Acerbe lettere scriveva il dì medesimo dei nove aprile il generalissimo

a Lallemand: non potersi più dubitare, che l'armarsi dei Veneziani non

avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver

mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre

degli stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui;

meno ancora aver potuto comprendere come per calmare quel piccolo

ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando

si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la

mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli

atti dei provveditori di Brescia, Bergamo, e Crema, in cui si affermava,

essere la sollevazione opera dei Francesi, essere bugie inventate a

disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato

Veneziano; avere il senato usato la occasione, in cui egli innoltratosi

nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar

ad effetto una fraude, che sarebbe prima d'esempio, se non fossero

quelle ordite contro Carlo Ottavo, ed i Vespri Siciliani; essere stati i

Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento, in cui i

soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i

Veneziani più fortunati di Roma: la fortuna della repubblica Francese

stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune

Veneziane.

Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una

nave Veneziana, a fine di tutelare una conserva Tedesca, combattuto la

fregata Francese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a

Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il

governatore; diecimila paesani armati, e pagati dal senato avere ucciso

tra Milano e Bergamo cinquanta Francesi; piene essere, malgrado delle

promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova, Treviso; arrestarsi in

ogni luogo gli amici della Francia; porsi a guida degli assassini gli

agenti dell'imperatore; gridarsi per ogni parte morte ai Francesi;

furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del

senato, stimolare contro la Francia; vera ed effettiva condizione di

guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro

modo non trovava di giustificarsi, che il disappruovare con parole

quelle masse, che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque

Lallemand, concludeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse, se

avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se

pace, domandasse che i carcerati per opinione, e di non altro rei che di

amare i Francesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidj, salvo

gli ordinarj, quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di

terraferma; che tutti i paesani si disarmassero, e si riducessero alla

condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero

in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune;

gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si

ristorasse a spese della repubblica; il capitano che aveva combattuto la

Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica protetta contro i

patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di

Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di

nuovo le cose allo stato quieto.

Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato

rappresentando. Del quale chi vorrà considerare il tempo, e le

circostanze, non potrà non sentirsi commovere a grave sdegno contro chi

il moveva, ed a non poca compassione verso chi era mosso; perchè vi si

accusava la repubblica di Venezia di oltraggi, quando l'estremo

oltraggio già era stato, non solo da lungo tempo meditato, ma

recentemente concluso contro di lei, vogliam dire la vendita de' suoi

stati; si accusava il senato d'incendj, di omicidj, di tiri di cannone

commessi da particolari uomini, che il senato voleva e riparare e

compensare all'accusatore, se veramente egli avesse voluto essere

riparato e compensato: si offeriva la restituzione di Bergamo e di

Brescia, quando appunto Bergamo e Brescia erano state fatte ribellare

dall'offeritore, e nominatamente Bergamo e Brescia date in mano

all'imperatore; si comandava che si disarmassero i popoli Veneziani,

perchè amavano meglio esser Veneziani che Francesi ed Austriaci, ed

appunto si comandava che si disarmassero, perchè il comandatore potesse

meglio, e più comodamente dargli in preda ad un dominio forestiero;

muovevansi lagnanze sui predicatori, come se i predicatori avessero

dovuto inculcare piuttosto la tirannide forestiera che la signorìa

paesana, e non fosse loro lecito il difendere la patria contro un

tradimento; si voleva che il senato mantenesse la quiete nella

terraferma, non con masse incomposte, ma con genti regolari, e poi

quando mandava genti regolari, i comandanti Francesi negavano loro i

passi pei ponti, per le strade, per le fortezze, e gridavano volere

Venezia far guerra alla Francia; si domandava finalmente che il senato

non pensasse solamente alle lagune, ma avesse cura anche della

terraferma, quando già si era accusato, e minacciato il senato, solo

perchè aveva armato l'estuario, per modo che l'armare ed il non armare

era da Buonaparte imputato a delitto al senato. Insomma chi conosce i

patti di Leoben già offeriti molti mesi prima dal generale del

direttorio all'Austria, già concertati nella tregua dei sette, poi

solennemente stipulati nei preliminari dei diciotto, conoscerà

facilmente di che sapessero le parole di Buonaparte. Quel volere poi che

si liberassero i carcerati per opinione, fra i quali si annoveravano non

pochi Bresciani, Bergamaschi e Salodiani, e lo stesso Gambara, presi

combattendo con le armi in mano contro il proprio principe, era

oltraggio di sovranità, incentivo di ribellione.

Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma

amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere,

avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della

nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via

di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte.

