Post nubila Phoebus.
E adesso i lettori benevoli, che siamo dolenti di non aver più a
trattenere se non per pochi capitoli, ci usino la cortesia profumata
di chiuder gli occhi, affinchè noi, mal destri giuocatori di mano,
facciamo sparire un sei settimane, e presentiamo loro un fatto
compiuto, che, piaccia o non piaccia, dovranno pur riconoscere.
Ci torna a mente che quando eravamo bambini, una vecchia fante, la
quale era stata in sua giovinezza ai servigi d'un papa (ma
intendiamoci, d'un papa prigioniero, il quale non aveva potestà di
scegliere i suoi servitori secondo i sacri cànoni), ci raccontava
certe sue favole di principi e principesse che, dopo grandi travagli,
incantesimi di maghi gelosi ed altri consimili diavolerie, finivano
sempre col diventar marito e moglie, come la nostra santa madre Chiesa
comanda; di guisa che, dopo essere andati i fatti loro per un pezzo
alla peggio, tutto volgeva a bene, perfino le salse del cuoco, il
quale ammanniva un pranzo grande e grosso ai felici amanti e ai
felicissimi cortigiani. E noi, scimuniti, sempre a chiedere come fosse
questo pranzo di nozze. Ma qui ci voleva, la buona Paolina Monetti,
per darci sempre la medesima baia. Ella era stata invitata alle nozze,
ma sotto la tavola, s'intende, che non era persona da impancarsi in
quella fiorita compagnia. E di là sotto, la poverina andava tirando il
lembo della gonna alla principessa, perchè si ricordasse di lei e le
facesse la limosina di qualche buon boccone. Ma la fortuna fa gli
uomini insolenti; ora la principessa, dimenticando i sofferti
travagli, s'era fatta una superbiona, ma di quelle! e gran mercè, se,
tolto un osso spolpato dal piatto, lo buttava, insieme con un
colpettino del suo piede, alla povera affamata. La qual cosa a noi non
piaceva nè punto nè poco, tanto più che non avevamo ancora in que'
tempi acquistato quel sesto senso, che ora ci fa piacere un bel piede,
ancorchè irrequieto, e un pochettino dispettoso.
Signore, non vi sgomentate, che non si fa un corso di estetica.
Volevamo, con questo accenno d'infanzia, significarvi che abbiamo a
nostre spese imparato a non mettere il naso ne' banchetti di nozze, e
che, da uditori diventati narratori, vi facciamo grazia del convito
finale. Già, nel caso presente, non se n'è neppur fatto; e se un
pranzo ci è stato, diciamo che fu otto settimane dopo gli avvenimenti
narrati; ma non pranzo di nozze, quantunque gli sposi ci fossero.
Infatti non si trattava d'altro che del duca di Feira, il quale, alla
vigilia di partire per un lungo viaggio col suo giovine amico Aloise,
voleva pigliar commiato dalle poche persone a cui s'era avvicinato,
con cui, o per cui, s'era adoperato, così felicemente come tutti
sanno, nella sua breve dimora in Genova.
Si potrebbe dunque chiamare un pranzo di addio, uno di que' pranzi che
noi daremo di certo ai nostri benevoli, quando saremo trenta o
quaranta volta milionarii come il duca di Feira, o in quel torno, e
potremo cantare il __nunc dimittis__ all'ingrata arte del novelliere.
Non potendo finora offrirlo del nostro alla cortese brigata, neppure
la faremo assistere a quello del duca. Solo diremo che fu splendido, e
che gli onori di casa eran fatti da una bellissima sposa, con quella
grazia eletta, con quella squisitezza di modi, che in lei potevano
dirsi natura.
