si metteva all'atto di blandire il podestà con parole soavi,
dell'ufficio dolcemente esercitato lodandolo. Somiglianti parole usava
l'ufficiale del direttorio, che, distrutta per forza e per inganno
l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne giva affermando, che i
Francesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Mescolaronsi in
questo moto pochi uomini del paese, fra i quali principalmente
comparirono il marchese Gambazocca, ed i conti Asperti, Locatelli, e
Romini venuti da Bergamo. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero,
ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del lione di San
Marco, come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi
libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa. Così Crema per
opera dei soldati Buonapartiani fu ridotta a divozione dei novatori.
Kilmaine, che aveva scritto la bella lettera pel fatto di Bergamo, se ne
stette tacendo per quel di Crema.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi
pensieri tanto nei capi Francesi, quanto nel senato Veneziano, così come
ancora fra i sudditi, che si conservavano fedeli. Vedevano i primi, che
l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma
importanza ai loro ulteriori disegni; perchè oltre al più facile vivere
per la ricchezza di quei territorj, i novatori, che gli secondavano,
divenivano e più audaci e più numerosi. Faceva in questo loro esempio
grandissimo frutto, e nuova gente novatrice, siccome un nembo ne tira un
altro, si accostava. Principale fondamento a tutto questo moto era
Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi.
Quivi ancora gli ottimati, o che amassero la libertà, o che avessero
gelosia contro i patrizi Veneti, o che solamente si fossero lasciati
stravolgere dalla vertigine comune, favorivano la rivoluzione. Nel che
Brescia si diversificava da Bergamo, dove i più fra i ricchi si
mostravano avversi. Accorrevano poi a Brescia Dombrowski co' suoi
Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole,
animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani,
Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuamente, chi con
lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per
combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al
colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi, erano
incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse
andar sossopra tutta, ed a ruina la Veneziana repubblica. Lahoz,
Gambara, Lecchi, ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato
in questi moti, trionfavano. Queste cose vedevano con gli occhi loro i
capi dell'esercito Francese, e le passavano: se le sapeva Buonaparte, e
le passava con troppa più sopportazione, che si convenisse alla sincera
fede.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma
Veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della
potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose,
proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra
dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza,
e per essere passo del fiume. Questo era anche risolutamente l'intento
di Buonaparte; perciocchè più di un mese prima che sorgesse la
sollevazione di Verona, aveva dato ordine a' suoi comandanti in questa
città, che procurassero la rivoluzione medesima con tutte le forze, e
con tutte le arti loro. Nel che con maneggi, parte segreti, parte palesi
il secondavano. Mentre tutti quest'inganni si tramavano, non erano
ancora le cose sicure pei Francesi, che tuttavia si trovavano a fronte
dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva
anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in
Verona contro i Veneziani, gli rappresentava, che il moto in lei sarebbe
riuscito pericoloso, e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli
stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo
più propizio. Rispondeva, gisse pure, e sommuovesse Verona. Poi
soggiungeva, che se la sommossa andasse bene sarebbe libera l'Italia, se
male, la Cisalpina repubblica (con tal nome dopo la conquista di Mantova
aveva chiamato la Transpadana) almeno resterebbe. Dette queste parole,
accommiatava Pico, raccomandandogli, s'intendesse con Beaupoil e con
Kilmaine, e gli desse ragguaglio di tutto che accadesse: desse intanto
ricovero in Mantova ai patriotti che fossero in pericolo, e gli rendesse
sicuri, che sarebbero liberi. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori
rispetto a Verona; perchè colà mandavano agenti segreti, parte da
Brescia medesima, parte da Desenzano, parte da Lonato, affinchè
cooperassero alla sollevazione. Così Verona era insidiata da Buonaparte,
da' suoi capitani, dai novatori armati, dai novatori non armati,
Italiani, Polacchi, Svizzeri, e Francesi. Non ostante tutto questo il
canuto Lallemand, ed il giovane Buonaparte sempre protestavano a nome di
Francia dell'incontaminata fede, e della sincera amicizia verso la
repubblica Veneziana.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo
Veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani
sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quelli stessi che
macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi
mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi
reggimenti di Schiavoni: vi mandava due provveditori straordinari,
Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Niccolò Erizzo, uomo
di natura molto calda, ed amantissimo del nome Veneziano. Ma perchè le
radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte
Francesco degli Emilj, personaggio ricchissimo e di molto seguito,
acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni
e qualunque cosa, che in poter suo fosse, facesse, per isventare le
macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte
Emilio, e tra l'autorità del suo nome, e l'efficacia delle sue
ricchezze, faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi,
ammassando munizioni, traendo a se buoni e cattivi per tenere in piede
l'insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte
Verità, ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi
molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il
secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro,
alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e
lo spoglio di Loreto: gli animi già infieriti per tante ingiurie, di
maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo
sdegno l'orribile governo, che facevano delle province le truppe
repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano.
