Dal campo dell'Iliade alla patria di Omero.
Ha ragione il signor di Montalto con la sua triste sentenza? Sì, e no;
è questione d'intenderci. Che cosa è il fato? Se davvero una forza
prepotente, fuori e sopra di noi, conseguenza logica di atti
sconsiderati, frutto amaro d'incaute passioni, potremmo dire di no;
perchè agli atti nostri c'è qualche volta rimedio, e alle nostre
passioni può sempre comandare lo spirito. Ma, d'altra parte, come fare
a sceverar noi medesimi dalle cose, che premono d'ogni lato,
confondendosi troppo spesso con noi? Come esser padroni di mutar
l'indirizzo del vivere, quando il verso è preso, ed altre forze,
soverchiando la volontà, ci travolgono? L'istesso Cosimo Donati, il
nobilissimo duca di Feira, che ebbe la rara virtù di sopravvivere al
suo dolore, facendosi della propria sventura una religione, una norma
di vita, poteva dirsi libero in tutto dagli eventi? Diciamo dunque,
temperando l'orgoglio della nostra filosofia, che in un certo punto, i
casi nostri prendono un corso violento, su cui non ha più potere la
nostra ragione; e il fato riacquista allora quei diritti, che il
nostro libero arbitrio non ha fatto in tempo a contendergli.
Contro il fato di Aloise combatteva ad ogni modo il duca di Feira. A
quanti atti, che parevano irrevocabili, non aveva gli rimediato? Ed
anche al resto si sarebbe provveduto, che era certamente il meno, come
quello che dipendeva soltanto da uno sforzo di volontà. Partire, a
buon conto; levarsi di lì; condurre Aloise per tutte le vicende, per
tutte le distrazioni forzate di un lungo viaggio! In quel muoversi
irrequieto, variando sensazioni, soggiacendo a nuove necessità,
portate lì per lì dalla diversità dei luoghi e dei costumi, non aveva
egli, il povero Cosimo, ingannata la sua pena, trovate le ragioni del
vivere? Perchè non le avrebbe trovate il suo Aloise, che finalmente
non doveva serbarsi fedele a nessuna immagine celeste, a nessun sacro
ricordo? Così fu impreso il viaggio, così fu continuato;
capricciosamente, in apparenza, ma con accorta progressione di
varietà, per tutte le capitali d'Europa, non isfuggendo neppur quelle
dove Aloise era già stato, e dove anche aveva sofferto.
Muovere incontro ai dolorosi ricordi, col proposito di lasciarsi
soverchiare da essi, è atto di poca prudenza, certamente; passarci
accanto, irritandoli un poco, quasi mostrando di non temerli, è buona
arte di guerra, specie di ricognizione offensiva in cui si provano le
nostre forze, e si addestrano a più grosse giornate. Erano perciò
andati a Parigi, ma proseguendo assai presto per Madrid, per Lisbona,
per Londra; erano stati a Brusselle, a Monaco, a Vienna, a Berlino, ma
spingendosi tosto a Stoccolma, a Pietroburgo, a Mosca. La Grecia,
divina nelle sue memorie, vero balsamo a tutti i mali dell'anima,
aveva poi la miglior parte del tempo loro. Così meglio disposti, erano
passati da Atene per Costantinopoli; sempre in moto i corpi, sempre in
agitazione gli spiriti, qualche vantaggio doveva pure venire.
Già più e più volte in Grecia il duca di Feira aveva veduto Aloise
infiammarsi; triste a Misitra, ma per la scomparsa delle istesse
rovine di Sparta; accigliato in Maratona e al passo delle Termopili,
ma per la troppo lunga carestia di Milziadi e di Leonida ai tempi
moderni; accigliato ancora e triste in Atene, ma più spesso esaltato
per ciò che rimaneva dell'antica grandezza, dell'antica bellezza,
dell'antica idealità degli Elleni.--Chi può pensare,--aveva egli detto
un giorno,--chi può pensare ai propri dolori, salendo all'Acropoli?