Maria Salvani era bella, e tanto più bella appariva in quanto che
aveva patito, e i patimenti avevano conferito più soavità alle sue
fattezze, più efficacia allo sguardo. Maria non era più la giovinetta
paurosa ed ignara; in lei si mostrava la donna educata alla severa
scuola del dolore; la donna colla sua bellezza riposata ed altera, co'
suoi grandi occhi sereni ad un tempo e pensosi, specchio fedele alla
maturità del pensiero. Non dissimilmente il mare, dov'è più profondo e
più vigilato da rupi scoscese, apparisce, sotto i raggi di un bel sole
d'estate, più azzurro insieme e più limpido.
Gli affanni della gentil creatura, erano cessati; Lorenzo era salvo;
Lorenzo l'amava; Lorenzo era suo; che più? Sua madre s'era intenerita,
era ridiventata sua madre. Ed ella era felice, tutta compresa della
gioia profonda e tranquilla di chi è scampato da un alto pericolo e
nel pensiero della insperata salvezza si conforta delle angosce
durate.
La marchesa di Priamar, grave ma sfavillante anch'essa di tenera
gioia, era presso di lei, in apparenza di protettrice e di amica;
perchè Maria, felice d'aver ricuperata la madre, non avrebbe voluto
per cosa alcuna al mondo far vergognare, arrossire la donna. Il
segreto era noto a Lorenzo come al duca di Feira, e bastava; lo
avevano trapelato Aloise, l'Assereto e il Giuliani: ma essi, da quei
compìti cavalieri che erano, fingevano di non saper nulla; il
Pietrasanta e il dottor Mattei lo ignoravano affatto.
Così, senza volerlo, abbiamo passati in rassegna i commensali del
duca. Era, come si vede, un'assai ristretta brigata. Le più ristrette,
ogni persona di garbo può farne testimonianza, sono anche le più
liete. Eppure, quello non era stato un gaio banchetto; il pensiero
della vicina partenza di Aloise e del duca di Feira, non era tale per
verità da sciogliere in serena allegrezza l'amichevole confidenza
dell'ora.
Il nostro Aloise, pallido anzi che no e smunto a guisa di chi esca di
malattia, era composto dei modi, affabile nei discorsi, quale i
lettori l'hanno veduto nella cavalcata di Pegli; ma bene era agevole
ad un conoscitore d'affetti lo scorgere che un'arcana cura gli siedeva
nell'animo. Più avvezzo a padroneggiarsi, il duca di Feira, se non si
mostrava ilare (che tale non era mai stato in sua vita) appariva
disinvolto, bello di quella schietta cortesia signorile, che sa,
dissimulando lo sforzo, sacrificare agli ospiti ogni interna
afflizione, ogni più grave molestia. Più giovine, e meno esercitato
all'affanno, Aloise si lasciava a volte andar giù dello spirito; ma
bastava che il suo sguardo incontrasse quello del duca, perchè egli si
rimettesse tosto; e allora a sentirlo! Ma la sua loquacità irrequieta,
il suo riso stentato, non persuadevano il vecchio gentiluomo, nè
Lorenzo Salvani, nè Enrico Pietrasanta, che meglio l'avevano in
pratica.
Più lieto a gran pezza era il tinello, mezz'ora dopo levate le mense
padronali. Colà, non pure allegria, c'era baldoria a dirittura. La
gente del duca aveva convitato anch'essa due sposi novelli, non già
novellini, intendiamoci; che erano, s'indovina, il nostro Michele
Garaventa, e quella badalona della signora Marianna.
Michele, a dir vero, non era più un servitore. Il legionario di
Montevideo, il veterano di Roma, viveva, come suol dirsi, d'entrata.
Un certo poderetto, che i nostri lettori conoscono, là nei pressi
della Montalda, a un trar di schioppo dall'alture della Bricca, era
stato assegnato in dote dal Feira alla governante del padre
Bonaventura. Quella aveva ad essere la capanna di Filemone e di Bauci;
da quei vigneti a solatìo, da quei seminati, da quei castagneti,
avevano i due felici da cavare il vivere senza molta fatica, poichè
c'era luogo per due famiglie di coloni. Michele, come tutti gli omini
trabalzati a lungo qua e là dalle vicende della vita, aveva sempre
vagheggiato nei suoi sogni un èremo come quello, ornato di buon letto,
di buona tavola e di buona cantina. Iddio misericordioso aveva
finalmente esaudito i suoi voti.