Vieppiù innaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli
rapiti dai Tedeschi in guerra, eran fatti pagare dai comuni. Quel dei
Due Castelli, situato sull'agro Veronese, e composto appena di
cinquecento abitatori, per esservi stato in una sortita da Mantova
rapito dai Tedeschi non so che carro di bagaglio di generali, fu posto
da Buonaparte ad una taglia di cencinquanta mila franchi, taglia tanto
esorbitante per quello piuttosto casale che villaggio, che era anche
ridicola. Perchè poi non la potevano pagare, vi mandava Junot con un
grosso di cavalleria a vivervi a discrezione. Queste enormità si
moltiplicavano; i popoli, che non vedevano altra cagione, che una
insolenza fantastica, od una sete di rapire insaziabile si riempivano di
sdegno. Giuravano di andar all'incontro di ogni più grave pericolo, di
sopportare ogni più crudele disgrazia piuttostochè non vendicarsi, e non
tentare di sottrarsi a sì orribile dominazione. Molto sangue Francese fu
certamente versato, e pur troppo barbaramente a Verona, e fu sangue, la
maggior parte, d'innocenti. Ma gli autori veri e primi di sì cruda
carnificina, non inganneranno punto la giustizia divina, nè il giudizio
dei posteri. Sa Dio, e sapranno i posteri, se contro il Veneziano
governo, o contro Buonaparte, se contro i conculcati o contro i
conculcatori, se contro il conte Francesco degli Emilj, o contro coloro,
che il generalissimo di Francia secondavano nell'opera rea prima di far
ribellar Verona contro il senato, poi di vendere Venezia, se contro chi
non voleva essere tradito, o contro chi voleva tradire sia quel sangue
sparso, e contro chi gridi vendetta.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò, perchè, andata contro
questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di
qualche Francese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani, aiutati
dagli abitatori della valle di Sabbia; i quali, siccome quelli che erano
molto affezionati al nome Veneziano, erano accorsi per conservare la
città sotto la divozione dell'antico principe. Quest'erano le masse
ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole
esempio di fedeltà e di ardire dava nella fazione di Salò il
provveditore Francesco Cicogna; dal che si può argomentare quale
mutazione avrebbero fatto le cose di Venezia, se il senato avesse
permesso, che Ottolini desse dentro, quando ancora era tempo, col suo
stormo, e se Battaglia tale fosse stato quali furono Ottolini e Cicogna.
I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di ducento, furono
condotti a trionfo per Verona, i sudditi carcerati, come rei di stato.
La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la
terraferma Veneta. Armavansi a gara i popoli, e protestavano della fede
loro verso il senato. Questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani da
Buonaparte, e dagli storici adulatori di lui, i quali per altro
confessano, che in quel momento stesso, e già da lungo tempo prima si
trattava di far indenne l'Austria a spese di Venezia. Adunque doveva
Venezia darsi di per se stessa vinta, e disarmata in mano di chi sotto
colore di amicizia la tradiva? Certamente doveva Venezia in
quell'estremo frangente, in cui era caduta, non per colpa propria, ma
d'altrui, difendersi: bene gli uomini generosi, gli amatori massimamente
del nome e del costume Italiano le daranno eterno biasimo del non
essersi abbastanza, ed a tempo difesa, e con dolore vedranno nei ricordi
delle storie scritto i posteri, che l'opera della sua distruzione sia
stata frutto, tanto della debolezza de' suoi reggitori, quanto della
malvagità di amici fraudolenti; poichè fuori di dubbio è, che, passando
anche sotto silenzio le passate occasioni, se dopo la vittoria dei
Salodiani, le disposizioni tanto incitate dei Veronesi, ed i
preparamenti fatti nell'estuario, in un con le vittorie di Laudon nel
Tirolo e con le masse Tirolesi e Croate, avesse il senato fatto una
forte risoluzione coll'unirsi all'Austria, e col dichiarare la guerra
alla repubblica di Francia, si sarebbe trovato Buonaparte in gravissimo
pericolo, e l'antico dominio dei Veneziani sarebbe stato preservato. Ma
l'aver voluto aspettare l'estrema ingiuria, quando già le ingiurie
avevano oltrepassato l'estremo, e l'aver abbandonato i sudditi, quando
volevano difenderla, fu cagione della ruina della repubblica.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti
della terraferma erano spontanei, e solo cagionati dalla rabbia concetta
dai popoli infastiditi delle insolenze, e sdegnati dalle ingiurie dei
forestieri. Perciò il senato gli poteva qualificare come opera non sua,
e sempre protestare, quanto spetta alla direzione del governo, della
perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando
il talento proprio, e credendo di far cosa grata al generalissimo,
pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno
dei magistrati più principali far in modo, che il governo Veneziano egli
medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Francesi; della
qual fraude nissuna si può immaginare nè più brutta, nè più diabolica.
Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto, attribuendolo a
Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terraferma,
col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Francesi, e ad
uccidergli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori,
novatore molto operativo di Milano, e rapportatore palese e segreto di
Buonaparte, che poscia creatosi imperatore, l'abbandonò in miseria tale,
che gittatosi in fiume a Parigi terminò con fine disperato una vita poco
onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale a
Milano, intitolato il Termometro politico, giornale che si scriveva in
casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor
essi dalla illusione e dalla vertigine di quell'età. Quantunque
astutamente gli sia stata apposta la data dei venti marzo, uscì
veramente ai cinque aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a
Judenburgo a questo tempo, già offeriva gli spogli della repubblica, e
già fatto sicuro della pace con l'imperatore, non aveva più timore delle
masse Veneziane. Così l'incitare contro i Francesi era pretesto di far
uccidere i Francesi dai Veneziani, i Veneziani dai Francesi, e per
trovar compensi all'imperatore a danni di Venezia. Il non aver fatto il
generalissimo alcun risentimento contro gli autori di un fatto tanto
grave, e che poteva e doveva costar la vita a tanti Francesi, pruova
ch'ei ne fosse soddisfatto.
Il manifesto era quest'esso:
«Noi Francesco Battaglia per la serenissima repubblica di Venezia
provveditore straordinario in terraferma.
«Un fanatico ardore di alcuni briganti nemici dell'ordine, e delle leggi
eccitò la facile nazione Bergamasca a divenir ribelle al proprio
legittimo sovrano, ed a far correre da una moltitudine di facinorosi
prezzolati altre città, e provincie dello stato per sommovere anche quei
popoli. Contro questi nemici del principato noi eccitiamo i fedelissimi
sudditi a prendere in massa le armi, e dissipargli, e distruggergli, non
dando quartiere o perdono a nissuno, ancorchè si rendesse prigioniero,
certo che sì tosto gli sarà dal governo data mano, e assistenza con
denaro, e truppe Schiavone regolate, che sono già al soldo della
repubblica, e preparate all'incontro.
«Non dubiti nissuno dell'esito felice di tale impresa, giacchè possiamo
assicurare i popoli, che l'esercito Austriaco ha inviluppato, e
compiutamente battuti i Francesi nel Tirolo e nel Friuli, e sono in
piena ritirata i pochi avanzi di quelle torme sanguinarie e irreligiose,
che sotto il pretesto di far la guerra ai nemici devastarono i paesi, e
concussero le nazioni della repubblica, che loro si è sempre dimostrata
amica sincera e neutrale, e vengono perciò i Francesi ad essere
impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo
il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di
necessità sono costretti.
«Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla
repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e
castelli, che contro ogni diritto hanno occupato, e a dirigersi ai
commissarj nostri Pier Girolamo Zanchi, e dottor fisico Pietro Locatelli
per avere le opportune instruzioni, e la paga di lire quattro al giorno
per ogni giornata in cui militassero.
«Verona, 20 marzo 1797.
«Francesco Battaglia, provveditore straordinario in terraferma,
«Gian-Maria Allegri, cancelliere di Sua Eccellenza. Per lo stampatore
camerale».
Questo manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi Francesi,
massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude,
che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero
fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, e che
mescolato in queste trame di rivoluzione ne conosceva bene il fondo, gli
avvertiva con bando pubblico, che la neutralità era stata rotta dai
tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, pazzamente si era
persuaso, che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare,
sareste i vincitori dei Francesi, la prima nazione dell'universo pel
coraggio, e la scienza della guerra. Sappiate adunque, che il generale
Buonaparte ha ordinato, che Battaglia sia messo in ferri, ed impiccato;
che saranno pure impiccati coloro, che v'inciteranno alla ribellione; le
vostre case saranno arse, le famiglie desolate: uscite d'errore, e
presto, deponete le armi, portatele al comandante di Brescia; mandategli
deputati; quando no, perirete tutti».
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del
manifesto per far credere ai popoli, ch'ei fosse vero; e quei ferri, e
quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi
allora in Venezia, non era in potestà di Buonaparte nè di farlo
arrestare, nè di farlo impiccare. La verità della storia richiede oltre
a ciò, che noi scriviamo, che il provveditore non era nemmeno per venire
in potestà del generale; perchè quando Buonaparte distrusse Venezia,
domandò la prigionia e la morte di tutt'altre persone che di quella di
Battaglia, ancorchè egli fosse il più colpevole di tutti verso i
Francesi, se opera sua fosse stato il manifesto: che anzi Buonaparte
accarezzò Battaglia, e se lo tenne molto caro. Noi sappiamo, che il
provveditore era partigiano di qualche riforma negli ordini dello stato;
ma che Buonaparte avesse altre cagioni di amarlo, noi non vogliamo nè
affermare nè negare, ancorchè troviamo scritto, che questo Veneziano
abbia servito ai disegni del generale Francese più di quanto la libertà,
e l'independenza della sua patria comportassero.
