Arrivava a Crema l'Hermite già partecipe del rivolgimento di Bergamo, e

si metteva all'atto di blandire il podestà con parole soavi,

dell'ufficio dolcemente esercitato lodandolo. Somiglianti parole usava

l'ufficiale del direttorio, che, distrutta per forza e per inganno

l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne giva affermando, che i

Francesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Mescolaronsi in

questo moto pochi uomini del paese, fra i quali principalmente

comparirono il marchese Gambazocca, ed i conti Asperti, Locatelli, e

Romini venuti da Bergamo. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero,

ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del lione di San

Marco, come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi

libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa. Così Crema per

opera dei soldati Buonapartiani fu ridotta a divozione dei novatori.

Kilmaine, che aveva scritto la bella lettera pel fatto di Bergamo, se ne

stette tacendo per quel di Crema.

Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi

pensieri tanto nei capi Francesi, quanto nel senato Veneziano, così come

ancora fra i sudditi, che si conservavano fedeli. Vedevano i primi, che

l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma

importanza ai loro ulteriori disegni; perchè oltre al più facile vivere

per la ricchezza di quei territorj, i novatori, che gli secondavano,

divenivano e più audaci e più numerosi. Faceva in questo loro esempio

grandissimo frutto, e nuova gente novatrice, siccome un nembo ne tira un

altro, si accostava. Principale fondamento a tutto questo moto era

Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi.

Quivi ancora gli ottimati, o che amassero la libertà, o che avessero

gelosia contro i patrizi Veneti, o che solamente si fossero lasciati

stravolgere dalla vertigine comune, favorivano la rivoluzione. Nel che

Brescia si diversificava da Bergamo, dove i più fra i ricchi si

mostravano avversi. Accorrevano poi a Brescia Dombrowski co' suoi

Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole,

animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani,

Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuamente, chi con

lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per

combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al

colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi, erano

incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse

andar sossopra tutta, ed a ruina la Veneziana repubblica. Lahoz,

Gambara, Lecchi, ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato

in questi moti, trionfavano. Queste cose vedevano con gli occhi loro i

capi dell'esercito Francese, e le passavano: se le sapeva Buonaparte, e

le passava con troppa più sopportazione, che si convenisse alla sincera

fede.

Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma

Veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della

potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose,

proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra

dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza,

e per essere passo del fiume. Questo era anche risolutamente l'intento

di Buonaparte; perciocchè più di un mese prima che sorgesse la

sollevazione di Verona, aveva dato ordine a' suoi comandanti in questa

città, che procurassero la rivoluzione medesima con tutte le forze, e

con tutte le arti loro. Nel che con maneggi, parte segreti, parte palesi

il secondavano. Mentre tutti quest'inganni si tramavano, non erano

ancora le cose sicure pei Francesi, che tuttavia si trovavano a fronte

dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva

anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in

Verona contro i Veneziani, gli rappresentava, che il moto in lei sarebbe

riuscito pericoloso, e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli

stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo

più propizio. Rispondeva, gisse pure, e sommuovesse Verona. Poi

soggiungeva, che se la sommossa andasse bene sarebbe libera l'Italia, se

male, la Cisalpina repubblica (con tal nome dopo la conquista di Mantova

aveva chiamato la Transpadana) almeno resterebbe. Dette queste parole,

accommiatava Pico, raccomandandogli, s'intendesse con Beaupoil e con

Kilmaine, e gli desse ragguaglio di tutto che accadesse: desse intanto

ricovero in Mantova ai patriotti che fossero in pericolo, e gli rendesse

sicuri, che sarebbero liberi. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori

rispetto a Verona; perchè colà mandavano agenti segreti, parte da

Brescia medesima, parte da Desenzano, parte da Lonato, affinchè

cooperassero alla sollevazione. Così Verona era insidiata da Buonaparte,

da' suoi capitani, dai novatori armati, dai novatori non armati,

Italiani, Polacchi, Svizzeri, e Francesi. Non ostante tutto questo il

canuto Lallemand, ed il giovane Buonaparte sempre protestavano a nome di

Francia dell'incontaminata fede, e della sincera amicizia verso la

repubblica Veneziana.

Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo

Veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani

sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quelli stessi che

macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi

mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi

reggimenti di Schiavoni: vi mandava due provveditori straordinari,

Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Niccolò Erizzo, uomo

di natura molto calda, ed amantissimo del nome Veneziano. Ma perchè le

radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte

Francesco degli Emilj, personaggio ricchissimo e di molto seguito,

acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni

e qualunque cosa, che in poter suo fosse, facesse, per isventare le

macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte

Emilio, e tra l'autorità del suo nome, e l'efficacia delle sue

ricchezze, faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi,

ammassando munizioni, traendo a se buoni e cattivi per tenere in piede

l'insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte

Verità, ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi

molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il

secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro,

alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e

lo spoglio di Loreto: gli animi già infieriti per tante ingiurie, di

maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo

sdegno l'orribile governo, che facevano delle province le truppe

repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano.

Vieppiù innaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli

rapiti dai Tedeschi in guerra, eran fatti pagare dai comuni. Quel dei

Due Castelli, situato sull'agro Veronese, e composto appena di

cinquecento abitatori, per esservi stato in una sortita da Mantova

rapito dai Tedeschi non so che carro di bagaglio di generali, fu posto

da Buonaparte ad una taglia di cencinquanta mila franchi, taglia tanto

esorbitante per quello piuttosto casale che villaggio, che era anche

ridicola. Perchè poi non la potevano pagare, vi mandava Junot con un

grosso di cavalleria a vivervi a discrezione. Queste enormità si

moltiplicavano; i popoli, che non vedevano altra cagione, che una

insolenza fantastica, od una sete di rapire insaziabile si riempivano di

sdegno. Giuravano di andar all'incontro di ogni più grave pericolo, di

sopportare ogni più crudele disgrazia piuttostochè non vendicarsi, e non

tentare di sottrarsi a sì orribile dominazione. Molto sangue Francese fu

certamente versato, e pur troppo barbaramente a Verona, e fu sangue, la

maggior parte, d'innocenti. Ma gli autori veri e primi di sì cruda

carnificina, non inganneranno punto la giustizia divina, nè il giudizio

dei posteri. Sa Dio, e sapranno i posteri, se contro il Veneziano

governo, o contro Buonaparte, se contro i conculcati o contro i

conculcatori, se contro il conte Francesco degli Emilj, o contro coloro,

che il generalissimo di Francia secondavano nell'opera rea prima di far

ribellar Verona contro il senato, poi di vendere Venezia, se contro chi

non voleva essere tradito, o contro chi voleva tradire sia quel sangue

sparso, e contro chi gridi vendetta.

Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò, perchè, andata contro

questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di

qualche Francese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani, aiutati

dagli abitatori della valle di Sabbia; i quali, siccome quelli che erano

molto affezionati al nome Veneziano, erano accorsi per conservare la

città sotto la divozione dell'antico principe. Quest'erano le masse

ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole

esempio di fedeltà e di ardire dava nella fazione di Salò il

provveditore Francesco Cicogna; dal che si può argomentare quale

mutazione avrebbero fatto le cose di Venezia, se il senato avesse

permesso, che Ottolini desse dentro, quando ancora era tempo, col suo

stormo, e se Battaglia tale fosse stato quali furono Ottolini e Cicogna.

I prigioni fatti a Salò, che arrivarono a più di ducento, furono

condotti a trionfo per Verona, i sudditi carcerati, come rei di stato.

