Donna senza cuore, rosa senza odore.
Incominciava la pagina con una breve notizia genealogica, della casata
Vivaldi, del ramo di Valcalda, che veniva ad estinguersi nella persona
della marchesa Ginevra. Seguivano alcuni cenni intorno a costei, nata
nel 1834, educata presso le Dame del Sacro Cuore, a Lione, e maritata
di sedici anni al marchese Antoniotto Della Torre, il cui nome
leggevasi ornato d'una chiamata alla pagina precedente, ov'erano le
notizie risguardanti quell'orrevole personaggio. Era un diligente
annotatore, il Gallegos, e soleva fare ogni cosa a puntino.
Messe sulla carta queste poche cose, a mo' di preambolo, il padre
Bonaventura veniva difilato a toccare della amicizia di Ginevra colla
viscontessa Onorina Roche Huart, nata de Kérouèc, amicizia nata tra le
mura del monastero e tenuta viva da un lungo ed abbondante carteggio.
E qui, senza dire in che modo gli cadessero in mano, il gesuita era
venuto trascrivendo le lettere di Ginevra all'amica lontana.
Queste lettere non erano poche, nè brevi, e sebbene il carattere di
Bonaventura fosse tondo e fitto, vero carattere da prete, il carteggio
teneva lo spazio di molte pagine inchiostrate, s'intende, sopra
ambedue le facce. I nostri lettori, che già sanno in qual modo quelle
lettere, giunte al loro destino, tornassero copiate in balìa del
gesuita; i nostri lettori, che ne hanno già avute le primizie,
allorquando noi, pel bisogno del nostro racconto, abbiamo dovuto dir
come e perchè la marchesa Ginevra si facesse a chieder la storia di
Goffredo Rudel e di Percivalle Doria ai suoi convitati della Corte
d'amore; i nostri lettori non avranno discaro di vedere un po' più
addentro in questo carteggio, e, dopo aver già sollevato un lembo del
velo, scoprire finalmente del tutto quest'Iside misteriosa del
racconto che hanno seguito con tanta pazienza fin qua.
Leggano adunque, si facciano in compagnia d'Aloise a scrutare il vero,
ma senza averne il capogiro, senza abbeverarsi di fiele, come a lui
avvenne pur troppo in quella triste lettura. Per verità, il primo
senso era stato d'alto stupore, cagionato dalla novità di quel
carteggio così stranamente raccolto; ma, proseguendo, allo stupore
sottentrò l'amarezza, non temperata da altro fuor che dall'aspra
curiosità del sapere, del correre innanzi, sempre più innanzi, sulla
via delle dolorose scoperte.
Il carteggio della Ginevra risaliva all'aprile del 1850, cioè a dire
pochi mesi dopo il suo matrimonio col marchese Antoniotto e il viaggio
di nozze che gli sposi avevano fatto in Francia, in Inghilterra e in
Germania. Nella prima sua lettera la giovine sposa incominciava a
raccontare i suoi pensieri, le sue sensazioni, e tutte le
particolarità, le minuzie, i nonnulla della sua vita. Quella lettera
accennava ad un patto fermato tra le due amiche di convento. La
signorina di Kérouèc era andata a marito pochi mesi prima di Ginevra;
ambedue s'erano vedute a Parigi, e la viscontessa di Roche Huart aveva
fatto, come suol dirsi, gli onori di casa alla marchesa Torre Vivaldi
in quella Babilonia moderna che è la capitale di Francia. E innanzi di
separarsi da capo, le due spose avevano fatto voto di scriversi spesso
e a dilungo, di dirsi liberamente ogni più lieve cosa che loro
accadesse di fare o pensare, e di seguire appuntino l'esempio di
quella gran chiacchierina della Sévigné, di cui avevano lette,
chiosate ed imparate le lettere in collegio, come esempi mirabili di
stile epistolare.
Ma usava ella dire ogni cosa, la Sévigné? Con tutto il rispetto dovuto
alle dame, vive e morte, ci sia lecito di dubitarne un tantino. E del
pari le nostre due scrittrici non dicevano tutto. Non parlavano,
verbigrazia, dei loro mariti, nè l'una nè l'altra; quando pure
occorreva loro di accennarli, lo facevano così alla sfuggita,
dicendone in poche parole un gran bene, e passavano ad altro.
La viscontessa (le cui lettere del resto non erano trascritte nei
libri di Bonaventura, come quelle che non avevano alcuna attinenza a'
suoi fini) narrava poco di sè e dei pensieri che le giravano per la
fantasia; si dimostrava in quella vece molto curiosa dei pensieri,
delle opere e perfino delle omissioni di Ginevra; pel rimanente, aveva
a parlarle molto di teatri, di veglie, e di nuove fogge parigine. Ma
non dubitate, tra i nomi degli eleganti cavalieri che cadevano sotto
la penna della francese, Ginevra indovinava subito quello che
all'amica premesse di più, quantunque buttato là a caso, mescolato tra
tanti. E questo è naturale; nella signoril compagnia non si dice: io
amo il tal di tale, come s'usa dal volgo delle figlie d'Eva; si dice
in cambio: il tale è un gentil cavaliere, __un homme comme il faut__.