I signori erano già da un pezzo raccolti a conversare sotto un
elegante loggiato, e i nostri più umili commensali erano ancora e
accennavano di voler stare a lungo sul gotto. Michele, che non aveva
più segreti da custodire, aveva fatta e suggellata la pace
coll'inimico, e ben lo dimostravano i suoi occhi lustri, e il suo naso
fiammeggiante più del consueto. A fargli perder le staffe aveva anche
contribuito non poco una calda discussione con Sindi. Figuratevi;
Michele voleva fare il saputo, parlare de' suoi viaggi, delle sue
guerre, delle costumanze dei __gauchos__, della selvaggia bellezza
delle __Pampas__; e Sindi, un Indiano di Bènares, conosceva più
America di lui, di lui Michele Garaventa, di lui legionario di
Montevideo, avanzo di Rio Grande e della __tapèra__ di Don Venanzio!
Come se ciò non bastasse. Sindi voleva far l'uomo anche in materia di
lingua, e riprenderlo, lui Michele Garaventa, quando diceva che le
Cordigliere delle Ande erano state testimoni di grandi __catechismi__,
e che da Montevideo a Buenos Aires correvano di molte miglia
__quadrate__. Scontento dell'America, e udito che il suo contradittore
non era mai stato a Roma, Michele si pigliò una satolla dell'eterna
città, che egli conosceva a menadito; parlò a suo bell'agio del Foro
antico, che doveva al certo essere stato turato, poichè non si vedeva
più; di San Giovanni __Luterano__, delle __Ecatombe__, dove si
radunavano i primi Cristiani, e del __Circolo__, a cui s'era tolto il
nome, poichè in parte era diroccato, e il popolo usava in quella vece
chiamarlo __Colosseo__, forse perchè molti, nei tempi andati, ci
s'erano fiaccato l'osso del collo.
Così preso l'aire, il buon Michele veniva ciaramellando allegramente
da un pezzo, tra le risate dei commensali, allorquando uno di essi,
che già da un'ora era tornato alle cure del suo uffizio, venne a
dirgli che la sua presenza era desiderata da Sua Eccellenza il duca di
Feira. Lui nel salotto? Lui dal duca e dai suoi nobilissimi ospiti? La
cosa gli parve strana, inaudita, impossibile, e fu mestieri che il
collega gliela ripetesse coll'aria più grave del mondo, perchè egli
non l'avesse in conto d'una celia.
Ecco ora il come e il perchè di quella chiamata, che faceva tanto
senso a Michele. Erano già suonate le nove di sera, e la marchesa
Lilla accennava di volersi ridurre a casa per le dieci. Però il duca
di Feira invitò cortesemente i suoi ospiti a passare dal loggiato nel
salotto, ove li attendevano i rinfreschi d'uso. E colà il nostro
Giuliani, che aveva il suo Foscolo in mente, volle propinare al buon
viaggio del duca e di Aloise, invocando loro propizi i genii del
ritorno. In quel suo brindisi l'allegro giovinotto aveva anche
destramente accennato come tutti i convenuti fossero stretti da un
vincolo che egli chiamò di parentela morale.--Qual Nume, diceva il
Giuliani, qual Nume ci raccostò, ci trasse l'un verso l'altro, perchè
avessimo a darci la mano? Qual ragione, per dirla più umanamente,
condusse noi, venuti da tante parti diverse, tolti da così diversi
ordini di cose e di pensieri, a far manipolo, a chiamarci col santo
nome d'amici? La ragion della guerra. Il posto del soldato è là dove
romba il cannone. Noi tutti abbiamo udito l'appello, siamo accorsi, e
__viribus unitis, agmine facto__, anzi __testudine densa__, ci siamo
precipitati all'assalto. Abbiamo combattuta, non fo per dire, un'aspra
battaglia, contro un nemico ben munito e coperto. È lecito vantarsi un
tantino, la sera della vittoria. Perchè tale è stata la nostra, la Dio
mercè, mercè l'assistenza delle donne e mercè il gran capitano, il
duca di Feira, che oggi si accomiata da noi, portandoci via uno dei
più strenui, de' più cari ufficiali dello stato maggiore. __Ho detto,
ho detto, e adesso prendo fiato.__--
S'intende che per prender fiato il Giuliani vuotava il suo calice.
