Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale

accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo

esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta

delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce

Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico.

Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora

combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni

modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le

armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi

e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello,

come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari,

Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i

due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si

rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo,

che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e

dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo.

E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona

quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si

deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati

municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei

provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento

dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele

al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma

udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della

repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno

più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la

repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici

secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata

alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo

arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del

generale Buonaparte.

Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba

raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che

pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro,

cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di

Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati,

gli davano loro in mano, perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio.

Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai

percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva

scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva

attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di

predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo.

Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza.

Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con

la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte

Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte

piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi

Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa

dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica

costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj,

Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della

Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei

vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le

cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla

tirannide.

Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le

armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai

soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose

gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto

sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor

prezzo; ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto

alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava

alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei

rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il

monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non

si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato

per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse

Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai

soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i

cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa;

ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati

in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che

del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli

erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor

essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di

esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.

Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata

mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei

poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori

avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di

Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili,

e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza)

essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti

all'indugio dello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu,

quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi

sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare

il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che

se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso

cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le

campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le

rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità

avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare

disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che

ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di

piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia,

l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli

arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi

state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le

ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il

terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni

ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto

colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare

il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau,

odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue

Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione;

se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui

toccare il consolare i Veneziani, a lui toccar fare, ch'essi

dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi

compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte,

moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.

Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate,

sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi

alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi.

Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo

Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano

una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor

potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora

l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti

di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma

perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui

quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento,

era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che

con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.

Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un

grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue

Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo,

che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al

ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i

colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano

i Francesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non

voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre

inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi

venite a trovarmi».

Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre

inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole

delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il

processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i

carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di

Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne

i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come

agente eletto ad operare la mutazione di governo.

Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo

Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono

in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia

amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei

inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il

riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai

confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli

eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato,

come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue

fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a

somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere

dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser

probabile, affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi,

consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante

città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva

obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la

pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano

nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni:

da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false,

come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi,

l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover

querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che

s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta

pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri,

e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il

senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei

fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar

la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a

disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni

sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.

Non valsero le escusazioni, e le profferte a vincere la durezza del

generalissimo. Rispose, che voleva, che tutti i carcerati si

liberassero, anche quei di Verona perchè erano addetti a Francia, che

non voleva più piombi, ed andrebbe egli a rompergli; che non voleva più

inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser

libere; che i Francesi erano stati assassinati in Venezia, e nella

terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i

soldati gridavano vendetta, e ch'ei la voleva fare; che bene aveva il

senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il

senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille, e non doveva

più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia, nè progetti; che

voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in

Dalmazia; che insomma, se il senato non puniva i rei, non cacciava il

ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigioni,

non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egl'intimerebbe la guerra a

Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare

nell'autorità suprema; che il governo Veneziano era vecchio, e doveva

cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato Veneto; se non avevano

altro a dire, se n'andassero.

Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le

novelle del fatto del Lido, e con accomodate parole il rappresentarono a

Buonaparte. Rispondeva, che non gli voleva vedere, che non gli voleva

udire, bruttati com'erano di sangue Francese, se prima non gli davano in

mano l'ammiraglio, il comandante del Lido, e gl'inquisitori di stato.

Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne

un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla

terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.

Adunque l'antico insidiatore della Veneziana repubblica dichiarava, il

dì secondo di maggio, la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo

Veneto usato l'occasione della settimana santa, mentre l'esercito

Francese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi, e

col fine di tagliargli le strade, quarantamila Schiavoni; mandar Venezia

armi, e commissari straordinari in terraferma, arrestare gli amici di

Francia, fomentare i nemici; risuonare le piazze, i caffè, ogni luogo

pubblico di male parole, e di mali fatti contro i Francesi; chiamarvisi

giacobini, regicidi, atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza, e

Verona di armarsi a stormo per rinnovare i vespri Siciliani: gridare gli

ufficiali Veneti, che si apparteneva al Lione Veneto di verificare il

proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Francesi; predicare i preti

dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi i

Francesi in Padova, assassinarsi in Castiglione dei Mori, assassinarsi

sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire

i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia, suonarsi

campana a martello a Verona, trucidarvisi i convalescenti; assaltare i

Veronesi con l'armi in mano i presidj Francesi ritirati ai castelli;

ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave Veneta contro la

fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva Austriaca; fumare

il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier. Per tutte queste cose

voleva, ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che

gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma;

che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe Veneziane, ed

atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.

A tutte queste querele chi dritto mirava, ed amava la giustizia,

rispondeva pei Veneziani, che, eccettuati gli assassinj non mai

escusabili, opera dei particolari, non del governo, e frutto in gran

parte delle insolenze soldatesche, essendo la vendetta passione innata

all'uomo, Venezia, tacendo anche le ribellioni suscitate a posta nella

terraferma, era autorizzata a far peggio dal dritto delle genti a

cagione dei patti di Leoben, venditori della repubblica. Aggiungevano,

che solo era da biasimarsi del non aver dichiarato, e fatto la guerra

con tutte le sue forze alla Francia, guerra della quale aveva tante, e

sì giuste cagioni. Gli autori, cui muove piuttosto la parzialità che la

giustizia, scrivono, che Venezia fu traditrice; certo ella fu, ma di se

stessa, non d'altrui.