Quanta storia, quant'arte, e quanto pensiero, tra l'Erettèo e il
Partenone! E il mondo ne vive ancora!--
Da Costantinopoli, ultimo lembo d'Europa, il salto alla costa d'Asia
era naturale, come a dire indicato. Aloise gradì molto l'occasione di
visitare la Troade. Laggiù, da occidente e da settentrione, s'era
mostrato sollecito di vedere molte cose, pensando di far cosa grata al
duca di Feira; ma in quelle terre orientali diventava particolarmente
sollecito, singolarmente curioso per sè. Da un libraio della via di
Ermete, in Atene, aveva comprati parecchi volumi, e tra questi
l'Iliade; poteva dunque viaggiare la Troade con Omero alla
mano.--Questo è un Baedeker!--diceva egli sorridendo al duca di
Feira.--È certamente il primo della serie!--
La celia e il sorriso dicevano molto al suo Mèntore, che si lodava in
cuor suo di aver condotto in quella forma il viaggio.
A quel tempo il signor Enrico Schliemann, gran milionario e gran
pellegrino d'amore per la storia e per l'arte, non era anche disceso
laggiù con la sua bella fede e con le sue buone squadre di manovali,
per ritrovare e disseppellire i sacri avanzi di Troia. Intorno alla
situazione dell'antichissimo Ilio, «raso due volte, e due risorto», si
era tuttavia fra i dubbi, le incertezze e le tenebre, aggravate sempre
più dalle dispute degli eruditi tedeschi. Hissarlic, o Burnabachi?
Aloise si dichiarò volentieri per l'eminenza meno distante dal mare. I
campi delle quotidiane battaglie tra Greci e Troiani erano lì,
ragionevole distesa di terreno, su cui dall'alto delle mura potesse
spaziare lo sguardo trepidante di Priamo; erano lì i sacri fiumi,
Simoenta e Scamandro, anche ammettendo che essi, da quegli irrequieti
vagabondi che sono sempre stati i fiumi, avessero cangiato più volte
di letto.
Al nostro giovine amico, che con tanta divozione classica percorreva
quei luoghi, facendo sostare ad ogni tratto la scorta, parve di
riconoscere un po' sopra a certe fontane il luogo delle porte Scee,
donde Ettore aveva preso dalla sua Andromaca e dal figliuoletto
Astianatte i patetici congedi cantati divinamente da Omero; e lì
presso, il luogo del muro alto, dalla cui sommità la bellissima Elena
aveva additati al suo buon suocero provvisorio i più famosi e i più
temibili condottieri di Grecia. Elena, la cagione dell'eccidio d'un
regno! Elena, la grande bellezza fatale! Che fascino era in lei?
Aloise non si fermò neanche a pensare se ella avesse gli occhi verdi,
o turchini; che tanta serenità di spirito non si poteva pretendere
ancora da lui. Ma intanto egli filosofò la parte sua sulle rovine
cagionate da Elena, e sui pericoli che una soverchia bellezza può far
correre agli uomini, povera materia infiammabile, come la stipa e il
capecchio.
Filosofava, adunque. Ora, quando l'uomo può filosofare, è segno che
può ragionare. Quando può ragionare, è segno che ha la testa sgombra e
libero il cuore. Così pensava il duca di Feira, ascoltando il suo
compagno di viaggio. Egli aveva già potuto osservare come il suo
Aloise si ritrovasse più franco e più ilare in quelle terre orientali,
che non laggiù, da occidente e da settentrione, in quelle sontuose
capitali europee. Non ferrovia, non cavalli di posta, non alberghi,
non comodità della vita; strade malagevoli, sentieri da capre,
rompicolli, guadi da raccomandarcisi l'anima, rovine, desolazioni; che
importa? Tra quelle desolazioni non si è solamente lontani nello
spazio; si è lontani ancora nel tempo. Anche laggiù nella Troade era
già una distanza enorme da Genova, e da Quinto, il ritrovarsi a tu per
tu con Elena Argiva.
--Se fosse qui il Giuliani!--aveva esclamato Aloise.--Quanto latino
metterebbe fuori, vedendo il tumulo di Achille, __et solum quo Troia
fuit__. Hai notato, babbo,--(da qualche tempo Aloise dava del tu al
duca di Feira, chiamandolo ancora col dolce nome di padre)--hai notato
come il dottor Giuliani parli spesso e volentieri in latino? Può forse
annoiare tanti altri, non me. Mi pare, sentendolo infiorare i suoi
discorsi di tante citazioni, buttate anche là con un tono di celia,
che le cose della vita moderna, della vita comune, prendano colore e
sapore d'antico, quasi di eroico, e insieme di universale. Quel po' di
celia che v'aggiunge, come un pizzico di sale, tempera tutto; e di ciò
che potrebbe parere un difetto a qualcuno, te ne fa una qualità; che
so io? una cosa gradevole. Io gli invidio quest'arte. Perchè, infine,
ci è data la parola? Per dire soltanto delle volgarità e delle
sciocchezze, lasciando che un po' di dottrina si spenda soltanto nelle
conversazioni noiose dei pedanti? Ah, vorrei qui il Giuliani; e che ci
parlasse di Elena! Ne sentiremmo di belle!
