e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria, e
romore incredibile, essere spenta l'aristocrazìa, Genova libera, i
poveri esenti dai tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi.
Ma ancora temevano le porte in mano del governo, ed i popoli del Bisagno
e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica
repubblica. Però credendo non esser compiuta l'opera, se allo aver
acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte delle
mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci
ed i meglio armati, ad occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna,
le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva loro agevolmente
fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.
Intanto s'era il senato raccolto timoroso, e non pari a tanto estremo.
Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a
Faipoult, perchè lo pregassero, s'interponesse a concordia, ed
offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al
Francese, per essergli aperta l'occasione, e condottosi al senato, con
efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo,
s'accomodassero al secolo, riformassero lo stato, verso gli ordini
democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare.
Stanziavano, poichè oggimai era tolto ogni modo di deliberare sanamente,
si traessero quattro patrizi, i quali convenendo con quattro deputati
del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica
dovesse scendere alla democrazìa. S'eleggevano i patrizi, gli eletti del
popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa dei novatori
infuriata correva al ducale palazzo, e contro di lui piantava un
cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito.
Risuonavano intanto le grida, viva la libertà, morte agli aristocrati;
pareva ormai spenta l'antica repubblica. Trionfavano Vitaliani, Morando,
Doria, nè pareva che vi fosse più rimedio per reprimere la ribellione.
Ma ciò, che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il
faceva il popolo, parte per odio contro i novatori, parte per amore
verso l'antico stato, parte per riverenza alla religione, perchè
temevano lei aversi ad oltraggiare in Genova, come credevano esser stata
oltraggiata in Francia. Si adunava, correndo da ogni lato,
principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari e
facchini massimamente, ed opponendo all'improvviso grida a grida, nappe
a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria, che già pareva
certa. Facevano risuonare per tutta la città voci festose ad un tempo, e
minacciose, gridando viva Maria, viva il principe, viva la religione,
morte ai giacobini, che con questo nome chiamavano i novatori: rizzavano
intanto sui cappelli per nappa una piccola immagine di Maria: per questo
chiamava Buonaparte i preti genovesi vile e scelerata gente. Solo lodava
l'arcivescovo. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che
avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierìe a
cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi
dell'armerìa, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno le
armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte
contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla
repubblica, e fra questi alcuni, che sapevano maneggiar le artiglierìe.
Infelice città, che vedeva rinnovarsi nel suo grembo, le spente da lungo
tempo, e sempre feroci fazioni. Si attaccava una battaglia asprissima,
dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i
fratelli; ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si
udiva da lungi nei più secreti recessi dei liguri Apennini. Traevano le
artiglierìe furiosamente, si mescolava l'archibuserìa; da vicino si
ammazzavano coi ferri, e quando non avevano ferro, con le mani. Maggiore
era la pressa nei luoghi occupati dai libertini, perchè gli avversari,
essendo nella possessione di essi posta tutta l'importanza del fatto,
gli volevano a tutta forza sloggiare, massime alle porte, all'arsenale,
ed al ponte reale, dove Filippo Doria combatteva valorosissimamente.
