Come fosse guarito Aloise di Montalto della sua pena di cuore.
Il ritorno del duca di Feira e del giovine Aloise in patria, segna il
termine, o quasi, del nostro racconto. Laonde, per non avere ad
indugiarci poi con taluni personaggi minori, intorno ai quali il
lettore vorrà essere debitamente informato, diciamone fin d'ora quel
tanto che può essere necessario.
Vive ancora il banchiere Vitali? Sì, vive, ma della vita «di chi doman
morrà»; il che significa, ridotto in povera prosa, che il vecchio
peccatore è sulle ventitrè ore e tre quarti. Lo assiste il Collini,
tenendolo su a forza di espedienti. E non già perchè speri di far
mettere il suo nome in luogo di quello del morto Bonaventura, nel
testamento dell'infermo. Il nuovo testamento e già fatto, e pel
Collini c'è soltanto un legato; cospicuo, sì, ma che non eccede i
limiti della onesta riconoscenza. Dunque, direte, il vecchio si è
pentito, e salvo il diritto di una certa Compagnia che aveva lasciato
al Vitali un milione in deposito, ha nominato erede universale il
marchese di Montalto? No, niente di ciò: ben voleva il Vitali fare
ammenda onorevole con lui di tanti suoi torti; ma Aloise, pur
visitandolo ed augurandogli ogni bene, era stato fermo nel ricusare le
sue liberalità, e perfino quel tanto che gli sarebbe spettato per
legge.
--Lasciate le vostre ricchezze a chi può averne bisogno più di
me;--diceva Aloise.--Ai poveri, per esempio; e parecchie generazioni
di cittadini benediranno la vostra memoria. Questa è anche l'opinione
d'un mio vecchio amico, il duca di Feira, nel quale potreste
ravvisare, vedendolo, una vostra antica conoscenza.... Cosimo
Donati.--Era un gran colpo, pel vecchio Vitali, il sentir proferito
quel nome. Ma egli lo sopportò validamente, come sanno sopportare i
vecchi, fatti insensibili, o poco meno, a certe commozioni morali.
Egli si adattò perfino a rivedere l'antico pretendente alla mano di
Eugenia, più che quell'altro non si adattasse a rivedere il padre di
lei, l'artefice di tutti i suoi mali. Cosimo fu in quella circostanza
misurato e cortese; sorvolò sul passato, venendo tosto a rincalzare
con le sue argomentazioni i propositi di Aloise. Ed egli, che per la
condizione poteva parlare più liberamente del suo giovine amico, che
ormai considerava come figlio ed erede, costrinse il vecchio a fare un
testamento da galantuomo. Andasse un milione a cui spettava, e a quel
milione s'aggiungessero i frutti, computati ad interesse composto.
Dieci anni erano corsi oramai dall'asserto deposito del Padre
Martelli; si oltrepassava dunque il milione e mezzo; e fu ricupero
superiore ad ogni speranza della sacra Compagnia, ad ogni
immaginazione degli aderenti di quella. Primo a farne le meraviglie fu
il confessore del Vitali, che tosto ne sparse la nuova, fruttando al
duca di Feira l'omaggio reverente di tutto il partito dei neri. Lo
stesso marchese Antoniotto, come bandieraio di quell'esercito, stimò
conveniente di mandare al generoso consigliere un suo biglietto di
visita, con alcune righe di prosa robusta, sommamente laudatoria;
cortesia che bisognò ricambiare, incappando ancora nella noia di un
incontro sulle scale, e di una accoglienza festosa in salotto.
Stranezze del caso, il quale avvicina coloro che potrebbero star bene
lontani, ed allontana coloro che starebbero tanto meglio vicini! E
l'incontro col signor senatore e la conseguente presentazione alla
marchesa, furono il solo segreto che il duca di Feira dovesse
custodire, tacendone riguardosamente col suo Aloise. Frattanto, a
parlar solamente degli uomini, dovevano esser belli quei due
personaggi accostati dal caso; l'uno che lodava l'altro come un
benemerito della sua parte; l'altro che ricusava la lode, poichè
solamente aveva fatto il debito suo di onesto consigliere, n'avesse
anche profitto una gente nemica. Bello, due anni più tardi, il
banchiere Vitali, tutto bianco di latte in marmo di Carrara, per
trecentomila lire lasciate ad un istituto di carità, che gli eresse la
statua; e Dio perdoni al povero letterato, che fu richiesto di dettar
l'iscrizione, e non seppe schermirsene!
