Già abbiamo in un precedente libro raccontato, che Bergamo era stato

occupato da Buonaparte, come istrumento potente a volgere a sua

divozione l'animo dei popoli della terraferma Veneta. Fu del tutto

violento il modo, e contrario a tutti gli usi della neutralità.

Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers gli guidava,

con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese,

s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierìe Veneziane,

intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le

truppe Venete; se nol facesse, userebbero la forza. In tale guisa

s'insignorirono di Bergamo coloro, che accusavano Venezia della violata

neutralità. Ma questo non era che il principio, ed il fondamento delle

trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano

una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i

repubblicani Italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel

paese Veneziano. Alcuni Francesi vi erano mescolati, che intendevano ai

medesimi fini. Tra questi un Landrieux, capo dello stato maggiore di

cavallerìa, era stato eletto dalla congregazione, qual operator

principale a turbare le cose Venete. Ma egli, o che avesse per onestà di

natura realmente in odio quest'opere pestifere, o che per motivo meno

sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con

gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere o per mezzo loro, o

immediatamente ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano

mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose, che massimamente

importavano alla salute della repubblica Veneziana. Mandava il

segretario Stefani: trovava in Milano un avvocato Serpieri Romano,

trovava Landrieux, alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava

Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le

rivoluzioni, già averne impedito una in Ispagna, volere impedire quella

dello stato Veneto; a ciò muoverlo l'onore della nazione Francese

calpestato da Buonaparte, dal direttorio, dai consigli, orrida tutta,

come diceva, e facinorosa gente; muoverlo ancora i benefizj fatti dalla

repubblica Veneziana all'esercito di Francia, muoverlo l'umanità,

muoverlo il desiderio della pace: avere fra un mese ad esser pace con

l'Austria, se fosse impedita la rivoluzione degli stati Veneti; nel caso

contrario non esservi più modo di conciliazione, non aver più freno

l'ambizione di Buonaparte; abbracciare nell'ambizione sua la sovranità

d'Italia. Soggiungeva poscia, che la rivoluzione dello stato Veneto era

opera della congregazione segreta di Milano, alla quale partecipavano

principalmente Porro Milanese, Lecchi, Gambara, Beccalosi da Brescia,

Alessandri, Caleppio, Adelasio da Bergamo; dovere lui stesso, Landrieux,

essere l'operator principale della rivoluzione, sapere i nomi, le forze,

le macchinazioni dei congiurati, dovere aver principio la rivoluzione in

Brescia, poi dilatarsi in Bergamo ed in Crema; uomini apposta,

seminatori di denaro di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle

valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o

dieci giorni: erano i nove di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano

Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia,

provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la

rivoluzione in Brescia, s'impedirebbe anche negli altri luoghi; intanto

non si facessero carcerazioni di persone, perchè per questo si

ritarderebbe, non s'impedirebbe l'esito della congiura: sapere il giorno

dell'unione di tutti i congiurati, ne avvertirebbe egli, acciocchè tutti

ad un tratto potessero arrestarsi, e così intieramente si renderebbe

vana la diabolica cospirazione. Protestatosi dallo Stefani, volersene

tornare a Bergamo, rispondeva Landrieux, non convenirsi, bensì andare a

Brescia. Toccatasi dal Veneziano la gratitudine della repubblica

rispondeva il Francese, premio non desiderare per allora, doversi il suo

nome tenere segreto, finchè l'esercito fosse ridotto sulle Alpi per

restituirsi in Francia; se Venezia allora si ricordasse di Landrieux,

ciò gli sarebbe a grado. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe

raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al

provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per aver

avuto sentore, o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più

presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.

Era la mattina dei dodici marzo, quando un moto insolito si manifestava

in Bergamo, i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano,

ajutare i Francesi l'impresa; divisi in varie squadre giravano per la

città; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo

marciavano; guardie Francesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti

dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il

comandante Francese dal podestà, che cosa volesse significar questo,

accusava pattuglie insolite di soldati Veneziani e della sbirraglia.

