Si turbò grandemente a quelle parole Aloise, e al turbamento tenne
dietro un alto stupore, allorquando vide apparire sulla soglia un uomo
dal nobile aspetto e dai capegli bianchi, nel quale riconobbe tosto il
duca di Feira.
In qual modo era egli penetrato colà? Ben ricordava Aloise come la sua
camera da letto avesse una uscita, che metteva ad altre camere di
servizio. Ma come aveva potuto quell'uomo disporre ogni cosa per modo
da giungergli addosso improvviso, nel punto che egli stava per
abbandonare la vita? Certo il duca di Feira, da quel giorno padrone
della Montalda, era venuto prima di lui al castello. Ma perchè Antonio
aveva taciuto? Come si era fatto suo complice? E perchè poi quella
persecuzione? Come aveva potuto il vecchio gentiluomo trapelare una
deliberazione la quale egli, Aloise, non aveva detta ad anima viva?
Tutte queste dimande si affacciarono, si succedettero colla rapidità
del lampo, nella sua mente turbata.
Ma il duca di Feira gli aveva detto una grave parola.--«Voi non avete
il diritto di uccidervi».
Ora a questo bisognava rispondere. Ed Aloise, trascorsi pochi istanti,
ne' quali gli avvenne di pensare tutto ciò che abbiamo tentato di
significare a parole, si fece a sostenere l'assalto.
--Perchè?--domandò egli, con piglio tra curioso ed
altero.
--Perchè vi amo;--rispose il vecchio gentiluomo, facendo un passo
innanzi, e guardando Aloise con espressione di malinconico
affetto;--perchè la vostra vita è necessaria alla mia.
--Per qual diritto?--gli disse di rimando il giovine, mentre dava
indietro d'un passo, quasi volesse anche col gesto respingere quella
dichiarazione amorevole.
--Lo saprete tra poco.--
Così dicendo, il duca di Feira si fece pallido in volto, come chi sia
per uscir fuori dei sensi. In pari tempo sentì mancarsi le forze, e
s'aggrappò vacillante alla spalliera d'una scranna, su cui venne, con
un supremo sforzo, a cadere.
Un senso di alta pietà invase il cuore del giovine.
--Signor duca, che avete?--gridò egli, avvicinandosi, in atto di
porgergli aiuto.
--Nulla, nulla!--rispose il gentiluomo, tentando di
padroneggiarsi.--Sono vecchio, e ritorno un fanciullo. Ma che volete?
Veder giovani baldi come voi, sul fior dell'età, della bellezza, della
forza, prepararsi così tranquillamente, freddamente, a morire.... E
perchè poi? per una donna che non vi ama.--
Aloise diede un sobbalzo a quel colpo repentino, e guardò il duca di
Feira con piglio sdegnato.
--Perdonate, signor di Montalto, perdonate!--soggiunse prontamente il
duca.--I miei capelli bianchi non mi daranno essi alcun diritto presso
di voi? Ero forte; son tale ancora per molti; dinanzi a voi mi sento
debole. Ne siete stato testimone voi stesso. Io non ho potuto vedervi
da vicino, parlarvi, udire la vostra voce, senza sentirmi mancare.
Perdonate una schietta parola a chi vi ama, a chi non ama altri che
voi! E non vi paia strano. È dei vecchi lo amare i giovani. Che altro
ameremmo noi, per quale altra cosa ci terremmo aggrappati alla vita,
noi logori, infiacchiti, abbandonati da tante cose care, e perfino
dalla speranza, se non ci volgessimo a voi, freschi di giovinezza,
ricchi di forza, pieni la mente di tutte le grandi promesse del
futuro, del futuro che è vostro, sol che sappiate andargli incontro
animosi? In voi, giovani, riviviamo talvolta, in voi vediamo riflessi
i nostri antichi dolori, in voi ripetuti i nostri disinganni, le
nostre agonie. Perchè non cercheremmo di mettere la nostra esperienza
a servizio della vostra spensierata fiducia? Perchè non ci adopreremmo
a farvi più lieti, che a noi non sia stato consentito di essere? Voi
mi ascoltate; è buon segno. Io ne tolgo argomento a rivolgervi una
preghiera qual più vorrete, d'amico, di fratello, o di padre. Date a
me quelle armi che sono sulla vostra scrivania.
