XVII.

Nel quale si dimostra fin dove giungesse la scaltrezza d'un gobbo.

Quella che il nostro legnaiuolo avea battezzata per Madre Maddalena, e

che diffatti si chiamava con tal nome, si affacciava per l'appunto

sull'uscio. Era una monaca già attempatella; non doveva essere stata

brutta in gioventù, e il suo volto era ancora piacente, sebbene

sformato un tal poco da una certa pappagorgia che pareva un altro

mento, di giunta a quello che aveva avuto dalla nascita. Non istaremo

a dipingerla più minutamente, bastandoci pel nostro bisogno di averla

accennata in due tratti; solo aggiungeremo che era vestita di scotto,

specie di pannolano nero; che un velo nero di seta le copriva la testa

e scendeva fino alle spalle, dando spicco maggiore agli orli d'una

bianca cuffia insaldata che le nascondeva mezza la fronte, le tempia

ed il collo, dove si allargava a mo' di gorgiera sul petto; che infine

teneva un libro in mano; segno questo che amava la lettura, o che non

aveva altro a far di meglio in quell'ora di svago.

Dietro alla vecchia Madre (bel nome di madre, com'era sprecato in

quella casa della sterilità!) si avanzava a lenti passi una

giovinetta, ma diversamente vestita. Ella non era una monaca, e

nemmeno una novizia. Come andassero vestite le monache s'è detto pur

ora; le novizie non differivano da quelle se non pel velo, che era di

mussolina bianca, laddove le madri lo portavano di seta nera. Le

postulanti poi andavano vestite dei loro panni, fino a tanto non

fossero ricevute in noviziato.

Queste postulanti, come s'intenderà di leggieri, erano quelle

fanciulle che volevano farsi monache, e dovevano sudar sei mesi ad

ottenere quella grazia profumata del velo bianco di mussolina; dopo di

che, accolte tra le novizie, rimanevano un anno ad aspettare il velo

nero di seta.

Cosiffatti indugi posti alla solenne dichiarazione di un voto

indissolubile, eterno, avevano aria di provvido temperamento donde un

mutarsi di volontà potesse avere lo scampo. Ma quante delle inesperte

o derelitte rinchiuse, ancorchè non sentissero in cuore la vocazione

profonda, irresistibile, alla vita del chiostro, poterono uscire

all'aperto, e ricuperare la libertà, questo sommo dei beni? Non durava

assidua nell'animo la vergogna del mutato proposito? Non le

risospingeva più addentro l'acerba memoria del mondo noncurante, della

casa ahi poco materna, dei congiunti e degli amici dimentichevoli o

beffardi? E d'altra parte non le assaliva un desiderio di annientarsi,

di sentirsi e di apparir come morte in quella solitudine di mura? Il

sacrificio di sè, non è egli la gran virtù della donna? Quel cuore che

trema dinanzi ad una lama sguainata, va con sublime serenità incontro

ad una vita di tormenti ineffabili. Così alla povera derelitta, quella

bara aperta in mezzo alla chiesa, non appariva soltanto come un

simbolo del suo separarsi dal mondo profano, ma come una vera

sepoltura, rifugio sperato contro l'amarezza delle ricordanze; ed ella

sentiva allora tutta l'acerba voluttà di distruggere i segni d'una

bellezza spregiata, di dare a sterili adorazioni, a inani idolatrie,

un cuore che la famiglia aveva respinto da sè; pareva una festa, ed

era, un funerale; solenni ambedue, questo soventi volte più grato di

quella a gran pezza! Il non essere ha i suoi pericolosi allettamenti;

il vuoto attira. E in tal modo la fanciulla, fatta postulante per

violenza o disamore dei suoi, diventava novizia per irresolutezza o

vergogna, monaca per abbattimento di forze, per sacrifizio disperato

di sè.