Erano in Bergamo due compagnìe di cavallerìa Croata, due di fanti

d'oltremare, tre d'Italiani, forse con tutto questo trenta sbirri; non

montavano fra tutti a quattrocento: i Francesi quattro mila, se non

mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la

provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie

in suo potere temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti

gli amatori dello stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo.

Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a se i deputati alle

provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la

libertà, ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol

facessero, ne anderebbe la vita. In questo mezzo due uffiziali

repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà,

ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano, alcuni per amore, molti per

forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile.

Scendeva la notte intanto, e rendeva più terribile l'aspetto delle cose.

In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo

stendardo Veneto, che ancora sventolava sulle mura del castello. Era

ancor libero Ottolini, instava presso a Lefevre comandante, della

santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera,

faceva udire questo suono, che il popolo di Bergamo era libero, che per

questo egli aveva fatto torre lo stendardo Veneto, ostacolo alla

libertà; che le intraprese lettere del podestà (quest'erano le lettere

con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei

congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli

servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrar tosto da

Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Cacciare dalla

propria sede sotto pena di esilio e di carcere un rappresentante

pubblico di un governo, è oltraggio tale, che niun altro può esser

maggiore, e solo avrebbe bastato, non solamente a giustificare, ma

ancora a necessitare qualunque presa d'armi, ed anzi una formale

dichiarazione di guerra da parte del senato Veneziano contro la Francia,

se questa non satisfacesse, come effettivamente non satisfece. Mentre il

comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e

con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa Francese. Di

bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito, o sarebbe mandato a

Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in

poter dei novatori, i soldati Veneti, prima disarmati, poi mandati a

Brescia.

Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare,

come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in

ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano

di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la

libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana;

l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo Cispadano.

«Viviamo, continuavano, combattiamo, e moriamo, se fia d'uopo, per la

causa medesima: al medesimo modo debbono vivere i popoli liberi: viviamo

adunque uniti per sempre voi, Francesi, e noi».

Pubblicavansi frequenti scritti, parte serj, parte faceti,

parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di

Venezia, sugl'inquisitori di stato, sulla tirannide d'Ottolini,

sull'aristocrazia, sull'oligarchia, e simili altre parole greche; strana

occupazione di menti del condannare in altri ciò che era in se, perchè

dei piombi, e degl'inquisitori si può domandare, che altra cosa fossero

i ministri di polizia del direttorio e di Buonaparte, se non inquisitori

di stato, e se non abbiano fatto arrestare, e tener prigione senza

processo più gente in quindici anni, che gl'inquisitori di Venezia in

tre secoli. Si può anche domandare, se i castelli di Vincenna, di Ham, e

di Pietra Castello non fossero piombi, e se il comandante di Milano non

esercitasse maggior tirannide contro coloro che non amavano lo stato

nuovo, che Ottolini contro quei che non amavano il vecchio. Quanto

all'aristocrazia ed all'oligarchia, gli uomini dritti, e che non si

lascian prendere alle grida, sapranno ben essi con qual nome chiamare

uno stato, come quello era di queste estemporanee repubbliche Italiane,

in cui un comandante militare comandava a pochi gridatori di libertà,

questi pochi molestavano con ischerni, con tasse, con prigionie, e con

esilj l'universale dei popoli. Io temo che da tutto questo chi mi legge

creda, ch'io non sia amico della libertà; ma queste cose io dico

appunto, perchè sono; imperciocchè il peggior male che si sia fatto alla

libertà, è l'aver chiamato col suo nome la tirannide. Trovomi in questo

concorde col generoso Parini: _ed ancor io_, diceva egli, _amo la

libertà, ma non la libertà fescennina_.

Intanto i novatori, non essendo senza sospetto sugli abitatori delle

campagne, mandavano uomini fidati a predicare la libertà, rizzavano

alberi, creavano municipali, gridavano contro l'aristocrazia: i popoli

aombravano, non sapendo che cosa queste strane fogge si volessero

significare. Non si muovevano in favor dello stato nuovo, perchè non

l'intendevano, e non vedevano qual bene avesse in se: neppur si

muovevano in favor del vecchio, perchè il caso improvviso di Bergamo gli

aveva fatti attoniti e temevano i Francesi che vi erano mescolati.

