XXXVI.

Come fosse guarito Aloise di Montalto della sua pena di cuore.

Il ritorno del duca di Feira e del giovine Aloise in patria, segna il

termine, o quasi, del nostro racconto. Laonde, per non avere ad

indugiarci poi con taluni personaggi minori, intorno ai quali il

lettore vorrà essere debitamente informato, diciamone fin d'ora quel

tanto che può essere necessario.

Vive ancora il banchiere Vitali? Sì, vive, ma della vita «di chi doman

morrà»; il che significa, ridotto in povera prosa, che il vecchio

peccatore è sulle ventitrè ore e tre quarti. Lo assiste il Collini,

tenendolo su a forza di espedienti. E non già perchè speri di far

mettere il suo nome in luogo di quello del morto Bonaventura, nel

testamento dell'infermo. Il nuovo testamento e già fatto, e pel

Collini c'è soltanto un legato; cospicuo, sì, ma che non eccede i

limiti della onesta riconoscenza. Dunque, direte, il vecchio si è

pentito, e salvo il diritto di una certa Compagnia che aveva lasciato

al Vitali un milione in deposito, ha nominato erede universale il

marchese di Montalto? No, niente di ciò: ben voleva il Vitali fare

ammenda onorevole con lui di tanti suoi torti; ma Aloise, pur

visitandolo ed augurandogli ogni bene, era stato fermo nel ricusare le

sue liberalità, e perfino quel tanto che gli sarebbe spettato per

legge.

--Lasciate le vostre ricchezze a chi può averne bisogno più di

me;--diceva Aloise.--Ai poveri, per esempio; e parecchie generazioni

di cittadini benediranno la vostra memoria. Questa è anche l'opinione

d'un mio vecchio amico, il duca di Feira, nel quale potreste

ravvisare, vedendolo, una vostra antica conoscenza.... Cosimo

Donati.--Era un gran colpo, pel vecchio Vitali, il sentir proferito

quel nome. Ma egli lo sopportò validamente, come sanno sopportare i

vecchi, fatti insensibili, o poco meno, a certe commozioni morali.

Egli si adattò perfino a rivedere l'antico pretendente alla mano di

Eugenia, più che quell'altro non si adattasse a rivedere il padre di

lei, l'artefice di tutti i suoi mali. Cosimo fu in quella circostanza

misurato e cortese; sorvolò sul passato, venendo tosto a rincalzare

con le sue argomentazioni i propositi di Aloise. Ed egli, che per la

condizione poteva parlare più liberamente del suo giovine amico, che

ormai considerava come figlio ed erede, costrinse il vecchio a fare un

testamento da galantuomo. Andasse un milione a cui spettava, e a quel

milione s'aggiungessero i frutti, computati ad interesse composto.

Dieci anni erano corsi oramai dall'asserto deposito del Padre

Martelli; si oltrepassava dunque il milione e mezzo; e fu ricupero

superiore ad ogni speranza della sacra Compagnia, ad ogni

immaginazione degli aderenti di quella. Primo a farne le meraviglie fu

il confessore del Vitali, che tosto ne sparse la nuova, fruttando al

duca di Feira l'omaggio reverente di tutto il partito dei neri. Lo

stesso marchese Antoniotto, come bandieraio di quell'esercito, stimò

conveniente di mandare al generoso consigliere un suo biglietto di

visita, con alcune righe di prosa robusta, sommamente laudatoria;

cortesia che bisognò ricambiare, incappando ancora nella noia di un

incontro sulle scale, e di una accoglienza festosa in salotto.