Del Collini si è già detto, che ebbe un cospicuo legato, bastante a
farlo vivacchiare. O non era già ricco? direte. Sì, era; ma quel banco
Cardi, Salati e Compagno, nel quale egli, il compagno, teneva
impegnati tutti i suoi capitali, sapete pure che fece una mala fine.
Già ogni anno, alla stretta dei conti, tra Cardi e Salati si salassava
ben bene il compagno: poi, un bel giorno, il Salati era sparito colla
cassa; e il Cardi, atteggiandosi a vittima, spandeva torrenti di
lagrime, disposto a dare una parte del suo al compagno scottato. Magra
consolazione, un cinque o sei mila lire di partecipazione, a chi ne
perdeva dugentomila: pure, gli bisognò contentarsene. Poi, anche il
Cardi sparì, per vergogna, forse, e per andare a cercar fortuna
altrove; più probabilmente per ricongiungersi al Salati, e rifare con
lui una nuova ragion di commercio. Speriamo che abbiano azzeccato un
altro compagno; quanto a quello di Genova, non ebbe più modo di
risorgere! corto a quattrini, si ritrovò politicamente spacciato; il
partito ch'egli sperava di capitanare dopo la morte del Gallegos, gli
antepose un altro, che non valeva (diss'egli) i legacci delle sue
scarpe. Ma così va il mondo; e il nostro grand'uomo dal pelo rossigno,
che aveva nutrite in cuor suo tutte le ambizioni, della eleganza,
della ricchezza, dell'autorità, si trovò in un giorno deluso di tutte,
messo fuori bel bello dalle nobili case, costretto a chinare la fronte
orgogliosa, battendo per disperato la povera via delle visite a un
franco l'una. Triste destarsi da un sogno di onnipotenza, che lo aveva
lusingato, gonfiato, levato al settimo cielo!
Il suo fortunato rivale e successore nella condotta del partito, non
ebbe da stare molto più allegro di lui. Quello era un momento critico
per la parte nera. Speranze nuove allargavano i cuori; molto si
aspettava dal terzo Napoleone, e nel Parlamento italiano, per
prepararsi ai felici eventi, si facevano alleanze fin allora
insperate, tra liberali temperati e liberali più caldi, come fuori del
Parlamento tra repubblicani e monarchici. Che cosa poteva fare
l'esercito della reazione, davanti a una così larga sollevazione di
coscienze infiammate, frementi patria, indipendenza, unità?
Sparpagliarsi, aspettando tempi migliori; anzi, in quel crescere di
speranze liberali, non isperandoli nemmeno. Quella non era più la
fiammata del Quarantotto, da potersene prevedere la fine con l'ultima
tracciata di paglia. Del resto, quel povero esercito incominciava a
sentir carestia di teste quadre, molte delle quali eran passate, o
preparavano il passaggio, nel campo nemico. Soprattutto mancavano i
gran nomi, da attrarre col lustro della nobiltà, e da comandar
coll'esempio.
Lo stesso marchese Antoniotto, a mezzo il dicembre del '58, si tirava
in disparte. Scontento, non andava neanche più a Torino, per rompere
le sue lance in Senato contro i mulini.... di Collegno; nè più si
faceva vedere a Genova, essendosi chiuso nella sua villa di Quinto,
come Scipione nella sua di Linterno. Scontento! e di che? A sentir
lui, della poca saldezza e del nessuno ardimento del partito
dell'ordine, a sentir gli altri, per ragioni più intime, più delicate,
che la sua prosopopea di grand'uomo avevano spruzzata un tantino di
ridicolo; onde egli si era ritirato a Quinto, più tiranno che mai,
mentre la marchesa, con quei freschi incominciati, e senza pensar più
che tanto alla festa da ballo con cui casa Vivaldi soleva aprire la
stagione invernale, aveva creduto opportuno di andarsene a stare da
sola in un suo castello delle Langhe.
Ragioni di salute, si diceva per lei, ammiccando, tra caritatevoli
amiche. Infatti da un po' di tempo si lagnava dell'aria marina, e già
più volte il suo medico le aveva consigliato di passar l'Appennino.
Ragioni di studio, si diceva per lui, ridendo un pochino, tra i
buontemponi del suo ceto. Infatti, doveva scrivere un'opera sulla
ragione di Stato nei tempi moderni; l'aveva annunziata da un pezzo;
non voleva farla aspettare più a lungo; e lo scrivere un'opera di
quella fatta non poteva riuscirgli bene fuorchè nella sua villa di
Quinto, dove erano meno centinaia di quadri, e più migliaia di volumi,
ad ingombrar le pareti.