L'oratore ebbe il plauso universale; i cavalieri lo acclamarono
principe dell'eloquenza; le dame lo salutarono coi loro più amabili
sorrisi.
--Grazie, signor Giuliani,--disse di rimando il duca, a cui s'erano
rivolti gli occhi di tutti;--ma consentite che io propini in quella
vece a voi, alla vostra ricchezza di partiti, alla efficacia dei
vostri spedienti. Non siete voi che, insieme coi vostri amici, coi
Templarii, come usate chiamarli, avete ordinato ogni cosa? Io ero
giunto tardi per ingaggiare il combattimento; voi eravate già in
campo, e a tutto avevate provveduto. Io non ho fatto altro che seguire
il filo de' vostri disegni, mettendo a' vostri servigi la mia vecchia
esperienza.
--Ed altro ancora, signor duca, ed altro ancora!
--Sia pure, ma mi è grato di poter mettere in chiaro che senza di voi
non avrei fatto nulla, e non potremmo oggi trovarci raccolti in questa
sala, stretti, come avete detto voi così veramente, da un vincolo di
parentela morale.
--A questi patti, signor duca, noi dovremmo in quella vece fare un
brindisi al servo di casa Salvani. È il buon Michele che s'è messo a
sbaraglio per noi, che è penetrato sotto mentite spoglie nella piazza
nemica, ha inchiodati i cannoni che traevano a scaglia su noi, e
finalmente ci ha schiuse le porte. Modesto al pari dei veri eroi, egli
ha compiuta senza sussiego la più grave bisogna. Chi ha fatto entrare
una parola di conforto in monastero? Chi ha origliato i disegni dei
tristi, dando per tal guisa il bandolo a voi, e il modo di sgominarli?
Chi finalmente ha posto le mani... Ma che dirò io di più?--soggiunse,
con bella e soprattutto accorta reticenza, il Giuliani.--Questi è
Michele Garaventa, un povero servitore, che, fatta un'impresa degna
d'Ulisse, o d'altro eroe dell'antichità, se n'è tornato modestamente
nell'ombra, senza chiedere ricompensa delle sue prodezze, riportandone
anzi una punizione. Perdonate, bella signora,--diss'egli, volgendosi a
Maria Salvani,--io parlo sempre da scapolo impenitente.
--Ottimo Michele!--soggiunse Maria, poi che ebbe con un sorriso
mostrato al Giuliani che intendeva l'allusione a quel castigo di Dio
della signora Marianna.--Egli è stato, non già un servo, un fratello
per noi.
--Queste parole egli deve udirle,--notò il duca di Feira,--e saranno
la più bella ricompensa delle opere sue. Se voi lo permettete, gentili
signore, lo faremo chiamare. Questo è fuori delle consuetudini, in
verità; ma non ne siamo stati fuori un po' tutti, in questa guerra mal
nata? Ed egli, poi, il valentuomo, per amore de' suoi padroni, non
n'era uscito prima di noi, dalle sue? non s'era levato a tale altezza
di sacrifizi, che non si può richieder da tutti?--
In questa guisa era stato chiamato Michele Garaventa al cospetto della
gentile brigata. Il poveretto era confuso, fuori di sè; quando si vide
in mezzo a quei signori, sentì mancarsi qualcosa di sotto, che ben non
sapeva se fosse la terra, o le gambe. Accettò, senza profferire
parola, il bicchiere che gli porgeva Maria, e bevve mutamente,
istintivamente, come uomo che non avesse mai fatto altro in sua vita.