Stranezze del caso, il quale avvicina coloro che potrebbero star bene

lontani, ed allontana coloro che starebbero tanto meglio vicini! E

l'incontro col signor senatore e la conseguente presentazione alla

marchesa, furono il solo segreto che il duca di Feira dovesse

custodire, tacendone riguardosamente col suo Aloise. Frattanto, a

parlar solamente degli uomini, dovevano esser belli quei due

personaggi accostati dal caso; l'uno che lodava l'altro come un

benemerito della sua parte; l'altro che ricusava la lode, poichè

solamente aveva fatto il debito suo di onesto consigliere, n'avesse

anche profitto una gente nemica. Bello, due anni più tardi, il

banchiere Vitali, tutto bianco di latte in marmo di Carrara, per

trecentomila lire lasciate ad un istituto di carità, che gli eresse la

statua; e Dio perdoni al povero letterato, che fu richiesto di dettar

l'iscrizione, e non seppe schermirsene!

Del Collini si è già detto, che ebbe un cospicuo legato, bastante a

farlo vivacchiare. O non era già ricco? direte. Sì, era; ma quel banco

Cardi, Salati e Compagno, nel quale egli, il compagno, teneva

impegnati tutti i suoi capitali, sapete pure che fece una mala fine.

Già ogni anno, alla stretta dei conti, tra Cardi e Salati si salassava

ben bene il compagno: poi, un bel giorno, il Salati era sparito colla

cassa; e il Cardi, atteggiandosi a vittima, spandeva torrenti di

lagrime, disposto a dare una parte del suo al compagno scottato. Magra

consolazione, un cinque o sei mila lire di partecipazione, a chi ne

perdeva dugentomila: pure, gli bisognò contentarsene. Poi, anche il

Cardi sparì, per vergogna, forse, e per andare a cercar fortuna

altrove; più probabilmente per ricongiungersi al Salati, e rifare con

lui una nuova ragion di commercio. Speriamo che abbiano azzeccato un

altro compagno; quanto a quello di Genova, non ebbe più modo di

risorgere! corto a quattrini, si ritrovò politicamente spacciato; il

partito ch'egli sperava di capitanare dopo la morte del Gallegos, gli

antepose un altro, che non valeva (diss'egli) i legacci delle sue

scarpe. Ma così va il mondo; e il nostro grand'uomo dal pelo rossigno,

che aveva nutrite in cuor suo tutte le ambizioni, della eleganza,

della ricchezza, dell'autorità, si trovò in un giorno deluso di tutte,

messo fuori bel bello dalle nobili case, costretto a chinare la fronte

orgogliosa, battendo per disperato la povera via delle visite a un

franco l'una. Triste destarsi da un sogno di onnipotenza, che lo aveva

lusingato, gonfiato, levato al settimo cielo!

Il suo fortunato rivale e successore nella condotta del partito, non

ebbe da stare molto più allegro di lui. Quello era un momento critico

per la parte nera. Speranze nuove allargavano i cuori; molto si

aspettava dal terzo Napoleone, e nel Parlamento italiano, per

prepararsi ai felici eventi, si facevano alleanze fin allora

insperate, tra liberali temperati e liberali più caldi, come fuori del

Parlamento tra repubblicani e monarchici. Che cosa poteva fare

l'esercito della reazione, davanti a una così larga sollevazione di

coscienze infiammate, frementi patria, indipendenza, unità?

Sparpagliarsi, aspettando tempi migliori; anzi, in quel crescere di

speranze liberali, non isperandoli nemmeno. Quella non era più la

fiammata del Quarantotto, da potersene prevedere la fine con l'ultima

tracciata di paglia. Del resto, quel povero esercito incominciava a

sentir carestia di teste quadre, molte delle quali eran passate, o

preparavano il passaggio, nel campo nemico. Soprattutto mancavano i

gran nomi, da attrarre col lustro della nobiltà, e da comandar

coll'esempio.