Il marchese Antoniotto Torre Vivaldi non scrisse l'opera promessa alle
genti. Finì il '58 senza che egli l'avesse pur cominciata; passò il
'59, anno di tali novità politiche da confondere ogni ragione di Stato
che s'ispirasse ai trattati del '15; venne il '60, e fu peggio che
mai. Dicono che il povero senatore se ne accorasse tanto, da farci una
malattia; quella malattia che in capo a tre mesi lo condusse alla
tomba. E della grand'opera promessa, neanche un capitolo; il che non
tolse che l'__Armonia__ di Torino, levando a cielo i meriti
dell'estinto, raccomandasse alla vedova di voler dare alle stampe ogni
cosa che fosse rimasta di lui; tra l'altro la «Ragion di Stato dei
tempi moderni». Anche in alcune parti incompiuta, e in altre non
condotte a quella finitezza di stile che era uno tra i pregi del
marchese Torre Vivaldi come scrittore, non si poteva defraudarne il
mondo, per cui benefizio era stata pensata.
Dal castello di Valcalda nelle Langhe non venne risposta all'invito.
La castellana non leggeva l'__Armonia__; ed anche aveva altro da
pensare. Ma basti di ciò; noi ci siamo spinti un po' troppo innanzi
nel tempo, e dobbiamo ritornare sui nostri passi; se non vi spiace,
fino al 4 dicembre del 1858.
Siamo a Genova; entriamo in un buio portone della via Sauli, presso
Canneto il Lungo; saliamo due scale anche più buie, ed eccoci in una
stamperia, che è l'officina, anzi la fucina della __Nazione__, di quel
giornale quotidiano, che era nato da pochi mesi, che doveva morire un
anno dopo, ma che morendo potè dire il suo __vixi__, senza esser
notato di vanagloria.
Era quello il diario che rappresentava, nel concerto della pubblica
opinione, il concorso leale d'una parte dei repubblicani d'allora alla
monarchia di Savoia, a patto che si muovesse guerra allo straniero, e
si facesse l'Italia. La guerra venne, e l'Italia fu fatta, non importa
dir come; nè pensiamo che ciò debba entrare nel nostro racconto.
C'entra bensì l'amico Giuliani, uno dei molti giovani che si
stringevano intorno al vessillo della __Nazione__; il quale Giuliani,
aspettando la guerra per averci la sua parte, aiutava ad attizzare il
fuoco nelle pagine del bellicoso giornale.
Abbiamo detto con ciò che egli era uno dei compilatori; aggiungiamo
che la mattina del 4 dicembre egli stava nel bugigattolo che la
pretendeva a segreteria del giornale, e che seduto vicino a lui stava
Enrico Pietrasanta; ambedue infervorati in un discorso, che, come i
lettori vedranno, non aveva da far niente colla politica.
--Che cosa mi dite, Enrico? Ma è proprio vero?
--Che volete?--soggiunse il Pietrasanta.--Non ho potuto impedire, non
ho potuto mutar nulla, e mi bisogna esclamare come Mosca Lamberti:
__Cosa fatta capo ha__. Ora non si tratta d'altro che di far presto.
Accettate?
--Sono in un brutto impiccio;--rispose il Giuliani con aria
perplessa.--Vorrei compiacere al nostro amico, e rispondere alla
fiducia ch'egli ripone in me; ma sono anche amico del Cigàla, che è
uno dei nostri, e non vorrei....
--Non ve ne date pensiero!--interruppe il Pietrasanta. Accettando,
farete cosa grata anche a lui. Questo è un malaugurato negozio, nel
quale devono entrare soltanto amici, persone le quali non si impuntino
a voler sapere le cagioni dello scontro. Lo stesso Cigàla me ne ha
mostrato il desiderio, dicendomi che insieme con me, dalla parte di
Aloise, avrebbe veduto volentieri il Salvani, o voi. Ma il nostro
Lorenzo è ammogliato; la sua luna di miele è tuttavia nel primo
quarto....
--E fo voto che duri;--disse il Giuliani.--Or dunque, poichè la è
così, accetterò; e siccome capisco che bisognerà anche far presto....
--Vogliono farla finita quest'oggi stesso. Siamo a mezzodì, e non c'è
tempo da perdere.
--Che furia! Basta; così vogliono, e sia. Ma le
armi?
--Non c'è nulla da fare; si sono già intesi tra di loro; ed hanno
scelta la spada.