Nella qual cosa c'è più prudenza, e, diciamolo anche, più verità.
Diffatti, amano esse davvero, queste gran dame? Giuocano all'amore,
ecco tutto; il damo è un passatempo, un'appendice ai merletti, alle
trine, ed altre simili frascherie.
Ginevra, in quella vece, che viveva una vita meno svariata, più
raccolta, più provinciale, non aveva di gran novità a mettere in
mostra. Però le sue lettere, data la debita parte ai pochi sollazzi
della città, anzi della cerchia ristretta delle sue attinenze
nobilesche, tutte passate allo staccio, riuscivano assai più astratte,
assai più soggettive; la qual cosa significa che parlava di sè, ed
abbondava nelle dipinture dell'animo suo, anzi che nel racconto de'
fatti. La marchesa Torre Vivaldi era d'ingegno colto e vivace, che,
come si vedeva nel suo conversare, si riscontrava ne' suoi scritti.
Non dissimilmente dai valenti parlatori, che spesso amano stare ad
udirsi, in quella che vengono arrotondando a fior di labbra i loro
aggraziati periodi, Ginevra aveva caro lo scrivere, per ammirare le
belle cose che le sgocciolavano dalla penna. I suoi giudizi intorno
alle dame e ai cavalieri della sua città erano per consueto assai
giusti, ma sempre un po' troppo ricisi; la moglie del tiranno di
Quinto tiranneggiava a sua volta, e faceva giustizia sommaria.
Ecco ad esempio, voltata in italiano (poichè il carteggio era tutto in
francese), una sua lettera, la seconda che lèsse Aloise, nella quale
era minutamente narrata quella che la giovine marchesa Torre Vivaldi
chiamava la sua prima comparsa di donna in quella società genovese,
dalla quale aveva ad essere acclamata regina per diritto di conquista.
«Il tuo silenzio mi punisce troppo gravemente del non averti io
scritto da un pezzo. Non mi tenere il broncio, te ne prego, e pensa
che la tua Ginevra ha passato due mesi orrendi, per occupazioni,
molestie, seccature senza fine.
«Ho avuto uno sbalordimento così grande, e soprattutto così lungo, che
n'ho ancora le orecchie intronate. Ho finalmente capito come si possa
affogare in un bicchier d'acqua. Genova è un bicchier d'acqua al
paragone di Parigi; ora la tua povera amica, che ha galleggiato
passabilmente, tra bene e male, a Parigi, ha fatto naufragio a Genova.
Costì, grazie alla tua cortese sollecitudine, tutto mi procedeva
ordinato e tranquillo; le nostre cure quotidiane, i nostri passatempi,
erano meditati, scelti da noi, condotti secondo la nostra volontà. Qui
nulla di ciò, tutto in balìa del caso, o della volontà degli altri, il
che è tutt'uno; qui gite su gite, supplizi di costa a supplizi; qui
visite da fare e visite da rendere; parenti stretti e lontani, che si
vedono la prima volta; nessun amico, e conoscenti a dozzine, un
subisso d'uomini che vengono ad ossequiarti, di dame che vengono a
riconoscerti; e dover essere sempre affabile, cortese, sorridente,
avere un pensiero, uno sguardo, una parola per tutti; che te ne pare?
Nè basta ancora; alle cure, alle brighe, alle noie d'una città che ti
vien nuova, o quasi, aggiungi il governo d'una casa, nuova del pari,
alla quale tu devi avvezzarti, nella quale hai da far leggi e costumi,
e durar fatica a raccapezzarti, a fare, come suol dirsi, il tuo nido;
aggiungi le necessità dell'acconciatura, del pensare alla sarta, alla
modista, a tutte insomma queste indispensabili aiutanti della bellezza
(vorrei dirla assente, nel caso mio, ma tu, mia bellissima, mi
accuseresti d'ipocrisia), e poi pensa a scrivere, se ti dà l'animo;
trova un ritaglio di tempo, se ti vien fatto!
«E così, come io t'ho detto, giungo all'ora del pranzo, stanca,
infastidita, prostrata. E il supplizio non è anche finito: s'ha da
andare a teatro, o c'è conversazione. Qui si va molto a teatro, e
tutte le sere nello stesso; e dove quasi tutte le nostre famiglie
patrizie hanno il loro palchetto, dove tutti i nostri eleganti si
dànno la posta, e dove finalmente si può andare senza trovarsi in
troppo cattiva compagnia. Ma ogni diritto ha il suo rovescio; e qui le
noie della giornata ti seguono. Se hai molti conoscenti (e il numero
di giorno in giorno s'accresce) è necessario che ogni sera essi
vengano a darsi la muta al tuo fianco, per dirti e chiederti tutti
quanti la medesima cosa. Questa è prammatica, e non si muta. La
signora A non potrebbe perdonare al signor B, che egli andasse nel
palchetto della signora C senza passare anche nel suo; e quando egli
c'è stato, ha ancora a passare dalle signore D, E, F, G, e via
discorrendo da tutte le lettere dell'alfabeto, s'egli ha l'onore di
averle in pratica. Chi ha fatto questa legge? I cavalieri, o le dame?