Il giovine titubò un tratto, scosso com'era da quelle affettuose
parole. Ma tornando alla coscienza del suo stato, invece di rispondere
alla preghiera del vecchio, così gli parlò con accento tranquillo ma
fermo:
--Signor duca, voi avete sorpreso il mio segreto, e questo, consentite
che io ve lo dica, è male. V'hanno propositi nella nostra vita,
v'hanno atti, dei quali dobbiamo render ragione soltanto a Dio, e gli
uomini, poniamo anche i più autorevoli, i più strettamente cari, non
hanno da entrarvi. Mi credete voi un fanciullo, che possa mutare
consiglio per opera altri, e solo perchè ad un ignoto è venuto in
mente di dirgli: tu non farai la tal cosa?
--No, non temete!--rispose solennemente il duca.--Datemi quelle armi;
io vi giuro sulla mia fede di gentiluomo che non mi opporrò alla
vostra deliberazione, qualunque ella sia, quando m'avrete ascoltato.
Vi chiedo assai poco, qualche ora di tempo; e voi dovete concedermela,
poichè vi amo. Non mi amate voi pure? In quella lettera che sta
suggellata su quella tavola, non c'è egli un ricordo per me?
--Come lo sapete voi?--chiese attonito Aloise.
--L'indovino. Voi avete un'anima nobile. Potevo io credere che avreste
abbandonato la vita, senza mandare un saluto all'uomo che ha avuta la
fortuna di rendervi un servigio? Oh, non mi dite nulla intorno a ciò;
della vostra gratitudine, se pure ciò che ho fatto ne franca la spesa,
vorrei ben altra testimonianza che vane parole. Siatene certo, io non
v'ho accennato ora quel tanto che ho operato per voi, se non perchè
quelle pistole sono ancor là, sebbene io ve le abbia già chieste due
volte, e perchè ho bisogno di tutto per trattenervi, per richiamarvi
alla vita.--
Aloise crollò lievemente il capo, e un mesto sorriso gli sfiorò le
labbra, a quelle parole del duca.
--Eccovi le mie pistole,--diss'egli;--me le restituirete voi, quando
vi avrò udito, quando vi avrò detto: amico, non mi sento la forza di
vivere?--
Il vecchio gentiluomo gli rispose mettendosi una mano sul cuore, e,
tolte le armi dalle mani di Aloise, le ripose nella busta.
--Ora aspettatemi;--soggiunse;--torno subito a
voi.--
Ciò detto, si allontanò, colla busta tra mani, per quell'uscio
medesimo dond'era venuto.
Rimasto solo nello studio, Aloise si lasciò cadere sfinito sulla
scranna, coi gomiti sull'orlo della scrivania, la fronte nelle palme,
in atto di profondo abbattimento. La novità improvvisa di quella
apparizione, la stranezza di quel colloquio, la vergogna dell'essere
stato còlto in quel punto, come un colpevole sull'atto di commettere
un fallo, lo avevano fieramente inasprito. Le parole amorevoli dello
straniero, le sue preghiere, quella sua aria misteriosa che gli
prometteva inaspettate rivelazioni, avevano mutato quella irritazione
in un turbamento indicibile. Nella sua mente era un tumulto di
pensieri, un agitarsi confuso di dubbi, tra cui la sua ragione si
smarriva. Chi è costui? Che vuole da me? Per qual modo, con quale
disegno, viene egli a piantarsi tra me e il mio destino? Tutte queste
dimande di già le avea volte e rivolte nell'animo, a mala pena
quell'uomo gli era apparso dinanzi. E le ripeteva tuttavia, irato
contro sè medesimo di non aver saputo metterle fuori, per flagellarne
quel turbatore de' suoi momenti supremi. Diffatti, in quel lungo
dialogo, così aspramente teso dal canto suo, non s'era detto ancor
nulla; Aloise non aveva nulla capito. Il duca di Feira aveva
signoreggiata la conversazione, l'aveva avviata, condotta, rigirata a
suo modo. E adesso quali novità gli preparava? Qual era, e di qual
fatta, l'arcano che doveva venir fuori, e da cui lo straniero si
riprometteva pur tanto sull'animo suo?
Poco stante, siccome aveva promesso, tornò il duca di Feira. Egli
aveva lasciata la busta delle pistole, e, in cambio di quella, teneva
tra le mani un libro, che andò a deporre sulla scrivania, sotto gli
occhi di Aloise.