Lo stesso marchese Antoniotto, a mezzo il dicembre del '58, si tirava

in disparte. Scontento, non andava neanche più a Torino, per rompere

le sue lance in Senato contro i mulini.... di Collegno; nè più si

faceva vedere a Genova, essendosi chiuso nella sua villa di Quinto,

come Scipione nella sua di Linterno. Scontento! e di che? A sentir

lui, della poca saldezza e del nessuno ardimento del partito

dell'ordine, a sentir gli altri, per ragioni più intime, più delicate,

che la sua prosopopea di grand'uomo avevano spruzzata un tantino di

ridicolo; onde egli si era ritirato a Quinto, più tiranno che mai,

mentre la marchesa, con quei freschi incominciati, e senza pensar più

che tanto alla festa da ballo con cui casa Vivaldi soleva aprire la

stagione invernale, aveva creduto opportuno di andarsene a stare da

sola in un suo castello delle Langhe.

Ragioni di salute, si diceva per lei, ammiccando, tra caritatevoli

amiche. Infatti da un po' di tempo si lagnava dell'aria marina, e già

più volte il suo medico le aveva consigliato di passar l'Appennino.

Ragioni di studio, si diceva per lui, ridendo un pochino, tra i

buontemponi del suo ceto. Infatti, doveva scrivere un'opera sulla

ragione di Stato nei tempi moderni; l'aveva annunziata da un pezzo;

non voleva farla aspettare più a lungo; e lo scrivere un'opera di

quella fatta non poteva riuscirgli bene fuorchè nella sua villa di

Quinto, dove erano meno centinaia di quadri, e più migliaia di volumi,

ad ingombrar le pareti.

Il marchese Antoniotto Torre Vivaldi non scrisse l'opera promessa alle

genti. Finì il '58 senza che egli l'avesse pur cominciata; passò il

'59, anno di tali novità politiche da confondere ogni ragione di Stato

che s'ispirasse ai trattati del '15; venne il '60, e fu peggio che

mai. Dicono che il povero senatore se ne accorasse tanto, da farci una

malattia; quella malattia che in capo a tre mesi lo condusse alla

tomba. E della grand'opera promessa, neanche un capitolo; il che non

tolse che l'__Armonia__ di Torino, levando a cielo i meriti

dell'estinto, raccomandasse alla vedova di voler dare alle stampe ogni

cosa che fosse rimasta di lui; tra l'altro la «Ragion di Stato dei

tempi moderni». Anche in alcune parti incompiuta, e in altre non

condotte a quella finitezza di stile che era uno tra i pregi del

marchese Torre Vivaldi come scrittore, non si poteva defraudarne il

mondo, per cui benefizio era stata pensata.

Dal castello di Valcalda nelle Langhe non venne risposta all'invito.

La castellana non leggeva l'__Armonia__; ed anche aveva altro da

pensare. Ma basti di ciò; noi ci siamo spinti un po' troppo innanzi

nel tempo, e dobbiamo ritornare sui nostri passi; se non vi spiace,

fino al 4 dicembre del 1858.

Siamo a Genova; entriamo in un buio portone della via Sauli, presso

Canneto il Lungo; saliamo due scale anche più buie, ed eccoci in una

stamperia, che è l'officina, anzi la fucina della __Nazione__, di quel

giornale quotidiano, che era nato da pochi mesi, che doveva morire un

anno dopo, ma che morendo potè dire il suo __vixi__, senza esser

notato di vanagloria.

Era quello il diario che rappresentava, nel concerto della pubblica

opinione, il concorso leale d'una parte dei repubblicani d'allora alla

monarchia di Savoia, a patto che si muovesse guerra allo straniero, e

si facesse l'Italia. La guerra venne, e l'Italia fu fatta, non importa

dir come; nè pensiamo che ciò debba entrare nel nostro racconto.

C'entra bensì l'amico Giuliani, uno dei molti giovani che si

stringevano intorno al vessillo della __Nazione__; il quale Giuliani,

aspettando la guerra per averci la sua parte, aiutava ad attizzare il

fuoco nelle pagine del bellicoso giornale.