--M'immagino che la difenderebbe;--disse il duca di Feira.--È tanto
cavaliere quanto è originale.
--Eh, credo bene che avremmo un panegirico;--ripigliò Aloise,
fermandosi volentieri su quel tema.--Una buona ragione per farlo, la
troverebbe di certo. La cagione di tanti guai non fa più nessun male
ad anima viva, mentre l'immagine sua può ancora alimentare molte
fantasie di poeti e di artisti. Le morte bellezze non fan più soffrire
nessuno; possono consolare, artisticamente evocate, in un poema, in
una statua, in un quadro. Che follìa, del resto, il soffrire per
quelle nobili matte! Non val meglio ammirarle, per ciò che in esse è
stato, ed è tuttavia, di veramente divino? Per restar tra le antiche,
Frine era un mostro di corruttela, senza dubbio; il suo nome istesso,
che era poi un soprannome, datole quasi per marchio d'infamia dai suoi
contemporanei, lo dice. Frine, rospo! Ma che importa ciò? Frine è un
miracolo di bellezza; e Prassitele copia appuntino quella perfezione
di forme; e quei di Gnido la mettono sull'altare, per rappresentarvi
Afrodite. La bellezza, quando è sovrana, va trattata così; adorata,
come usarono i Greci, ma facendone un marmo. Sapienti, i Greci; e noi
sciocchi, non ti pare?--
Il duca di Feira assentiva, sorridendo.
--Ed anche cattivi;--soggiunse Aloise,--perchè troppo spesso
consideriamo le belle col criterio della nostra passione, del nostro
egoismo, che è così spesso un insulto alla legge morale.
--Ah, qui ti sento anche più volentieri;--disse il duca, esultante.
--Ma sì;--proseguiva infervorato Aloise.--Vediamo una stupenda
creatura, per caso; il nostro cuore s'infiamma; la nostra ragione, che
dovrebbe trattenerci, non protesta, acconsente, si associa, come si
farebbe in parlamento, per disciplina di partito. La donna per cui ci
siamo infiammati, vedendola a caso, ha da corrispondere ai nostri
ardori, sotto pena di esser dichiarata senza cuore e senz'anima. Ma se
non è libera? Se ha data già la sua fede ad un altro? Oh, non
dubitare; ho meditato anche su ciò, e lungamente, correndo il mondo
con te. Ma come va che nell'ardore delle nostre passioni, quando sono
ancora sul nascere e permettono di ragionare, non pensiamo noi a
queste cose? Ci ha guastati, io credo, il veder tante e tante graziose
creature, che il nostro costume ha ridotte così male, condannandole a
non veder altro nel matrimonio, fuorchè il principio della loro
libertà, e il passaporto della loro galanteria. Ma infine, anche sotto
certe apparenze che gli usi della conversazione hanno giustificate, le
graziose creature non sono tutte così sciolte d'ogni vincolo e d'ogni
legge. Ci sono poi gli alti caratteri, che vanno rispettati; in ognuna
quel carattere ci può essere, e noi non essercene in tempo avveduti; e
se una di queste ci mette sdegnosamente fuori dell'uscio, o, con più
grazia, fuor di speranze, fa bene.--
Il duca era fuori di sè dalla gioia.
--Ma bravo, il mio Aloise!--gridò, accostandosi a lui e con atto
amorevole battendogli della palma sul braccio.--Tu mi maravigli,
quest'oggi. Ci voleva proprio il ricordo di Elena Argiva, per farti
render giustizia.... ad Andromaca!