La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte, non pareva a lui poter

bastare per arrivare al suo fine del cambiar la forma del governo

Veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i

legati Veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a

questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers, che si

accostasse coi soldati alle rive dell'estuario, e d'ogni intorno

tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della

repubblica: a questo fine ancora Villetard, e gli altri repubblicani

rimasti in Venezia, menavano un romore incredibile contro

l'aristocrazìa, come se ella fosse la maggior peste che sia al mondo,

esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo

sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo alla democrazìa: a questo

fine altresì dai medesimi continuamente si animavano, e si concitavano

contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino confortati

dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più

apertamente insidiavano, e minacciavano lo stato: al medesimo intento

finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure

occulte, di armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i

malvagi trionfavano; dei buoni, i più si ristavano per timor

dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento, che si vedeva in

aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.

Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel

senato, in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era o per

prudenza, o per consuetudine, o per ostinazione risoluto a voler

perseverare nelle massime dell'antico stato; già aveva ordinato, che

diligentemente, e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i

novatori, che ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli

antichi ordini della constituzione al consiglio grande, in cui si era

investita la sovranità, e dal quale solo simili alterazioni dipendevano,

non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro, che

indirizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar

modo per evitare l'autorità del senato, allegando, che ad accidenti

straordinari abbisognavano rimedj straordinari. I savi attuali, dei

quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in

modo che si facesse un'adunanza illegale, e contraria agli ordini della

repubblica nelle stanze private del doge, la sera dei trenta aprile.

Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle

quarantie, i savi attuali, i savi di terraferma, i savi usciti, ed i tre

capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in quest'adunanza di ciò, che

si convenisse fare in sì luttuosa occorrenza per la salute della

repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera,

che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.

Il doge venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi

termini: «La gravità, e l'angustia delle presenti circostanze chiama

tutte elle a proponer el miglior mezzo possibile per presentar al

supremo maggior conseio el stato, nel qual se trovemo per le notizie,

che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima

peraltro, ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de

raccoglier brevemente quel che xe per esponerghe el cavalier Dolfin».

Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava, che fosse molto a

proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli

aveva amicizia, ed era, secondo che egli opinava, molto innanzi

nell'animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta

dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica, e gloriosa

repubblica; poichè era parere di uno dei principali statuali, già

ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso

momento dall'intercessione di un pubblicano.

Non erano ancora gli animi dei circostanti tanto abietti, che non

deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi

pareri. Voleva Francesco Pesaro, generosamente opinando, che non si

alterasse a modo alcuno la constituzione, e si facessero le più efficaci

risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della

potenza Veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si

desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione

degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per

Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese dell'estuario, arrivar

novelle, che già i Francesi dalle rive dell'estuario tentavano di

avvicinarsi a Venezia. Parve, s'udisse il romor dei cannoni. Si

suscitava gran terrore fra gli adunati: il serenissimo principe, tutto

paventoso più volte su e giù per la camera passeggiando, lasciava

intendere queste parole: _sta notte no semo sicuri nè anche nel nostro

letto_. Per poco stava, che per suggerimento di Pietro Donato, e di

Antonio Ruzzini, non si cedesse, e non si trattasse della dedizione;

cosa, che farebbe credere, che i Veneziani fossero divenuti meno che

uomini, se veramente in questo fatto solo operava la paura. Vinceva

peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè

opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli, e Niccolò Erizzo,

si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante,

operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito, che il

doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della

repubblica; proponesse la facoltà di alterar la constituzione, si

convocasse il maggior consiglio il dì seguente primo di maggio. Fatta

questa risoluzione, desiderio principale di Buonaparte, e mentre ella

tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator

Pesaro lagrimando disse in dialetto Veneziano queste memorande parole:

_vedo, che per la mia patria le xe finìa: mi non posso sicuramente

prestarghe verun ajuto: ogni paese per un galantuomo xe patria, nei

Svizzeri se pol facilmente occuparse_. Poi cesse da Venezia, sapendo,

che Buonaparte domandava la sua morte. Felice Francesco Pesaro, se, come

disse, così avesse fatto, e se trapassando ritirato e dolente la

restante sua vita nell'Elvetiche montagne, avesse lasciato al mondo

l'esempio di un amore di patria, scevro da ambizione, che se stesso,

Venezia, Italia avrebbe perpetuamente onorato!

Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica Veneziana doveva

cadere da per se stessa nell'agguato, che le era teso. Era il palazzo

pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le

micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta

repubblica. Custodivano per antico rito gli arsenalotti le interiori

stanze del palazzo: i capi di strada pieni d'uomini in armi. Si

maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco;

la città tutta occupava un grandissimo terrore: quei luoghi medesimi,

che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di

sito erano stati sempre pieni di gente allegrissima per natura,

civilissima per costumi, ora risuonavano d'armi e d'armati, e quelle

armi, e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione

della patria.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 6 / 22 段