Del resto, come a tutti è noto, egli sapeva farlo per bene. Ma
allorquando egli udì che si beveva alla sua salute, che quella gran
dama della Priamar aveva cortesemente alzato il bicchiere ad onor suo,
che Sua Eccellenza si degnava di toccare con lui, che sguardi e parole
amorevoli lo sfrombolavano d'ogni parte, fu un altro paio di maniche.
Bisognava parlare, egli lo vedeva. Parlare! Ma che cosa avrebbe
egli--detto? Le gambe gli facevano giacomo giacomo; gli zufolavano le
orecchie; la lingua gli s'impacciava nella chiostra dei denti. Basta;
Michele non era stato soldato per nulla; s'appigliò ad uno stratagemma
di guerra; pensò che quando il generale Garibaldi passava dinanzi alle
file, egli, Michele, soleva guardarlo in faccia, e interrogato
rispondergli; che di fronte al nemico egli non aveva tremato mai, nè
chiuso gli occhi davanti ad un pericolo. Dopo tutto, non mi mangeranno
mica! diss'egli. E fatta questa filosofica considerazione, si sentì
tornare il sangue nelle vene; guardò tutti in giro i convitati, e
ripulitasi graziosamente la bocca col dosso della mano, uscì in questo
discorso:
--Le Signorie Loro mi compatiranno. Io non ho pratica di galateo. La
signorina.... cioè no, dico male, la signora Maria può far
testimonianza che io sono sempre stato meglio all'accampamento.... Ma
che diavolo dico? Ella non c'era mica a vedermi! Insomma, volevo dire
che ella mi conosce sa che io sono uno zotico, un ignorantaccio....
--Siete un ottimo cuore, Michele!--interruppe sorridendo Maria
Salvani.
--Ah, non dico di no; ma la testa val poco. Già la testa, con licenza
delle Signorie Loro, è sempre il peggio della bestia. In fondo, sono
un buon diavolo; amo il figlio del mio povero colonnello, e venero la
signorina Maria. Che diamine? La lingua non vuol mai piegarsi a dire
signora. Ma che vogliono? l'ho veduta così piccina! Si figurino che la
si metteva ritta sui miei piedi; ed io, tenendola per le mani, le
servivo d'altalena. E ciò le faceva piacere, e ne faceva anche a me,
malgrado i miei dolori __aromatici__, che ho buscati laggiù
nell'America, e che non m'hanno ancora voluto lasciare. Ma ora, se
piace a Dio, andrò in Acqui, a far la cura dei fanghi. I miei padroni
non hanno più bisogno di me; sono contenti.... E anch'io, perbacco,
sono contento come una vecchia granata messa a riposo, che ci ha il
gusto di veder pulita la casa e di starsene a dormire in un angolo Ma
chi me l'avesse mai detto, che tutti questi malanni sarebbero finiti
così presto e così bene!... No, per tutti i diavoli, non l'avrei mai
creduto. Il mondo è pieno di stranezze oggi in un mar di guai, domani
all'__adige__ della contentezza Ecco lì.... Mi scusino della libertà!
parlo come vien viene, alla dozzinale, da vecchio soldato che non sa
d'arte __aratoria__. Io vedo starsene lì come pane e cacio due bravi
signori che otto mesi fa li ho visti barattar stoccate da mettere i
brividi. Il signor Assereto e il signor Pietrasanta ne sanno la parte
loro, essi che erano della festa. Ci ha fatto caldo a San Nazaro, quel
giorno, sebbene non ci fosse il sole! Ma finita la zuffa, tutti amici
meglio di prima!
--Le mani dei galantuomini,--disse il Giuliani,--son fatte per
stringersi, non già per farsi la guerra.