Durava la battaglia parecchie ore: prevaleva finalmente la parte del
senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli
a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi dai Morandiani, era cagione
che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte
fuggirono, o nelle private case si nascosero: i più animosi ristrettisi
insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva
ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Gli seguitavano i
vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima,
combattendo dall'un de' lati la disperazione, dall'altro il furore, ed
il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i
Morandiani con ferite, e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i
vincitori molta crudeltà, come nelle guerre civili. Il cadavere del
Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti. Nacquero fra
questo sanguinoso scompiglio fatti parte tremendi, parte ridicoli. Uno
schiavo turco, che i novatori avevano liberato, quando si erano
impadroniti della darsena, e condotto con loro, ed ammaestrato a gridar
_viva il popolo_, incontratosi in una folla di carbonari, e non sapendo
più oltre, diede tal grido, e ne fu malconcio orribilmente. Gli dissero,
che bisognava gridar _viva Maria_, ed ei si mise a gridare, _viva
Maria_; ma trovatosi di nuovo fra quel garbuglio in mezzo ad una truppa
di novatori, questi, sentito il _viva Maria_, il maltrattarono per forma
che per poco non l'amazzarono. Il pover uomo tutto pesto, nè sapendo
connettere accidenti tanto strani, andava gridando, che i cristiani
erano diventati matti, ed avea ragione. Perirono in mezzo a quella furia
parecchi Francesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati,
perchè avendo i Morandiani inalberato chi la nappa Francese, chi la
Lombarda, di lontano simile alla Francese, erano tenuti complici, ed
ammazzati dagli avversari tutti coloro che portavano le nappe
tricolorite. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione
per disfar il governo. Del resto i Morandiani fecero da se, e messi su
dai forestieri; i carbonari da se, e solo spinti da odio e da fedeltà:
ma più da odio che da fedeltà: nè nel fatto loro il senato ebbe
ingerenza alcuna, salvato piuttosto dal popolo, che da se. Si vegliava
la notte fra il dolore dei morti, il terrore dei vivi: s'accendevano i
lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari
minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo s'adunava
per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al
popolo, da cui era veduto, e salutato con grandissimi segni di
allegrezza. Faipoult, veduto che la forza dei novatori era stata
indarno, tornava sull'esortare, e più accesamente di prima insisteva
sulla necessità delle riforme.
Si stava intanto per la signorìa in grandissima apprensione del come
l'avrebbe sentita Buonaparte; perciocchè presso a lui stando il dominio
di tutta Italia, a volontà sua vivevano, o morivano gli stati. Gli
scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico,
e di scusa pei Francesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette,
aiutante del generalissimo, risposte funestissime: Buonaparte non era
uomo da non usar bene la occasione; non potere, scriveva, la repubblica
Francese tollerare gli assassinj, e le vie di fatto di ogni sorte
commesse contro i Francesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato
da coloro, che avevano fatto ardere la Modesta, e maltrattare i
cittadini Francesi; se fra ventiquattr'ore i carcerati non si
liberassero, se coloro, che il popolo contro di loro avevano provocato,
non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver
vissuto la Genovese aristocrazìa, e partirsi da Genova il ministro della
repubblica: stare la vita dei senatori per quella dei Francesi in
Genova, tutto lo stato per le proprietà loro. Con queste parole superbe
ed oltraggiose parlava Buonaparte ad un governo venerabile per
l'antichità, e capo di un popolo ingegnoso e forte. Ma i carbonari non
avrebbero uccisi i Francesi, se i Morandiani, il capo dei quali era
stato munito di patente Francese dal ministro di Francia, non avessero
essi primieramente incominciato la ribellione e la uccisione degli
uomini fedeli all'antico stato. Quel ritoccar poi della Modesta in
questo fatto, era cosa del tutto insopportabile. Del resto, tale fu la
forza della verità, che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte,
che il governo Genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si
era potuto, per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di
comandare a coloro, che, non che gli obbedissero, gli comandavano e li
difendevano: che delle uccisioni dei Francesi i patriotti erano stati
cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza
democratica niun Francese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli
avevano messo in pericolo i Francesi; ch'essi avevano fatto oltraggio
alla repubblica Francese per aver usurpato i suoi colori nazionali;
ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato,
infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere. Da tutto questo
si vede, che Genova era del tutto innocente del sangue Francese, e che
la collera di Buonaparte, vera o finta che si fosse, per la morte dei
Francesi, non contro di lei, ma contro quelli che avevano voluto fare la
rivoluzione, avrebbe dovuto sfogarsi.