E poi? E poi, chi non sa come la carne si mortifichi, come la passione

s'addormenti, e il dolore si strugga nella sua medesima fiamma? Non

perdiamo noi bellezza e gioventù? Il sangue non si fa egli più tardo

nelle nostre vene? Così gli spiriti bollenti svaporano; la torpida

vecchiezza si volge lentamente indietro a rimirare il fatto cammino, e

se per avventura non le accade di sorridere all'immagine delle angosce

passate, sicuramente si maraviglia di averle così profondamente

sentite. Per ciò solo la vecchiezza è saviezza; triste conforto in

verità, questa saviezza, che nasce soltanto dal corrompersi della

nostra esistenza, e, come il passero solitario, non fa udire il suo

verso fuorchè in mezzo alle rovine!

Poi quando la povera donna ha varcato l'età delle pugne, delle pronte

ribellioni dei sensi e delle faticose vittorie dello spirito, quando

non ha più nelle notturne visioni il gaudio dei celestiali colloquii,

che facevano odorare d'arcane fragranze, fiammeggiare di eterei

splendori ogni angolo della sua cella solitaria, quando la vita è

logora, e il cuore, questa lira dalle sette corde, non manda più

suoni, allora ella si avvezza, la povera rinchiusa, a que' luoghi dove

ha tanto patito, dove incomincia a posare. I dolori passarono; rimane

la placida contentezza dei bisogni soddisfatti, delle consuetudini non

turbate. La carne, già tanto combattuta, si adagia tra quelle piccole

consolazioni che più non avrebbe nel mondo profano, dove non è chi

serva per amor di Dio, dove ogni cosa si paga, ed anco pagando non si

ottiene ogni cosa, e dove infine la famiglia, le attinenze, gli usi

tutti del vivere, danno obblighi, molestie, tribolazioni, alla meglio

coronata delle duchesse.

Qui, al contrario, non più affanni, nè cure moleste; lo spirito

tranquillo, non isviato da importuni pensieri, non stimolato da

febbrili ansietà, s'incammina chetamente, leggicchiando una

meditazione, o biascicando un paternostro, per la dolce salita del

paradiso. L'Imitazione di Cristo non ha più spine, o toccano a mala

pena la cute; le vigilie, i digiuni, ed ogni altra maniera di

mortificazioni, giungono fin dove il medico pietoso sentenzia; la cura

necessaria di sè mette il __nec plus ultra__ a quegli esercizi di

pietà, che tornavano tanto dolorosi alla carne ribelle di un tempo.

Tutto si rammorbidisce, tutto si spiana. E che sarebbe il mondo alla

rinchiusa, se ella uscisse, malaccorta, dal nido? Troverebbe ella la

cameretta acconcia, l'oratorio vicino, la mensa imbandita alle sue

ore, i loggiati, i giardini, e a farla breve tutte le agiatezze di un

palazzo, in uno di que' nostri quartieri cittadineschi, che paiono

fatti a posta per starne fuori? E che farebbe ella poi fuor di casa,

in un consorzio, del quale per la lunga interruzione del chiostro,

nonchè parteciparvi, non intenderebbe neanco le gioie? Quale delle

nostre case le darebbe continuati i conforti della vita comune, degli

uffici sciocchi ma gravemente accettati, e dei piccoli litigi, dei

piccoli cicalamenti claustrali, che riempivano le lacune dell'oziosa

giornata?

Guardate quel vecchio colonnello che gode la sua pensione di riposo.

La sua anima è sempre al reggimento, in quella famiglia di fuori via,

che gli diede tante tribolazioni da giovine, che gli diroccò tanti bei

castelli in aria, che gli guastò tante dolcezze; ma dalla quale, tardi

divelto, egli pure non sa dipartirsi col pensiero. Laonde, in una casa

non sua, o mal sua, egli sta sempre contegnoso, accigliato, come

soleva, a capo de' suoi battaglioni. La moglie è buona, ma non ha pur

troppo tutti i saldi pregi, l'arrendevole giudizio e la complice

severità del suo aiutante in primo; i suoi figli son sani, di

bell'aspetto, studiano anche, e sanno più che egli non voglia da essi,

ma ci hanno il vizio incurabile di non giungere puntuali al rapporto;

il servitore ha da stargli davanti impalato e salutare in tre tempi;

la fantesca, guai a lei se non adopera la granata a dovere, perchè

egli è tal uomo da metterla al passo, e già glien'ha dato come un

cenno in aria, alla lontana, tanto che non esca di riga. Le

esercitazioni d'un reggimento in piazza d'armi sono il suo gran

passatempo quotidiano; legge alla sfuggita i giornali, per non far la

ruggine in politica, ma svolge con memore affetto le pagine

dell'annuario militare, che lo fanno rivivere nella famiglia passata,

e medita sul regolamento di disciplina, che vorrebbe introdurre, con

poche e lievissime varianti, nella famiglia presente.