Allontanava da se Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo: lo
smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano
più forti delle protestazioni, ed era strana veramente, e
compassionevole cosa il vedere, che gl'innocenti cercassero di
giustificarsi appresso i rei di un delitto, che essi rei contro
gl'innocenti avevano commesso, e che a loro per distruggergli
imputavano; condizione unica per certo, che sia stata al mondo, e degna
veramente della malvagità di quei tempi.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio dei Veneziani,
era a Buonaparte spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed
innocente stato. Restava, che le sue condizioni divenissero tanto sicure
rispetto agli Austriaci, ch'ei potesse senza pericolo mandar fuori
quello, che già da lungo tempo si era nell'animo concetto. A questo gli
dava occasione la tregua sottoscritta coi legati dell'imperatore il dì
sette aprile a Judenburgo; alla quale conclusione non si venne nè da una
parte nè dall'altra, se non promessi, ed accettati i compensi a spese
della repubblica Veneziana. Solo restava all'Austria qualche residuo di
renitenza al consentire, per accomodar se, ad accettar le spoglie di un
governo, dal quale non aveva ricevuto alcuna ingiuria, col quale era
congiunta d'amicizia, e che anzi a motivo di questa sua amicizia si
trovava ridotto a tali compassionevoli strette. A questo rimediava
Buonaparte col far rivoltare lo stato dei Veneziani, anche sulla
sinistra del Mincio; perchè se ripugnava all'Austria il nuocere a
Venezia sotto il governo antico, bene sapeva che non le ripugnerebbe il
nuocerle sotto il nuovo, odioso a lei pei principj, non congiunto con
lei per alcun vincolo di amicizia. Non così tosto ebbe sottoscritto la
tregua coll'imperatore, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i
Veneziani; il che mandò ad esecuzione in vari modi, ma che tutti
tendevano al medesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot
con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza
grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot altieramente
richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in
pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi;
era il sabato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati,
intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri.
Avvertivanne Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane
impazientissimo, insisteva dicendo, o l'udissero subito, o appiccherebbe
le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri, che il derogare
all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere
quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabato. Introdotto
in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre
capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di
terraferma, ed i cinque agli ordini, leggeva, con parlare prima timoroso
per la sorpresa, poi superbissimo per la natura, una lettera, che
scriveva Buonaparte al doge il dì nove aprile da Judenburgo, ed era
quest'essa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia
è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai
Francesi, molte centinaja di soldati dell'esercito Italico già sono
stati uccisi; invano voi disappruovate le turbe raccolte pei vostri
ordini. Credete voi, che nel momento in cui mi trovo nel cuore della
Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo?
Credete voi, che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le
stragi, che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a
sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppi il coraggio ogni
battaglione, ogni soldato Francese. Con empia perfidia corrispose il
senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio
aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace, o di guerra.
Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate, e non date in
mia mano gli autori degli omicidj, la guerra è dichiarata. Non è già il
Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia; d'animo
deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate
contro l'esercito; ma ventiquattr'ore di tempo, e non saran più: non
siamo più ai tempi di Carlo Ottavo. Se, contro il chiaro intendimento
del governo Francese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per
questo, che ad esempio degli assassini, che voi avete armati, i soldati
Francesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e
sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un
giorno fino i delitti, che avranno obbligato l'esercito Francese a
liberarlo dal vostro tirannico governo».
Qui non è bisogno aggiungere discorsi per giudicare di così fatta
intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il
loro sovrano, non si sarebbero mossi, e non avrebbero ucciso i soldati
Francesi, se gl'insidiatori con mandato espresso del generale di Francia
non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono
uccisi, ma non a centinaia, come la solita buonapartiana gonfiezza ebbe
allegato. Taccio la villania di parlare con tali espressioni ad un
principe, in cui era raccolta tutta la nazione Veneziana. Se questa è
grandezza, come alcuni stimano, io non so che cosa sia piccolezza.
A tale vituperio ed a tanta indegnità una sola risposta era da farsi, se
pure la umanità e la civiltà l'avessero permessa, e quest'era di tuffar
in mare Junot, e di correre subitamente all'armi per veder quello, che
volessero i cieli definire. Bene dovevano i Veneziani, non tuffar Junot,
ma sì impugnar l'armi; ma nè i tempi nè gli uomini erano abbastanza
forti in Venezia. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a
condizione tanto abietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato;
avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione
Francese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le
disgrazie imminenti avevano riempito l'animo dei circostanti d'orrore e
di terrore.