Orava il doge pallido, e tremante sui pericoli presenti: parlava delle

congiure, dei desiderj di Buonaparte, dell'inutile resistenza e delle

promesse date, se si riformasse: proponeva infine il governo

rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi

improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa, e per forma

di saluto nell'atto del partire degli Schiavoni, che nel sottoposto

canale s'imbarcavano; rispondevano, ugualmente per festa, e per forma di

saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a san Zaccaria. Un subito

spavento prendeva gli adunati padri; credettero, che fossero i

congiurati intenti ad ammazzare il doge, e tutto il ceto patrizio,

siccome n'era corsa la fama per le congiure; si aggiravano per la sala

privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente, e con gran pressa,

_parte parte_, che in lingua Veneziana significava, _squittinisi,

squittinisi_. Posto il partito, si vinceva con cinquecento dodici voti

favorevoli, venti contrari, cinque non sinceri. A fine di preservare

incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite, e le sostanze degli

amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente

pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede, che fossero i giusti

riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello

stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse

guarentita, conforme ai partiti già presi il primo, e quarto giorno di

maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo,

purchè a questo fossero conformi i desiderj del generalissimo di

Francia; ed importando, che in nissun momento senza tutela la patria

comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo

modo i patrizi Veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono,

non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi

d'oscuro nome, ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi

perirono, ma per insidie; non per imprudenza animosa, ma per imprudenza

debole; non per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di un amico

disleale. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e

morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta, nè

ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo stato per virtù

soperchiata, perchè coraggio non mostrarono, e la cautela fu vizio.

Epperò, se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la

biasimarono per la debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente

esempio terribile fu, e di funestissimi presagi pieno, quel tradire gli

stati per prepararne la rapina. Il lagrimevole caso di Venezia turbò

tutto il gius pubblico d'Europa, e fu peggiore di quel di Polonia,

perchè in questo fu più violenza che fraude, in quello più fraude che

violenza. I popoli presteranno difficilmente fede ai principi, quando ei

dicono di essere i restitutori dei dritti, e degli stati legittimi, se

prima non restituiscono Venezia. Forse alcuno dirà, che conviene

all'Austria l'avere Venezia, ed al re dei Paesi Bassi l'avere il

Brabante Austriaco: a questo sto cheto. Quanto all'Italia, perì con

Venezia il principale fondamento della sua indipendenza, ed il più forte

propugnacolo contro la potenza Alemanna. Era Venezia contro l'Alemagna

quello, che era il re di Sardegna contro la Francia. Quella perì per

fraude, questo per forza: si perdè l'indipendenza, non s'acquistò la

libertà, l'Italia fu serva.

Poichè i patrizi ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità

propria, e di rimettere lo stato nelle mani di Buonaparte, tale un

timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini dei

loro forti antenati, e di quanto fu da essi fatto di grande, e di

glorioso sì in pace che in guerra, che non sapendo più nè dove

restassero, nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti, ad ogni

affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del

doge, che tutto smarrito aveva dato ordine, che di tutti i ducali segni

si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro,

lagrimando, e gridando, _non è più Venezia, non è più san Marco_,

facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che

ancora non ben sapevano, quale e quanta sciagura sovrastasse alla patria

loro. I novatori, che pensavano, essere avvenuto quello che aspettavano,

e tra questi un vecchio generale Salimbeni, soldato della repubblica,

trepidando dall'allegrezza gridavano: _viva la libertà_. Ma il popolo,

che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta

abbiezione dalla parte dei patrizi, saputo il fatto, si accendeva di una

furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran

tumultuazione, chiamando unitamente il nome di san Marco. Cresceva la

folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati.

Accorrevano le donne, i vecchi, ed i fanciulli, e con le voci davano gli

ultimi segni del loro amore verso l'antica, e veneranda patria.

Sventolavansi dalle finestre le bandiere di san Marco; tre si rizzavano

sulle antenne piantate in cospetto alla chiesa di san Marco.

Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando, e schiamazzando, e

dove passavano, mettevansi a grado a grado fuori delle finestre le

dilette bandiere. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui

generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore, o d'odio. Avvertito,

che in una delle contrade per alla piazza abitava un pizzicagnolo, che

aveva fatto certe dimostrazioni a favor di un uscito dai piombi, correva

alle sue case, ed in men che non si dice, sperdeva, o rompeva ogni

mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso, gliela

conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il

capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di

palesare i rei delle congiure. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il

nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la

casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada,

Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi dei ministri, anche a quello

di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse

trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna.