--Oh, le donne antiche non c'entrano affatto,--rispose il giovane,
crollando la testa, e quasi porgendola alle carezze della mano
patema.--Non sento queste cose da oggi, sotto le porte Scee. Il corso
delle mie meditazioni è più antico, ed è opera tua. Prima di tutto,
non mi hai tu fatto leggere quel brutto libro, lassù, alla Montalda,
dove lo avevi portato per me? Amaro libro;--soggiunse Aloise,
rabbrividendo un pochino;--amaro come quello che fu dato dall'angelo
per cibo al veggente dell'Apocalisse, ma che lasciò succhi vitali
nell'anima mia. Tra molte parole un po' dure pel mio amor proprio, ce
n'erano alcune, in una lettera di donna, che mi son parse giuste, e
che mi stanno sempre davanti agli occhi: «Avrei dovuto io dimenticare
me stessa, e ciò che debbo al mio buon nome?» Aveva ragione, la bella
orgogliosa; e su questo punto poteva dire assai più, che sarebbe stato
per mio bene, e fino da quella triste sera della Montalda m'avrebbe
guarito, facendomi vergognare della mia tracotanza colpevole. Se me ne
sono vergognato poi, se oggi mi sento guarito, non ti maravigliare, te
ne prego. In tua compagnia son diventato un altr'uomo. Il tuo esempio
era buono. Hai amato, e più fortemente di me. Non ti era possibile non
amare, dov'erano bellezza e virtù. Anche per questo hai amato più
nobilmente; e dei tuoi dolori puoi darti gloria. Non io, pur troppo,
dei miei!
--Se ti sei vinto, puoi darti gloria di questo;--disse il duca di
Feira.--Saper vincere sè stesso è il sommo della forza morale.
--Ma io non potrò farmene un merito!--esclamò Aloise, sorridendo.--Non
son io che ho vinto; sei tu che m'hai fatto riconoscere come io fossi
un dappoco. Che stoltezza la mia! e di tanti miei pari! Crediamo le
donne angeli, così alla rinfusa, senza far distinzione. Angeli! E come
finalmente potrebbero esser tali, in mezzo a tanta moltitudine di
sciocchi e di scioperati che le circondano?--
La burrasca girava, verso un altro quadrante. Tra sciocchi e
scioperati c'era da scegliere; ed Aloise ne passò molti in rassegna,
tutti della società elegante in cui era vissuto. Di questi uno ebbe
più lunga sentenza; e fu per caso il Cigàla.
--M'hai detto che è una testa quadra e un cuor libero;--notò il duca
di Feira;--una specie di filosofo in guanti.
--E in fondo, m'annoiano, i filosofi in guanti;--rispose
Aloise.--Hanno il cuor libero, e sta bene; ma ancora amano far pompa
della loro libertà, come le case vuote del loro «appigionasi». Non
promettono niente, non s'impegnano a niente; sorridono e passano. A
questi, poi, si fa volentieri la parte del leone. Ricordi la lettera,
di cui parlavamo poc'anzi? Il Cigàla (vi si leggeva) il Cigàla è
quello che vale un tantino più degli altri; cortese, senza aspettar
nulla in ricambio; arguto, senza cattiveria; bei modi, umor sereno;
ornamento in un salotto, non peso; si vuol far credere insensibile; ma
bisognerebbe che ad una donna saltasse il ticchio di metterlo alla
prova, e si vedrebbe.--
Il duca di Feira pensò che il suo Aloise possedeva una memoria di
ferro. Anche leggendo rapidamente, il giovine aveva molto ritenuto del
libro amaro. Amaro al palato, del resto; ma buono e nutritivo allo
stomaco. Anche questo pensava il saggio duca; e l'animo suo,
finalmente aperto a liete speranze, si compiaceva di stimolare,
temperandoli all'uopo, i giudizi del suo figliuolo d'adozione.
--Capisco, sì;--concesse il duca;--la gioventù è capace di adattarsi a
molte cose, ch'ella stessa non prevede e non pensa. Ma quel tuo Cigàla
è sincero nel suo modo di sentire; leale, me lo dicevi soprattutto.
