Tardi, ma in tempo....
Ambedue fecero bella mostra di loro prodezze; chè il Montalto, come è
noto, era una lama gagliarda, e il Cigàla, come aveva detto con
acconcia frase egli stesso, non era una sbercia. Ma più andavano
innanzi, e più era facile il vedere che Aloise superava di gran lunga
il suo avversario. Non schermiva, egli, scherzava col ferro; or senza
muovere passo e quasi senza sforzo di mano, scompigliava un assalto;
or minacciava a sua volta, incalzava, facendo luccicare la punta della
spada sugli occhi del nemico, o rigirandola in rapidissimi cerchi sul
petto di lui, nè mai sferrava la botta. Il Cigàla, così paziente come
era animoso, assaliva senza fiacchezza, ma altresì senza stizza, e
parando come meglio poteva, lasciando al fato la cura del resto. Ma il
giuoco durava, e un dubbio gli balenò nella mente, e tremò d'essersi
apposto. I suoi padrini, intanto, ammiravano il suo coraggio, ma
tremavano forte per lui.
Essi ad un tratto respirarono, e il Giuliani e il Pietrasanta del
pari. Stanco di quelle schermaglie, Aloise aveva voluto compir l'opera
con un colpo maestro. In un batter d'occhio il Cigàla era stato
disarmato; la spada, trattagli a forza dal pugno, balzava tre passi
discosto sul terreno.
--Ah, lode al cielo!--esclamò il Morandi.--Per un meschino battibecco
di politica, io spero che basti.
--Se già non ce n'è d'avanzo!--aggiunse, in atto d'assentimento, il
Giuliani.
E tutt'e due si movevano, per frapporsi e farla finita. Ma ciò che
videro allora, li fece rimaner sospesi.
Aloise guardava il suo avversario, additandogli con piglio imperioso
la spada, che giaceva sul terreno. Il Cigàla era rimasto perplesso, e
con occhio mesto interrogava l'animo di Aloise. Questi allora, come
ravvedendosi, fece un passo innanzi, porse la sua spada al Cigàla, che
l'accettò silenzioso, e raccolta quell'altra, si rimise in guardia,
temperando l'atto con una parola cortese.
--Da leali cavalieri! Io fo voto che la mia vi
porti fortuna.
--Ma non basta, signori?--si provò a dire il
Morandi.
--Pare di no:--disse il Cigàla, con accento malinconico.--Non ci
badate, amici; abbiamo concertato noi ogni cosa.--
E si rimise in guardia a sua volta. Aloise, lo ringraziò con un cenno
del capo, e il duello ricominciò.
--Soltanto, non mi risparmiate, come avete fatto finora;--soggiunse il
Cigàla;--ch'io farò il mio potere.
--__Allah kerim!__--rispose il Montalto, coll'accento e col piglio
dell'arabo fatalista.
Ma tosto, per tema d'esser capito, ingaggiò un assalto vigoroso. Le
lame si cercavano, si seguivano in giri traditori, si allacciavano, si
sbrigavano con celerità meravigliosa. Il Cigàla faceva tutto il poter
suo, ma sempre rompendo la misura, che non bastava a tanto incalzar di
proposte. E tuttavia, egli ben lo vedeva, la lama di Aloise non
giungeva mai al suo petto. Affascinato dal suo sguardo, indietreggiava
parando, e minacciando vanamente; i suoi occhi già più non badavano
alla lama; solo il pugno, istintivamente, seguiva il ferro avversario.
E v'ebbe un istante che egli, così stretto da vicino, e non toccato
mai, diede un'occhiata mestissima al suo avversario, e le sue labbra
mormorarono, tra lo sgrigiolar delle spade, il nome di Aloise. Ma il
suo avversario, proprio in quel mezzo, aveva conseguito l'intento;
sollevata la punta della sua lama per modo che non offendesse il
Cigàla, s'era spinto sotto la misura, precipitato contro il ferro
nemico; indi balenava un tratto colla spada in alto, e stramazzava al
suolo.
L'orribile scena era durata due minuti, non più. All'improvvisa
catastrofe, accorsero i padrini per rialzare il ferito. Il Cigàla era
rimasto attonito, esterrefatto; guardava il caduto con aria smarrita,
e guardava la punta della sua spada, senza intendere per qual modo
fosse tinta di sangue.
--Un suicidio!--esclamò sommesso il Mattei, mentre, inginocchiato al
fianco di Aloise si disponeva a visitar la ferita.
--No;--rispose sollecitamente il giovine;--avevo troppo spinta
l'azione, e mi sono infilzato. Cigàla,--aggiunse poscia stendendo la
mano a quell'altro, che s'accostò a lui più morto che vivo,--senza
rancore!