Se ciò avviene così naturalmente dell'uomo, che non sarà della donna,

tanto più mite di spirito, tanto più dolce di tempera? Noi medesimi

abbiamo udito, or non è molto, una vecchia monaca pigliarsene una

satolla contro i malvagi che s'argomentavano di voler restituire la

loro libertà alle spose del Signore. E ci parlava, vecchia

sessagenaria, dai vani di due grosse inferriate. Darle la libertà? In

fin de' conti, che ne avrebbe ella fatto? Però ci rattristammo in

udirla, ma non ardimmo dimostrarle il suo torto. La prigione è

prigione a cui sembra.

Ed anco lasciando in disparte tutte le cose dette più su, non si ama

egli talvolta di vivere dove s'è più lungamente patito? Quelle conscie

pareti hanno le tante volte riflesso la nostra ombra, che ci pare

abbiano a ritener sull'intonaco qualche particella di noi; quegli

angoli serbano l'eco dei nostri sospiri; su quel pavimento c'è

tuttavia l'umidore delle nostre lagrime.

Ma in questa guisa non pensava, nè poteva pensare la giovinetta

postulante che seguiva in giardino i passi della Madre Maddalena. In

questa giovinetta i nostri lettori hanno già riconosciuto Maria, non

postulante, ma rinchiusa a forza nel convento di San Silvestro, Maria

coll'anima piena di Lorenzo, Maria fieramente addolorata di non aver

sue novelle, Maria tribolata da quella orribile clausura, e vicina ad

impazzire al pensiero che forse non avrebbe potuto uscirne mai più,

mai più sollevare colle sue deboli braccia la lapide di quel pauroso

sepolcro. Che cuor fosse il suo, che negri pensieri le ingombrassero

la mente, mal sapremmo descrivere. Argomenti queste ineffabili angosce

chi ha fortemente amato, e in un giorno della sua vita ha desiderata,

invocata la morte.

E quella mattina, la poveretta, se non più triste (che sarebbe stato

impossibile), era turbata più del consueto. Quella gran signora verso

la quale ella s'era sentita attrarre da una ignota possanza, per cui

consiglio ella s'era ridotta là dentro, quella gran signora era venuta

poche ore dianzi, era rimasta sola, lungamente sola, con lei, alla

sbarra del parlatorio. Che cosa le aveva detto in quel lungo colloquio

la marchesa di Priamar? La povera madre aveva parlato in quel modo che

le era comandato dal terribile dilemma di Bonaventura. E i suoi

intendimenti erano materni, poichè ella sacrificava sè stessa, per

offrire uno scampo alla sua diletta figliuola.

Però, con molti giri e rigiri di frasi, ella aveva cominciato a

toccarle del segreto in cui erano involti i suoi natali; delle gravi

difficoltà che ne derivavano a lei, innocente creatura, condannata dal

reo destino a viver sola nel mondo, senz'altro aiuto che la

protezione, ristretta e manchevole pur troppo, di una dama di

misericordia. Ella non poteva acconciarsi alla vita monastica; voleva

uscir dal convento; ma come, se a lei mancava una stato, una famiglia?

Entrare in casa altrui, farsi una famiglia nuova; questo era il punto.

Ma chi l'avrebbe condotta in moglie, chi le avrebbe dato il suo nome,

poichè ella non ne aveva uno da poter recare con giusta alterezza in

quella comunione di beni morali e materiali, ma anzitutto morali, che

è il matrimonio?