Abbiamo detto con ciò che egli era uno dei compilatori; aggiungiamo

che la mattina del 4 dicembre egli stava nel bugigattolo che la

pretendeva a segreteria del giornale, e che seduto vicino a lui stava

Enrico Pietrasanta; ambedue infervorati in un discorso, che, come i

lettori vedranno, non aveva da far niente colla politica.

--Che cosa mi dite, Enrico? Ma è proprio vero?

--Che volete?--soggiunse il Pietrasanta.--Non ho potuto impedire, non

ho potuto mutar nulla, e mi bisogna esclamare come Mosca Lamberti:

__Cosa fatta capo ha__. Ora non si tratta d'altro che di far presto.

Accettate?

--Sono in un brutto impiccio;--rispose il Giuliani con aria

perplessa.--Vorrei compiacere al nostro amico, e rispondere alla

fiducia ch'egli ripone in me; ma sono anche amico del Cigàla, che è

uno dei nostri, e non vorrei....

--Non ve ne date pensiero!--interruppe il Pietrasanta. Accettando,

farete cosa grata anche a lui. Questo è un malaugurato negozio, nel

quale devono entrare soltanto amici, persone le quali non si impuntino

a voler sapere le cagioni dello scontro. Lo stesso Cigàla me ne ha

mostrato il desiderio, dicendomi che insieme con me, dalla parte di

Aloise, avrebbe veduto volentieri il Salvani, o voi. Ma il nostro

Lorenzo è ammogliato; la sua luna di miele è tuttavia nel primo

quarto....

--E fo voto che duri;--disse il Giuliani.--Or dunque, poichè la è

così, accetterò; e siccome capisco che bisognerà anche far presto....

--Vogliono farla finita quest'oggi stesso. Siamo a mezzodì, e non c'è

tempo da perdere.

--Che furia! Basta; così vogliono, e sia. Ma le

armi?

--Non c'è nulla da fare; si sono già intesi tra di loro; ed hanno

scelta la spada.

--Di bene in meglio!--esclamò il Giuliani.--Ma che farnetico li ha

colti, di mandare innanzi le cose a questo modo, non lasciando niente

da fare ai padrini? Io non ci vedo molto chiaro; e voi?

--Io sì, ci vedo!--rispose Enrico sospirando.

--Ma come? Aloise, tornato a mala pena da un mese, si guasta di punto

in bianco col Cigàla, con un amico, con un giovanotto che non farebbe

male, sto per dire, ad un mosca?...

--Sì, avete ragione,--soggiunse Enrico;--ma c'è di mezzo una ruggine

antica. Parlo ad un amico mio e di Aloise, e neppur l'aria ha da

risapere....

--Non dubitate, son mutolo.

--Orbene,--proseguì il Pietrasanta,--vi dirò tutto quel ch'io ne

penso. Prima di tutto, sapete voi la cagione della partenza di Aloise

un anno fa?

--Credo di averla indovinata; un amore sventurato. E il suo ritorno,

mi sembra di averlo capito, un risanamento felice.

--No, qui non sono della vostra opinione. Giuliani. Aloise non è

risanato. Non lo avete visto, che cera da funerale? Egli è tornato

quello di prima, ed è tornato, m'immagino, perchè non gli dava più

l'animo di viver lontano.... da lei. Destino! Ieri l'ha veduta per

via. Ella passava, sulla piazza delle Fontane Amorose, in compagnia

del Cigàla, che a dirvela di passata, salvo il debito della cortesia,

non si cura di lei nè punto nè poco. Ma Aloise non la pensa così.

