Veteris vestigia flammae.
Aloise non lesse più oltre; richiuse il libro, si rannicchiò
rabbrividendo contro la scranna, e si fece scorrere lentamente le
palme sugli occhi, come chi si desti a mala pena, e tenti cacciare le
immagini tuttavia presenti d'un orrido sogno.
Il duca di Feira si avvicinò.
--Orbene, figliuol mio;--diss'egli con accento di tenerezza
paterna,--avete letto?
Aloise sollevò la fronte a guardarlo. Il povero giovine era come
istupidito dal dolore, e durò fatica a riaversi. Scosse il capo più
volte, trasse a stento un sospiro dal petto, e stese finalmente la
mano all'amico, in quella che le sue labbra mormoravano un grazie, in
cui parve mettere il fil di vita che ancora gli rimaneva.
--Vivrete?--gli domandò il duca, stringendo quella mano tra le sue.
--No;--rispose il giovine, a cui la dimanda svegliò un subito incendio
nel sangue;--ora, più che mai, sono deliberato di finirla.
--Per una donna che non vi ama!--notò, crollando mestamente il capo,
il vecchio gentiluomo.
--E che perciò?--proruppe impetuoso Aloise.--Non m'ama, e sia. Non lo
sapevo io già? Non ero io venuto a morire per questo? Le pagine che
voi, signor duca, mi avete poste pietosamente dinanzi, comunque
doloroso, sono a mala pena un compendio delle amarezze che hanno
abbeverato il mio cuore. Non m'ama! Dovevo prevederlo fin da quel
giorno che la vidi per la prima volta; dovevo ricordarlo innanzi di
avvicinarmi a lei, e di accogliere in seno una bugiarda speranza. Ma,
che volete? ero un fanciullo. L'ho amata; come si vive, come si
respira, per arcana necessità, senza darmene ragione, senza pure
averne coscienza. Fui pazzo, a credere che un giorno ella avrebbe
potuto aver compassione di me; pazzo, tre volte pazzo! L'amore è il
pane degl'infelici. Bisogna aver patito, per intendere che sia, come
faccia dimenticare il mondo, i suoi dolori, le sue fallite promesse,
una dolce parola, un sorriso, un bacio della creatura che soffre con
noi. Essa ebbe assai miglior sorte. Chi più di lei felice nel mondo?
Quali venture le mancarono, quali promesse della sua gioventù le
vennero meno? La sua vanità ebbe un trono, un altare; e colassù
giungono i profumi: ma la nube vaporosa non consente di scorgere il
volto; l'altezza non consente di udire la preghiera degli adoratori
modesti. E sta bene: il mondo è vanità. A che l'amore? Questo affetto
malnato, a cui non è un tormento, è una nausea. Dovevo capirla, tener
chiuso il mio segreto nel profondo del cuore, affogarlo nella mia
rabbia, non darlo, come ho fatto, in balìa dello scherno.
--Aloise, suvvia, siate uomo; poichè così bene conoscete il dolore,
abbiate l'ardire di guardarlo in faccia. Siete giovine e forte;
l'insegnamento vi giovi. Rifate la vostra vita. Aloise; provate la
voluttà, amara ma nobile, dello aver vinto voi stesso. Lo avete ieri
veduto; pur dianzi, in quelle tristi pagine, si sono offerte ai vostri
occhi le fila sottili e lontane che vi dovevano involgere. Stringerete
voi, colle vostre mani, il nodo che già stava per rompersi? Darete voi
la vittoria ai vostri nemici? Vivete, Aloise, i dolori come il vostro,
non devono distruggere, ma ritemprare la vita: l'uomo antico sparisce,
e in noi sottentra un altr'uomo, più forte, più animoso, più
sperimentato alle pugne.
--No, vi adoperate invano;--rispose il giovine,--io non valgo più a
nulla; io sono mortalmente ferito. Amo, amo fieramente, disperatamente
amo; non lo avete voi inteso? Questo male non ritempra le forze; di
questo male si muore. Non lo credete? Ah, voi non avete amato mai al
pari di me, da lunghi anni, senza speranza, colla maledizione
soffocata nel cuore!...
--Ingiusto! disse il vecchio, con accento di arcana mestizia.
--Perchè?--dimandò Aloise, che lo vide impallidire ad un tratto.