Era un grosso volume, legato in cartapecora. La legatura non doveva
essere antica, poichè la coperta era rigida e tesa; ma il colore
giallastro, la superficie levigata, oleosa, lucente, dimostravano
l'uso assiduo che doveva aver fatto di quel libro il suo possessore.
Aloise guardò trasognato il volume, e dal volume alzò gli occhi a
guardare il duca di Feira, in atto d'interrogazione. A prima giunta
aveva pensato che il duca volesse pigliarsi giuoco di lui; ma il volto
del vecchio gentiluomo era così severo, i suoi sguardi si volgevano
con tanta sicurezza ne' suoi, che il sospetto gli uscì tosto di mente.
--Che è ciò?--si fece egli allora a domandargli.
--Leggete, signor di Montalto; vedrete qui dentro tal cosa che non
aspettavate di certo.--
Così disse il duca di Feira con accento malinconico. Una nube passò
dinanzi agli occhi del giovane, e il cuore gli si strinse sgomentito.
Là dentro, era dunque alcun che di grave per lui? Il suo destino
riposava in quelle pagine chiuse? Quali angosce inattese gli serbava
ancora la vita?
Stette alcuni istanti perplesso, guardando il libro e non osando porvi
mano. Quel giovine animoso che poco dianzi stava per afferrare una
pistola e voltarne la canna omicida alle tempie, era investito da un
arcano terrore alla vista di quel libro chiuso. Ardimentoso al
cospetto della morte che aveva meditata, che egli cercava, si sentiva
debole, inerme, contro l'ignoto, che inatteso era venuto a cercarlo.
Finalmente, con mano peritosa, sollevò la coperta, e nell'alto del
foglio di guardia lesse queste parole manoscritte: «__Ex libris P.
Bonaventurae Gallegos, e Societate Jesu__.» Il nome del fiero gesuita,
che aveva avuta tanta parte nella sua vita dolorosa, lo scosse. Voltò
rapidamente la guardia, e corse cogli occhi al frontispizio. __S.
Augustini Episcopi Hipponensis, Opera omnia__. Così era stampato, in
caratteri rossi e neri, giusta il costume di tre secoli addietro. Il
numero d'ordine del tomo era il sedicesimo, ma scritto a mano, in
lettere romane, accanto al numero stampato, che si vedeva cancellato
con alcuni tratti penna.
Aloise si fece da capo ad interrogare collo sguardo il duca di Feira.
Il volto del vecchio gentiluomo era dipinto di mestizia; gli occhi
suoi si posavano malinconicamente sul giovine, in atto di compassione
profonda. Diffatti, il duca di Feira pensava in quel punto alle acerbe
trafitture che quel libro avrebbe recato al cuore d'Aloise. Ma egli
era costretto ad operare in quel modo; il rimedio era amaro, mia era
il solo da cui potesse ripromettersi ancora la salvezza del suo
giovine amico.
--Andate innanzi, figliuol mio!--gli disse soavemente il duca.--Là
dentro è la verità, dolorosa ma schietta, nutrimento delle anime
forti.--
Più turbato che mai da quelle arcane parole del vecchio, Aloise si
diede a svolgere alcune carte del libro. Egli si avvide allora che il
volume era interfogliato, cioè a dire che ad ogni pagina di stampa
rispondeva una pagina bianca. Ma non bianca del tutto; in alcuni
luoghi per metà, altrove tutta quanta coperta di caratteri
manoscritti.
--È questo,--proseguì il duca di Feira, mentre Aloise svolgeva le
pagine,--uno dei ventiquattro volumi delle Opere di sant'Agostino.
Ieri ancora erano in casa di un uomo che voi conoscete, di un uomo che
ha fatto molto male a voi e agli amici vostri, e che oggi non può più
farne ad alcuno. Il vescovo d'Ippona serve qui di copertoio; tra le
sue pagine innocenti si nasconde la storia di molti e molti, non
esclusa la vostra. È lavoro sudato di lunghi anni, scritto di giorno
in giorno, accresciuto di ora in ora con ogni maniera d'artifizi. La
pazienza del compilatore non è superata da altro, fuorchè dalla sua
malvagità. Questo è, difatti, un serbatoio dei più sottili veleni che
una scienza ribalda abbia saputi stillare a danno altrui. Ma anco i
veleni, e i più possenti, si adoperano a guisa di farmachi; ed io ho
una gagliarda cura da compiere. Iddio m'è testimone che io volgo
questi infami stromenti ad un'opera buona. Troppo male essi hanno già
operato; egli è giusto che, dopo aver perduto tanti uomini, ne salvino
uno, innanzi d'esser dati alle fiamme. A voi, signor di Montalto,
questo volume, per ordine numerico, è il decimonono; per ordine
alfabetico è la lettera T. Andate innanzi; troverete un nome.... un
doppio casato....--
Un grido interruppe le parole del duca. Aloise, seguendo il discorso
del vecchio, avea svolte le pagine del libro fino al nome dei Torre
Vivaldi.