La giovinetta, che era rimasta fino a quel punto, e senza parole, ad

udirla, non ardì profferire il nome di Lorenzo, sebbene il pensiero

corresse a lui facilmente; a lui che non aveva avuto bisogno di sapere

dond'ella nascesse per amarla e proteggerla come una sorella; a lui

che, innanzi di partire per quella impresa disperata nella quale era

impegnato il suo nome, le aveva detto una santa parola di amore; a lui

che lasciava al mondo le sue viete consuetudini, le sue sottigliezze

crudeli, e soleva reputare ognuno figlio delle opere proprie. Non ardì

profferire quel nome, perchè ogni nobile affetto ha il suo pudore, nè

ama svelarsi ai profani; ma tacendo, vide il mondo come le era dipinto

da quella dama, pensò con amarezza al suo misero stato, e rimase in

ascolto.

Chi l'avrebbe sposata? proseguiva intanto la marchesa. Innanzi di

crederla degna di entrare in una onorata famiglia, non si sarebbe

voluto sapere il nome de' suoi genitori? E allorquando Maria

timidamente notò che il segreto della sua nascita era chiuso in quella

cassettina d'ebano portata via dalla casa Salvani nella sera del 29

giugno, la marchesa Lilla le aveva susurrato alle sbarre del

parlatorio queste dolorose parole:

--Figlia mia (consentite che io vi chiami con questo nome poichè siete

sola al mondo, e nessuna donna, pur troppo, sorgerà a contrastarmelo),

se questo segreto, quando fosse svelato, dovesse coprir di vergogna la

vostra povera madre, che forse, che certo vi ama, e non può

confessarlo ad alta voce?...--

E la marchesa non aveva soggiunto altro, vedendo Maria reclinare la

sua bella fronte tra le palme e dare in un pianto dirotto.

Dopo una lunga pausa, durante la quale fu fatto il più triste

soliloquio che penna umana potesse descriver mai, la fanciulla sollevò

verso la marchesa Lilla i suoi occhi lagrimosi.

--Si salvi mia madre!--esclamò ella, con accento di sublime

tenerezza.--Viva, io non la farò arrossire per me; morta, non infamerò

la sua memoria. Mi farò monaca.--

La marchesa di Priamar sentì come uno schianto al cuore. L'affetto di

madre palpitava là dentro; e la madre sentì quanta virtù di sacrifizio

ci fosse, quanta disperazione, in quelle poche parole, così semplici e

schiette. E fu lieta di poter ricusare quell'olocausto; lieta in quel

punto di offrirsi ella in sua vece, vittima espiatoria, al feroce

gesuita, al comune nemico.

--No!--rispose ella, guardando amorevolmente sua figlia.

Fiammeggiarono gli occhi della fanciulla; il suo volto, le mani, la

persona tutta si tese verso l'inferriata, come per avvicinarsi vieppiù

a quella parte donde le veniva l'inaspettata parola.

--No, voi dite? E come? Ve ne prego, ve ne supplico a mani giunte, o

signora; come uscirò io da questo orribile luogo?--

L'esaltazione della giovinetta turbò grandemente la marchesa, che si

provò a chetarla con amorevoli parole; ma non ne venne a capo se non

col ripeterle che veramente avrebbe potuto uscir dal convento. E

allora, vedutala più tranquilla e tutta intenta ad udirla, si fece a

parlarle della possibilità di trovare un uomo, giovine e piacente,

chiaro per bontà di costumi, che potesse darle il suo nome onorato.

Trovato quest'uomo, che non era difficile (anzi ella aveva già posto

gli occhi sopra un tale che certamente non avrebbe ricusato). Maria

avrebbe avuto una dote, non indegna dell'onorevole parentado, una dote

che ella stessa, marchesa di Priamar, avrebbe data del suo, poichè era

libera, padrona di sè, senza conforto di prole. Per tal modo Maria

sarebbe stata felice tre volte in un punto; felice di uscire dal

monastero, felice di avere uno sposo che l'avrebbe adorata, felice di

trovare in lei una seconda madre, in luogo di quella che la poverina

non aveva mai conosciuta.