Arrivavano poscia Cispadani, Transpadani, Polacchi, ogni sorte di

patriotti, e facevano un predicare, uno scrivere, un festeggiare

incredibile.

Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana.

Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione in Brescia per vieppiù

stabilire nella divozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso

Ottolini, quando ancora era in ufficio, d'informare il provveditore

straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa

città e gli aveva mandato il nome dei congiurati, dei quali non si era

punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il

che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il ventuno del

mese, e ad arrestargli, e ad uccidergli. Inoltre il rappresentante

Veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore

straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver

effetto; si armasse, non si fidasse del comandante Francese del castello

di Brescia, perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose

turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso, perchè

l'uccidere i congiurati non gli pareva sicuro in tanta contaminazione di

spiriti, massimamente pensando ch'essi appartenevano alle più principali

famiglie di Brescia. Da un'altra parte il far venire soldati da Verona

gli pareva dar troppo sospetto, temendo dei Francesi; nè anco quei

soldati potevano esser molti. Ristringeva in Brescia le squadre di

cavallerìa sparse nel contado; ma erano poche genti. Chiamava a se i

Lecchi, i Gambara, i Fenaroli, e gli altri amatori di novità, e gli

accarezzava, ma senza frutto. Non sapeva a qual partito appigliarsi; le

artiglierìe in mano dei Francesi; il castello poteva fulminare la città.

Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura

d'amicizia, macchinarsi in Brescia contro lo stato da gente scellerata

sotto nome di protezione Francese; e stantechè tutte le artiglierìe

Venete erano in poter suo, richiederlo, che lo accomodasse di sei od

otto, perchè si potesse difendere: richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai

soldati Lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della

protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei

Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitar gli uomini in

grazia delle loro opinioni, non esser delitto se uno inclinava più ai

Francesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra

Francesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva

tolto i mezzi di difesa: e come se ancora si trattasse di opinioni e non

di fatti, e di congiure contro lo stato. Desiderava finalmente di veder

il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore la rivoluzione

di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.

Ecco la sera dei diciasette marzo arrivare improvvisamente le novelle,

essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali Francesi condotti da

un Antonio Nicolini, Bresciano, ajutante di Kilmaine, ed impedire il

passo ad una squadra di cavallerìa, che da Brescia mandava il

provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori,

perchè una massa di circa cinquecento tra Lombardi e Bergamaschi,

guidati da capi Francesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con

due cannoni, certamente avuti dai Francesi, perciocchè portavano lo

stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina dei

diciotto già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo

punto aprir le cannoniere del castello, che miravano al palazzo. Dei

congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi

andato all'incontro dei Lombardi, e chi sparso in varj luoghi eccitava

il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà, che si armassero i

soldati della repubblica, e con la forza si resistesse ai ribelli;

Battaglia titubava per paura dei Francesi, dei nobili, e di tutto:

certo, il minor male che si possa dire di lui, è, che ebbe paura: ma

forse l'amicizia che aveva con Buonaparte nocque alla repubblica.

Mandava due uffiziali ai ribelli per udire quello, che si volessero.

Rispondevano, Lecchi il primo, volere per amore o per forza liberare il

popolo Bresciano dalla tirannide Veneta, aspettare in ajuto loro

diecimila soldati, e molti Francesi: badasse bene il provveditore a

quello che si facesse, perchè se resistesse, andrebbe Brescia a fuoco ed

a sangue. A questo suono Battaglia, non so se mi debba dire intimorito,

o peggio, raccoglieva tutti i suoi soldati nei quartieri, e dava ordine

che non resistessero; licenziava al tempo stesso le guardie del palazzo,

e si metteva in tutto a discrezione di coloro che volevano spegnere il

dominio di quel principe, che aveva in lui collocato tanta fede.