Quest'era la condizione di Genova. Il senato sbigottito, e servo della
moltitudine, e diviso per le opinioni, perchè la parte Francese, che
desiderava le riforme, aveva acquistato maggior favore per gli accidenti
presenti. Inoltre ei si trovava tra il non poter inveire contro il
popolo, perchè lo avea salvato, ed il dover inveire, perchè gli agenti
del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona
opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree,
oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva
per sospetti. Taccio, che la casa di Morando spogliarono da capo in
fondo; ma già incominciavano a spogliar le case, non solo
degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti; ogni cosa piena di terrore.
Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i
Francesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse, non aver i
Francesi avuto parte nella ribellione. Temendo poi che solo si punissero
gl'infimi assenti, e si salvassero i capi presenti, richiedeva con
imperio insolente dal senato, forse non ricordandosi, o fors'anche
ricordandosi di avere scritto a Buonaparte, che era innocente,
carcerasse, e ad arbitrio di Buonaparte serbasse Francesco Maria
Spinola, Francesco Grimaldi, inquisitori di stato, e Niccolò Cataneo
patrizio, per avere provocato, secondo le allegazioni di Lavallette, in
ogni possibil modo gli atroci fatti contro i Francesi, e per essere
stati autori principali delle risoluzioni prese negli ultimi tempi;
sconce ambagi, che coloro, cui Faipoult aveva dichiarato un giorno prima
innocenti, fossero dichiarati un giorno dopo rei. Certamente erano
Spinola, Grimaldi e Cataneo rei, non d'alcuna morte di Francesi, ma bene
dell'amare la patria loro, e del volerla preservare dalla tirannide
forestiera. Infuriava Lavallette, e secondava Faipoult. Affermava, che i
carbonari erano stati pagati, perchè uccidessero i Francesi, e che i
Francesi per ordine espresso erano stati assassinati. La qual cosa se
fosse tanto vera, quanto è falsa, pruoverebbe, che gl'inquisitori di
Genova fossero piuttosto pazzi, che feroci; perchè in tanta potenza
della Francia in tutta Europa, principalmente in Italia, non si vede che
cosa importasse la morte di cinque o sei Francesi isolati ed inermi, se
non a far sobbissar Genova. Il versar sangue poi solo pel piacere di
versarlo, s'imparava solamente alla scuola di Buonaparte. Orrore,
dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in
prima, poi spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei
della parte Francese, a loro malgrado consentirono.
Dell'altra richiesta dei prigioni fu soddisfatto senza molto contrasto a
Buonaparte; liberavansi i Francesi. Ma più cedeva Genova, e più Faipoult
moltiplicava le domande: ottenuta la libertà dei compatriotti,
addomandava quella dei Lombardi, non per altro venuti, che per
sovvertire lo stato, e presi con le armi in mano mescolati coi ribelli.
Consentiva per forza il senato: portarongli i compagni a trionfo per
quella città, che testè avevano bruttato di sangue. Del disarmamento,
faccenda tanto necessaria, quanto difficile, consentiva facilmente, e
dava anche un premio di due lire a chi portasse le armi all'armerìa del
pubblico. Restava, che a petizione di Faipoult pubblicamente
dichiarasse, non essere stati i Francesi mescolati nella ribellione; al
che non si lasciava piegare. Bene mandava fuori un manifesto esortatorio
ai popoli, acciocchè avessero i Francesi in grado di amici, affermando,
che la salute di Genova dall'amicizia di Francia si poteva solo, ed
unicamente aspettare. La quale esortazione dispiacque oltre modo al
popolo, che soltanto vedeva le trame, e non conosceva il modo di
passarle per la politica.
Il fine principale a cui miravano tante arti, spaventi e minacce, non
era punto nè la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di
pochi magistrati, cose tutte nè stimate da Buonaparte d'importanza, nè
usate se non per mezzi. Bensì ei voleva la mutazione, affinchè dalla
nuova forma fossero esclusi gli amatori dell'indipendenza, e gli
aderenti dell'Austria, ed inclusi i partigiani di Francia. Perlochè,
vintesi dagli agenti del generalissimo le prime domande, insorgevano con
maggior calore, richiedendo il senato, riducesse lo stato a forma più
democratica, e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al
generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava.