Maria si fece smorta in viso a quel ragionamento della signora. La sua

allegrezza era durata poco. Un freddo acuto le corse per ogni vena. Ma

quell'angoscia le parve soverchia; le parve impossibile che Iddio

dovesse dare un così aspro martirio alla sua creatura; e accolse,

colla istintiva cura di chi si sente mancare il suolo sotto i suoi

piedi, un'ultima speranza, la speranza che quell'uomo, il cui nome non

era stato ancor profferito dalla marchesa, potesse esser egli,

Lorenzo, il suo adorato Lorenzo.

--Il nome?--chiese ella trepidante.--Il nome di

quest'uomo?

--Il dottore Ernesto Collini;--rispose la signora.

--Ah!--proruppe Maria, e si strinse le palme al petto, quasi per tema

che il cuore avesse a scoppiarle. L'ultimo fil di speranza a cui s'era

aggrappata, le si spezzava tra mani, ed ella si sentiva precipitare

nell'abisso.

Lilla ben si avvide del senso doloroso che quel nome aveva fatto

sull'animo della fanciulla.

--Ma voi non lo conoscete, figliuola mia!--diss'ella con voce

affettuosa.

--Non lo conosco? non lo conosco?--incalzò con veemenza la

giovinetta.--Così non avessi io mai udito profferire il suo nome! Per

lui, per quest'uomo, ho provato le prime angosce della paura; per lui,

Lorenzo, il mio fratello d'adozione, il mio unico sostegno, la mia

unica difesa in questa terra di dolore, ha posto a repentaglio la

vita. Poteva morire; il marchese di Montalto è un forte

schermitore.... Ah, signora! prenderò il velo. Iddio non vuole

aiutarmi; morrò.

--Calmatevi, figliuola mia, ve ne prego.

--Sì, sono tranquilla, non vedete?--proseguì la giovinetta,

atteggiando con supremo sforzo le labbra al sorriso--Ma permettete, o

signora, che io mi ritiri. Ho bisogno di raccogliere i miei pensieri;

la mia mente è confusa.--

Così era finito quel doloroso colloquio. La marchesa Lilla se n'era

andata, colla tristezza nel cuore, dopo aver raccomandata la

giovinetta alle cure della Madre Maddalena, che era ritornata in

parlatorio per ricondurla nella sua camera.

Quel dì la povera giovinetta non pose il piede in refettorio, ma

stette nella sua piccola cella a considerare le sue speranze perdute,

la sua vita distrutta. Già da lunga pezza era sventurata; la miseria

regnava nella casa fraterna; ma la libertà, che è sì cara, stendeva

l'ali consolatrici sul suo telaio da ricamo, in quella cameretta

dov'ella faticava da mane a sera, ma dove le tornava così dolce il

lavoro, quando ella ne cavava il frutto, a sollievo delle comuni

strettezze. E le sue prime angosce, allorquando indovinò gli amori di

Lorenzo per la Cisneri, allorquando il morso della gelosia svelò a lei

stessa, fino a quel punto ignara, il segreto del suo cuore, che erano

mai, innanzi al martirio che ella durava dalla sera del 29 giugno fino

a quel giorno? Quei tre mesi erano stati per lei una spaventosa

progressione di mali.

E non poter più piangere! Ella non aveva più lagrime, o le avevano

fatto nodo intorno al cuore. Le fauci aride come gli occhi, le braccia

e il petto prosteso sul suo letticciuolo, ella non metteva singhiozzi,

ma rantoli. Povera Maria, povera vittima di colpe non sue!

In questo mezzo, la Madre Maddalena, a cui era data in custodia la

giovinetta, giunse tutta anelante dal refettorio. Aveva fatte due

scale, la povera Madre; ella che di consueto, finito il pasto, se ne

stava tranquillamente a meriggiare nella strombatura d'una finestra,

era salita in fretta (vogliam dire senza por tempo in mezzo, che

quanto al correre gli è un altro paio di maniche) fino al pian di

sopra, per invigilare sopra sua figlia, come soleva chiamarla per

monastico vezzo. Tutti la chiamavano figlia, quella povera fanciulla;

e intanto ella non aveva una madre, a cui chiedere aiuto!