--Di bene in meglio!--esclamò il Giuliani.--Ma che farnetico li ha
colti, di mandare innanzi le cose a questo modo, non lasciando niente
da fare ai padrini? Io non ci vedo molto chiaro; e voi?
--Io sì, ci vedo!--rispose Enrico sospirando.
--Ma come? Aloise, tornato a mala pena da un mese, si guasta di punto
in bianco col Cigàla, con un amico, con un giovanotto che non farebbe
male, sto per dire, ad un mosca?...
--Sì, avete ragione,--soggiunse Enrico;--ma c'è di mezzo una ruggine
antica. Parlo ad un amico mio e di Aloise, e neppur l'aria ha da
risapere....
--Non dubitate, son mutolo.
--Orbene,--proseguì il Pietrasanta,--vi dirò tutto quel ch'io ne
penso. Prima di tutto, sapete voi la cagione della partenza di Aloise
un anno fa?
--Credo di averla indovinata; un amore sventurato. E il suo ritorno,
mi sembra di averlo capito, un risanamento felice.
--No, qui non sono della vostra opinione. Giuliani. Aloise non è
risanato. Non lo avete visto, che cera da funerale? Egli è tornato
quello di prima, ed è tornato, m'immagino, perchè non gli dava più
l'animo di viver lontano.... da lei. Destino! Ieri l'ha veduta per
via. Ella passava, sulla piazza delle Fontane Amorose, in compagnia
del Cigàla, che a dirvela di passata, salvo il debito della cortesia,
non si cura di lei nè punto nè poco. Ma Aloise non la pensa così.
M'ero già accorto, fin dagli ultimi giorni che egli rimase a Genova,
innanzi di partire col duca di Feira, che la sua amicizia pel Cigàla
s'era di molto raffreddata. Egli lo salutava a mala pena per via, e a
qualche domanda che io gli feci, rispose con certe frasi scucite, da
cui trapelava la stizza. Per farvela breve, Aloise s'era ingelosito
del Cigàla; s'era fitto in mente che la dama non lo vedesse di mal
occhio. Intorno a questo, non dico di no; ma che lo ami!... Quella
donna non ama nessuno, non ha mai amato altro che sè medesima; la qual
cosa, come voi ben potete argomentare, non darà troppo gravi
apprensioni al tiranno di Quinto. Insomma, ieri Aloise ha veduto la
dama, e il Cigàla che le veniva a fianco, ciaramellando allegramente,
com'è suo costume; ed ella rideva, e non vide neppur noi, che stavamo
a piuolo dieci passi discosto, sotto la base del palazzo Spinola. Ella
del resto ci aveva le sue buone ragioni per non vedere, poichè Aloise,
tornato dal suo viaggio, non è andato a salutarla, non ha portato
neanche un biglietto da visita al palazzo Vivaldi. Il Cigàla, in
quella vece, che non ci aveva le stesse ragioni, ci vide e salutò; ma
Aloise lo guardò arcigno, e non rispose il saluto.--Perchè, gli dissi,
non saluti il Cigàla?--Io? e che bisogno c'è egli di salutarlo, quello
sciocco vanitoso?--Non aggiunsi parola, ed egli neppure; ma vidi, e
non c'era bisogno di molta acutezza per vederlo, ch'egli era
fortemente agitato. Questa mattina egli venne da me.--Ho parlato col
Cigàla; mi disse, e ci siamo intesi.--Oh, meno male! risposi. E la
nube si sarà dileguata?--Sì, disse Aloise, prega il Giuliani che
voglia unirsi a te, per farmi ambedue da padrini. Noi ci batteremo
oggi stesso, alle due.... alle tre.... insomma, prima che tramonti il
sole, nella villa del Riario, in Polcevera; l'arma è la spada; tu
porta le tue; il Riario ne porterà un altro paio.--E adesso avete
capito. Giuliani? Che ve ne pare? Danno dello sventato, del pazzo a
me; ma i più savi mi vincon la mano.--
Il Giuliani rimase un tratto sopra pensiero. Avvezzo a vederne di
tutti i colori sulle scene della vita, non sapeva pure capacitarsi di
questa. Ma che farci? Mosca Lamberti aveva ragione; cosa fatta capo
ha.
--E il Cigàla lo avete veduto?--disse egli, dopo alcuni istanti di
pausa.