Questo si perde nella notte dei tempi, come diceva la nostra maestra
di storia. Intanto la legge c'è, e il mio signor marito suol dire che
bisogna rispettare le leggi.
«A proposito di teatro, sai? la tua amica ci ha avuto gli onori del
trionfo alla sua prima comparsa. A te che vuoi sapere ogni cosa, dirò
di passata ch'ella era azzimata per bene, tutta in azzurro, coi
capegli pettinati alla foggia greca, e sormontati da una luna falcata
che la rassomigliava a Diana. Consenti un tantino di vanità alla dea;
ella non era scontenta della sarta, nè del parrucchiere, nè di sè
stessa. Giunta a mala pena in teatro, da ogni parte, gli occhi si
volsero a lei, e alle sue orecchie giunse quel sussurro che è segno
d'ammirazione, e a noi, povere mortali, è più grato che non l'incenso
agli Dei.
«Il nostro palchetto è in prima fila, dei più lontani dalla scena,
ottimo per vedere, e più ancora per essere veduti. Figurati dunque
come fosse facile guardare la tua amica da ogni punto del teatro, e
come tutti i cannocchiali fossero in moto. Questo era preveduto;
alcune nostre dame, nelle loro visite del mattino, le avevano
bisbigliato così a fior di labbra, tra il complimento e la stizza,
ch'ella era aspettata. Aspettata, sì certo, e assai più ch'esse non
argomentassero nel dirlo. Il piano e le alture circostanti avevano
l'aria d'un parco d'artiglieria; tutti gli occhi e gli occhialini
erano rivolti su lei; fulminata da cinque ordini di batterie,
fulminata dagli scanni, fulminata dalle panche, fulminata dal
rimanente dell'emiciclo.
«Fuori di celia, pare che tutti quei signori non la trovassero brutta,
e si degnassero di mostrare il loro gradimento. Dovunque ella volgesse
lo sguardo, incontrava sguardi fissi su lei; e questo cominciò ad
infastidirla non poco. Vedendosi, o, per dir meglio, sentendosi
guardata in tal guisa, ella non sapeva più da qual banda voltarsi; il
suo collo, gli omeri e le braccia nude arrossivano. Immagina la sua
confusione, quale e quanta doveva essere, la prima volta che si vedeva
in mostra a quel modo. Metter soverchia attenzione allo spettacolo,
era forse disdicevole; starsene troppo colla persona rivolta
nell'interno del palchetto, le pareva scortese; insomma, ella era
sulle spine, e potè dire in cuor suo, come quel re da tragedia: oh,
quanto pesa la gloria!
«Tu ridi? Dovevi essere al mio posto, e ti sarebbe accaduto peggio,
bellissima tra le belle! Che ti dirò adesso? La tua buona amica
avrebbe voluto trovare un punto, un punto solo di quell'ampio recinto,
su cui poter posare gli sguardi. Presso a lei c'era conversazione
animata tra suo marito e tre signori venuti a farle visita. Sai che
Antoniotto parla bene, e, come tutti coloro che parlano bene, non è
avaro della sua eloquenza. I tre visitatori erano tutti nella
discussione; io non avevo niente da fare, e volgevo gli occhi qua e
là, con aria che voleva parere sbadata. Ed ecco che mentre guardavo a
quel modo (tu vedi che ho finalmente abbandonata la terza persona del
singolare) m'addiedi in una testa, tra le cento che vedevo lì presso
tutte rivolte al mio palchetto, la quale era in quella vece rivolta
alla scena. Ti confesserò candidamente che la cosa mi parve singolare,
tanto più che si trattava d'un signore, il quale era in un crocchio
dei più noti eleganti del nostro patriziato, e che i suoi compagni,
parlando a lui senza togliere gli sguardi dal palchetto, parevano
invitarlo a volgersi indietro e guardare, com'essi facevano, la tua
povera amica.
«La curiosità è un nostro peccato; confessiamolo pure, poichè siamo
tra noi, __en petit, tout petit comité__. Ora alla tua amica venne il
desiderio di stare a vedere se il signorino avrebbe ceduto all'invito
dei compagni. Alzai il cannocchiale in atto di guardare la scena; ma
gli occhi, di soppiatto, guardavano il cavaliere restio. Si volterà o
non si volterà? Ecco, si volta. No, m'ero ingannata; infastidito dalle
istanze dei compagni, il signorino aveva fatto un gesto; ma quel gesto
(inorridisci!) era stato di crollar le spalle, come chi volesse dire:
guardate voi altri, se vi garba; io non mi muovo.