Rappresentavano, non altro modo esservi di quietare gli spiriti, se non
quello di chiamare anche i popolari al dominio; considerassero, con
quanta fatica e quanto sangue s'era poc'anzi l'antica forma potuta
conservare, solo perchè non era più consentanea alle opinioni dei più;
doversi dare sfogo a questi nuovi umori, se non si voleva che
inondassero con rovina della repubblica; per questo solo atto
acquisterebbe il senato nella liberata Italia somma autorità, e
loderebbe Milano Genova, quel Milano, che allora la scherniva; con
questo solo atto si renderebbe sicura la integrità della repubblica, che
allora era dubbia; ciò desiderare la repubblica Francese, ciò volere
Buonaparte; ciò fatto, sperimenterebbegli Genova così facili ed
amichevoli, come allora gli trovava ritrosi ed avversi; divenuti essere
odiosi i privilegi; il rinunziarvi, e l'accomunarsi esser da savio,
perciocchè altro non era che perdere una chimera con acquistare una
realtà; parecchie volte aver Genova mutato modo nel corso dei secoli,
ora allargandolo al popolare, ora restrignendolo all'aristocratico
secondo i tempi; che ora tornasse al popolare, essere non solo
necessario, ma ancora non insolito: cedessero adunque, ed in quella sola
risoluzione vedessero la salute della repubblica.
Queste esortazioni fortissime in se stesse, operavano gagliardamente.
Pure trovavano non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano
in quei reggimenti democratici non amore, nè gratitudine per la
rinunziazione dei privilegi, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era
andare dall'aristocrazìa alla democrazìa, ma bensì dal dominio consueto
al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di
Venezia, che già si vedeva passare, pel cambiamento fatto, non alla
libertà ed alla concordia, ma prima alla servitù di una parte, poi alla
servitù forestiera. Così si stava in pendente, e, come accade nei casi
dubbj e pericolosi, si amava lo stare, solo perchè lo stare era
consueto.
Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in
quella occorrenza di suprema, anzi di unica importanza per la patria,
comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la
Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva
eziandìo, che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da
Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a
Serrurier, ove da per se non bastassero. Erasi appresentata alcuni
giorni innanzi alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la
istanza del senato, e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe
lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio
se ne tornasse verso Tolone; del che, qual debole e timoroso, fu poscia
aspramente biasimato da Buonaparte. Sebbene però l'armata Francese si
fosse ritirata, si sapeva, che andava volteggiandosi ora a vista, ed ora
poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dar animo, e fare spalla
facilmente ai novatori della riviera, ed a quei della metropoli. Nè fu
l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella
Polcevera, alcune squadre di soldati Francesi sparsi nella riviera, e la
prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue;
gli abitatori delle ville e delle montagne combattevano acremente i
novatori. Ciò non ostante questi ultimi erano rimasti superiori in
Savona, città principale in quelle piagge, e già in ella, e nel Finale,
e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero, che chiamavano della
libertà. Il senato minacciato da una setta potente nella sua sede
medesima, attorniato da soldati forestieri, lacerato dalla guerra
civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre
parlavano dello sdegno del direttorio, e di Buonaparte, non aveva più
libertà di deliberare.
Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si
riformerebbe lo stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al
popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legali a Buonaparte, con facoltà
di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili
Michel Agnolo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra, i due primi
amatori di un governo popolare più largo, l'ultimo di uno più stretto,
ma uomini tutti di singolare ingegno, ed anche di natura buona e forte,
se fati migliori avessero conceduto, che la bontà e la fortezza
potessero giovare alla patria. Partivano i deputati per Montebello,
alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, alla
volta medesima Faipoult e Lavallette, per informar il generale
dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle
persone, che per gl'interessi di Francia si convenisse introdurre nel
nuovo reggimento.
