Tornando alle opere Morandiane, fatto i sollevati concorso sulla piazza,

e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria, e

romore incredibile, essere spenta l'aristocrazìa, Genova libera, i

poveri esenti dai tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi.

Ma ancora temevano le porte in mano del governo, ed i popoli del Bisagno

e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica

repubblica. Però credendo non esser compiuta l'opera, se allo aver

acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte delle

mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci

ed i meglio armati, ad occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna,

le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva loro agevolmente

fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.

Intanto s'era il senato raccolto timoroso, e non pari a tanto estremo.

Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a

Faipoult, perchè lo pregassero, s'interponesse a concordia, ed

offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al

Francese, per essergli aperta l'occasione, e condottosi al senato, con

efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo,

s'accomodassero al secolo, riformassero lo stato, verso gli ordini

democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare.

Stanziavano, poichè oggimai era tolto ogni modo di deliberare sanamente,

si traessero quattro patrizi, i quali convenendo con quattro deputati

del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica

dovesse scendere alla democrazìa. S'eleggevano i patrizi, gli eletti del

popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa dei novatori

infuriata correva al ducale palazzo, e contro di lui piantava un

cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito.

Risuonavano intanto le grida, viva la libertà, morte agli aristocrati;

pareva ormai spenta l'antica repubblica. Trionfavano Vitaliani, Morando,

Doria, nè pareva che vi fosse più rimedio per reprimere la ribellione.

Ma ciò, che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il

faceva il popolo, parte per odio contro i novatori, parte per amore

verso l'antico stato, parte per riverenza alla religione, perchè

temevano lei aversi ad oltraggiare in Genova, come credevano esser stata

oltraggiata in Francia. Si adunava, correndo da ogni lato,

principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari e

facchini massimamente, ed opponendo all'improvviso grida a grida, nappe

a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria, che già pareva

certa. Facevano risuonare per tutta la città voci festose ad un tempo, e

minacciose, gridando viva Maria, viva il principe, viva la religione,

morte ai giacobini, che con questo nome chiamavano i novatori: rizzavano

intanto sui cappelli per nappa una piccola immagine di Maria: per questo

chiamava Buonaparte i preti genovesi vile e scelerata gente. Solo lodava

l'arcivescovo. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che

avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierìe a

cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi

dell'armerìa, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno le

armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte

contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla

repubblica, e fra questi alcuni, che sapevano maneggiar le artiglierìe.

Infelice città, che vedeva rinnovarsi nel suo grembo, le spente da lungo

tempo, e sempre feroci fazioni. Si attaccava una battaglia asprissima,

dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i

fratelli; ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si

udiva da lungi nei più secreti recessi dei liguri Apennini. Traevano le

artiglierìe furiosamente, si mescolava l'archibuserìa; da vicino si

ammazzavano coi ferri, e quando non avevano ferro, con le mani. Maggiore

era la pressa nei luoghi occupati dai libertini, perchè gli avversari,

essendo nella possessione di essi posta tutta l'importanza del fatto,

gli volevano a tutta forza sloggiare, massime alle porte, all'arsenale,

ed al ponte reale, dove Filippo Doria combatteva valorosissimamente.

Durava la battaglia parecchie ore: prevaleva finalmente la parte del

senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli

a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi dai Morandiani, era cagione

