Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del

millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava

ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti

e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le

guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandante

Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi

sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa

stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre,

erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai

castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua

schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi

dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè

cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse

intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono

punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico,

che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le

creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto

della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro

i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare

di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla

cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli,

massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma

non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che

gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con

sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e

mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora

i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un

sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti dei Francesi in tal modo

fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito.

Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più

segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro

sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi

restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri

trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero

segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il

rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel

suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito,

molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi

furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che

pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le

ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui

contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di

terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi,

donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido

e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che

trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da

pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai

violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il

cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita

barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni

furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la

debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un

ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei

quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la

crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava

sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal

fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore,

tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un

Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa

condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi

maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più

diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i

più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli

passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu

barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il

conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti,

conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più

degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano

pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si

fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine

preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido

del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici

accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio

furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e

le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non

vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si

veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre

l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i

fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori

potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per

Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto

facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj,

dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per

le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti

al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si

erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel

Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed

il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti,

poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello

di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.

Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni,

avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli

animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma

frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente

confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero,

che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva,

posposta l'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto

l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che

tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio

era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che

alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone,

seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un

grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro

Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo

aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio,

recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi,

il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta

Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte

Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a

soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano

i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più

fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che

in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non

combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei

luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.

Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San

Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto

un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a

battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato

due cannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al

castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi

uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne

stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San

Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine

ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona,

pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto

più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando

intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di

volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come

abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a

mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in

soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire,

conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in

potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran

in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero

sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor

medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna

s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli,

considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque

Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e

di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale

però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per

prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi,

si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio

Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i

magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe

di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire,

che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.

Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che

rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa

della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli

scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli

occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e

poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare

con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed

orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta

Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori,

per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per

questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia

apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della

religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente;

uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi,

con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede;

nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai

governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno, che gli rattenga

nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino

coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli

oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per

opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.

Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo,

che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e

s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in

mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate

cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo

il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi

argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella

nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e

sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi,

erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari

tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e

morte. Preso per testo l'antico adagio, _patientia laesa fit furor_:

«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di

qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei

Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli

Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi,

e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi

siano, non siano cacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio,

che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non

son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano

questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il

vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio

imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano

gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere

ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice,

come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i

cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli

stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi

accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e

l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni

in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti

sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che

siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi?

Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi,

ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia

fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie

di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si

sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per

tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo

e di Crema fatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non

avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da

quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di

quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un

Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano?

Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato

da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia

tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno

il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a

liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di

tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i

popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non

ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per

prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani

vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a

contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo

d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in

segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio

questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati

valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne

poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai

barbari. Sono bruttati i tempii, sono spogliate le case, è ogni opera

dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche

sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i

Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i

testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè

il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti

ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in

prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque

portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato

frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei

bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è

perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi?

Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da

parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e

maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne,

scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad

insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna,

se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono

le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle

battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima

ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno

del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le

armi? E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare

Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a

tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle

Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è

Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta

indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana

dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento

alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano

una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa

Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta:

perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi

contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i

Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia?

Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti

Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa

terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i

dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti,

che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi

Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova

occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore

libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla

rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Ma io vi

veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che

sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il

sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue

s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo,

voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la

libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le

mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e

l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la

tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate,

l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate

battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita

impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che

l'armi non siano impugnate indarno».

Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già

tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi

gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro

furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva

in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele

risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come

da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni

contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un

antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna

nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il

quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze

estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli

altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a

tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse

turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco

la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno

armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto.

Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico

Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il

divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla

quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza

propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del

Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e

vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in

Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i

Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè

verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera

Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica

dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui

sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una

sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni

Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere

al comandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o

fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo

fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il

torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da

tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser

padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti

all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad

uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per

istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole

e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni,

nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione

degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra;

imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al

nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il

legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con

arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo

più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di

un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque

Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che

anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore

dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo

uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con

pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldo i

gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani,

acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione,

che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il

ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che

carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi,

risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si

soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.

Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si

avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione.

Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè

quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a

raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava

Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la

porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde

presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo

toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori

a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello

Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle

udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai

castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della

porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale

Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte

Giusti, ed un Merighi, personaggio molto amato dai San Zenati.

Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila

soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina,

aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve

campagnuole di quel distretto.

Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava

Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo

Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente;

che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i

Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il

lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi

erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli

allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo

essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai

ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione

dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò,

che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale

Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere

contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per

questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il

loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai

risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran

sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e

saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che

assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di

San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza.

Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e

dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina

dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le

turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della

Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi

corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del

Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 5 / 22 段