Ma il duca di Feira non rispose alla sua dimanda, e dopo una breve
pausa, durante la quale stette cogli occhi chiusi, come chi raccolga
tutte le virtù dell'animo e dei sensi ad uno sforzo supremo, proseguì
concitato:
--Ah credete voi, giovinotto, che chi di tanti anni v'ha preceduto
nella vita non v'abbia preceduto ancora nel soffrire? Credete che i
vostri affanni siano i soli, e i più forti che uomo provasse mai? Che
basti il dire, ecco io muoio, e rompersi le tempia con un colpo di
pistola, per dimostrare al mondo, a sè stessi, di avere amato davvero?
Sappiatelo da un vecchio, che ne' suoi dolori ha imparato a compatire
gli altrui; non ama sempre più fortemente chi muore, chi si sottragge
all'angoscia. V'ha chi vive, ed è peggio. Voi avete amato fieramente,
da lunghi anni, senza speranza, colla maledizione nel cuore; or che
direste voi della disperazione di un uomo che, giovine, avesse amato e
sperato; che fosse stato sul punto di raggiungere la felicità, e
questa d'improvviso gli fosse ghermita, ed egli avesse chinato la
testa, e si fosse rassegnato a rispettare il diritto di un altro; che
amando fortemente, amando a tal segno da non accogliere più altro
affetto nel cuore, si fosse pur tuttavia sacrificato a vivere, ad
avere mai sempre davanti agli occhi della mente la felicità di un
altr'uomo, a noverare i giorni colle angosce, gli istanti tutti colle
trafitture del cuore, a vivere insomma di continuo nelle tenebre, dopo
aver veduto il sole, desiderandolo sempre, e senza speranza di
salutarlo mai più?
--Orribile martirio!--esclamò dolente Aloise.
--Ed è stato, ed è il mio!--soggiunse il duca di Feira con un accento
che andò diritto al cuore del giovine.--E in nome di questo martirio,
Aloise, io ve ne prego; vivete per me, se non volete per voi. Voi lo
dovete, poichè ho molto patito. Siete fermo nel vostro fiero
proposito? E sia; non morrete già solo; le vostre armi basteranno per
due.--
A quelle inaspettate parole, il cui senso era così chiaro e riciso, il
giovine balzò in piedi turbato.
--Signor duca,--diss'egli lentamente, quasi volesse scolpire le sue
parole nella mente del vecchio,--questo mi fa tornare al principio
del nostro dialogo. Se voi non giungevate in mio soccorso ier
l'altro, io sarei morto infamato, e, sebbene senza mia colpa, come
vi è noto, una brutta macchia sarebbe rimasta sul mio nome,
sull'unica parte di me che dovrà soppravvivermi. Mercè vostra, io
posso morire tranquillo, portare con me il mio onore nella tomba. È
un ottimo guanciale,--aggiunse Aloise con funebre arguzia,--e franca
la spesa di ringraziare chi ce l'ha offerto, in quella che noi
eravamo sul punto di perderlo. Vedete che io vi son grato; vedete
che io intendo il pregio di ciò che avete fatto per me. Ora, perchè
mi vietereste voi il riposo che la mia stanca anima invoca? Perchè,
dopo essermi stato cortese, mi vi fareste nemico? Chi siete voi?
Qual diritto avete di porvi in tal guisa come un ostacolo, tra me e
il mio destino? Qual vincolo ci unisce, perchè vogliate morire con me?
--Un vincolo, sì, l'avete detto;--rispose il duca con accento
solenne,--un vincolo sacro; vostra madre!--
Vostra madre! All'urto improvviso, che tale poteva dirsi veramente la
frase del duca, Aloise si scosse, diè un passo indietro, e un fremito
gli corse per le vene. Il viso attonito, lo sguardo perplesso, quasi
sgomentito, che volse in quel punto al vecchio gentiluomo, lasciavano
indovinare che un abisso di fosche immagini, di pensieri informi, di
arcane paure, s'era schiuso nella sua mente. Ma fu un lampo; Aloise si
padroneggiò, risospinse nel nulla tutte le larve che quella frase
aveva tratte dal nulla, e con voce tremante per commozione, ma
altiera, saettò con queste parole il duca di Feira:
--Signore, io sono il figlio di Alessandro di
Montalto.--
Il vecchio fu colpito a sua volta, e più fieramente che non credesse
Aloise. Quante amarissime ricordanze ridestava, quante acerbe
trafitture gli rinnovava in petto quel nome! Stette saldo tuttavia, e
rispose con uno sguardo soave a colui che lo aveva percosso.