Alla vista di quel nome, che gli scorse dinanzi a guisa d'un lampo,
gli occhi di Aloise si ottenebrarono. A quel pauroso sprazzo di luce,
teneva dietro un gran buio.
--Coraggio! Leggete;--disse il duca di Feira, voltando egli stesso
un'altra pagina, e indicandogli un punto del manoscritto;--questa è la
vita di Ginevra.--
Il giovine tremò tutto, a quell'invito del duca; volse lo sguardo dove
questi accennava col dito, e rimase immobile a lungo, cogli occhi
sbarrati, ma senza leggere, quasi senza vedere lo scritto. Quelle
linee di caratteri fitti si schieravano bensì dinanzi a lui, ma in
quelle forme strane, bizzarre, ad ogni tratto mutevoli, che sono
proprie del sogno, e da quelle linee, che parevano muoversi sotto i
suoi occhi, alzarsi e discendere, urtarsi, incrociarsi e scomporsi
senza posa, sorgevano, come vapori notturni dalla superficie d'un
lago, immagini dolorose ad ingombrargli lo spirito. Sei anni, sei
lunghi anni di martirio, gli scorrevano per tal guisa dinanzi agli
occhi della mente.
Quella donna era apparsa un giorno, come Venere vittoriosa, e aveva
col solo aspetto soggiogata la moltitudine dei riguardanti. Egli solo,
Aloise di Montalto, mentre tutti gli occhi erano volti su lei, egli
solo non l'aveva guardata neppure un istante; egli solo, a malgrado
degli inviti amichevoli, aveva avuta la costanza di rimanersi tutta
una sera colle spalle rivolte a quella sovrumana bellezza. Era egli un
presentimento, un'arcana paura?
Finalmente una sera, fosse caso o destino, egli l'aveva veduta; e
vederla e amarla era stato tutt'uno. Questi amori veloci,
irresistibili, fatali, sono una malattia tutta italiana. E contro
quella rovina di un sol momento egli aveva lottato sei anni; fermo,
sereno in apparenza, ma piagato nel profondo del cuore, era vissuto
sei anni senza tentare, senza ardire, quasi senza desiderare di
avvicinarsi a lei, ond'era ripiena tutta l'anima sua. Perchè egli
s'era dato a lei, s'era posto in sua balìa, senza pompa di sacrifizio,
senza patti, senza speranza di mercede. La vittoriosa non ne sapeva
nulla, ed era già il pensiero dei suoi giorni, il sogno delle sue
notti. Ognuno regalava al biondo Aloise le più liete avventure; il suo
far riguardoso, il suo vivere chiuso, insieme colla sua eleganza e
coll'alterezza d'un bel nome nobilmente portato, lo rendevano in
singolar modo accetto alla più graziosa, alla sola graziosa, metà del
genere umano; le sue lodi andavano per tutte quelle labbra di cui sono
più desiderabili i baci; laonde, egli non avveniva che il giovane si
avvicinasse, per debito di cortesia, a una di quelle regine del
salotto e del palco, senza che gli amici, i conoscenti, e tutta quella
moltitudine di cortigiani che farfalleggiano intorno alle belle, non
bisbigliassero tosto: egli è amato. Ed egli frattanto non ci pensava
nè punto, nè poco. Invaghito come era di quella divina a cui non
ardiva accostarsi, egli non sapeva nulla di quella virtù d'attrazione
che esercitava su tante altre. È una vecchia storia, codesta, e se la
memoria non c'inganna, è un epigramma greco che la racconta: «Clori
amava Dafni, che amava Glicera; la quale non amava nessuno».
Il caso, come dicemmo, o, per dire più veramente (che oramai non è più
mestieri di accorgimenti da narratore), la mano del Gallegos, aveva
tratto Aloise dinanzi a quella donna, così amata ad un tempo e temuta.