--Sì, a caso, per via, mentre ancora io duravo fatica a riavermi dal
colpo. Voi capite, Giuliani, che avevo tentato di smuovere Aloise, di
fargli capire.... Ma sì, le furon novelle!--Tutto è inteso tra noi, mi
rispose asciutto: l'essenziale è di farla presto finita, perchè
stasera vorrei ritornare col duca alla Montalda; se mi ami come
sempre, dammi una mano; se no....--Questo furono le sue ultime parole.
Ed io, lo vedete, accettai. Tornando al Cigàla, eccovi ciò che egli mi
disse:--Son lieto, in questa brutta congiuntura, di saperti dalla
parte di Aloise, ed amerei che tu avessi a compagno un altro amico, o
molto prudente, o molto ignaro delle cose nostre. Io ho scelto il
Riario, che non sa nulla di nulla, e il Morandi, uomo serio, di poche
parole e di nessuna curiosità, ai quali ho dato a credere che si
tratti d'una questione politica, mutatasi sventuratamente in alterco.
Aloise ha torto marcio. Io era andato stamane da amico, da fratello, a
chiedergli perchè mi si mostrasse così sostenuto; mi dicesse in che
avessi potuto dispiacergli, chè, senza ancora saperne nulla, io gliene
dimandavo scusa. Egli mi rispose acerbo, e l'abbiamo finita come sai.
Ha torto, lo ripeto; io non gli ho fatto nulla, non ho nulla a
rimproverarmi che faccia contro ad una schietta e leale amicizia. Ho
un sospetto, sai?... E qui, se pure ho indovinato, egli è fuori di
strada. Ma egli m'ha offeso, e perdio! s'egli è valente schermidore,
io non sono una sbercia, neanche al suo giuoco!
--Io vedo,--disse il Giuliani, il quale aveva attentamente ascoltato
il racconto di Enrico,--che qui non c'è altro da fare che contentarli.
Ma il duca di Feira, non ne sa nulla?
--Mah!--rispose Enrico, stringendosi nelle spalle.--Certo, Aloise non
gli ha detto nulla: mi è parso così impaziente, così frettoloso,
appunto per timore che il duca venga a sapere questa sua scappata.
Povero duca! L'ho veduto poc'anzi in via Nuova; e m'ha salutato
appena; forse aveva fretta egli pure. Non si riconosce più,
quell'ottimo tra i gentiluomini: pare invecchiato di vent'anni.
Anch'egli deve essersi avveduto che la piaga di Aloise, tutt'altro che
rimarginata, si è inciprignita, ritornando all'aria di Genova.
--Basta;--notò il Giuliani, alzandosi da sedere;--purchè le cose
vadano bene oggi, al resto si penserà; e il duca, che ama Aloise, non
è uomo da starsene colle mani in mano, aspettando il rimedio dal
cielo, come la manna gli Ebrei. Andiamo ora, coll'aiuto di Dio. Che
ore sono?
--Il tocco, Giuliani; andando subito, potremo essere in carrozza alle
due.--
Scambiate queste parole, uscirono, per correre dal Montalto, e far gli
apparecchi della partenza. Aloise aveva già pensato e provveduto ad
ogni cosa; le armi erano già nella carrozza del Pietrasanta, e il
dottor Mattei, con tutto il bisognevole dell'arte sua, era agli ordini
loro.
Un'ora dopo, debitamente avvisata la parte avversaria, che li
precedette di parecchi minuti, i quattro amici, lieti nell'aspetto
come se andassero a sollazzarsi in campagna, uscivano di città; giunti
a Sampierdarena prendevano lo stradone della Polcevera.
Aloise era sparuto anzi che no, ma di buon animo, ilare, quasi
festevole; e questo gli aveva fatto tornar sulle guance i bei colori
della giovinezza. La giornata era bella, non fredda, e il sole mandava
coi tiepidi raggi alla nuda campagna quasi un postumo saluto
dell'autunno. L'immagine era di Aloise, che, come tutti sanno, era
poeta nel profondo dell'anima, e in quel tragitto appariva tale due
volte di più. Fu egli, per tal modo, che tenne desta la conversazione.
Ringraziò il Giuliani del tempo che quasi perdeva per lui, togliendolo
ad altre cure più gravi e più utili; ragionò della felicità del loro
amico Lorenzo, di ciò che avrebbe potuto operare per la sua patria
quel giovine generoso, ove lo consentissero i casi, e d'altre cose
consimili, con facile eloquio, con mente serena. Tranne le
speculazioni filosofiche, che non ci furono, pareva Socrate, innanzi
di ber la cicuta.