--Sì, figliuol suo!--si fece egli a dir poscia.--Voi potete portare
altieramente il suo nome, e ricordar vostra madre come la più pura, la
più santa delle creature che siano al mondo vissute. Vostra madre,
Aloise,--e qui la voce del vecchio si fece tutta tremante,--vostra
madre fu cosa di cielo venuta in terra perchè gli uomini non dicessero
la virtù un nome vano; vostra madre.... Ma venite, Aloise; qui non è
luogo da ragionare di lei. Là, in quelle stanze dove ella ha udito i
vostri primi vagiti, dov'ella ha vegliato su voi, bambino innocente,
ignaro degli alti dolori della vita, dov'ella ha passato i suoi ultimi
anni, dov'ella è morta benedicendovi, là, in quel santo luogo dove io
non potrei mentire, se pure volessi, vi parlerò di lei, vi dirò chi io
sia, perchè venuto a gettarmi tra voi e la morte, a dirvi: vivete,
Aloise, vivete per me!--
Le lagrime brillavano sugli occhi, tremavano nella voce del duca di
Feira. Aloise si lasciò pigliare per mano, e trasognato, commosso,
smarrito, lo seguì verso l'uscio.
Varcarono silenziosi il salotto e la vasta anticamera, in capo alla
quale, di rimpetto al quartierino d'Aloise, erano le stanze di sua
madre. L'uscio era aperto, e si scorgeva lume per entro. La mano di
Antonio si ravvisava colà; ma il giovine, confuso come era, non pose
mente a ciò. Egli non aveva coscienza di nulla: seguiva il duca di
Feira colla istintiva cura d'un fanciullo che muove i piccoli passi
sull'orme di chi lo conduce.
Giunse per tal modo nel pensatoio di sua madre, e si affacciò sulla
soglia della camera da letto, che era rischiarata dal fioco lume d'una
lampada notturna, come se la marchesa fosse stata colà, dormente sotto
il suo padiglione di damasco violetto. Il duca di Feira, che lo
precedeva, come fu in mezzo alla camera, barcollò a guisa d'uomo che
abbia toccata una ferita improvvisa; ma, innanzi che Aloise accorresse
a sorreggerlo, come difatti colle braccia tese accennava di voler
fare, raccolto quel tanto di forza che ancora gli rimaneva, giunse
fino alla sponda del letto, dove cadde ginocchioni, e diede in uno
scoppio di pianto.
Aloise stette tacito, ma profondamente commosso a guardarlo. Sua madre
era un angelo; e quell'antico, inginocchiato, piangente, adorava sua
madre. In quella vivente immagine dell'amore che vince la morte, era
alcun che di così santo, di così schiettamente sublime, che il figlio
di Alessandro Montalto, il superbo Aloise, sentì sciogliersi il gelo
del cuore, e corrergli mutato in ardenti lagrime alle ciglia. Ma il
piangere gli parve poco, al cospetto di un così alto dolore; però
avvicinatosi al duca, gli pose affettuosamente le braccia al collo, e
col più tenero accento che mai figlio adoprasse per parlare a un
padre, gli disse:
--Voi soffrite!
--No, sono lagrime soavi, le mie;--rispose volgendosi il duca, mentre,
da lui sostenuto, veniva sollevandosi a mezzo.--Da gran tempo io non
ne avevo più sparse di tali. Grazie, Aloise, grazie della vostra
amorevolezza! Vedete? Sono tranquillo. Oh, Dio santo,--proseguì,
traendo il giovine presso la lampada.--Aloise, figliol mio d'adozione,
ultimo affetto del mio cuore, come somigli a tua madre!--
Inspirato da un senso, da una voce arcana di pietà, il giovine reclinò
la sua bionda testa sul petto del vecchio gentiluomo, ed un bacio, un
lungo bacio frammisto di lacrime, scese a bagnargli la fronte. In quel
bacio si confondeano tre spiriti.