Mocenigo, veduto la terra abbandonata da quello che poteva più di lui,

si fuggiva. Intanto il popolo stimolato dai congiurati, e già essendosi

avvicinati alle mura i novatori di fuori, tumultuava, gridando libertà.

Accresceva l'impeto l'apparire di un Pisani, stato molto tempo nei

piombi: le grida contro i Veneziani tiranni montavano al cielo.

Sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante,

dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei

repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto

a fulminare, poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche

Veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà dei novatori.

Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato. Arrestavano

Battaglia, e per poco stette che non Io uccidessero. Lo serravano poscia

in castello, dove era custodito da soldati Francesi, opera certamente

meritevole di ogni riprensione; perchè se era brutta cosa il secondare

la ribellione, bene era peggiore il farsi complice dei ribelli col tener

carcerato un magistrato principalissimo di una repubblica, alla quale la

Francia continuava a protestare amicizia.

Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a

Venezia. Scriveva il senato, di cui queste cose molto angustiavano

l'animo, le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile

Querini in Francia. Si rispondeva, che non si sapeva capire, che i

Francesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che

qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma

l'importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose

in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due Savj del collegio

Francesco Pesaro, e Gian Battista Corner, affinchè gli dimostrassero,

quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le

cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera dei comandanti

Francesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia, che

la repubblica di Francia continuamente, ed anche recentemente aveva

fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo, ed asseverantemente

protestassero dell'incorrotta fede, e della costante amicizia del senato

verso la Francia; stringesserlo a disappruovare pubblicamente la

condotta dei comandanti delle due città ribellate, ed a restituire i due

castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo in fine, che

consentisse, che il senato con le armi in mano rimettesse sotto

l'obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano,

espostogli il fatto dai legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere

sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica

i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado

per sottomettere i ribelli, purchè le genti Francesi, e gl'interessi

loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più

di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe,

fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato:

allegava essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando

poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i

novatori a divozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il

farebbe. Toccava finalmente, che sarebbe bene, che Venezia più

strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.

Covava in tutto questo una insidia: perchè mentre affermava Buonaparte,

essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per

ridurre all'ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse

volendo, per essersi effettuato quello che forse egli aveva voluto

impedire, ricoprire con mostrar severità i sospetti, che potevano

concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna

gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia, nè in Bergamo, e

che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico,

con tutte le sue forze. Ma le cose da più alta sede pendevano che da

Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque

del direttorio, e dettogli, che poichè i Francesi protestavano, non

volersi mescolare nel governo interno delle città Venete, doveva

riuscire cosa indifferente al direttorio, se il senato rimettesse nel

dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo

sperasse, e che finchè fossero in Bergamo truppe Francesi, non l'avrebbe

mai il direttorio permesso. Replicato dal Querini, che di tale divieto

non comprendeva la ragione, soggiungeva il quinqueviro, ciò esser

chiaro, perchè i Francesi essendo più forti dei Veneziani, a loro stava

a comandare in quei luoghi; le quali voci certamente sono da stimarsi

barbare; perchè bene si sa, e pur troppo, che queste cose spesso si sono

fatte; ma l'asseverare con tanta fronte, che sia diritto e giusto farle,

è nuovo del tutto. Terminava il quinqueviro dicendo, che infine non

toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Francese, e che

vedeva bene, che i discorsi del Quirini dimostravano, che il governo

Veneto non si fidava nella lealtà del direttorio, ma che se così fosse,

avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede, quale concetto si debba

fare della condiscendenza di Buonaparte. In tale modo si sollevavano dai

capi dell'esercito repubblicano i sudditi contro Venezia, ed a Venezia

si vietava che gli sottomettesse.

Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati,

parendo loro, come era veramente, cosa enorme, pericolosa, e di pessimo

esempio, che soldati forestieri si adoperassero per tornare a divozione

i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano la offerta,

restringendosi con dire, che poichè i castelli erano in mano dei

Francesi, e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico stato, ragion

voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche

dimostrazione pubblica per disappruovare i moti, che si erano suscitati.

Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle

nuove opinioni che molto avevano ajutato le sue armi, sarebbe certamente

incolpato, se ora si dimostrasse avverso a coloro, che si erano scoperti

fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si

sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente glie l'avesse

comandato. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia

colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava,

esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Le quali

esibizioni ed esortazioni, chi si farà a considerare fino a qual termine

già fossero trascorse le cose, e le offerte fatte all'imperatore

Francesco, saranno testimonio certo, ch'elle avevano tutt'altro fine,

che la salute di Venezia. Del resto, senza tanti giri di parole, e

serbando anche in sua potestà, per sicurezza del suo esercito, i

castelli di Bergamo e di Brescia, bastava bene che il generalissimo

ordinasse, o che con un cenno solo significasse, che Bergamo e Brescia

ritornassero all'obbedienza di Venezia, che i magistrati instituiti dai

novatori cessassero l'ufficio, e che quei del senato fossero restituiti

al loro, perchè tutte queste cose avessero incontanente la loro

esecuzione. Anzi il solo dichiarare, ch'egli disappruovava quelle due

rivoluzioni, e che contro la sua volontà erano state effettuate, avrebbe

rintegrato subitamente nelle due città ribelli il consueto dominio. Il

non averlo voluto fare dimostra viemaggiormente i disegni sinistri.

Strana esibizione di Buonaparte era questa di voler far tornare

all'obbedienza quelle terre, ch'egli stesso aveva incitato a ribellione;

imperciocchè, senza andar più vagando in questa materia, certa cosa è,

che per ordine espresso di lui furono fatte ribellare ai Veneziani le

città Veneziane, di cui si tratta. Rispondevano i legati della

repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia, dell'alleanza

risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine, e

ricomposta in quieto stato, potrebbe con sicurezza di consiglio

deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore; poi

tornando sull'antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il

ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver

ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava

voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava, quanto fosse in

lui lo sprezzo della neutralità.

Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava

a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine,

generale, che reggeva la Lombardia. Biasimava il comandante di Bergamo

del non averlo fatto consapevole degli accidenti seguiti, sperava, non

ne fosse partecipe, gli proibiva di mescolarsene; se il facesse, il

punirebbe, essere neutralità fra le due repubbliche, volere il

generalissimo, volere lui stesso, che se le portasse rispetto. Se questa

lettera di Kilmaine fosse vera o finta, non si sa, perchè è di data

incerta. Del resto l'opera del comandante nell'ajutare la ribellione di

Bergamo, era notoria, non solo in questa città, ma ancora in tutta

Lombardia, e metterla in dubbio era un'astuzia ridicola; nè il

comandante medesimo fu mai tradotto in giudizio.

Come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che

si fossero, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema,

opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Francesi; perchè il

giorno ventisette marzo, appresentatasi una squadra di cavallerìa di

Francia alla porta, chiedeva il comandante l'entrata, promettendo di non

inferire molestia, e sarebbe dimani partito per Soncino. Introdotti, si

portarono quietamente quel giorno. Ma il dì seguente comparivano due

compagnie armate della medesima nazione; una verso la porta Ombriano,

l'altra verso quella del Serio, nè così tosto si erano avvicinate alle

mura, che le truppe di dentro aprivano le porte, per modo che, dato il

varco, e per far più presto, scalando alcuni le mura, si facevano

padroni della terra. Correvano quindi a disarmare i soldati Veneziani:

s'impossessavano dei quartieri, occupavano il palazzo pubblico,

minacciavano nella vita con l'armi inarcate il podestà, e, disarmato,

costringevano a dismettere l'ufficio. Occupavano al tempo stesso la

camera, il monte, il fondaco, gli uffici, le cancellerie. Taciute tutte

le altre iniquità usate a Venezia, se questa sola della violenta

occupazione di Crema non bastasse per giustificare il senato a sorgere

subitamente con l'armi in mano contro i Buonapartiani, il diranno tutti

coloro, ai quali sta più a cuore la giustizia, che la forza.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo III · 第 2 / 22 段