«Ecco un uomo! dissi tra me. E per tutta la sera, di tanto in tanto, i
miei occhi corsero a lui. Egli era sempre fermo al suo posto. Lo vidi
qualche volta di profilo, mentre si voltava a ragionare cogli amici;
ma non ci fu verso che si volgesse indietro una volta. Ecco un uomo
che non somiglia agli altri! Questi signori, giovani e maturi, si
argomentano tutti di espugnarci coll'assiduità delle occhiate; credono
di avere nelle pupille quelle lenti ustorie che Archimede inventò per
incenerire le navi romane nel porto di Siracusa. Ma egli, no; egli non
crede, perchè una donna è giovane, e non brutta, di doversi mettere a
darle la molestia delle sue adorazioni. Meno male!
«Quella sera me ne andai da teatro un pochettino umiliata nel mio
orgoglio femminile; a mio malgrado, e proprio in quella prima
occasione che mi s'era offerta di veder gli uomini in tutta la loro
vanagloriosa pochezza, ero costretta a stimarne uno.
«Ti vo raccontando delle sciocchezze; ma non ho proprio nulla di più
rilevante. Del resto, il caso m'è sembrato così strano, che ho voluto
accennartelo, anche per farti sapere che il trionfo della tua amica è
stato completo. Sai quello che ci raccontavano in collegio dei
trionfatori romani, che avevano sempre dietro al loro cocchio uno
della plebe, il quale diceva loro ingiurie senza fine, come per
rammentar loro che erano mortali, e fallibili. Per noi donne sarebbe
troppo; i nostri trionfi sono in quella vece temperati dalla
noncuranza di qualcheduno che sta nella folla. Il non esser curate da
uno, mentre tutti ci ossequiano, non è forse la massima delle
ingiurie? Quegli occhi rivolti altrove, quel crollar disdegnoso di
spalle, non dicono apertamente alla trionfatrice: «io non la penso
come la moltitudine che vi acclama; vi gridino tutti bellissima, ma
voi non siete tale per me?»
«Sarà innamorato, dissi tra me, pensando a quella noncuranza, a quella
ribellione. Ma come? Egli solo tra tanti? O non è vero piuttosto che i
signori uomini non si fanno scrupolo di ammirare tutte le donne, anche
quando dicono di amarne una sola, e di chiedere a tutte un ricambio di
sguardi? Non sono essi maestri in quella civetteria che il mondo
ingiusto ascrive a noi donne? Comunque sia, innamorato, o no, egli è
un uomo dissimile dagli altri; dunque migliore degli altri.
«E infatti, non m'ero ingannata. L'ho veduto altre volte in teatro,
sempre contegnoso, sempre severo. Egli è di buon lignaggio e novera
tra' suoi antenati dogi e senatori della vecchia repubblica. Non è
ricco, ma è l'unico erede di suo nonno, i cui milioni potranno
indorargli a nuovo il blasone. Ho saputo queste cose dal mio gran
ciambellano. Imperocchè tu devi sapere che sono regina e che ho un
ciambellano, il De Salvi, un vecchio asciutto e giallo come una
pergamena, il quale mi fa la corte a suo modo, venendo ogni giorno da
me, per raccontarmi tutte le novelle e le voci che corrono, e
s'argomenta d'aiutarmi a fare gli onori di casa mia. È un
bell'originale, costui; ha sessant'anni suonati, e passa la sua vita
intorno alle dame, aliando da questa a quella, e dandosi aria di
farfalla, essendo, a fargli grazia, un moscone. Ma il suo ronzìo non
m'incresce; io vedo in lui come finiscono tutti questi pavoni, che in
gioventù fanno superbamente la ruota dinanzi alle belle; mi adatto ad
ascoltarlo, quando mi schicchera i suoi gravi consigli, ed ho in lui
un'eco fedele di tutto quanto accade in città.
«Lo adopero insomma come un giornale, di cui si legge sbadatamente,
quando non si salta addirittura, la prima pagina e la seconda, per
correr cogli occhi alla cronaca, all'ultime notizie e agli avvisi
teatrali.
«Povero De Salvi! Se sapesse come lo concio, romperebbe i suoi
occhiali d'oro sulla soglia di casa mia, in atto di maledizione. Egli
è in fondo in fondo un buon diavolo; si crede, e fino ad un certo
segno è necessario. Gli uomini come lui sono indispensabili ne' nostri
ritrovi; sono essi, così in apparenza noiosi, che tengono viva una
conversazione, la quale, senza costoro, o andrebbe troppo nel tenero,
o languirebbe affatto; sono essi, questi Alcibiadi giubilati, che noi
tiriamo gravemente in disparte, per dar loro un ridicolo incarico, per
ragionar di cose da nulla, con molta loro allegrezza, e dannazione
degli Alcibiadi in attività di servizio, di speranze e di pretensioni;
sono essi....