che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte

fuggirono, o nelle private case si nascosero: i più animosi ristrettisi

insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva

ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Gli seguitavano i

vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima,

combattendo dall'un de' lati la disperazione, dall'altro il furore, ed

il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i

Morandiani con ferite, e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i

vincitori molta crudeltà, come nelle guerre civili. Il cadavere del

Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti. Nacquero fra

questo sanguinoso scompiglio fatti parte tremendi, parte ridicoli. Uno

schiavo turco, che i novatori avevano liberato, quando si erano

impadroniti della darsena, e condotto con loro, ed ammaestrato a gridar

_viva il popolo_, incontratosi in una folla di carbonari, e non sapendo

più oltre, diede tal grido, e ne fu malconcio orribilmente. Gli dissero,

che bisognava gridar _viva Maria_, ed ei si mise a gridare, _viva

Maria_; ma trovatosi di nuovo fra quel garbuglio in mezzo ad una truppa

di novatori, questi, sentito il _viva Maria_, il maltrattarono per forma

che per poco non l'amazzarono. Il pover uomo tutto pesto, nè sapendo

connettere accidenti tanto strani, andava gridando, che i cristiani

erano diventati matti, ed avea ragione. Perirono in mezzo a quella furia

parecchi Francesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati,

perchè avendo i Morandiani inalberato chi la nappa Francese, chi la

Lombarda, di lontano simile alla Francese, erano tenuti complici, ed

ammazzati dagli avversari tutti coloro che portavano le nappe

tricolorite. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione

per disfar il governo. Del resto i Morandiani fecero da se, e messi su

dai forestieri; i carbonari da se, e solo spinti da odio e da fedeltà:

ma più da odio che da fedeltà: nè nel fatto loro il senato ebbe

ingerenza alcuna, salvato piuttosto dal popolo, che da se. Si vegliava

la notte fra il dolore dei morti, il terrore dei vivi: s'accendevano i

lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari

minacciavano. Il senato vincitore per opera altrui, di nuovo s'adunava

per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al

popolo, da cui era veduto, e salutato con grandissimi segni di

allegrezza. Faipoult, veduto che la forza dei novatori era stata

indarno, tornava sull'esortare, e più accesamente di prima insisteva

sulla necessità delle riforme.

Si stava intanto per la signorìa in grandissima apprensione del come

l'avrebbe sentita Buonaparte; perciocchè presso a lui stando il dominio

di tutta Italia, a volontà sua vivevano, o morivano gli stati. Gli

scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico,

e di scusa pei Francesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette,

aiutante del generalissimo, risposte funestissime: Buonaparte non era

uomo da non usar bene la occasione; non potere, scriveva, la repubblica

Francese tollerare gli assassinj, e le vie di fatto di ogni sorte

commesse contro i Francesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato

da coloro, che avevano fatto ardere la Modesta, e maltrattare i

cittadini Francesi; se fra ventiquattr'ore i carcerati non si

liberassero, se coloro, che il popolo contro di loro avevano provocato,

non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver

vissuto la Genovese aristocrazìa, e partirsi da Genova il ministro della

repubblica: stare la vita dei senatori per quella dei Francesi in

Genova, tutto lo stato per le proprietà loro. Con queste parole superbe

ed oltraggiose parlava Buonaparte ad un governo venerabile per

l'antichità, e capo di un popolo ingegnoso e forte. Ma i carbonari non

avrebbero uccisi i Francesi, se i Morandiani, il capo dei quali era

stato munito di patente Francese dal ministro di Francia, non avessero

essi primieramente incominciato la ribellione e la uccisione degli

uomini fedeli all'antico stato. Quel ritoccar poi della Modesta in

questo fatto, era cosa del tutto insopportabile. Del resto, tale fu la

forza della verità, che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte,

che il governo Genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si

era potuto, per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di

comandare a coloro, che, non che gli obbedissero, gli comandavano e li

difendevano: che delle uccisioni dei Francesi i patriotti erano stati

cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza

democratica niun Francese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli

avevano messo in pericolo i Francesi; ch'essi avevano fatto oltraggio

alla repubblica Francese per aver usurpato i suoi colori nazionali;

ch'essi finalmente avevano operato pazzamente per l'impeto sregolato,

infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere. Da tutto questo

si vede, che Genova era del tutto innocente del sangue Francese, e che

la collera di Buonaparte, vera o finta che si fosse, per la morte dei

Francesi, non contro di lei, ma contro quelli che avevano voluto fare la

rivoluzione, avrebbe dovuto sfogarsi.