Vuole il senato, ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la

repubblica di Francia, e piacegli in questo punto ratificare

solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente

una così aperta, e così solenne dichiarazione venir oscurata da

accidenti, che con lei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la

fatale, e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre

Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre

spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di

respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono

esse dal proprio governo assistenza, e presidj; che se in tanto

turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione

inevitabile debbono unicamente, non alla volontà del governo

attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato, che, per allontanare

anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai

sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non

nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti

a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderj, bene

conoscerà la equità vostra, che al tempo medesimo diventa necessario che

l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi, e la comune

nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni, e da

perturbazioni interne. Vuole, ed è pronto il senato a soddisfarvi

dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso

uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi

diligentemente ordinato, che siano conosciuti, arrestati e secondo i

meriti loro castigati. Per conseguire più acconciamente, ed a

contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due

legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra, e

insieme quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra

autorità presso al vostro governo per ricondurre all'ordine, ed al

primiero stato le città d'oltre Mincio, che si sono da noi allontanate.

Con questo vi confermiamo di nuovo, e protestiamo la costanza, e la

sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la

molta osservanza, in cui abbiamo la vostra illustre e riputata persona».

Deputava il senato per alleggerire i sospetti, e per intrattenere

Buonaparte dell'estremo fato della patria, Francesco Donato censore, e

Leonardo Giustiniani, savio alla scrittura uscito. Intanto funeste

novelle consentanee all'aspetto delle cose presenti, ed annunziatrici di

ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Avvisava l'ambasciador

Grimani, apparir segni che la repubblica avesse ad esser data in preda

all'Austria; in questo adoperarsi la corte di Napoli per istornar la

tempesta da lei; adoperarvisi la Spagna, adulatrice di Francia, e

desiderosa che il duca di Parma acquistasse un incremento di territorio

col titolo di re: avervi anche le mani mescolate il re di Sardegna, in

cui rimaneva l'antica cupidità di allargarsi in Italia; affollarsi tutti

intorno a Francia, adularla, prometterle, esortarla a male opere; non

aver più amici la repubblica debole, esser fatta bersaglio alle potenze,

bramose tutte di prendersi quel d'altrui; starsene cupa e silenziosa

l'Austria; esser disposta ad accettare il prezzo; pure splendere ancora

un raggio di speranza, se si mantenesse intero ed incorrotto l'antico

governo; cambiarlo, aver ad essere la morte della repubblica. Così i

potentati Italiani stessi, in preda ancor essi alla cupidigia del volere

appropriarsi quel d'altrui, non giudicavano quanto fosse a proposito

della salute d'Italia il non lasciar perire Venezia.

Simili cose scriveva il nobile Querini da Parigi, ma come se velate da

maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano

minacciose le parole del direttorio, ed ora dolci; ora accusava Venezia,

ed ora la scusava, e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre

l'ambasciadore Veneto, se non se che si macchinava qualche gran trama

contro la repubblica, e che era pericolo che l'Austria, per

consentimento della Francia, se la rapisse. Ma perchè non mancasse

alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu

provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di

salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al

nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica;

che in quel punto stava deliberando il direttorio, se convenisse

spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o

di condurle a compimento con dare fomento ed ajuto ai ribelli; che due

direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in

pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che

ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe

preservata; che di presente abbisognavano seicento mila franchi pel

direttore titubante, con altri cento mila pei beveraggi

agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare

il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich,

che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che

se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della

repubblica, si lasciava tirare a dir del sì per somma sua divozione

verso la patria, e sottoscriveva biglietti per seicento mila franchi

sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito, finchè

non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte,

intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma, e ridurre le

città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu

consegnata una carta col titolo in fronte, e colla marca del direttorio

esecutivo, e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si

affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal

direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia:

mandavasi al console in Genova, s'intendesse con Pallavicini, perchè

obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciatore

di quello che avesse a succedere; ma vedendo le cose della terraferma

andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione

dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a

Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello stato,

acciocchè ne effettuasse il pagamento: gli protestava; fu carcerato, ed

esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto

corrompere il governo Francese. Questa fu veramente un'arte cupa;

perchè, se vi fu corruzione, e certamente in qualcheduno fu, ella non

andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.

Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte,

accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per

l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle

storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta

terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria

accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo

stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il

senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano

alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con

promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà,

con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato

all'incontro avendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona,

vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari,

uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi

arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state

messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le

parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle

sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati

dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano

pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a

prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che

uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta

concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e

dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva

il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai

Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in

Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla

all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che

farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera

vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.

Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole;

perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro

l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori,

ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di

Viotor mandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si

accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse

repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova

poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano

Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma

probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da

Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a

raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento

Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed

assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva

succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce,

mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i

sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi

isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o

arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati,

erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato

con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e

Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una

rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente

del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano

l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del

giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di

lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazioni già

tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce

tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra

Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe

con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a

chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e

tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani

accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero

persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava

tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto

d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati

a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo,

Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di

Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo

militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al

provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero.

Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma

toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per

sommuovere le province.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 4 / 22 段