«Ma che diamine, non la finisco più? Vo' finirla sicuro; tanto, senza
pure avvedermene, son giunta in fondo all'ottava pagina, e mi rimane
appena un mezzo dito di spazio per dirti che aspetto tue lettere, per
mandarti un milione di baci, e per scrivere il nome della tua
amantissima
«GINEVRA».
Un'altra lettera d'un mese dopo, tra molte cose di minor conto,
diceva:
«.... Mi chiedi il nome del cavaliere ribelle. Che te ne importa? Se
credi che egli mi prema più degli altri, t'inganni. La sua persona è
entrata nel mio racconto, perchè volevo narrarti in tutti i suoi
particolari quel piccolo trionfo della mia vanità. Il fatto del
ribelle (poichè il vocabolo va) era l'unico episodio della serata, e
la sua novità m'ha persuasa a fartene un cenno; ma tienti in mente che
non mi sta a cuore nè punto nè poco.
«Nota, in cambio, una cosa più strana, la quale, del resto, col
paragone del bicchier d'acqua si spiega; qui si parla sempre del
signore di cui tu mi domandi il nome, quasi mostrando di credere una
reticenza meditata, ciò che non era e non poteva essere altro che una
dimenticanza. Tutti coloro che vengono in casa mia lo hanno in
grandissima considerazione; il suo nome rispettabilissimo viene in
campo ogni giorno; le nostre dame parlano di lui come di un eroe da
romanzo, d'uno di quei principi da leggenda che non si potevano vedere
senza amarli ad un tratto. Il bello si è che delle sue avventure
galanti non si sa nulla: non c'è qui una signora di cui si possa dire:
egli l'ha guardata più attentamente d'un'altra. Che le abbia tutte in
uggia? Potremmo in questo caso farci riscontro; egli disprezzando le
donne, ed io gli uomini.
«__Ah, te voilà donc, avec ta vieille marotte!__ dirai tu sorridendo.
Sì certo, come in collegio, come sempre. Dal nostro confessore lezioso
che faceva il bocchino ed ogni sorta di smancerie alle più belle e
alle più nobili delle sue giovani penitenti, fino all'ultimo
vagheggino che ha trovato modo di farsi presentare in casa mia e s'è
fatto un debito di strombolarmi subito un complimento, io li conosco
tutti, questi uomini; son tutti di una pasta. Non ho veduto altro che
la superficie, dirai tu; ma non è questa la parte migliore dell'uomo?
Orbene, la loro superficie è sgradevole. Io ringrazio il cielo che
m'ha fatta meno brutta di tante e tante altre, poichè di tal guisa ho
potuto vederli meglio e d'un tratto. Non credi tu che la bellezza sia
per noi donne una seconda vista? Non siamo noi più in grado di
custodirci contro gli assalti di questi rubacuori? Dall'alto d'una
rocca ben munita non si specola meglio all'intorno, non si notano più
facilmente i difetti del nemico, e non si finisce il più delle volte a
ridere delle sue mostre spavalde e de' suoi miseri sforzi?
«Vengo al tuo protetto, che correvo risico di dimenticare da capo.
Egli si chiama Aloise di Montalto, marchese come son tutti i patrizi
genovesi, e nobile d'antica data come non tutti sono. Credo che se ne
tenga, e in questo fa bene. È in apparenza uno de' più modesti, ma nel
fatto uno de' più altieri; studia leggi per suo capriccio, e dicono
che abbia ingegno, che faccia versi e musica come gli antichi
trovatori, ma niente ne è venuto fuori ad affrontare il giudizio
dell'universale; solo è noto che i letterati e i musicisti l'hanno in
gran conto, sebbene assai giovine, e poco più che ventenne. Gli
sfaccendati eleganti, poi, lo imitano in ogni cosa; s'industriano a
vestir come lui, vanno scimmiottando i suoi modi, il suo portamento,
perfino la sua andatura, e lo citano ad ogni tratto come un esempio di
cavalleria. E qui debbo aggiungere che è uno schermidore valente, che
ha già avuto più d'un duello, ed è forte in sella come Chirone, il
maestro d'Achille. Essergli amici è un vanto; ma non a tutti è dato,
poichè egli si concede soltanto a pochi. Pochissime case hanno l'onore
delle sue visite, ma tutte di trentadue quarti, come i Pedralbes, gli
Usodimare e i Pietrasanta. È biondo, è bello e di gentile aspetto,
come il re Manfredi che il nostro Dante ha cantato, e che il vostro
Carlo d'Angiò ha sconfitto e morto a Benevento. Ti basta? Io credo che
ce ne sia d'avanzo. Sta a vedere che con questi cenni biografici io
t'ho innamorata del nostro genovese! Sarebbe graziosa davvero, così da
lontano, e colla catena delle Alpi per lo mezzo!...»