Quest'era la condizione di Genova. Il senato sbigottito, e servo della

moltitudine, e diviso per le opinioni, perchè la parte Francese, che

desiderava le riforme, aveva acquistato maggior favore per gli accidenti

presenti. Inoltre ei si trovava tra il non poter inveire contro il

popolo, perchè lo avea salvato, ed il dover inveire, perchè gli agenti

del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona

opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree,

oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva

per sospetti. Taccio, che la casa di Morando spogliarono da capo in

fondo; ma già incominciavano a spogliar le case, non solo

degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti; ogni cosa piena di terrore.

Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i

Francesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse, non aver i

Francesi avuto parte nella ribellione. Temendo poi che solo si punissero

gl'infimi assenti, e si salvassero i capi presenti, richiedeva con

imperio insolente dal senato, forse non ricordandosi, o fors'anche

ricordandosi di avere scritto a Buonaparte, che era innocente,

carcerasse, e ad arbitrio di Buonaparte serbasse Francesco Maria

Spinola, Francesco Grimaldi, inquisitori di stato, e Niccolò Cataneo

patrizio, per avere provocato, secondo le allegazioni di Lavallette, in

ogni possibil modo gli atroci fatti contro i Francesi, e per essere

stati autori principali delle risoluzioni prese negli ultimi tempi;

sconce ambagi, che coloro, cui Faipoult aveva dichiarato un giorno prima

innocenti, fossero dichiarati un giorno dopo rei. Certamente erano

Spinola, Grimaldi e Cataneo rei, non d'alcuna morte di Francesi, ma bene

dell'amare la patria loro, e del volerla preservare dalla tirannide

forestiera. Infuriava Lavallette, e secondava Faipoult. Affermava, che i

carbonari erano stati pagati, perchè uccidessero i Francesi, e che i

Francesi per ordine espresso erano stati assassinati. La qual cosa se

fosse tanto vera, quanto è falsa, pruoverebbe, che gl'inquisitori di

Genova fossero piuttosto pazzi, che feroci; perchè in tanta potenza

della Francia in tutta Europa, principalmente in Italia, non si vede che

cosa importasse la morte di cinque o sei Francesi isolati ed inermi, se

non a far sobbissar Genova. Il versar sangue poi solo pel piacere di

versarlo, s'imparava solamente alla scuola di Buonaparte. Orrore,

dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in

prima, poi spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei

della parte Francese, a loro malgrado consentirono.

Dell'altra richiesta dei prigioni fu soddisfatto senza molto contrasto a

Buonaparte; liberavansi i Francesi. Ma più cedeva Genova, e più Faipoult

moltiplicava le domande: ottenuta la libertà dei compatriotti,

addomandava quella dei Lombardi, non per altro venuti, che per

sovvertire lo stato, e presi con le armi in mano mescolati coi ribelli.

Consentiva per forza il senato: portarongli i compagni a trionfo per

quella città, che testè avevano bruttato di sangue. Del disarmamento,

faccenda tanto necessaria, quanto difficile, consentiva facilmente, e

dava anche un premio di due lire a chi portasse le armi all'armerìa del

pubblico. Restava, che a petizione di Faipoult pubblicamente

dichiarasse, non essere stati i Francesi mescolati nella ribellione; al

che non si lasciava piegare. Bene mandava fuori un manifesto esortatorio

ai popoli, acciocchè avessero i Francesi in grado di amici, affermando,

che la salute di Genova dall'amicizia di Francia si poteva solo, ed

unicamente aspettare. La quale esortazione dispiacque oltre modo al

popolo, che soltanto vedeva le trame, e non conosceva il modo di

passarle per la politica.

Il fine principale a cui miravano tante arti, spaventi e minacce, non

era punto nè la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di

pochi magistrati, cose tutte nè stimate da Buonaparte d'importanza, nè

usate se non per mezzi. Bensì ei voleva la mutazione, affinchè dalla

nuova forma fossero esclusi gli amatori dell'indipendenza, e gli

aderenti dell'Austria, ed inclusi i partigiani di Francia. Perlochè,

vintesi dagli agenti del generalissimo le prime domande, insorgevano con

maggior calore, richiedendo il senato, riducesse lo stato a forma più

democratica, e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al

generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava.