La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la

terraferma Veneta. Armavansi a gara i popoli, e protestavano della fede

loro verso il senato. Questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani da

Buonaparte, e dagli storici adulatori di lui, i quali per altro

confessano, che in quel momento stesso, e già da lungo tempo prima si

trattava di far indenne l'Austria a spese di Venezia. Adunque doveva

Venezia darsi di per se stessa vinta, e disarmata in mano di chi sotto

colore di amicizia la tradiva? Certamente doveva Venezia in

quell'estremo frangente, in cui era caduta, non per colpa propria, ma

d'altrui, difendersi: bene gli uomini generosi, gli amatori massimamente

del nome e del costume Italiano le daranno eterno biasimo del non

essersi abbastanza, ed a tempo difesa, e con dolore vedranno nei ricordi

delle storie scritto i posteri, che l'opera della sua distruzione sia

stata frutto, tanto della debolezza de' suoi reggitori, quanto della

malvagità di amici fraudolenti; poichè fuori di dubbio è, che, passando

anche sotto silenzio le passate occasioni, se dopo la vittoria dei

Salodiani, le disposizioni tanto incitate dei Veronesi, ed i

preparamenti fatti nell'estuario, in un con le vittorie di Laudon nel

Tirolo e con le masse Tirolesi e Croate, avesse il senato fatto una

forte risoluzione coll'unirsi all'Austria, e col dichiarare la guerra

alla repubblica di Francia, si sarebbe trovato Buonaparte in gravissimo

pericolo, e l'antico dominio dei Veneziani sarebbe stato preservato. Ma

l'aver voluto aspettare l'estrema ingiuria, quando già le ingiurie

avevano oltrepassato l'estremo, e l'aver abbandonato i sudditi, quando

volevano difenderla, fu cagione della ruina della repubblica.

Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti

della terraferma erano spontanei, e solo cagionati dalla rabbia concetta

dai popoli infastiditi delle insolenze, e sdegnati dalle ingiurie dei

forestieri. Perciò il senato gli poteva qualificare come opera non sua,

e sempre protestare, quanto spetta alla direzione del governo, della

perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando

il talento proprio, e credendo di far cosa grata al generalissimo,

pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno

dei magistrati più principali far in modo, che il governo Veneziano egli

medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Francesi; della

qual fraude nissuna si può immaginare nè più brutta, nè più diabolica.

Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto, attribuendolo a

Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terraferma,

col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Francesi, e ad

uccidergli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori,

novatore molto operativo di Milano, e rapportatore palese e segreto di

Buonaparte, che poscia creatosi imperatore, l'abbandonò in miseria tale,

che gittatosi in fiume a Parigi terminò con fine disperato una vita poco

onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale a

Milano, intitolato il Termometro politico, giornale che si scriveva in

casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor

essi dalla illusione e dalla vertigine di quell'età. Quantunque

astutamente gli sia stata apposta la data dei venti marzo, uscì

veramente ai cinque aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a

Judenburgo a questo tempo, già offeriva gli spogli della repubblica, e

già fatto sicuro della pace con l'imperatore, non aveva più timore delle

masse Veneziane. Così l'incitare contro i Francesi era pretesto di far

uccidere i Francesi dai Veneziani, i Veneziani dai Francesi, e per

trovar compensi all'imperatore a danni di Venezia. Il non aver fatto il

generalissimo alcun risentimento contro gli autori di un fatto tanto

grave, e che poteva e doveva costar la vita a tanti Francesi, pruova

ch'ei ne fosse soddisfatto.

Il manifesto era quest'esso:

«Noi Francesco Battaglia per la serenissima repubblica di Venezia

provveditore straordinario in terraferma.

«Un fanatico ardore di alcuni briganti nemici dell'ordine, e delle leggi

eccitò la facile nazione Bergamasca a divenir ribelle al proprio

legittimo sovrano, ed a far correre da una moltitudine di facinorosi

prezzolati altre città, e provincie dello stato per sommovere anche quei

popoli. Contro questi nemici del principato noi eccitiamo i fedelissimi

sudditi a prendere in massa le armi, e dissipargli, e distruggergli, non

dando quartiere o perdono a nissuno, ancorchè si rendesse prigioniero,

certo che sì tosto gli sarà dal governo data mano, e assistenza con

denaro, e truppe Schiavone regolate, che sono già al soldo della

repubblica, e preparate all'incontro.