--Oh, Aloise!--gridò quegli, dando in uno scoppio di pianto,--dimmi
che non sono stato io!
Aloise gli strinse la mano.
--Io te lo giuro,--proseguì l'altro, prostrato daccanto a lui,--te lo
giuro per l'anima di mia madre, tu ti sei ingannato! Sentimi, Aloise,
tu risanerai; il cielo ci concederà questa grazia. Vedrai allora il
tuo povero amico, se meritasse un sospetto. Oh, io attendo ora, invoco
una guerra sollecita, e una palla d'Austriaco, che mi tolga il
rimorso.--
Fu un vaticinio; cinque mesi dopo, il Cigàla, valoroso cavaliere, dava
la vita nell'ultima carica di Montebello.
--Chiedo un po' di silenzio!--disse il Mattei, che stava continuando
la sua esplorazione chirurgica.
Ed aggiunse anco un'occhiata eloquente al Morandi e al Riario. Questi
si avvicinarono al Cigàla, e lo trassero, sebbene riluttante, fuori
del campo.
Rimasto solo coi medici e co' suoi padrini, Aloise rivolse la parola
al Mattei.
--Orbene;--diss'egli a mezza voce,--e quel filosofo greco?
--Che dite voi?--chiese il medico.
--Sì,--continuò il ferito,--l'enfisema!
Il Mattei stette mutolo, ma non gli venne fatto reprimere un sospiro.
L'uomo dell'arte aveva riconosciuto come la ferita fosse profonda pur
troppo, e come il ferro del Cigàla avesse dovuto penetrare
obliquamente fino al pericardio e all'orecchietta destra del cuore.
Questo gli dicevano le sue esplorazioni, questo gli era confermato dal
pallore estremo del volto, dal respiro che cominciava a farsi
affannoso.
--Tanto meglio!--disse allora Aloise.--Debbo dir due parole al
Pietrasanta, al Giuliani. Amici miei, vi ho fatto un tristo regalo.
Perdonate! A che gioverebbe l'amicizia, se non potessimo fare
assegnamento sovr'essa pel nostro bisogno? Ora io vi prego di
un'ultima grazia.... Portatemi stasera alla Montalda....
--Sarà impossibile.... per molti giorni ancora....--balbettò il
Giuliani.
--Vedrete che si potrà.... senza pericolo!--rispose con un mesto
sorriso il ferito.--Vorrei essere sepolto accanto a mia madre, e
accanto a lui.... che non sarà tardo a seguirmi. Anch'egli è ferito
nel cuore. Ditegli che mi perdoni.... di non averlo aspettato.... e
che il mio ultimo pensiero è stato per lui....--
Il Giuliani e il Pietrasanta si stempravano in lagrime. Il Mattei, col
suo triste silenzio, diceva assai chiaramente che non c'era speranza.
Il ferito aveva chiuse le palpebre. Il suo volto s'era fatto smorto;
solo il respiro affannoso lo diceva ancor vivo, e mal vivo.
--Ho freddo!--mormorò egli poco stante.--Vorrei essere al sole.--
Il Pietrasanta e il Giuliani volsero gli occhi al Mattei. Questi
assentì con un cenno del capo, ed anzi fu pronto, insieme coll'altro
medico ad aiutarli, per trasportare il morente oltre l'angolo del
palazzo. Tanto e tanto, di là si dova passare per condurlo dentro.
Il sole era presso al tramonto. I suoi raggi rossastri apparivano
ancora dal ciglio dei colli, che nascondevano bensì l'orizzonte, ma
non il vasto padiglione di porpora sotto il quale veniva morendo la
luce dell'astro.
--Bel sole! bel sole!--disse Aloise, riaprendo le palpebre, e volgendo
una languida occhiata a quello splendore di cielo.--Come è bello il
tuo morire.... ed il mio! Grazie, Mattei! Giuliani, grazie! Sarei
morto volentieri in guerra, per la mia patria. Non ho potuto
aspettare! E tu, Enrico....--
Il Pietrasanta chinò il viso su quello del giacente, quasi per
coglierne le ultime voci.
--Non amare, Enrico.... non amare!... Ci si lascia....--Un grido del
Pietrasanta gli tolse di finire la frase.
--Che cosa?--domandò il morente.--Che cosa hai veduto?... Lui?
--E lei;--rispose il Pietrasanta, sollevandolo amorevolmente tra le
sue braccia.--Coraggio, Aloise, coraggio!--
Ma prima ch'egli avesse finita la sua esortazione, una donna smarrita
all'aspetto, come fuori di sè, veniva tutta lagrimosa a buttarsi
ginocchioni a' piedi del ferito.