M'ero già accorto, fin dagli ultimi giorni che egli rimase a Genova,

innanzi di partire col duca di Feira, che la sua amicizia pel Cigàla

s'era di molto raffreddata. Egli lo salutava a mala pena per via, e a

qualche domanda che io gli feci, rispose con certe frasi scucite, da

cui trapelava la stizza. Per farvela breve, Aloise s'era ingelosito

del Cigàla; s'era fitto in mente che la dama non lo vedesse di mal

occhio. Intorno a questo, non dico di no; ma che lo ami!... Quella

donna non ama nessuno, non ha mai amato altro che sè medesima; la qual

cosa, come voi ben potete argomentare, non darà troppo gravi

apprensioni al tiranno di Quinto. Insomma, ieri Aloise ha veduto la

dama, e il Cigàla che le veniva a fianco, ciaramellando allegramente,

com'è suo costume; ed ella rideva, e non vide neppur noi, che stavamo

a piuolo dieci passi discosto, sotto la base del palazzo Spinola. Ella

del resto ci aveva le sue buone ragioni per non vedere, poichè Aloise,

tornato dal suo viaggio, non è andato a salutarla, non ha portato

neanche un biglietto da visita al palazzo Vivaldi. Il Cigàla, in

quella vece, che non ci aveva le stesse ragioni, ci vide e salutò; ma

Aloise lo guardò arcigno, e non rispose il saluto.--Perchè, gli dissi,

non saluti il Cigàla?--Io? e che bisogno c'è egli di salutarlo, quello

sciocco vanitoso?--Non aggiunsi parola, ed egli neppure; ma vidi, e

non c'era bisogno di molta acutezza per vederlo, ch'egli era

fortemente agitato. Questa mattina egli venne da me.--Ho parlato col

Cigàla; mi disse, e ci siamo intesi.--Oh, meno male! risposi. E la

nube si sarà dileguata?--Sì, disse Aloise, prega il Giuliani che

voglia unirsi a te, per farmi ambedue da padrini. Noi ci batteremo

oggi stesso, alle due.... alle tre.... insomma, prima che tramonti il

sole, nella villa del Riario, in Polcevera; l'arma è la spada; tu

porta le tue; il Riario ne porterà un altro paio.--E adesso avete

capito. Giuliani? Che ve ne pare? Danno dello sventato, del pazzo a

me; ma i più savi mi vincon la mano.--

Il Giuliani rimase un tratto sopra pensiero. Avvezzo a vederne di

tutti i colori sulle scene della vita, non sapeva pure capacitarsi di

questa. Ma che farci? Mosca Lamberti aveva ragione; cosa fatta capo

ha.

--E il Cigàla lo avete veduto?--disse egli, dopo alcuni istanti di

pausa.

--Sì, a caso, per via, mentre ancora io duravo fatica a riavermi dal

colpo. Voi capite, Giuliani, che avevo tentato di smuovere Aloise, di

fargli capire.... Ma sì, le furon novelle!--Tutto è inteso tra noi, mi

rispose asciutto: l'essenziale è di farla presto finita, perchè

stasera vorrei ritornare col duca alla Montalda; se mi ami come

sempre, dammi una mano; se no....--Questo furono le sue ultime parole.

Ed io, lo vedete, accettai. Tornando al Cigàla, eccovi ciò che egli mi

disse:--Son lieto, in questa brutta congiuntura, di saperti dalla

parte di Aloise, ed amerei che tu avessi a compagno un altro amico, o

molto prudente, o molto ignaro delle cose nostre. Io ho scelto il

Riario, che non sa nulla di nulla, e il Morandi, uomo serio, di poche

parole e di nessuna curiosità, ai quali ho dato a credere che si

tratti d'una questione politica, mutatasi sventuratamente in alterco.

Aloise ha torto marcio. Io era andato stamane da amico, da fratello, a

chiedergli perchè mi si mostrasse così sostenuto; mi dicesse in che

avessi potuto dispiacergli, chè, senza ancora saperne nulla, io gliene

dimandavo scusa. Egli mi rispose acerbo, e l'abbiamo finita come sai.