Giunti che furono a Rivarolo, la carrozza s'avviò al ponte che mette
alla destra riva del fiume, e per quella nuova strada, costeggiando le
falde della collina di Coronata e Fegino, li condusse in pochi minuti
al cancello della villa Riario. Colà smontarono, fra le riverenze di
due contadini che li aspettavano per additar loro il sentiero: poco
stante, alla svolta d'un viale che conduceva al palazzo, trovarono il
Riario, il Morandi, il Cigàla, che insieme col loro medico salivano a
lenti passi per l'erta.
Si salutarono tutti con molta cordialità; lo stesso Aloise si fece con
atto grazioso incontro al Cigàla, e incominciò a ragionare con lui,
come se eglino fossero i padrini, anzi che i combattenti. E questo
s'intenderà di leggieri; quel duello, a cui si disponevano, era stato
concertato da essi; le armi scelte da essi; era dunque naturale che
provvedessero al resto.
--Ci batteremo su questa spianata;--disse Aloise, poichè furono giunti
di costa al palazzo, dove, nell'ombra gettata dall'edificio, era un
largo lembo di suolo al coperto del sole;--il terreno è battuto e
liscio come un'aia; la luce uguale per ambedue.
--Ottimamente;--rispose il Cigàla;--non si potrebbe trovare un luogo
più adatto.--
I padrini furono del medesimo avviso, poichè tosto si diedero a tutti
i minuti uffizi della geodesia duellaria. E in quella che essi
misuravano il campo e segnavano i punti per le mòsse dei combattenti,
Aloise, preso pel braccio il Mattei, lo condusse passeggiando fino
all'angolo del palazzo, donde si vedeva il cielo aperto, sereno in
alto, e stipato al basso di nuvolette, che si dipingevano di vaghi
colori ai raggi del sole.
--Guardate l'orizzonte, Mattei; quant'è mirabile per varietà di
colori, per magnificenza di luce! Il sole è davvero un monarca, in
tutto lo splendor del suo trono! Passerà un'ora, e questa sua pompa
sarà finita, per ricominciare domani; e così via via fino alla
consumazione dei secoli. Ma noi per fortuna non abbiamo bisogno di
tanto; basterà quest'ora per sforacchiarci a dovere.
--E per una controversia ridicola!--sentenziò con accento di
rimprovero il Mattei.
--Sicuro, ridicola, come tutte le controversie del mondo. Ve n'ha di
serie, per avventura? E in tutte non siamo noi pronti a giuocare
ugualmente la vita? Badate a me, Mattei;--proseguì con amaro scherno
Aloise;--se ella valesse davvero qualcosa, non la porremmo a
repentaglio per alcuna ragione; ed io certamente non la metterei a
così vil prezzo come ora.
--E il duca?...--chiese il Mattei, come per richiamare l'amico a più
teneri pensieri.
--Ah, non mi parlate del duca!--gridò il giovine
sgomentito.
E rimase un tratto in silenzio. Indi, quasi volgesse la parola a sè
medesimo, continuò:
--Ma, Dio santo, dovrò io dunque prolungare ancora questo martirio? Ed
egli, vive forse più lieto, perchè io vivo e gli dò il quotidiano
spettacolo de' miei patimenti?--
Il dialogo fu interrotto in quel mentre dai padrini, che annunziavano
essere ogni cosa all'ordine. Aloise fu sollecito a mettersi in assetto
di combattimento. La tempesta svegliata nell'animo suo dalle parole
del Mattei, si dileguò in un attimo; ilare in volto si piantò di
rincontro al Cigàla, e lo salutò col più gaio sorriso. Il Cigàla lo
ricambiò cortese.... ma triste.
--All'armi, dunque!--esclamò Aloise, con quella serenità della quale
aveva già fatto prova;--peccato che due gentiluomini come noi non
siano qui venuti a combattere pei begli occhi d'una dama!
--Così pur fosse!--soggiunse il Cigàla, tenendo bordone al prudente
artifizio o allo scherno dell'avversario, che ben poteva esserci
dell'una cosa e dell'altra.--Io terrei la giostra con più di baldanza!
--Fate conto, Cigàla!--disse di rimando Aloise.--Figuriamoci ambedue
che ella sia qui, questa sognata castellana, e che dall'alto di quel
verone ella assista al torneo, per gittare col sommo delle dita un
bacio a quella spada che uscirà tinta del sangue di uno di noi.--
Il Cigàla si morse le labbra, e non rispose più altro. Enrico intanto
s'era fatto innanzi per offrir loro le spade. Le tolsero, salutarono
alla svelta i padrini, ed impegnarono le lame.