--Ah!--mormorò Aloise, riconoscendola, e stendendo le braccia verso di
lei.
Il duca di Feira, che l'aveva accompagnata fin là, rimaneva alcuni
passi discosto, pallido, ansante, anch'egli più morto che vivo.
--Come qui?--gli chiedeva il Mattei.--Fosse almeno arrivato dieci
minuti prima.
--Ahimè!--rispose il vecchio gentiluomo.--Fu già molto per noi aver
saputo il luogo e l'ora dello scontro. Il cocchiere, sventuratamente,
non conosceva bene la strada. Così abbiamo perduto mezz'ora. E anch'io
speravo tanto che la signora potesse giungere in tempo! Ella aveva
così bene disposto ogni cosa!--
Era ella, infatti, la marchesa Ginevra, che il giorno innanzi, dopo il
malaugurato incontro col signor di Montalto, aveva capito da un
improvviso rannuvolarsi del suo cavaliere, per solito di umor così
gaio, che qualche cosa dovesse succedere. Non gli aveva chiesto nulla;
ma quella sera stessa, chiamando a sè con qualche pretesto gli amici
comuni dei due gentiluomini, era venuta a capo di stabilire un buon
servizio di esplorazione. Quella mattina stessa aveva saputo che la
sfida era corsa, e dove fosse e per qual ora il ritrovo. Lo stesso
Riario si era lasciato cavare il segreto di bocca. E allora, senza por
tempo in mezzo, aveva mandato a chiamare il duca di Feira,
chiedendogli di accompagnarla al luogo dello scontro. Non sentiva
ragioni; non vedeva difficoltà, non curava pericoli, non temeva di ciò
che potesse parerne in casa sua, e molto meno di ciò che potesse dirne
la gente. Non voleva quel duello, il cui esito poteva esser fatale a
qualcheduno. Ma infine, il signor di Montalto era un fortissimo
schermidore, ed anche un cavaliere generoso; tratto sul terreno il suo
avversario, si sarebbe mostrato anche umano, risparmiando il Cigàla.
Era questo il pensiero del duca. Ma il duca non l'aveva capita. Che
importava a lei del Cigàla? Appunto perchè il signor di Montalto era
un cavaliere generoso, ella temeva per lui. E non voleva essere
abbandonata in quel tristissimo frangente dal duca; alle due del
pomeriggio l'aspettasse sulla piazza dell'Annunziata; avrebbero presa
una vettura di piazza, e via, poichè sapevano dove fosse il ritrovo,
ed erano sicuri di giungere in tempo. E il duca aveva acconsentito.
Come fare altrimenti, del resto? Anch'egli incominciava ad
impensierirsi, per gli stessi timori di lei. Ed erano corsi sull'orma
dei combattenti; ma giungevano tardi; colpa del cocchiere, che non
conosceva bene dove fosse la villa Riario; più che colpa del
cocchiere, ironia del destino!
Intanto la bella Ginevra era già tutta prostrata al fianco del
morente. Si erano ritirati gli amici, intendendo la gravità del
momento: solo era rimasto, perchè avvicinatosi allora, il Mattei. Lo
vide Aloise, e stendendogli la mano con atto supplichevole gli disse:
--Ah, dottore, ancora pochi istanti di vita!
--Sì, sì e speriamo di uscirne ancora;--rispose il Mattei;--ma siate
calmo, Aloise.--
Un lieve sorriso increspò le labbra del giovine.
--Son calmo, sì, calmo.... e contento;--diss'egli.--O Dio, che momento
è questo? Siete dunque voi, madonna Ginevra?--soggiunse, volgendosi
alla bellissima creatura, che stava sempre prostrata, inclinando il
volto su lui.
--Io, sì,--rispose ella, avvicinandosi ancora;--io, che vi ho sempre
amato, Aloise.--
Sussultò alle inattese parole il morente, e aperse gli occhi, quanto
più gli venne fatto, contemplandola estatico.
--Non Aloise;--mormorò egli poscia.--Goffredo.... Goffredo Rudel! La
contessa di Tripoli, pietosa, è venuta a consolare gli ultimi momenti
del suo servo fedele.
--Fedele, sì, ma senza fede in lei!--diss'ella, con accento di dolce
rimprovero.--Che idea, questo duello!
--Dica questo suicidio!--esclamò il Mattei, traendosi indietro, con le
palme alla fronte.