--Ben detto!--seguitò Michele.--E io, con licenza delle Signorie Loro,
bevo alla salute di tutti i veri amici.
--Cominciando da Oreste e Pilade;--entrò a dire il Mattei.
--No, quelli là!--fu pronto Michele a rispondere.--Piuttosto, vede
Ella? berrei alla salute di Erode e Pilato.
--Perchè?
--Perchè quei due nomi, Oreste e.... l'altro, mi fanno ricordare d'una
cattiva notte, che io mi son lasciato cavare i calcetti da un certo
mascalzone, e poi n'è venuto un subbisso di malanni. Ho presa la mia
rivincita, sta bene; per altro, non mi bastava ancora, e se quel
tristo mi capitava sotto le unghie!... Ma la giustizia di Dio ci ha
avuto più buone gambe di me. Il furfante è in gattabuia, e se non me
lo schiaffano in galera, certo me lo spediscono, franco di porto, a
rifare un po' meglio i suoi studi ad Oneglia.
--Parlate del Garasso?--chiese Lorenzo.
--Di lui per l'appunto. Lo cercavo da un pezzo, per cavarmi una certa
voglia dalle dita; ma sì, piglialo! Il mio uomo doveva fiutarmi da
lontano. Per sua disgrazia, mentre sfuggiva da me, inciampò nei birri,
che avevano un altro conticino da aggiustare con lui. Si figurino che
costui teneva il sacco ai ladri; i suoi compari, caduti nelle mani
della giustizia, hanno cantato, e l'amico ciliegia ha dovuto andarli a
raggiungere. Vedano un po' con che razza di gente io m'ero imbarcato!
Sono un asino, sì, un asino, sì, un asino calzato e vestito; e quando
penso a tanti guasti cagionati dalla mia balordaggine....
--Eh via, Michele, non vi buttate a' cani in questo modo!--interruppe
il Giuliani.--Io vi ho veduto alla prova, rimediare strenuamente al
mal fatto, e mi vien voglia di paragonarvi alla lancia d'Achille.
--Che, mi burla? Una lancia, io? Sdruscita, sì, forse; ma se il
personaggio ch'Ella dice ne aveva una simile, giuro che non s'è mosso
da riva.---
Questo era un bisticcio, e fu salutato da una risata universale. Ma il
buon Michele non l'aveva fatto a posta, chè non era forte di studi, e
ci aveva per giunta l'inimico in corpo, che, come i lettori già sanno,
gliele faceva dire più grosse del solito.
Poco stante, il nostro Michele ebbe licenza di tornarsene ai dolci
vincoli dell'Imeneo. Anche il Pietrasanta, l'Assereto, il Giuliani e
il Mattei, allegro quartetto di scapoli, pigliarono il largo, dopo
aver promesso ad Aloise che sarebbero andati il giorno seguente ad
accompagnarlo allo scalo della ferrovia. A sua volta, la marchesa di
Priamar, stretti al seno quei due, che ella poteva, innanzi al duca e
ad Aloise, chiamar liberamente suoi figli, uscì da quella casa in cui
aveva passato il primo giorno veramente lieto della sua vita. Il duca
di Feira, da quel compito cavaliere che era, volle accompagnarla fino
al suo palazzo; della qual cortesia non è a dire com'ella gli fosse
grata. La povera madre sentiva il bisogno di essere sola con lui, per
ringraziarlo, per aprire il suo cuore a quell'angiolo salvatore di sua
figlia e di lei, a quell'autore di tutte le sue contentezze.
--Ella è felice. Povera madre! Era tempo;--andava egli dicendo tra sè,
nel ricondursi a casa.--Felici tutti, per me. Ed io?...--
Il pensiero del mesto gentiluomo corse alla Montalda, presso quella
tomba solitaria in cui riposava la salma della donna adorata.