La Madre Maddalena era una buona pasta di donna ci pare d'averlo già

detto; non poteva patire la gente piagnolosa, a cagione dei nervi, che

aveva sensitivi oltremodo, quantunque fasciati per bene dall'adipe; la

tristezza altrui le dava il mal di capo. La qual cosa, messa di costa

al dover salire lassù, le incresceva non poco; ma tolse in santa pace

quella nuova tribolazione, e ne fece anzi un'offerta al Signore, che

non sapremmo dire se l'accogliesse, o no. Quel che sappiamo si è che

la Madre Maddalena giunse nella cella di Maria, scosse quel corpicino

snello, bufonchiò alcune sue esortazioni all'orecchio della fanciulla,

e finalmente la consigliò di uscire un tratto in giardino, che un po'

d'aria e di luce le avrebbe recato sollievo. Maria le tenne dietro a

guisa d'automa. Quella era a un dipresso l'ora della ricreazione, in

cui soleva ogni giorno recarsi nel giardino del monastero, che era

quasi sempre deserto.

Era una stupenda giornata; il cielo sereno, color di zaffiro; il sole

alto illuminava tutto il giardino quant'era largo e lungo, salvo in

una lista di terreno su cui disegnava la sua grand'ombra l'antico

mastio di quella cittadella ridotta a convento; l'aria non era calda,

ma tiepida, come suole in autunno, che il raggio solare ha smesso

alquanto della sua forza; e parevano beverla avidamente alcune piante

di malve e girasoli, tristi fiori, che si trovavano soletti, come

smarriti, in mezzo ad una mescolanza d'ortaglie. Botanica claustrale!

La giovinetta, come fu giunta in capo al viale dalla parte di levante,

si sentì spossata, e si lasciò cadere su di un sedile di lavagna, che

era appoggiato al murello. Ma la prudente monaca, che non faceva punto

a fidanza col sole, proseguì pel viale a mezzogiorno, fino all'altro

da ponente, dov'era l'ombra desiderata, e dove si messe a passeggiare

con lento metro, leggicchiando di tanto in tanto un versetto del suo

libriccino di digestione (altri direbbe di devozione), badando ben

bene, quando era ai punti estremi della sua passeggiata, a non uscir

fuori dall'ombra anzidetta, che la parte superiore dell'edifizio

mandava sul piano dell'orto.

Per tal modo rifacendo ad ogni tratto il suo breve cammino, la Madre

Maddalena poteva vedere il profilo di Maria, che se ne stava immobile,

collo sguardo fisso, in apparenza tranquilla. A che pensava la

giovinetta? Dove guardava? Neppur ella avrebbe saputo dirlo; nella sua

mente era una confusione di forme vaghe e mutevoli, come avviene a chi

sia travagliato dalle visioni d'un sogno febbrile: e rimaneva così

attonita, stordita, senza pensare, senza veder altro dintorno a sè,

che le dolorose immagini della sua vita.

Intanto il nostro Pasquale seguitava a mandar su e giù tratti

disperati di pennello. La Madre Maddalena gli era passata daccanto, ed

egli, tirandosi prontamente da un lato e cavatosi rispettosamente la

berretta, s'era sprofondato in un cosiffatto inchino, che la gobba

aveva soverchiata la testa, e se avesse avuto occhi avrebbe potuto

contargli i peli vani sulla nuca rugosa. Poi, ripigliata quanto più

gli venne fatto la postura verticale, lo scaltro legnaiuolo tornò da

capo a inzaffardare l'imposta colla sua tinta a olio, facendo tra una

pennellata e l'altra l'occhiolino alla fanciulla che gli sedeva di

rincontro.

L'occhiolino, sissignori; ma non vi date a credere che mastro

Pasquale, co' suoi sessant'anni sulla gobba.... Neanche per sogno!