A questa lettera tenevano dietro altre parecchie, dal 1851 al 1855,
nelle quali si parlava poco o punto di Aloise. Qua e là si narrava in
quella vece di alcune persecuzioni mascoline, corteggiamenti spietati,
e molestie di quella fatta, a cui una donna giovine e bella è sempre
esposta nell'umano consorzio. Ginevra s'indispettiva; ma in fondo in
fondo aveva gusto a raccontarle. E questo s'intende; che l'incenso,
sia pur del peggiore, dà sempre buon fumo agli altari. A noi, che
raccontiamo, venne udita una gentildonna, egregia per bellezza e per
senno, la quale non sapeva dolersi d'una frase di troppo libera
ammirazione che l'aveva, non salutata, flagellata, mentr'ella passava
per via. «Certo, gli è un villano; ma in fine, che cosa mi ha detto? O
non sarebbe peggio, se m'avesse trovata spiacente?»
Tratto tratto, nell'epistolario della bella Ginevra si riscontrava il
nome di Aloise. La poca varietà delle consuetudini genovesi, il
doversi raggirare mai sempre nella cerchia ristretta della vita
patrizia, tiravano in campo necessariamente quel nome; ma egli ci era
ricordato, bisogna pur dirlo, a testimonianza d'onore.
Tutti pregiavano il Montalto, siccome abbiam detto, uomini e donne,
sciocchi e saputi; che più? lo stesso Antoniotto, il senatore, il gran
diplomatico dei neri, lo aveva per un giovane di vaglia, del quale si
sarebbe potuto far molto. E le sue parole, ci s'intende, si ficcavano
anch'esse nell'epistolario della bella marchesa.
Una nota del copista, sotto la data del dicembre 1856, rincalzava il
giudizio del nostro senatore. Lo stesso Bonaventura vedeva l'utilità
di tirare quel giovinotto dalla parte loro, anche per la ragione della
eredità del Vitali. Ma come venirne a capo? L'arguto occhio del
gesuita aveva còlto, indovinato, attraverso i nonnulla di quel
carteggio donnesco, un affetto profondo del giovine; la sua penna
aveva tosto affermata, con una frase asciutta ed imperiosa, la
necessità di cavarne profitto.
«Avvicinare Aloise di Montalto a Ginevra Torre Vivaldi; egli è una
forza che bisognerà far nostra, o distruggere.»
Un brivido corse per l'ossa ad Aloise; quelle parole balenarono a'
suoi occhi come un solco di fuoco per una notte tempestosa, e in
quella luce improvvisa gli si rischiarò il suo passato. Colà, dove
egli aveva creduto di vedere la mano del destino, era in quella vece
la mano di Bonaventura Gallegos, che annodava le fila.
Divorò, più che non leggesse, le pagine susseguenti. Certamente doveva
esserci una lettera intorno alla festa da ballo, in cui per la prima
volta egli s'era avvicinato a Ginevra; gli la sentiva vicina, e con
essa un nugolo di dolorose rivelazioni. Vide a mala pena un cenno dei
teatri; sorvolò alcune minuzie di conversazione; notò un breve
racconto del suo duello con Lorenzo Salvani, e giunse finalmente a
quella pagina desiderata e temuta.
La lettera era lunga, assai lunga, tutta piacevolezze, tutta
particolari intorno alle dame, ai cavalieri, alle abbigliature, ai
casi svariati, ai cento nonnulla, graziosi o ridicoli, di quella
splendida festa che aveva chiusa nel palazzo Vivaldi la stagione
invernale. Costretta dalla sua condizione di padrona di casa, Ginevra
aveva saputo, veduto ogni cosa più lieve, e ciò che aveva veduto e
saputo raccontava partitamente all'amica, non dimenticando nulla,
nemmeno il tacco del piccolo Riario, che s'era staccato nel fervor
delle danze. Tutta la lettera era un chiacchierìo, un cinguettìo, uno
scoppio di risa. L'amaro, quel che Aloise cercava, era in fondo.
«.... Anche il Montalto, il contegnoso, l'altero Montalto, è venuto
alla nostra festa. Egli era assai pallido, forse a cagione della
ferita che ha toccata di recente in duello. Ma debbo io dirtelo? Egli
m'è parso da meno della sua gran fama; impacciato, non disinvolto; più
timido a gran pezza che altero. Se gli altri tutti, come sembra, lo
vedono diverso, tanto meglio per lui; a me, forse per la ragione che
l'hanno troppo vantato, non ha fatto gran senso. Del resto, un compito
cavaliere, quantunque balli maluccio....»