Il doge, i governatori, ed i procuratori della repubblica avvertivano il
pubblico, mandarsi legati a Buonaparte, perchè ai pericoli esterni, ed
alle turbazioni interne di Genova provvedesse. Lodavano la lealtà di
Faipoult, conforme, dicevano, a quella della gran nazione; sperare, con
l'ajuto della divina provvidenza, poter facilmente compire un'opera
conducente a conservazione della repubblica, ed a contentamento di
tutti, e sulla quale a tempo debito si sarebbe chiamata a consiglio
tutta la nazione: se ne vivessero intanto quieti, esortavano, e non
corrompessero con moti inopportuni una occasione, dalla quale
dipendevano il riposo, e la felicità di tutti.
Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi,
comandandogli, in una faccenda di tanto momento per la repubblica,
s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica, il
meno che fate si potesse, si alterasse, e la integrità dei territorj in
sicuro si ponesse.
Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo, che
padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si
doveva definire il destino di Genova. Combattevano a questo tempo in
Buonaparte due diversi pensieri, la necessità delle cose, e la volontà
di secondare, pe' suoi fini particolari, i desiderj dei principi. Il
primo lo sforzava a far le rivoluzioni, perchè l'operare senza posa era
per lui mezzo di non lasciar illanguidire la fama, che si era
acquistata; il secondo lo spingeva a far sicure le monarchie, a rivoltar
solo le repubbliche, e queste o spegnere, o lasciarle dare nella
democrazìa meno che potesse. Questi consigli operando in lui
efficacemente, erano cagione, che, cambiando gli antichi ordinamenti di
Genova, non gli lasciasse scendere sino alla pura ed inquieta
democrazìa, e che la somma delle cose confidasse, non a gente fanatica e
spaventevole ai re, ma bensì a uomini temperati e savi, che o per
necessità consentivano al cambiamento, o volevano la democrazìa mista e
con leggi, non pura e senza leggi. Questi pensieri consuonavano con
quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitor Buonaparte non era
contrastabile. Per la qual cosa non fu lungo il negoziare, e addì cinque
giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di
Francia, e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si
statuiva, che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la
felicità della medesima, il deposito della sovranità, che gli aveva
confidato; ch'ei riconoscesse, la sovranità stare nell'universalità dei
cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli
rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri;
che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici, e a cui
presiedesse un doge; il doge, ed i senatori dai consigli si eleggessero;
ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni
distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e
così pure le divisioni dei territorj secondo il modello da farsi da una
congregazione a posta si ordinassero, con ciò però, che la religione
cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti del pubblico si
guarentissero; il porto franco, ed il banco di San Giorgio si
conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si
provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si
creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge
presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì
quattordici di giugno. Statuisse delle indennità dei Francesi offesi nei
giorni ventidue e ventitrè maggio; finalmente la repubblica Francese
perdonasse a tutti, che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e
mantenesse l'integrità dei territorj della repubblica Genovese.
Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di
dolci parole, mostrando molta affezione verso la repubblica, e
consigliando, fossero savj, fossero uniti, e non dubitassero della
protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporaneo Giacomo
Brignole, doge, Carlo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gian Carlo Serra,
Francesco Cataneo, Giuseppe Assereto da Rapallo, Stefano Carega, Luca
Gentile, Agostino Pareto, Luigi Corvetto, Francesco Maria Ruzza,
Emanuele Balbi, Gian Battista Durand del porto Maurizio, capitano
Ruffino di Ovada, Agostino Maglione, Gian Antonio Mongiardini, Francesco
Pezzi, Bertuccioni, Gian Battista Rossi, Luigi Lupi, Gian Maria de
Alberti, Bacigalupi, Marco Federici della Spezia.
Quando il generalissimo di Francia creava questa nuova signorìa, aveva
in pensiero, non solamente di dare autorità a uomini prudenti, e lontani
da voglie estreme, ma ancora mescolando uomini di diverse condizioni, di
mostrare che la sovranità non cadeva più in pochi, ma bensì in tutti,
cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molti
umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se
le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla
moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato
aristocrazìa: gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima,
perchè pretendeva parole di amore di patria.