Mastro Pasquale ci aveva le sue brave ragioni, e punto personali, a

guardare di quella guisa e fare i suoi versacci a quella bellissima

immagine della tristezza. Or come avvenne che gli occhi di Maria

cascassero sulla grama persona di mastro Pasquale, non sapremmo dirvi,

e forse non metterebbe conto, chi pensi ch'ella era così poco lontana

da lui e che quel dimenìo delle braccia del legnaiuolo pittore doveva,

po' poi, anco macchinalmente, attrarre lo sguardo. Del resto Maria

aveva già veduto il dì innanzi quell'uomo, ed aveva anzi considerato

com'egli, vecchio e sgraziato delle membra (segnato da Dio, diceva il

popolino) fosse più felice di lei a gran pezza. Forse egli aveva una

famiglia; anzi di certo; che l'artigiano ha mestieri di questo

conforto, assai più del ricco e del fannullone. Faticava da mane a

sera; quelle spalle gliel'aveva fatte curve il lavoro, in quella

medesima guisa che a lei il lavoro aveva fatti sovente gli occhi

rossi. Ma almeno era libero; libero come lei una volta, e i suoi più

santi affetti non pativano contrasto d'altrui volontà.

Questo pensando ancora in quel giorno, le occorse di rimirare più

attentamente il legnaiuolo. Si addiede allora delle occhiate e dei

versacci eloquenti di lui, e stette tra curiosa e stupefatta a

guardarlo. Questo voleva Pasquale, che, seguitando cogli occhi e colle

labbra le smorfie, colla destra mano a trar giù pennellate ficcò la

manca tra le risvolte del suo giubberello e fe' sbucarne timidamente

fuori il corno dell'argomento, vogliam dire d'un foglietto di carta.

Era una lettera, sì certamente; non poteva esserci inganno, e quella

lettera era per lei.

Il cuore le palpitò forte. Per la prima volta in sua vita ella usò un

artifizio (del resto innocentissimo) volgendo gli occhi con aria

sbadata ai monti lontani, poichè aveva veduto la Madre Maddalena

dipartirsi dal suo viale ombroso per venire alla sua volta.

Mastro Pasquale capì da quel gesto che l'inimico gli era alle spalle,

e lasciata ricader la lettera nel taschino, proseguì alacremente il

suo lavoro, senza scomodarsi neanco, allorquando da monaca gli fu

presso per andar oltre. Così intento com'era a' suoi negozi, come

poteva egli accorgersi dell'avvicinarsi di lei?

--Figlia mia, questo sole vi farà male;---disse la vecchia custode, in

quella che andava verso Maria.--Siete rossa in volto come una brace.

Non era il sole, quello che avea fatto arrossire Maria, sibbene la

vergogna del suo atto, e più ancora delle parole che avrebbe dovuto

soggiungere, per non aversi a muovere da quel posto.

--No, Madre, non mi fa male;--rispose ella.--Sento anzi che questa

luce tiepida mi rinfranca. Ve ne prego, lasciatemi rimanere ancora per

pochi minuti, poichè mi sembra che a questo sole mi si sgelino le

ossa.--

E così dicendo, prese la mano alla vecchia e la baciò rispettosamente.

La Madre Maddalena aveva una bella mano, e l'atto non le dispiacque.

--Sia come volete, figliuola mia;--ripigliò.--Per me, amo meglio un

po' d'ombra, e me ne torno al riparo.--

Ciò detto, rifece la sua strada, non senza ricevere un altro inchino

dal legnaiuolo. Il quale, a mala pena l'ebbe lontana due passi, tornò

al giuoco di prima, e visto che la giovinetta guardava a lui, cavò

rapidamente, il foglietto bianco dal seno, e col pretesto di intingere

il pennello nel pentolino, s'accostò al murello, vi depose il

foglietto, per modo che uno dei capi restasse trattenuto da

quell'arnese fuligginoso, tanto che non cadesse giù, tra il ciglio del

murello e le lavagne traforate che correvano tutto intorno, a riparo

dagli sguardi profani.

La fanciulla seguiva degli occhi tutti quei maneggi di mastro

Pasquale, senza scorgere ancora in qual modo ella avrebbe potuto

adoperarsi, per avere quel foglietto tra mani, così lontano com'era.