Ha torto, lo ripeto; io non gli ho fatto nulla, non ho nulla a

rimproverarmi che faccia contro ad una schietta e leale amicizia. Ho

un sospetto, sai?... E qui, se pure ho indovinato, egli è fuori di

strada. Ma egli m'ha offeso, e perdio! s'egli è valente schermidore,

io non sono una sbercia, neanche al suo giuoco!

--Io vedo,--disse il Giuliani, il quale aveva attentamente ascoltato

il racconto di Enrico,--che qui non c'è altro da fare che contentarli.

Ma il duca di Feira, non ne sa nulla?

--Mah!--rispose Enrico, stringendosi nelle spalle.--Certo, Aloise non

gli ha detto nulla: mi è parso così impaziente, così frettoloso,

appunto per timore che il duca venga a sapere questa sua scappata.

Povero duca! L'ho veduto poc'anzi in via Nuova; e m'ha salutato

appena; forse aveva fretta egli pure. Non si riconosce più,

quell'ottimo tra i gentiluomini: pare invecchiato di vent'anni.

Anch'egli deve essersi avveduto che la piaga di Aloise, tutt'altro che

rimarginata, si è inciprignita, ritornando all'aria di Genova.

--Basta;--notò il Giuliani, alzandosi da sedere;--purchè le cose

vadano bene oggi, al resto si penserà; e il duca, che ama Aloise, non

è uomo da starsene colle mani in mano, aspettando il rimedio dal

cielo, come la manna gli Ebrei. Andiamo ora, coll'aiuto di Dio. Che

ore sono?

--Il tocco, Giuliani; andando subito, potremo essere in carrozza alle

due.--

Scambiate queste parole, uscirono, per correre dal Montalto, e far gli

apparecchi della partenza. Aloise aveva già pensato e provveduto ad

ogni cosa; le armi erano già nella carrozza del Pietrasanta, e il

dottor Mattei, con tutto il bisognevole dell'arte sua, era agli ordini

loro.

Un'ora dopo, debitamente avvisata la parte avversaria, che li

precedette di parecchi minuti, i quattro amici, lieti nell'aspetto

come se andassero a sollazzarsi in campagna, uscivano di città; giunti

a Sampierdarena prendevano lo stradone della Polcevera.

Aloise era sparuto anzi che no, ma di buon animo, ilare, quasi

festevole; e questo gli aveva fatto tornar sulle guance i bei colori

della giovinezza. La giornata era bella, non fredda, e il sole mandava

coi tiepidi raggi alla nuda campagna quasi un postumo saluto

dell'autunno. L'immagine era di Aloise, che, come tutti sanno, era

poeta nel profondo dell'anima, e in quel tragitto appariva tale due

volte di più. Fu egli, per tal modo, che tenne desta la conversazione.

Ringraziò il Giuliani del tempo che quasi perdeva per lui, togliendolo

ad altre cure più gravi e più utili; ragionò della felicità del loro

amico Lorenzo, di ciò che avrebbe potuto operare per la sua patria

quel giovine generoso, ove lo consentissero i casi, e d'altre cose

consimili, con facile eloquio, con mente serena. Tranne le

speculazioni filosofiche, che non ci furono, pareva Socrate, innanzi

di ber la cicuta.

Giunti che furono a Rivarolo, la carrozza s'avviò al ponte che mette

alla destra riva del fiume, e per quella nuova strada, costeggiando le

falde della collina di Coronata e Fegino, li condusse in pochi minuti

al cancello della villa Riario. Colà smontarono, fra le riverenze di

due contadini che li aspettavano per additar loro il sentiero: poco

stante, alla svolta d'un viale che conduceva al palazzo, trovarono il

Riario, il Morandi, il Cigàla, che insieme col loro medico salivano a

lenti passi per l'erta.

Si salutarono tutti con molta cordialità; lo stesso Aloise si fece con

atto grazioso incontro al Cigàla, e incominciò a ragionare con lui,

come se eglino fossero i padrini, anzi che i combattenti. E questo

s'intenderà di leggieri; quel duello, a cui si disponevano, era stato

concertato da essi; le armi scelte da essi; era dunque naturale che

provvedessero al resto.