Là scriveva a quel governo, ch'egli medesimo aveva distrutto, che

frenasse quell'impeto; là scriveva, la sollevazione essere opera degli

agenti d'Inghilterra e di Russia, massimamente di Entraigues, quantunque

nè l'Inghilterra, nè la Russia, nè Entraigues non vi avessero a fare

cosa del mondo: la cagione era la distruzione del governo Veneziano

procurata da Villetard medesimo; e bastavano bene le ingiurie fatte ai

Veneziani, senza che vi fosse bisogno degli stimoli di Russia e

d'Inghilterra. Villetard e Donato, ai quali più di ogni altro importava

il calmar quel furore, facevano opera, che si adunassero alcune

compagnie di soldati Italiani, e presidiavanne il ponte di Rialto. Vi

conduceva Bernardino Reynier due cannoni, coi quali tratto, ed ucciso

tre o quattro popolani, poneva fine a quell'incomposto accidente.

Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e preparato e

mandato il navilio a Mestre la notte dal sedici al diciassette maggio,

levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattromila

soldati Francesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati

sulla piazza di san Marco: soldati ed armi forestiere non mai viste in

Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose, che

non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e

tanto si continuò l'inganno, che la ricca e potente Venezia fu data,

spogliata ed inerme, in preda all'imperator d'Alemagna. Da questo

imparino i popoli, che la giustizia non è più fra gli uomini, che gli

stati non si possono preservare che con le armi, e che il credere alle

lusingherie ed alle promesse dei forestieri è un volere ingannarsi da

se, per essere non solo preda, ma ancora scherno e segno di calunnie da

parte dei forestieri medesimi.

Avevano Buonaparte, ed i legati Veneziani, ai quali, come abbiam

narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste

novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta

nel giorno dodici dai patrizi, e della dissoluzione dell'antico governo

aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi

aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati, nè a

conclusione di trattato. Ciò non di meno le pratiche si continuarono,

dal canto dei Veneziani, perchè pareva loro, che una solenne

asseverazione di Buonaparte di voler confermare la repubblica non

potesse essere senza qualche effetto, dal canto del generale, perchè

paresse del tutto volontaria, anzi richiesta la occupazione di Venezia.

Adunque con questi due diversi fini si stipulava da ambe le parti il

giorno sedici maggio in Milano un trattato di pace e d'amicizia, tra la

repubblica Francese e la Veneziana; cessassero tra di loro tutte le

offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di

sovranità, ordinasse l'annullazione dell'aristocrazìa ereditaria,

riconoscesse la sovranità dello stato consistere nell'universalità dei

cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo

governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le

provvisioni a vita: la repubblica Francese concedesse, siccome ne era

stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi

conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e

le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del

governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia, tostochè il nuovo

governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe Francesi

sgombrassero gli altri territori Veneti, tostochè la pace del continente

fosse conclusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di

stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Francese perdonasse ad

ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti

contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due

repubbliche pel cambio di territorj, la Veneziana pagasse alla Francese

tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in

arnesi di marinerìa, le desse tre navi di fila con due fregate fornite

di tutto punto, consegnasse a' commissari a ciò destinati venti quadri,

e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica

Francese s'interponesse a pace comune tra la Veneziana, e la reggenza di

Algeri.

Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra

Buonaparte, e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, e ciò se

ancora resta luogo alla maraviglia, farà certamente maravigliare il

lettore, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il

trattato. Il ratificarono intatti i municipali di Venezia,

persuadendosi, non si vede come, nè perchè, che tutta l'autorità della

repubblica, e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava

Buonaparte la ratificazione, allegando, essere da parte dei mandatari

Veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore, il che

era vero. Ma siccome già sapeva, quando stipulava, che era spento il

mandatore, fu il suo stipulare fraude, per fare che i Veneziani

ammettessero in Venezia i suoi soldati. Ma questi già essendo entrati, e

l'antico governo, col quale l'Austria aveva congiunzione di amicizia,

già essendo spento, il che era l'importanza del tutto, ei rifiutò la

ratifica per non legarsi a niuna obbligazione col nuovo.

LIBRO UNDECIMO

SOMMARIO

Insidie contro Genova. Grave sedizione in questa città per

opera dei novatori. I carbonari, ed altra parte del popolo

insorgono contro i novatori, e gli vincono. Sdegno, e risposte

funeste di Buonaparte: manda generali, e soldati per intimorir

il governo col fine di obbligarlo a cambiare l'antica forma

dello stato. Si fa la mutazione: legati Genovesi vanno a

trovar Buonaparte per accordare con lui il modo del nuovo

reggimento. Si crea un governo temporaneo. Umori, e sette in

Genova. Constituzione foggiata a modo di quella di Francia.