Seguiva, scritta nel giugno del 1857, la lettera dalla campagna, che i
nostri lettori conoscono da capo a fondo, avendola noi riferita, come
una primizia del carteggio, allorquando ci occorse di chiarire come e
perchè la marchesa Ginevra domandasse ai suoi ospiti un cenno di
Goffredo Rudel e di Percivalle Doria. Se l'hanno letta, ricorderanno
che, dopo una delle sue solite sfuriate contro i signori uomini, la
bella Ginevra dagli occhi verdi narrava all'amica di Francia come il
Montalto, tornato parecchie volte in casa sua, amorevolmente accolto,
festeggiato, accarezzato dal marchese Antoniotto, seguitasse a fare il
malinconico, e come ella avesse finalmente scoperto il suo segreto,
vogliamo dire la fiamma che egli nutriva per lei. Quell'amore non
l'aveva commossa. La lettera, come è noto, finiva con queste parole:
«Scriva a suo talento il signorino, egli pure, ed affoghi nella
consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non
ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la
prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuor di Ginevra.»
Pervenuto a questo punto della lettura, Aloise si fermò, chè gli si
offuscava la vista. Il povero giovine sentì come uno schianto al
cuore, e le ciglia gli si inondarono di lagrime.
Il duca di Feira, che stava immobile al suo posto cogli occhi intenti
su lui, si alzò per recargli conforto; ma egli, udendo il vecchio
gentiluomo accostarsi, con un gesto concitato lo trattenne.
--Perdonate,--gli disse, in quella che si tergeva le
lagrime,--perdonate un atto di debolezza a chi legge la sua sentenza.
Vedete?--soggiunse poscia, svolgendo un'altra pagina del volume.--Ci
sono ancora due lettere, e sarà tutto finito.--
Il vecchio gentiluomo non disse parola; ma rimase in piedi, poco
distante da Aloise, ben vedendo che la crisi era vicina.
Intanto il giovine, con un pugno stretto, puntellato sulla scrivania,
una mano aggrappata al seno, quasi volesse lacerarlo, e mormorando
rotte parole di amarezza ineffabile, ripigliò la lettura.
La prima delle due lettere con cui si chiudeva il carteggio, era
breve. In que' pochi versi era annunziato il viaggio imminente dei
Torre Vivaldi a Parigi. «Volevo farti una improvvisata (diceva la
marchesa) ma non mi riesce, poichè il signor di Montalto giungerà a
Parigi di questi giorni, e Antoniotto ha voluto dargli una
commendatizia per tuo marito. Or dunque, sappilo da me, innanzi che
venga a dirtelo il marchese di Montalto; tra quindici giorni, a Dio
piacendo, verrò a salutarti. Rimarrò un mese sulle rive della Senna,
come si dice poeticamente, e vicino a te, il che è più poetico ancora
e più grato. Eccotelo dunque, mentre starai aspettando il mio arrivo,
eccotelo dunque, il Montalto, che ti premeva pur tanto. Vedrai questo
__lion__ genovese dalla criniera arruffata, e son certa che colle tue
grazie verrai a capo d'ammansarlo, e lo renderai più piacevole; che in
verità non è tale gran fatto, almeno per me. E tu stessa, chi sa?
potresti anche far come tanti, come quasi tutti qui in Genova,
trovarlo grazioso ed amabile....»
Ora, qual sembrasse Aloise alla graziosa viscontessa di Roche Huart, i
nostri lettori già sanno. A lei che d'uomini intendeva un tantino, era
parso perfetto. Ciò forse era troppo; la Ginevra, dal canto suo, non
aveva voluto ammetterne la minima parte. Ed era naturale; che ad
intendere un cuore occorre aver cuore; non troppo, s'intende, nè
aperto a troppi; ma tanto almeno da sentire nei proprii i dolori
altrui, e da riconoscere per via di somiglianza le più arcane
sottigliezze dell'affetto.
La bella Ginevra dagli occhi verdi non aveva dunque un briciolino di
cuore? Al suo nascere, come a quello d'una principessa da leggenda,
aveva assistito una fata benigna, che le aveva dato la bellezza,
l'ingegno, la ricchezza, la nobiltà, tutte le grazie, insomma, e tutti
i pregi che adornano la creatura; ma, fosse dimenticanza, o deliberato
proposito, non le aveva altrimenti dato quel misto di sensi soavi che
la nostra lingua ha così bene compendiato in quella sola parola? Ardua
questione! In ogni cosa umana è da badare alla fine. Per intanto
veniamo allo scritto. Ecco l'ultima lettera, che recava la data del 30
settembre, cioè a dire di quindici giorni innanzi.
«Sono finalmente a casa mia, dopo due mesi d'assenza, e ti confesso
che ci sto bene. Come dopo una notte di festa si sente il piacere di
rannicchiarsi sotto le coltri, io provo ora la dolcezza del riposo. Ti
parrà ingratitudine, questa; ma togliti questo pensiero dal capo, mia
bella Onorina, che io ho trovata più bella, più cara, più gentile, che
mai; non sono ingrata alla tua amicizia, sono stanca degli ultimi
trabalzamenti da Parigi a Berlino, da Berlino a Monaco, da Monaco a
Venezia. Se quei due mesi li avessi passati tutti e due presso a te,
se almeno si fosse potuto variar l'ordine loro, così che io avessi
avuto il dolce alla fine!... Ma no, s'è finito colla Germania, e co'
suoi uomini di Stato, tutta gente cerimoniosa e stecchita che solo a
vederli ti mettono i brividi.