Rappresentavano, non altro modo esservi di quietare gli spiriti, se non

quello di chiamare anche i popolari al dominio; considerassero, con

quanta fatica e quanto sangue s'era poc'anzi l'antica forma potuta

conservare, solo perchè non era più consentanea alle opinioni dei più;

doversi dare sfogo a questi nuovi umori, se non si voleva che

inondassero con rovina della repubblica; per questo solo atto

acquisterebbe il senato nella liberata Italia somma autorità, e

loderebbe Milano Genova, quel Milano, che allora la scherniva; con

questo solo atto si renderebbe sicura la integrità della repubblica, che

allora era dubbia; ciò desiderare la repubblica Francese, ciò volere

Buonaparte; ciò fatto, sperimenterebbegli Genova così facili ed

amichevoli, come allora gli trovava ritrosi ed avversi; divenuti essere

odiosi i privilegi; il rinunziarvi, e l'accomunarsi esser da savio,

perciocchè altro non era che perdere una chimera con acquistare una

realtà; parecchie volte aver Genova mutato modo nel corso dei secoli,

ora allargandolo al popolare, ora restrignendolo all'aristocratico

secondo i tempi; che ora tornasse al popolare, essere non solo

necessario, ma ancora non insolito: cedessero adunque, ed in quella sola

risoluzione vedessero la salute della repubblica.

Queste esortazioni fortissime in se stesse, operavano gagliardamente.

Pure trovavano non poca difficoltà; perchè molti dei senatori vedevano

in quei reggimenti democratici non amore, nè gratitudine per la

rinunziazione dei privilegi, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era

andare dall'aristocrazìa alla democrazìa, ma bensì dal dominio consueto

al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di

Venezia, che già si vedeva passare, pel cambiamento fatto, non alla

libertà ed alla concordia, ma prima alla servitù di una parte, poi alla

servitù forestiera. Così si stava in pendente, e, come accade nei casi

dubbj e pericolosi, si amava lo stare, solo perchè lo stare era

consueto.

Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in

quella occorrenza di suprema, anzi di unica importanza per la patria,

comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la

Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva

eziandìo, che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da

Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a

Serrurier, ove da per se non bastassero. Erasi appresentata alcuni

giorni innanzi alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la

istanza del senato, e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe

lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio

se ne tornasse verso Tolone; del che, qual debole e timoroso, fu poscia

aspramente biasimato da Buonaparte. Sebbene però l'armata Francese si

fosse ritirata, si sapeva, che andava volteggiandosi ora a vista, ed ora

poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dar animo, e fare spalla

facilmente ai novatori della riviera, ed a quei della metropoli. Nè fu

l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella

Polcevera, alcune squadre di soldati Francesi sparsi nella riviera, e la

prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue;

gli abitatori delle ville e delle montagne combattevano acremente i

novatori. Ciò non ostante questi ultimi erano rimasti superiori in

Savona, città principale in quelle piagge, e già in ella, e nel Finale,

e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero, che chiamavano della

libertà. Il senato minacciato da una setta potente nella sua sede

medesima, attorniato da soldati forestieri, lacerato dalla guerra

civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre

parlavano dello sdegno del direttorio, e di Buonaparte, non aveva più

libertà di deliberare.

Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si

riformerebbe lo stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al

popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legali a Buonaparte, con facoltà

di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili

Michel Agnolo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra, i due primi

amatori di un governo popolare più largo, l'ultimo di uno più stretto,

ma uomini tutti di singolare ingegno, ed anche di natura buona e forte,

se fati migliori avessero conceduto, che la bontà e la fortezza

potessero giovare alla patria. Partivano i deputati per Montebello,

alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, alla

volta medesima Faipoult e Lavallette, per informar il generale

dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle

persone, che per gl'interessi di Francia si convenisse introdurre nel

nuovo reggimento.