--E non mi voglio già disdire sul conto suo; leale per quel che fa la
piazza;--soggiunse Aloise.--In fine, è il tanto che basta, e di cui
possiamo contentarci nelle relazioni sociali. Io, del resto, lo avrai
già notato, ho un debole per Enrico Pietrasanta; un cuor d'oro,
quello, che non si cela, che non fa il tenebroso; un carattere aperto;
e modesto, poi, tanto modesto da adattarsi alle seconde parti, senza
lasciarti scorgere che potrebbe aspirare alle prime. Se non fosse per
lui, che con tante amabili sue qualità mi offusca un tantino il
giudizio, direi volentieri che il Cigàla è una perla. Ma
adagio;--soggiunse Aloise, ridendo della propria liberalità;--teniamo
qualche cosa in serbo per altri amici, che abbiamo veduti alla prova,
e che meritano i primissimi onori. Come definiremmo il Giuliani, così
caldo, ardito, sincero, e così ameno per giunta? Che cosa diremo poi
di Lorenzo Salvani? Quello è un uomo! Gli si leggono negli occhi tutte
le virtù, cardinali e teologali; non ti pare? Sarà felice, la mia
bella cuginetta, con quel fior di cavaliere. Ah,--conchiuse il
giovine, con un razzo finale di ammirazione e di affetto,--se dopo
morti sotto un aspetto, dovessimo tornare in vita sotto un altro, ti
giuro, padre mio, che vorrei rinascer Salvani!--
Era gaio, Aloise; e fu gaia la giornata della Troade, col pasto
improvvisato dagli uomini della scorta, sotto le mura iliache, di cui
non si vedeva più traccia, accanto alle fontane cantate da Omero, che
sussurravano ancora. Distrutta è la città di Priamo;--potevano dire i
due nobili viaggiatori;--disperse le sue reliquie, con le bellezze
lusinghiere di Elena Argiva; tu sola vivi eterna, o natura.
Il più vecchio dei due poteva anche pensare dell'altro; e di
quell'altro che pensava gli si dipingeva una gran contentezza sul
volto. In quella giornata della Troade, fra le scarse reliquie di una
città e di una vita estinta, nasceva un mondo di speranze per lui.
Aloise risanato, Aloise riconciliato coll'esistenza; quale vittoria! E
il pensiero di Cosimo volava lontano, fino alla Montalda, presso la
tomba di Eugenia.
--È salvo! è salvo!--diceva a sè stesso il duca di Feira, lasciando
quella medesima sera le rive dello Scamandro.--Ed ora, per compir
l'opera, bisognerà avviarne lo spirito a qualche utile occupazione.--
Due giorni dopo quella gita archeologica, i due viaggiatori
riprendevano il mare, costeggiando la punta settentrionale dell'Asia
Minore, dallo stretto dei Dardanelli al golfo di Smirne. Andavano,
dalla terra che Omero aveva celebrata col canto, alla terra dove era
nato il divino cantore. C'era poi nato davvero? Lo asseriva Erodoto,
antichissimo tra i biografi; ma altre sei città greche, continentali
ed insulari, contendevano a Smirne quell'altissimo vanto. Un famoso
distico latino, traduzione di un altro e non meno famoso distico
greco, aveva raccolte a mazzo le sette rivali. Che peccato non
ricordarlo! Se ci fosse stato il Giuliani, come l'avrebbe recitato a
volo, e con quell'ardore che metteva in tutte le cose ch'egli facesse
o dicesse! E ancora, che buon compagno di viaggio sarebbe egli stato,
con tante cose da vedere, da ammirare, da commentare, e laggiù ed
altrove, anzi, com'egli avrebbe certamente detto, nell'universo mondo!
La terra, a buon conto,--notava Aloise,--è più vasta che non si pensi.
Un giorno era tutto, quando vedevamo in essa il centro del creato;
oggi le grandi scoperte e i grandi numeri dell'astronomia ce la
riducono ad una miseria, da far sorridere di compassione. Niente di
male, dopo tutto; essa può ridere con tanto gusto di noi!
A Smirne, città orientale e insieme tanto europea nell'aspetto come
negli usi del vivere, era naturale il pensare a due mondi, l'uno
sull'altro innestati, e lo intravvedere alla bella prima quanto il
mondo occidentale avrebbe da fare nell'orientale; soprattutto da
rifare, poichè il prodigio era già stato operato una volta. Il duca di
Feira accarezzava queste idee di Aloise, che già davanti a Lemno, a
Mitilene, ad Ipsara, a Scio, immaginando sempre d'essere in vista di
Rodi, si era gittato con tutto l'ardore dei ricordi universitarii
sulle famose leggi Rodie, esemplari di giurisprudenza commerciale e
marittima ai Romani, conquistatori e civilizzatori del mondo. E dai
commerci antichi era sceso con facile trapasso ai moderni,
considerando quanto ci fosse da tentare, con nobile e fruttuosa
audacia, per istrappar l'Oriente, il vicino e il lontano, dalla sua
fatale inerzia, dalla sua supina ignoranza, per tirarlo nella vasta
corrente della vita moderna.