Mala contentezza dei popoli: terribile sommossa nel Bisagno, e

nella Polcevera. Condizioni del Piemonte. Il re fa nuove

dimostrazioni d'amicizia verso la Francia. Astute

insinuazioni, e progetti d'ordinazione politica dell'Italia

fatti dall'ambasciador Piemontese a Parigi. Trattato di

alleanza tra il re, e la repubblica Francese. Moti sediziosi,

e supplizi in Piemonte: morte lagrimevole di Carlo Tenivelli,

storico insigne: sue lodi.

La forza aveva insidiato Venezia; le chimere di una libertà fallace le

diedero il tracollo. La medesima forza, e le chimere medesime usando

Buonaparte contro Genova, la tirava ancor essa all'ultimo eccidio.

Vedevano, e sentivano il governo, ed il generale di Francia, che a voler

diminuire l'autorità dell'Austria in Italia, era necessario il cambiare

i governi antichi in nuovi; perchè giudicavano, che i primi avrebbero

consuonato con Austria, i secondi con Francia. Tale necessità diveniva

agli occhi loro tanto maggiore, quanto più, fatta l'Austria padrona

dello stato Veneto, aveva modo d'ingerirsi, e di travagliare più

efficacemente l'Italia. Poi a qualunque modo era sorto l'uso di

sovvertir gli stati parte per capriccio, parte per ischerno, e parte

anche, credo, per modo di trattenimento. Per tutte queste ragioni, non

ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia,

scriveva Buonaparte a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed

operatore attivo dei disegni del generale, che la rovina di Venezia

doveva partorire necessariamente la rovina dell'aristocrazìa di Genova;

ma che ancora non era tempo di scoprirsi, usando in questo, secondo il

suo solito, la natura della volpe prima di quella del lione. Sapeva, che

il governo Genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque

in lui fosse più vigore, che in quello di Venezia, sì perchè alcuni fra

i senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto

medio era molta opinione contraria, credendo molti, che la democrazìa

fosse da anteporsi all'aristocrazìa, come se i modi di reggimento

politico indotti in Italia a quei tempi fossero democratici.

Aggiungevansi i capitali Genovesi investiti in gran parte in Francia, ed

i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere, e

capaci a far calare i Genovesi ad un primo romore d'armi. Infine pei

passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in

esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo, e per le antiche

emolazioni. Alcune fortezze, e molti siti del Genovesato erano in mano

dei Buonapartiani. Nè a questo contenti il direttorio, e Buonaparte,

avevano operato, che Rusca e Serrurier appoco appoco, e sotto altri

colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys

comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.

Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi

artifiziosamente voci, che la Francia voleva dare la riviera di ponente

al re di Sardegna, e si affermava, che una tale calamità solo si poteva

allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di

Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua

repubblica, e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose.

Buonaparte ed egli richiedevano nuovi presti di parecchi milioni alla

signorìa, consumata ed odiosa ai popoli, se gli concedesse, accusata

d'inimicizia verso Francia, se gli negasse. Il farla vile fu anche parte

dell'insidia; perchè un consiglio militare Francese adunatosi nella sede

stessa della repubblica processava, e condannava al bando da tutti i

territorj di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle

turbazioni sorte contro i Francesi nei feudi imperiali. Non era più

sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col

buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si

trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forestieri. Fra

i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo

precipitoso, e di estremi pensieri, e che credeva che ogni cosa fosse

lecita per arrivare a quella libertà ch'ei si figurava in mente. Fra i

secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli, il

quale, sebbene non tanto veemente fosse, quanto Morando, era non

pertanto assai più di lui pericoloso, perchè aveva facile favella alla

Napolitana, efficacia a persuadere maravigliosa, bel porgere, e bella

persona, ed era entrante molto e manieroso. Forestiero si mescolava

nelle cose Genovesi a dissoluzione della repubblica, e con patente

d'impiegato dell'ambascerìa di Francia tendeva agguati ad una potenza, a

cui la Francia protestava amicizia. Erano costoro favoriti da Faipoult

più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti a questi fini

venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè

l'aristocrazia di Venezia si era spenta, spegnere anche quella di

Genova. I novatori sicuri omai dell'esito, s'adunavano, s'indettavano,

s'accordavano, s'apprestavano; più il termine s'avvicinava, e più

palesemente operavano. Incitamenti continui andavano dall'ambasciata di

Francia a Morando, e solo si aspettava che Venezia fosse perita del

tutto per far perir Genova. Avvertito il governo, creava inquisitori di

stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne

risentiva gravemente Faipoult, richiedeva la sua indennità, come di

Francese. Per tal modo non solamente si voleva che si macchinasse, ma

ancora, che si macchinasse impunemente. La signorìa essendo sforzata,

rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma

attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria o

per ambizione, o per opinione. Tutto era contaminato, l'esca apprestata,

le occasioni si aspettavano. I giornali di Milano, comandando ciò, o

permettendo Buonaparte, continuamente straziavano l'aristocrazìa

Genovese, e con infiammate parole provocavano i popoli contro di lei. Di

tanta mole era per chi tanto poteva, il distruggere la piccola

repubblica di Genova. Si pruovava nell'estremo caso ad insorgere,

gl'inquisitori di stato facevano carcerare due dei più audaci e temerari

novatori, sperando, che il timore potesse frenare quella gente

incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'ajutava dentro e fuori.

Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non

così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei

compagni, che furiosamente dato all'armi o proprie, od a questo fine

apprestate in casa Morando ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e

con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno

ventuno di maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult, che la

rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella

rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Essere, scriveva a

Buonaparte, creato un filo a poter muovere facilmente i collegi, i

consigli, e ad operare la riforma inevitabile di Genova più o meno

prestamente, secondochè meglio o come a Buonaparte si convenisse, o per

modo che il mondo vedesse, che la Francia, non ingerentesi nella

constituzione politica di un popolo amico ed independente, non vi aveva

posto mano che come protettrice della quiete di questo popolo stesso, e

per allontanare da lui tutte le disgrazie di una rivoluzione. Venuti da

Faipoult due legati del senato, Gian Luca Durazzo, e Francesco Cataneo,

il pregavano, che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed

operasse, che la frenesìa dei giornali Milanesi contro Genova cessasse.

Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda.

Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo stato, ed

a biasimargli dei tridui e delle novene, come di dimostrazioni dirette

ad odio dei Francesi: cercava infine di temporeggiare, perchè gli

accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili, e

con grida spaventose, cantando a tratto tratto la marsigliese (fu questa

una canzone con musica molto espressiva, che incitò potentemente in

quell'età gli spiriti ad opere straordinarie) s'incamminavano al palazzo

ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi

congiurati, e fra il popolo i più tristi, e chi più ambiva il sangue o

il sacco. A tanto romore si adunava una calca incredibile fra quelle

strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni

fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al

palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i

carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione

sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo

l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il

vietavano le guardie; si rimanevano, perchè in quel primo impeto non

avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse.

Traevano alle case del ministro di Francia, sperando che gli ajuterebbe.

Gli confortava dicendo, s'interporrebbe, e le dimande loro al senato

esporrebbe. Fatti più sicuri cambiavano il furore in allegrezza, e

sparsi per le piazze, e nei ritrovi sì pubblici che privati, facevano

grandi festeggiamenti. La sera, sforzato il teatro, vi commettevano

remore, anche con oltraggi dei pacifici cittadini. Riscaldati dal vino e

dalle cose fatte, passavano la notte, che era una delle estreme della

loro antica e veneranda patria, fra l'allegrezza dei piaceri presenti, e

la cupidigia dei tumulti avvenire.

Sorgeva ai ventidue l'alba, che doveva addurre a Genova un giorno

funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e ad ogni

momento, e ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi

compagni, facevano una turba assai numerosa. S'aggiungevano ai Genovesi

non pochi Lombardi, venuti ancor essi all'alito delle rivoluzioni; nè

mancavano Francesi, ancorchè fossero in minor numero. Inalberavano,

perchè non mancasse ai fatti anche il segno della ribellione, sui

cappelli chi la nappa Lombarda, e chi la Francese, ambedue tricolorite,

questa col turchino, quella col verde. Gridavano, viva il popolo, viva

la libertà. S'avviavano al palazzo di Faipoult, dove ammassati

diventavano più terribili per impeto, e per numero. Il senato senza

difesa pel caso improvviso, si era perduto d'animo, ed aspettava, invece

di operare.

Il popolo fedele al principe non si muoveva, perchè sorpreso a

quell'accidente insolito non aveva ancor ripreso gli spiriti, e forse

non credeva, che i sollevati volessero trascorrere agli estremi. Andando

loro il moto a seconda, ardivano cose maggiori, ed orrende. Traevano

alle prigioni della mal paga, sentina infame d'indebitati e di falliti,

e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed

armati i prigionieri, se gli facevano compagni ai disegni loro. Cresceva

il furore: quel che dava la massima dell'esser lecito tutto per

acquistar la libertà, secondava la natura sempre precipitosa del male al

peggio. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e

poste loro le armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri, e

d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo: tempi

atroci, in cui la misera Genova era insidiata occultamente dai potenti

dominatori d'Italia, ed impugnata apertamente dai suoi cittadini misti

ai mancatori di fede, ed ai galeotti! esempio da piangersi eternamente

che si sia cercata la libertà non solo coi rei propositi, ma ancora con

operatori scelerati.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 8 / 22 段