«Ad Antoniotto, come puoi immaginarti, piacquero, e se li ha goduti
per due. Ma, tu lo sai, io non amo la politica, nè la diplomazia che
le fa il sordino. Tutt'al più, mi rassegnerei ad essere ambasciatrice
di Sardegna alla corte delle Tuileries, ma lasciando a mio marito la
cura di leggere i dispacci e di farli leggere, di tener d'occhio il
corso degli eventi e di ragguagliarne i ministri. Gran bella cosa,
questa ragione di Stato! I nostri mariti dicono che noi donne non ne
intendiamo un ette; figùrati! Dire una cosa e pensarne un'altra, poi
farne o lasciarne fare un'altra ancora, che non s'era detta nè
pensata; questo è il grande arcano della nuova scienza cabalistica!
«Basta, veniamo all'essenziale. Sono a Genova, e in villeggiatura per
ora non fo conto di tornare. Antoniotto ha da sbrigar qui certe sue
faccende; io ci ho le mie compere di Parigi da mettere in ordine;
insomma, si rimane in città. A Quinto andremo forse per due o tre
settimane, prima che finisca l'ottobre. Intanto ho ripigliato le mie
consuetudini, e ricevo le mie solite visite, cioè a dire quelle dei
pochi che non sono in campagna, o fuori paese. Il De Salvi, gran
ciambellano, il De Carli, grande oratore, anzi Demostene, innanzi la
cura dei sassolini, mi sono rimasti fedeli. Io li chiamo i Propilei
della mia Acropoli: un po' sciupati dal tempo, sgretolati, non belli a
vedersi, ma saldi. Dei giovani, ho spesso il Riario, e il Cigàla; il
Pietrasanta viene pur qualche volta, quando non è dai Monterosso, miei
vicini di villeggiatura, come sai. Anche il Montalto è di sovente da
noi, sempre lo stesso.... Ma già, che farci? Un nostro proverbio dice:
chi l'ha nell'ossa lo porta nella fossa.
«A dirtela schietta, egli mi diventa insoffribile, con quella sua aria
sempre rannuvolata, con quelle sue torbide occhiate, con que' suoi
tenebrosi silenzi. Che s'argomenta egli di fare? Mi ama.... Roba
vecchia. E sia, mi ami a sua posta; ma io non vedo il bisogno di far
tante bambinerie. Tu lo hai veduto, e non te ne dico altro. Certo,
egli in cuor suo m'incolpa. Dio sa di quanti misfatti; io sarò una
ingrata, una tiranna, una girandola, una civettuola. Nota che non gli
ho mai detto parola che gli desse diritto di accusarmi. L'ho
tollerato, ecco il male; per un po' non lo nego, m'ha anche ricreata
con quella sua cera da moribondo, e mi son pigliato un po' di spasso;
ma me ne sono pentita, e non ci torno più, no davvero; che non vorrei
s'avesse a mettere in capo che io so del suo amore e gli concedo di
proseguire. Che te ne sembra delle sue pretensioni? Avrei dovuto io
dimenticare a tal segno me stessa, e ciò che debbo al mio buon nome?
Ed anco se questo pensiero avesse potuto girarmi un'ora per la
fantasia, i modi del signorino me ne avrebbero liberata di subito.
L'amore si nutre di libertà; e così lo rammentassero tante povere
belle, che si comprano, come suol dirsi, la schiavitù col loro denaro.
«Ne francano davvero la spesa, questi signori! Sciocchi come un
Riario; leggeri come un Pietrasanta; burbanzosi come un Nelli di
Rovereto; stravaganti come un Montalto! Dei tanti che la nostra città
può mettere in mostra, ne ho appena conosciuto uno, che valga un
tantino più degli altri; il Cigàla. È cortese, senza aspettar mai
nulla in ricambio; arguto senza malo animo; di bei modi, d'umore
sereno, dovunque si trovi è sempre ornamento, non un peso. Ha fama di
esser freddo, insensibile. Io penso che tutti lo credano, solo perchè
egli lo dice; ma se ad una donna saltasse in mente di metterlo alla
prova, lo vedremmo accendersi come il primo che capita.
«Ma già, a conti fatti, si rassomigliano tutti; ben veduti e
considerati, non valgono il sacrifizio della pace del cuore, de'
nostri allegri ed innocenti trionfi, della bella serenità dei nostri
passatempi, nei quali essi non hanno, nè debbono avere altro ufficio
che quello di comparse, come per farci il contorno....»