--Ecco un bel programma, Aloise;--diceva il duca di Feira, cogliendo
la palla al balzo, mentre sul terrazzino del primo albergo di Smirne
il giovine Montalto dava gli ultimi tocchi al suo disegno di
rinnovamento orientale;--ed è qui la tua vocazione. Vedendo così largo
e così lontano, tu non vorrai già ridurti a vivere ancora la vita
ristretta e disutile in cui ti ho ritrovato. Sei ricco per me, poichè
mi accetti per padre, ed io non ho creatura al mondo ch'io debba amare
e favorire, dopo di te. Ma non sarai un fannullone, non essendo mai
stato un gaudente. Ti sorride l'idea di esser utile alla patria....
fuor della patria? Io, disgraziato, non ho potuto, con tanto desiderio
che ne avevo nell'anima, e ad un'altra patria ho dovuto consacrare
l'opera mia. Tu, fortunato, senti che la tua sarà grande; mi par
d'intendere che l'ora del destino è imminente. Comunque sia, dove sei
nato, dove si tiene alta la bandiera dei tre colori, ivi è l'Italia,
presente e futura: servendo il piccolo Stato dove sei cittadino, servi
già il grande, che verrà poi.
--Ho inteso, babbo: mi vuoi mettere in diplomazia.
--Per l'appunto; è l'unica condizione in cui ti sarà dato di colorire
i disegni che da parecchi giorni mi esponi. Quello che si vuol fare,
si faccia presto; è massima antica. Ritorneremo a Genova, per
aggiustare le cose tue, e quelle dei nostri amici. La Montalda.... il
santuario.... può rimanere in custodia ai Salvani. E subito manderemo
ad effetto la tua felicissima idea; non è vero? Servire la patria....
fuor della patria, ti ho detto; ingrandire la sfera della sua
legittima azione, dar luce ed aria, aprire quanto più sia possibile il
mondo ai nostri commerci, alle nostre arti, al nostro pensiero, alla
nostra lingua; ecco l'opera varia e mirabile a cui deve lavorare chi
può, innamorandosi, vivaddio, di qualche cosa che ne franchi la spesa.
--Giusto!--disse Aloise.--Ma saran poi tutte rose?
--Eh, t'intendo;--rispose il duca, tentennando la testa.--La mia
esperienza, tra tante imprese fortunate, ricorda ancora parecchie
disillusioni. C'è qualche volta il tuo governo in mano a gente
dappoco, che non t'intende e ti guasta il lavoro. Ma più spesso,
trattandosi di un lavoro lontano, egli non prevede nulla che meriti
l'intromissione di un guastamestieri, e ti lascia fare a tuo modo.
Così, ciò che tu accortamente disponi in questa o in quella parte del
mondo, è sempre utile preparazione ad atti che tu solo avevi veduto
opportuni, e che tu solo hai lavorato a render possibili. Così,
finalmente, si gettano i semi della grandezza futura d'un popolo.
--Giustissimo!--gridò il giovine Montalto, persuaso da quella
argomentazione del duca di Feira.--Ed io vedrò volentieri di tentar
qualche cosa in questo povero Oriente.
--Scegli bene il tuo campo;--riprese il duca.--Si era cominciato così,
con Marco Polo; ma poi, povera gente, abbiamo smarrita la strada. Sei
dunque risoluto?
--Sì, padre mio. Tanto, la vita oziosa non m'è andata mai. Mettiamoci
di buon animo a servire la patria.... fuor della patria. Ma bada, con
una restrizione.
--Quale?
--Siamo forse alla vigilia di grandi cose. L'hai detto anche tu. Si
sente odor di polvere nell'aria. Se scoppiasse una guerra?...
--Ora?
--Non ora, che entriamo nell'inverno; ma nella prossima primavera,
perchè no? E ti pare che io debba mettermi al tirocinio della
diplomazia, mentre gli amici farebbero ben altro uso del tempo loro?
il Salvani, ad esempio, ripigliando la spada, come capitano di
Garibaldi, e il Pietrasanta entrando volontario in un reggimento di
cavalleria? Son genovese, diceva egli per l'appunto, un giorno che si
parlava di guerra possibile; cadrà dunque su Genova Cavalleria la mia
scelta.--
Il duca di Feira stette pensoso un istante; poi, disse, con accento
solenne:
--A questo sacrifizio il mio cuore si adatta. Tanto più,--soggiunse
egli, rizzando la testa,--che son forte abbastanza per fare qualche
cosa ancor io.
--E allora, qua la mano, camerata,--osò dire Aloise. Ma non osò
stender la mano; bensì, con atto di devozione filiale, chinò la fronte
sul petto del duca.