cherico o regolare, o secolare che si fosse, se forestiero,
dovesse fra certo termine, e con certe condizioni uscire dai territorj.
Parevano questi stanziamenti molto insoliti in tanto e sì lungo dominio
delle potestà ecclesiastiche; ma bene più insolito e più strano appariva
quell'altro precetto, che fu pensiero di Serra, col quale si ordinava,
che uomini deputati dal governo a tempo, e dopo i divini ufficj,
predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non
succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in
altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono
universalmente gli animi religiosi contro questa novità; i nemici dello
stato crescevano: novello argomento, che nelle umane faccende chi vuol
far troppo, fa poco.
Questo quanto alla religione: si moltiplicavano per altre ragioni gli
sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano
mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come
ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano
Rivarola, si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra:
se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco; intanto si
sequestrassero. Il motivo fu, che Rivarola e Spinola, in ciò gittando
grida incredibili i patriotti, erano stimati agenti, e spie della spenta
aristocrazìa; e di più si opponeva loro lo aver fatto stampare per mezzo
di Lacretelle in un giornale di Parigi acerbe invettive contro i fatti
accaduti in Genova nel giorno ventidue di maggio. L'atto rigoroso
offendeva i nobili, vieppiù gli animi s'innasprivano. Questo era
riprensibile, ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui
si ordinava, che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da
Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare
quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a
restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero
i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le
principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i
Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i
Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima.
Decreto fu questo veramente incomportabile, perchè chi aveva fatto, ed
appruovato quella convenzione (perciocchè anche il minor consiglio
l'aveva ratificata) aveva facoltà di farla, e quel far guardar la legge
indietro è cosa contro ogni giustizia, e di pessimo esempio. Tant'è, che
sebbene il decreto sia stato preso tardi, si vociferava nel pubblico,
che si volesse prendere, e gli scapestrati democrati menavano un romore
senza fine, perchè si prendesse. Ciò faceva maggiormente inviperire gli
animi degli scontenti, i quali vedendo di non trovare dopo la mutazione
alcun riposo nè per le sostanze, nè per le persone, pensavano a
vendicarsi, non che si consigliassero di far congiure, e moti popolari,
perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad
arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per
insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era, che Buonaparte aveva
domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era
stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi,
trovandosi ancor debole in quei principj, e non avendo altre radici che
i discorsi vani dei democrati, ed il patrocinio forestiero, andava lento
alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'iniquo balzello.
Genova per tal modo aveva pagato per comperar quiete quattro milioni, ed
aveva trovato sovvertimento: poi si era fatto restituire da uomini
privati i quattro milioni per comperar di nuovo quiete, poichè i primi a
nulla erano valsi. Qual quiete poi si sia comperata questa seconda
volta, diranlo a suo luogo le presenti storie.
A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più
moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente, che
cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei
Barbari le navigazioni dei Genovesi. A questo modo, sclamavano, la nuova
repubblica vive? A questo modo preservano i Francesi Genova? Gonfie
parole, ed esili fatti son dunque tutto, che si è acquistato? Francesi
dentro, Algerini fuori! a che pro servire a Faipoult, a che pro servire
a Buonaparte, se l'Africano ci assassina? Questi discorsi, che toccavano
l'intimo delle sostanze Genovesi a cagione dell'interruzione del
commercio, accrescevano ogni ora più la mala contentezza, e già, come
suol avvenire, tornando indietro col pensiero, desideravano l'antico
stato.
Motivo potente di mal umore era altresì quello, che due generali
Francesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere, e ad ordinare i
soldati, segno certo, essere perita la independenza. Ciò significava
inoltre, che Buonaparte o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava
inabili alle cose militari; dal che nasceva, che chi pensava altamente,
si teneva mal soddisfatto. I nemici degli ordini presenti se ne
prevalevano, mostrando la patria perduta, e serva. Dava maggior forza
alle insinuazioni loro l'essersi udito, che si voleva, si smantellassero
le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'independenza
verso Francia. Vedevano anche levarsi i cannoni dalle porte della
metropoli, il che interpretavano come di voglia di aprir l'adito più
facile, e più sicuro ai forestieri per invadere il cuore stesso della
repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi
dei forestieri. I nobili, i preti, e gli aderenti loro, che non erano
pochi, fomentavano questi mali umori. Nel che tanto più alla sicura si
adoperavano, quanto più si erano dati a credere, avere appoggio nel
grembo stesso dell'autorità suprema; la qual opinione dall'un de' lati
dava loro maggior ardire, dall'altro aumentava la debolezza di chi
reggeva. Erano allora i reggitori divisi in due sette, dell'una delle
quali compariva capo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza, e Carbonara.
Amava Serra un reggimento più stretto, e pendente all'aristocrazìa,
voleva, che meglio si rispettassero i preti, faceva professione di
amatore ardente dell'indipendenza del paese, forse, come affermava la
setta contraria, per ambizione, si mostrava avverso ai patriotti
invasati di pensieri estremi, Faipoult nè corteggiava, nè amava, nè
lodava, voleva tirar a se tutte le affezioni aristocratiche, ed
aggiungervi quelle di una moderata libertà, sopra tutto amava Genova più
che la Francia. Gli avversarj s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni
per ambizione, preferendo il dominare con l'appoggio dei forestieri alla
libertà della patria, altri a buon fine credendo, che, poichè i cieli
avevano destinato che i Francesi divenissero padroni di Genova, miglior
partito era per arrivar a bene il vezzeggiargli, che l'aspreggiarli,
perchè, volere o non volere, i Francesi dominavano. Ma la maggior
dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva
odiosa, dall'altro la rendeva dipendente più che non sarebbe stato
necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi
il chiamavano tiranno, e nuovo duca d'Orleans. Questi semi pestiferi
erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione, e si
apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di
Bisagno, e di Polcevera. Era la cagione, od il pretesto la nuova
constituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come
si era data intenzione, si doveva accettare il dì quattordici settembre.
Per far posar gli animi, annunziavano, essere prorogata l'accettazione,
e si torrebbe quanto potesse offender la coscienza dei fedeli.
In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte
per consultar con lui degli articoli, che avevano fatto adombrare i
popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono, che s'arrestano.
Dava loro l'ultima pinta l'essersi fatti arrestare tanto in città,
quanto nel contado alcuni nobili, che si credevano pericolosi, cinque
Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per
nome e per ricchezze di molta dipendenza. Incominciavano il dì quattro
settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a
martello, i curati esortavano, e guidavano i sollevati, si facevano
adunanze nelle ville dei nobili; poi crescendo il numero ed il furore,
armati di armi diverse, ma con animi concordi fatta una gran massa,
s'incamminavano infuriati verso la capitale. L'accidente portava con se
molto pericolo, perchè si temeva, che avesse corrispondenza viva dentro
le mura; non era tempo da starsi. Duphot con una squadra di Francesi e
di democrati andava loro all'incontro: il principal nervo consisteva
nelle artiglierìe, di cui i sollevati mancavano, ed esse compensavano il
minor numero. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Vi si
perdevano di molte vite da ambe le parti, ma più da quella dei villici,
perchè in loro era minore l'arte delle battaglie, e la scaglia gli
straziava. Pure resistevano lungo tempo con molta rabbia; un frate
Pezzuolo, ed un Marcantonio da Sori, giovane animosissimo, gli
guidavano, ed incoraggivano. Quest'era guerra civile, e della peggiore
spezie, perchè i forestieri vi si mescolavano. Prevalevano finalmente
l'arte e la disciplina contro il numero ed il furore: andavano in fuga i
sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga
crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori,
sanguinosi, e non senza preda.