Il doge, i governatori, ed i procuratori della repubblica avvertivano il

pubblico, mandarsi legati a Buonaparte, perchè ai pericoli esterni, ed

alle turbazioni interne di Genova provvedesse. Lodavano la lealtà di

Faipoult, conforme, dicevano, a quella della gran nazione; sperare, con

l'ajuto della divina provvidenza, poter facilmente compire un'opera

conducente a conservazione della repubblica, ed a contentamento di

tutti, e sulla quale a tempo debito si sarebbe chiamata a consiglio

tutta la nazione: se ne vivessero intanto quieti, esortavano, e non

corrompessero con moti inopportuni una occasione, dalla quale

dipendevano il riposo, e la felicità di tutti.

Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi,

comandandogli, in una faccenda di tanto momento per la repubblica,

s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica, il

meno che fate si potesse, si alterasse, e la integrità dei territorj in

sicuro si ponesse.

Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo, che

padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si

doveva definire il destino di Genova. Combattevano a questo tempo in

Buonaparte due diversi pensieri, la necessità delle cose, e la volontà

di secondare, pe' suoi fini particolari, i desiderj dei principi. Il

primo lo sforzava a far le rivoluzioni, perchè l'operare senza posa era

per lui mezzo di non lasciar illanguidire la fama, che si era

acquistata; il secondo lo spingeva a far sicure le monarchie, a rivoltar

solo le repubbliche, e queste o spegnere, o lasciarle dare nella

democrazìa meno che potesse. Questi consigli operando in lui

efficacemente, erano cagione, che, cambiando gli antichi ordinamenti di

Genova, non gli lasciasse scendere sino alla pura ed inquieta

democrazìa, e che la somma delle cose confidasse, non a gente fanatica e

spaventevole ai re, ma bensì a uomini temperati e savi, che o per

necessità consentivano al cambiamento, o volevano la democrazìa mista e

con leggi, non pura e senza leggi. Questi pensieri consuonavano con

quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitor Buonaparte non era

contrastabile. Per la qual cosa non fu lungo il negoziare, e addì cinque

giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di

Francia, e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si

statuiva, che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la

felicità della medesima, il deposito della sovranità, che gli aveva

confidato; ch'ei riconoscesse, la sovranità stare nell'universalità dei

cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli

rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri;

che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici, e a cui

presiedesse un doge; il doge, ed i senatori dai consigli si eleggessero;

ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni

distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e

così pure le divisioni dei territorj secondo il modello da farsi da una

congregazione a posta si ordinassero, con ciò però, che la religione

cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti del pubblico si

guarentissero; il porto franco, ed il banco di San Giorgio si

conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si

provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si

creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge

presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì

quattordici di giugno. Statuisse delle indennità dei Francesi offesi nei

giorni ventidue e ventitrè maggio; finalmente la repubblica Francese

perdonasse a tutti, che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e

mantenesse l'integrità dei territorj della repubblica Genovese.

Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di

dolci parole, mostrando molta affezione verso la repubblica, e

consigliando, fossero savj, fossero uniti, e non dubitassero della

protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporaneo Giacomo

Brignole, doge, Carlo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gian Carlo Serra,

Francesco Cataneo, Giuseppe Assereto da Rapallo, Stefano Carega, Luca

Gentile, Agostino Pareto, Luigi Corvetto, Francesco Maria Ruzza,

Emanuele Balbi, Gian Battista Durand del porto Maurizio, capitano

Ruffino di Ovada, Agostino Maglione, Gian Antonio Mongiardini, Francesco

Pezzi, Bertuccioni, Gian Battista Rossi, Luigi Lupi, Gian Maria de

Alberti, Bacigalupi, Marco Federici della Spezia.

Quando il generalissimo di Francia creava questa nuova signorìa, aveva

in pensiero, non solamente di dare autorità a uomini prudenti, e lontani

da voglie estreme, ma ancora mescolando uomini di diverse condizioni, di

mostrare che la sovranità non cadeva più in pochi, ma bensì in tutti,

cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molti

umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se

le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla

moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato

aristocrazìa: gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima,

perchè pretendeva parole di amore di patria.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 9 / 22 段