--Salvar tuo figlio, Eugenia, e poi ricongiungermi a te nella morte;
questa sarà la ricompensa di Cosimo.--
Intanto Aloise, rimasto solo con Lorenzo e Maria nel salotto del duca,
s'era lasciato cadere sfinito su d'una scranna.
--Ah, finalmente!--esclamò egli.--Non ne potevo
più.
--Voi siete triste, Aloise?--gli disse Lorenzo, avvicinandosi a lui, e
posandogli una mano sulla spalla.
--Perdonate, amici, fratelli miei, perdonate!--rispose il marchese di
Montalto, congiungendo la mano di Lorenzo e quella di Maria nelle
sue.--Io sono felice, come si può essere, quando si è stati testimoni
della gioia d'una madre che vi ama, e che nel contemplarvi, si
lasciava sfuggire con nobile audacia il suo segreto dagli occhi;
quando infine s'è stretta la destra ad amici schietti e operosi come
coloro che ci hanno lasciato poc'anzi. No, la virtù non è un nome
vano; no, tutto non è abbiettezza, codardia, bruttura nel mondo. Ma
perchè non sono io lieto? Perchè in mezzo a tutta questa gioia io mi
sento morire? Da due mesi, vedete, da due mesi io vivo come uno
smemorato. Ho come un vuoto qui dentro, e non ardisco addentrarmi
nella mia coscienza, considerare questa grande rovina di tutte le mie
speranze, di tutti i miei sogni, di tutto ciò che mi faceva cara la
vita.
--Voi amate, Aloise....--disse Maria con accento
compassionevole.
--Sì, e senza speranza. Non è il segreto di alcuno; è il mio segreto;
posso adunque trarlo fuori dal profondo, e flagellarmene il petto. Sì,
amo fieramente, e fieramente odio.... me stesso. Sì, vorrei strapparmi
il cuore, questo cuore malnato, che accoglie confidente un affetto, e
lo serba a mio malgrado, e lo difende contro la mia stessa ragione;
questo vil traditore che mi dà in balìa d'un beffardo nemico, e dopo
avermi offuscato l'intelletto, scemata ogni virtù di propositi,
congiura a togliermi perfino la dignità del soffrire. Ah Lorenzo,
amico, fratello mio! Se non avessimo di tali spine qui dentro, come
saremmo noi forti! Quale avversa possanza resisterebbe alla tenace
operosità dell'uomo, tutta rivolta ad un fine? Noi giovani, noi
animosi, noi senza macchia e senza paura, potremmo dar opera a grandi
cose, far manipolo contro il male che invade d'ogni banda, portar la
spada e la fiaccola, combattere e illuminare, essere esempio ai buoni
e flagello ai malvagi, ordinare l'aristocrazia dell'ingegno e della
onestà, la sola vera, la sola efficace, non già a salvare un vecchio
edifizio che minaccia d'ogni parte rovina, sibbene a rinnovare la
faccia del mondo infiacchito nel tiepido amore del bello, del vero e
del buono, fatto teatro ai contrasti ridicoli di vizi piccini e di
piccine virtù. Ma no; forti e non ignari della nostra forza,
rinunziamo alle nobili voluttà che ella può darci; abbiamo qui dentro
il tarlo roditore delle nostre passioni; disperdiamo in vani
scintillamenti una luce preziosa; consapevoli dissennati, sprechiamo
tutta la possanza nostra a' piedi d'un idolo di creta.--
Così parlava esacerbato Aloise. Lorenzo volse lo sguardo a Maria, che
avvicinatasi chetamente già era per reclinare la bruna testa
sull'omero dell'amato, ma si trattenne, e parve dirgli col gesto:
rispettiamo il suo dolore.
Aloise, o si avvedesse del gesto, o indovinasse il pensiero, levò la
fronte verso i due pietosi, e soggiunse:
--Voi, Lorenzo vi siete imbattuto in un angelo. Io, in quella vece, ho
fallita la strada, e debbo portarne la pena. Che volete, fratelli
miei? Nessuno può sottrarsi al suo fato.--