a Lallemand: non potersi più dubitare, che l'armarsi dei Veneziani non
avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver
mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre
degli stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui;
meno ancora aver potuto comprendere come per calmare quel piccolo
ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando
si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la
mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli
atti dei provveditori di Brescia, Bergamo, e Crema, in cui si affermava,
essere la sollevazione opera dei Francesi, essere bugie inventate a
disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato
Veneziano; avere il senato usato la occasione, in cui egli innoltratosi
nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar
ad effetto una fraude, che sarebbe prima d'esempio, se non fossero
quelle ordite contro Carlo Ottavo, ed i Vespri Siciliani; essere stati i
Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento, in cui i
soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i
Veneziani più fortunati di Roma: la fortuna della repubblica Francese
stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune
Veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una
nave Veneziana, a fine di tutelare una conserva Tedesca, combattuto la
fregata Francese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a
Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il
governatore; diecimila paesani armati, e pagati dal senato avere ucciso
tra Milano e Bergamo cinquanta Francesi; piene essere, malgrado delle
promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova, Treviso; arrestarsi in
ogni luogo gli amici della Francia; porsi a guida degli assassini gli
agenti dell'imperatore; gridarsi per ogni parte morte ai Francesi;
furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del
senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di
guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro
modo non trovava di giustificarsi, che il disappruovare con parole
quelle masse, che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque
Lallemand, concludeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse, se
avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se
pace, domandasse che i carcerati per opinione, e di non altro rei che di
amare i Francesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidj, salvo
gli ordinarj, quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di
terraferma; che tutti i paesani si disarmassero, e si riducessero alla
condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero
in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune;
gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si
ristorasse a spese della repubblica; il capitano che aveva combattuto la
Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica protetta contro i
patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di
Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di
nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato
rappresentando. Del quale chi vorrà considerare il tempo, e le
circostanze, non potrà non sentirsi commovere a grave sdegno contro chi
il moveva, ed a non poca compassione verso chi era mosso; perchè vi si
accusava la repubblica di Venezia di oltraggi, quando l'estremo
oltraggio già era stato, non solo da lungo tempo meditato, ma
recentemente concluso contro di lei, vogliam dire la vendita de' suoi
stati; si accusava il senato d'incendj, di omicidj, di tiri di cannone
commessi da particolari uomini, che il senato voleva e riparare e
compensare all'accusatore, se veramente egli avesse voluto essere
riparato e compensato: si offeriva la restituzione di Bergamo e di
Brescia, quando appunto Bergamo e Brescia erano state fatte ribellare
dall'offeritore, e nominatamente Bergamo e Brescia date in mano
all'imperatore; si comandava che si disarmassero i popoli Veneziani,
perchè amavano meglio esser Veneziani che Francesi ed Austriaci, ed
appunto si comandava che si disarmassero, perchè il comandatore potesse
meglio, e più comodamente dargli in preda ad un dominio forestiero;
muovevansi lagnanze sui predicatori, come se i predicatori avessero
dovuto inculcare piuttosto la tirannide forestiera che la signorìa
paesana, e non fosse loro lecito il difendere la patria contro un
tradimento; si voleva che il senato mantenesse la quiete nella
terraferma, non con masse incomposte, ma con genti regolari, e poi
quando mandava genti regolari, i comandanti Francesi negavano loro i
passi pei ponti, per le strade, per le fortezze, e gridavano volere
Venezia far guerra alla Francia; si domandava finalmente che il senato
non pensasse solamente alle lagune, ma avesse cura anche della
terraferma, quando già si era accusato, e minacciato il senato, solo
perchè aveva armato l'estuario, per modo che l'armare ed il non armare
era da Buonaparte imputato a delitto al senato. Insomma chi conosce i
patti di Leoben già offeriti molti mesi prima dal generale del
direttorio all'Austria, già concertati nella tregua dei sette, poi
solennemente stipulati nei preliminari dei diciotto, conoscerà
facilmente di che sapessero le parole di Buonaparte. Quel volere poi che
si liberassero i carcerati per opinione, fra i quali si annoveravano non
pochi Bresciani, Bergamaschi e Salodiani, e lo stesso Gambara, presi
combattendo con le armi in mano contro il proprio principe, era
oltraggio di sovranità, incentivo di ribellione.
Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma
amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere,
avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della
nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via
di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte.
Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la
repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare
solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente
una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da
accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la
fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre
Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre
spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di
respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono
esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto
turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione
inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo
attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare
anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai
sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non
nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti
a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene
conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventa necessario che
l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune
nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da
perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi
dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso
uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi
diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i
meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a
contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due
legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e
insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra
autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al
primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate.
Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la
sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la
molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».
Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere
Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e
Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste
novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di
ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador
Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda
all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornar la
tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e
desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio
col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in
cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti
intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non
aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze,
bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa
l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora
un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico
governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i
potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere
appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito
della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.
Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da
maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano
minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia,
ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre
l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama
contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per
consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse
alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu
provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di
salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al
nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica;
che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse
spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o
di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due
direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in
pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che
ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe
preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel
direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi
agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare
il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich,
che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che
se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della
repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione
verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi
sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè
non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte,
intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le
città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu
consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio
esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si
affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal
direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia:
mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè
obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore
di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma
andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione
dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a
Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato,
acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed
esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto
corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa;
perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non
andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte,
accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per
l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle
storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta
terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria
accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo
stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il
senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano
alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con
promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà,
con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato
all'incontro avendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona,
vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari,
uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi
arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state
messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le
parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle
sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati
dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano
pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a
prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che
uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta
concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e
dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva
il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai
Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in
Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla
all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che
farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera
vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.
Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole;
perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro
l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori,
ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di
Viotor mandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si
accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse
repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova
poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano
Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma
probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da
Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a
raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento
Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed
assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva
succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce,
mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i
sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi
isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o
arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati,
erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato
con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e
Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una
rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente
del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano
l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del
giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di
lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazioni già
tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce
tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra
Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe
con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a
chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e
tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani
accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero
persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava
tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto
d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati
a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo,
Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di
Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo
militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al
provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero.
Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma
toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per
sommuovere le province.