--Ci batteremo su questa spianata;--disse Aloise, poichè furono giunti

di costa al palazzo, dove, nell'ombra gettata dall'edificio, era un

largo lembo di suolo al coperto del sole;--il terreno è battuto e

liscio come un'aia; la luce uguale per ambedue.

--Ottimamente;--rispose il Cigàla;--non si potrebbe trovare un luogo

più adatto.--

I padrini furono del medesimo avviso, poichè tosto si diedero a tutti

i minuti uffizi della geodesia duellaria. E in quella che essi

misuravano il campo e segnavano i punti per le mòsse dei combattenti,

Aloise, preso pel braccio il Mattei, lo condusse passeggiando fino

all'angolo del palazzo, donde si vedeva il cielo aperto, sereno in

alto, e stipato al basso di nuvolette, che si dipingevano di vaghi

colori ai raggi del sole.

--Guardate l'orizzonte, Mattei; quant'è mirabile per varietà di

colori, per magnificenza di luce! Il sole è davvero un monarca, in

tutto lo splendor del suo trono! Passerà un'ora, e questa sua pompa

sarà finita, per ricominciare domani; e così via via fino alla

consumazione dei secoli. Ma noi per fortuna non abbiamo bisogno di

tanto; basterà quest'ora per sforacchiarci a dovere.

--E per una controversia ridicola!--sentenziò con accento di

rimprovero il Mattei.

--Sicuro, ridicola, come tutte le controversie del mondo. Ve n'ha di

serie, per avventura? E in tutte non siamo noi pronti a giuocare

ugualmente la vita? Badate a me, Mattei;--proseguì con amaro scherno

Aloise;--se ella valesse davvero qualcosa, non la porremmo a

repentaglio per alcuna ragione; ed io certamente non la metterei a

così vil prezzo come ora.

--E il duca?...--chiese il Mattei, come per richiamare l'amico a più

teneri pensieri.

--Ah, non mi parlate del duca!--gridò il giovine

sgomentito.

E rimase un tratto in silenzio. Indi, quasi volgesse la parola a sè

medesimo, continuò:

--Ma, Dio santo, dovrò io dunque prolungare ancora questo martirio? Ed

egli, vive forse più lieto, perchè io vivo e gli dò il quotidiano

spettacolo de' miei patimenti?--

Il dialogo fu interrotto in quel mentre dai padrini, che annunziavano

essere ogni cosa all'ordine. Aloise fu sollecito a mettersi in assetto

di combattimento. La tempesta svegliata nell'animo suo dalle parole

del Mattei, si dileguò in un attimo; ilare in volto si piantò di

rincontro al Cigàla, e lo salutò col più gaio sorriso. Il Cigàla lo

ricambiò cortese.... ma triste.

--All'armi, dunque!--esclamò Aloise, con quella serenità della quale

aveva già fatto prova;--peccato che due gentiluomini come noi non

siano qui venuti a combattere pei begli occhi d'una dama!

--Così pur fosse!--soggiunse il Cigàla, tenendo bordone al prudente

artifizio o allo scherno dell'avversario, che ben poteva esserci

dell'una cosa e dell'altra.--Io terrei la giostra con più di baldanza!

--Fate conto, Cigàla!--disse di rimando Aloise.--Figuriamoci ambedue

che ella sia qui, questa sognata castellana, e che dall'alto di quel

verone ella assista al torneo, per gittare col sommo delle dita un

bacio a quella spada che uscirà tinta del sangue di uno di noi.--

Il Cigàla si morse le labbra, e non rispose più altro. Enrico intanto

s'era fatto innanzi per offrir loro le spade. Le tolsero, salutarono

alla svelta i padrini, ed impegnarono le lame.

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 45 / 68 题