Ignaro, aveva veduto nelle cortesie del Torre Vivaldi il __volentem
ducit nolentem trahit__ della fatalità, e s'era acconciato ai voleri
di quell'arcana possanza. E avvicinato a quella donna, tratto
nell'orbita luminosa dell'astro, aveva sperato. Amando smisuratamente,
non aveva egli diritto a sperare?
Ma giunsero ben presto i disinganni; alla infermità tenne dietro
l'agonia. Quella donna s'era avveduta dell'amor d'Aloise; ma da quel
giorno appunto che ella se ne avvide, incominciò il vero martirio del
giovine. Sicuramente c'era una ragione che la conduceva ad essere
tiranna con lui; ma egli non sapeva indovinarla. Quale innamorato ha
mai letto nel cuore della donna amata? Sono così sottili, e così
lievi, le fila che muovono il cuore! Ginevra si lasciava adorare;
accettava senza aggradire; argomentate ora se fosse disposta a
ricambiare. __L'amor che a nullo amato amar perdona__, quella sublime
divinazione del cantor di Francesca, era una frase vuota di senso per
l'amata di Aloise. Cortese ella era con tutti, e cortese anche con
lui, null'altro che cortese. Egli talvolta si sentiva il cuore
inondato di gioia, ad una frase, ad un atto amorevole di lei, che
pareva consapevolezza del suo martirio, pietà sorella e messaggera di
amore; ma, quel giorno medesimo, una frase, un atto simigliante per
altri, o un accrescersi improvviso di rigore per lui, toglievano ogni
senso arcano a quel primo e bugiardo lampo d'affetto, intristivano sul
primo germoglio il fiore della speranza nel suo povero cuore.
Il giovine innamorato non aveva faticato molto ad intendere che quella
donna gli avrebbe fatto scorrere tutti i gradi del patimento. L'amore
non era più una allegrezza, poichè non era più una speranza; era un
dolore, uno spasimo, un'agonia prolungata. Pari all'infelice che
trascinato dinanzi ai giudici del Sant'Uffizio vede tutto intorno
minacciosamente disposti i più svariati strumenti di tortura, e il
risolino asciutto dell'inquisitore sembra promettergli che neppure uno
di quegli arnesi sarà dimenticato per lui, egli, nel contemplare
quella donna sorridente e tranquilla, andava dicendo in cuor suo:
ecco, io avrò tutti i tormenti; fin dove alle forze umane è dato di
giungere, io sarò tratto, angustiato da lei.
Ed Aloise aveva accettato la sua morte, preparato a soffrire,
deliberato a morire, quando la piena dell'angoscia avesse soverchiato
le sue forze. Voluttà del morire, voluttà che non fallisce, una tra
tante, a chi è stato tradito da tutte l'altre impromesse voluttà della
vita!
Quel triste corteo di speranze e di disinganni, di gioie fugaci e di
assidui dolori, di sogni ridenti e di torbide vigilie, passò dinanzi
alla mente di Aloise, in quella che guardava la pagina posta sotto i
suoi occhi, come un fiero rimedio, dalla pietà del duca di Feira.
Si tolse di là, poichè ancora non gli dava l'animo di leggere. La
fronte gli ardeva; tante dolorose cure, d'improvviso svegliate,
tumultuavano nella sua mente, che egli era sul punto di smarrire la
coscienza di sè medesimo. Andò, mal reggendosi in piedi, fino alla
finestra, e aperte le imposte, rimase un tratto al davanzale, per
chiedere un po' di ristoro all'aria frizzante della campagna. I
fremiti sommessi della notte, il soave scintillar delle stelle nello
spazio azzurro, valsero a chetargli alquanto quella battaglia dello
spirito.
Rinfrancato, non rasserenato, ritornò allora nel mezzo della camera.
Il duca di Feira era seduto al suo posto, immobile, muto, senza
togliere lo sguardo da lui.
--Perdonate;--disse il giovane;--tutto ciò è così nuovo per me!...
--V'intendo, Aloise;--soggiunse il vecchio gentiluomo;--ora fatevi
animo, e leggete.--
Aloise obbedì, e sedutosi alla scrivania incominciò a leggere da dove
era scritto, a caratteri più spiccati, il nome di Ginevra Torre
Vivaldi; a precipizio dapprima, come uomo che volesse prontamente
finirla, indi a mano a mano più lentamente, e spesso tornando
indietro, per raccapezzarsi in quel nuovo mondo che si schiudeva
davanti ai suoi occhi.