«Non dubiti nissuno dell'esito felice di tale impresa, giacchè possiamo

assicurare i popoli, che l'esercito Austriaco ha inviluppato, e

compiutamente battuti i Francesi nel Tirolo e nel Friuli, e sono in

piena ritirata i pochi avanzi di quelle torme sanguinarie e irreligiose,

che sotto il pretesto di far la guerra ai nemici devastarono i paesi, e

concussero le nazioni della repubblica, che loro si è sempre dimostrata

amica sincera e neutrale, e vengono perciò i Francesi ad essere

impossibilitati di prestar mano e soccorso ai ribelli, anzi aspettiamo

il momento favorevole d'impedire la stessa ritirata, alla quale di

necessità sono costretti.

«Invitiamo inoltre gli stessi Bergamaschi, rimasti fedeli alla

repubblica, e le altre nazioni a cacciare i Francesi dalle città e

castelli, che contro ogni diritto hanno occupato, e a dirigersi ai

commissarj nostri Pier Girolamo Zanchi, e dottor fisico Pietro Locatelli

per avere le opportune instruzioni, e la paga di lire quattro al giorno

per ogni giornata in cui militassero.

«Verona, 20 marzo 1797.

«Francesco Battaglia, provveditore straordinario in terraferma,

«Gian-Maria Allegri, cancelliere di Sua Eccellenza. Per lo stampatore

camerale».

Questo manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi Francesi,

massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude,

che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero

fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, e che

mescolato in queste trame di rivoluzione ne conosceva bene il fondo, gli

avvertiva con bando pubblico, che la neutralità era stata rotta dai

tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, pazzamente si era

persuaso, che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare,

sareste i vincitori dei Francesi, la prima nazione dell'universo pel

coraggio, e la scienza della guerra. Sappiate adunque, che il generale

Buonaparte ha ordinato, che Battaglia sia messo in ferri, ed impiccato;

che saranno pure impiccati coloro, che v'inciteranno alla ribellione; le

vostre case saranno arse, le famiglie desolate: uscite d'errore, e

presto, deponete le armi, portatele al comandante di Brescia; mandategli

deputati; quando no, perirete tutti».

Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del

manifesto per far credere ai popoli, ch'ei fosse vero; e quei ferri, e

quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi

allora in Venezia, non era in potestà di Buonaparte nè di farlo

arrestare, nè di farlo impiccare. La verità della storia richiede oltre

a ciò, che noi scriviamo, che il provveditore non era nemmeno per venire

in potestà del generale; perchè quando Buonaparte distrusse Venezia,

domandò la prigionia e la morte di tutt'altre persone che di quella di

Battaglia, ancorchè egli fosse il più colpevole di tutti verso i

Francesi, se opera sua fosse stato il manifesto: che anzi Buonaparte

accarezzò Battaglia, e se lo tenne molto caro. Noi sappiamo, che il

provveditore era partigiano di qualche riforma negli ordini dello stato;

ma che Buonaparte avesse altre cagioni di amarlo, noi non vogliamo nè

affermare nè negare, ancorchè troviamo scritto, che questo Veneziano

abbia servito ai disegni del generale Francese più di quanto la libertà,

e l'independenza della sua patria comportassero.

Allontanava da se Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo: lo

smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano

più forti delle protestazioni, ed era strana veramente, e

compassionevole cosa il vedere, che gl'innocenti cercassero di

giustificarsi appresso i rei di un delitto, che essi rei contro

gl'innocenti avevano commesso, e che a loro per distruggergli

imputavano; condizione unica per certo, che sia stata al mondo, e degna

veramente della malvagità di quei tempi.

Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio dei Veneziani,

era a Buonaparte spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed

innocente stato. Restava, che le sue condizioni divenissero tanto sicure

rispetto agli Austriaci, ch'ei potesse senza pericolo mandar fuori

quello, che già da lungo tempo si era nell'animo concetto. A questo gli

dava occasione la tregua sottoscritta coi legati dell'imperatore il dì

sette aprile a Judenburgo; alla quale conclusione non si venne nè da una

parte nè dall'altra, se non promessi, ed accettati i compensi a spese

della repubblica Veneziana. Solo restava all'Austria qualche residuo di

renitenza al consentire, per accomodar se, ad accettar le spoglie di un

governo, dal quale non aveva ricevuto alcuna ingiuria, col quale era

congiunta d'amicizia, e che anzi a motivo di questa sua amicizia si

trovava ridotto a tali compassionevoli strette. A questo rimediava

Buonaparte col far rivoltare lo stato dei Veneziani, anche sulla

sinistra del Mincio; perchè se ripugnava all'Austria il nuocere a

Venezia sotto il governo antico, bene sapeva che non le ripugnerebbe il

nuocerle sotto il nuovo, odioso a lei pei principj, non congiunto con

lei per alcun vincolo di amicizia. Non così tosto ebbe sottoscritto la

tregua coll'imperatore, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i

Veneziani; il che mandò ad esecuzione in vari modi, ma che tutti

tendevano al medesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot

con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza

grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot altieramente

richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in

pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi;

era il sabato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati,

intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri.

Avvertivanne Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane

impazientissimo, insisteva dicendo, o l'udissero subito, o appiccherebbe

le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri, che il derogare

all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere

quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabato. Introdotto

in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre

capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di

terraferma, ed i cinque agli ordini, leggeva, con parlare prima timoroso

per la sorpresa, poi superbissimo per la natura, una lettera, che

scriveva Buonaparte al doge il dì nove aprile da Judenburgo, ed era

quest'essa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia

è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai

Francesi, molte centinaja di soldati dell'esercito Italico già sono

stati uccisi; invano voi disappruovate le turbe raccolte pei vostri

ordini. Credete voi, che nel momento in cui mi trovo nel cuore della

Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo?

Credete voi, che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le

stragi, che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a

sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi a molti doppi il coraggio ogni

battaglione, ogni soldato Francese. Con empia perfidia corrispose il

senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio

aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace, o di guerra.

Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate, e non date in

mia mano gli autori degli omicidj, la guerra è dichiarata. Non è già il

Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia; d'animo

deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate

contro l'esercito; ma ventiquattr'ore di tempo, e non saran più: non

siamo più ai tempi di Carlo Ottavo. Se, contro il chiaro intendimento

del governo Francese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per

questo, che ad esempio degli assassini, che voi avete armati, i soldati

Francesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e

sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un

giorno fino i delitti, che avranno obbligato l'esercito Francese a

liberarlo dal vostro tirannico governo».

Qui non è bisogno aggiungere discorsi per giudicare di così fatta

intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il

loro sovrano, non si sarebbero mossi, e non avrebbero ucciso i soldati

Francesi, se gl'insidiatori con mandato espresso del generale di Francia

non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono

uccisi, ma non a centinaia, come la solita buonapartiana gonfiezza ebbe

allegato. Taccio la villania di parlare con tali espressioni ad un

principe, in cui era raccolta tutta la nazione Veneziana. Se questa è

grandezza, come alcuni stimano, io non so che cosa sia piccolezza.

A tale vituperio ed a tanta indegnità una sola risposta era da farsi, se

pure la umanità e la civiltà l'avessero permessa, e quest'era di tuffar

in mare Junot, e di correre subitamente all'armi per veder quello, che

volessero i cieli definire. Bene dovevano i Veneziani, non tuffar Junot,

ma sì impugnar l'armi; ma nè i tempi nè gli uomini erano abbastanza

forti in Venezia. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a

condizione tanto abietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato;

avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione

Francese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le

disgrazie imminenti avevano riempito l'animo dei circostanti d'orrore e

di terrore.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 3 / 22 段