--Ah, il cuore me lo diceva, pur troppo!--gridò la marchesa,
impallidendo.--Come tutto ha concorso ad ingannarlo! Ed anche io,
conoscendoti male, mi ero tanto ingannata! Aloise, dimmi che mi hai
perdonato!
--Vi adoro;--rispose il giovine, con un filo di voce, in cui si
raccoglieva tutta l'anima sua.
E le sue labbra, già fatte smorte, si muovevano implorando. E
sovr'esse intendendo la muta eloquenza dell'atto vennero ardenti a
posarsi le labbra di lei.
--Sono felice;--diss'egli.--Come è più dolce, ora, il morire! Sia
ringraziato il Signore della misericordia, ed accolga l'anima mia!--
Il doloroso momento si avvicinava. Una spuma rossastra apparve sulle
labbra del giacente; al sommo del petto un tremito violento e continuo
indicava gli sbalzi del cuore, così rapidi e pazzi, sul punto di
ridursi all'inerzia finale. Ancora una volta il morente tentò di aprir
gli occhi; ma non gli venne fatto che a mezzo, e le sue mani si
irrigidirono in una stretta suprema su quelle di Ginevra. Era l'addio
della partenza. L'ultimo raggio del sole si nascondeva dietro il colle
di Coronata, e l'anima di Aloise di Montalto fuggiva da quelle labbra
smorte che il bacio di madonna Ginevra aveva poc'anzi allegrate,
premiando l'amor più profondo e più forte che mai sentisse il cuore di
un uomo.
La povera Ginevra fu tratta a forza di là dal Mattei, e ricondotta in
città dal duca di Feira, che seppe dominare il suo profondo dolore per
confortare l'altrui. Il vecchio gentiluomo era avvezzo oramai a
soffrire. Andò dunque al suo ufficio di pietà e di cavalleria: lo
aspettassero i dolenti amici alla villa Riario, dove sarebbe ritornato
sollecitamente all'obbligo suo.
Di ciò ch'era venuto, dopo lo scontro fatale, fu giurato da tutti i
presenti il segreto: anche per qualche tempo fu mantenuto, e quel
tanto che ne sfuggì poi alla discretezza di alcuni, fu piuttosto
vagamente accennato che detto. Ma qualcheduno, e in quella medesima
sera, dovette pur chiedere perchè la marchesa non fosse in casa per
l'ora del pranzo, e perchè, tardi arrivata, si chiudesse nelle sue
camere, non volendo veder nessuno, negando di dar ragguagli, sdegnando
di scendere a giustificazioni.
Il marchese Antoniotto aveva un suo modo particolare di manifestare la
sua scontentezza; ma quel modo non si poteva usare con la marchesa
Ginevra, come con la gente di servizio, o con altra classe dei suoi
dipendenti. Perciò il tiranno di Quinto si chiuse in un mutismo, che
non era senza una cert'aria di dignità, e diciamo pure di grandezza.
Ma il giorno seguente, essendosi sparsa la voce del duello e della
morte del signor di Montalto, il marchese Antoniotto non ebbe bisogno
di sapere più altro; e stette più duro che mai.
La spiegazione domestica, per altro, non poteva farsi troppo
aspettare; e venne infatti, dopo una diecina di giorni. Più lente a
venire furono le conseguenze di quella spiegazione. Anche più lente le
avrebbe volute il marchese Antoniotto; per togliere ogni appiglio a
sospetti, a ciarle di scioperati, consigliava di non chiuder l'uscio
ai piccoli ricevimenti, e di far buona cera alle visite. Ma sarebbero
state ipocrisie; la marchesa Ginevra non ne volle sapere. Così venne
la necessità di una risoluzione ardita: lei, per ragioni di salute,
all'aria delle Langhe, nel suo castello di Valcalda; egli, per ragioni
di studio, nella villa di Quinto.
Ciò che avvenne di lui s'è già visto; di lei si può aggiungere che dal
suo castello, diventato convento, non uscì più fin che visse, tranne
due volte l'anno, per giungere alla stazione di Pontedecimo, e salire
di là fino alla Montalda. Per il primo anno ebbe il duca di Feira,
ospite cavalleresco, e compagno premuroso nella visita alle tombe dei
Montalto: lui morto indi a poco, ebbe ospiti cortesi i Salvani, che
l'accompagnavano fino all'ingresso della chiesina di famiglia,
lasciandola sola lunghe ore davanti alla tomba di Aloise.
E così fu per quindici anni ancora. Poi, ella non apparve più. La
bella Ginevra dagli occhi verdi, la più ammirata tra le belle di cui
Genova andò sempre meritamente superba, era morta. Felice anche lei!
Tardi, ma in tempo per elevarne lo spirito, si era animato il suo
cuore.