Ma il gobbo non era uomo da lasciare una impresa a mezzo. Posto il

pennello a dormire nel pentolino, allungò le braccia ai due regoli

maestri dell'imposta, li abbrancò saldamente, e a nervi tesi sollevò

quel suo arnese dalla postura orizzontale. Quindi, fatto un cenno

eloquente col mento e cogli occhi alla fanciulla (gli occhi si

volgevano a lei, il mento accennava al pentolino), alzò l'imposta a

bilico sulla testa, e glorioso come Sansone quando se ne tornò

agl'Israeliti colle porte di Gaza sulle spalle, mosse alla volta di

quel viale ov'era andata la Madre Maddalena, e dove, se i lettori

rammentano, era per l'appunto la scalinata che metteva alla camera de'

suoi strumenti, e a quel medesimo balcone pel quale aveva fatta la sua

legnosa fatica.

Bravo Pasquale! Quello era un colpo maestro, ma bisognava compir

l'opera. E non dubitate; ci aveva di molti ingegnosi trovati nel suo

scrigno, il gobbo legnaiuolo.

La vecchia monaca che lo vide giungere, e dovette cansarsi per

lasciarlo passare si trattenne a' piè della scalinata per dirgli:

--Avete già finito, maestro?

--Oh no, Madre reverendissima; alla mia età non si corre più tanto.

Questa ci ha già la prima mano; ora mi metto attorno all'altra; la

seconda mano la darò quando saranno a posto tutte e due, e coll'aiuto

di Dio prima di sera ci avranno anco i vetri stuccati.

--Bravo, bravo; lavorate senza posarvi.

--Eh, come si fa? Bisogna pur dargliene, a tre femmine, sia detto con

licenza di Vossignoria reverendissima. Quel che i miei due maschi

guadagnano, basterebbe a mala pena pel pugno di sale; e il paiuolo

brontola, quando non ci si butta nulla.--

La Madre Maddalena sorrise, come chi non ha più nulla a dire; e mise

il piede innanzi, per continuare la sua passeggiata. Per tal modo ella

avrebbe potuto scorgere la giovinetta dall'altro lato dell'orto. Ora

ciò non faceva comodo al nostro Pasquale.

--A proposito, reverendissima,--diss'egli, standosene colle spalle al

muro, affinchè la monaca, fermandosi da capo per rispondergli, non

avesse a guardare dall'altra banda,--io debbo render grazie a questo

santo monastero....

--Di che?

--Oh, Vossignoria fa le viste di non saperlo. Queste sante Madri

vogliono sempre darsi molestia per me. Quella bottiglia di vino, que'

cantucci che sanno di paradiso.... Oh, non li tocco io....

--E perchè?

--Perchè quella non è pasta pe' miei denti. Il buono piace a tutti, ed

anche a me per conseguenza. Ma Vossignoria mi compatirà; ci ho quella

povera donna di mia moglie, che non istà troppo bene. E allora ho

detto a me stesso: Pasquale, pensa a tua moglie, che non ci ha i buon

bocconi, i confortini, i brodetti, come le signore, quando vien loro

un po' di male, e non può certo mandar giù la sbroscia che passa il

convento.

--Siete un buon marito,--interruppe la monaca,--e san Giuseppe vi

aiuterà.

--Gli è il mio santo due volte;--ripigliò il legnaiuolo.--Ora, con

licenza di Vossignoria....

--Fate, fate;--e così dicendo, la Madre Maddalena si messe in moto.

Pasquale non aveva più bisogno di lei, perchè aveva veduto colla coda

dell'occhio la giovinetta accostarsi al murello, prendere il foglietto

e tornarsene con lenti passi al luogo ove era prima seduta.

Ma in quella che la Madre Maddalena si muoveva per un verso lungo il

viale e il gobbo legnaiuolo per l'altro verso la scalinata, un grido

soffocato, un tonfo, li fecero rimaner sospesi ambedue, quindi pigliar

l'abbrivo alla volta della fanciulla.

Che era egli avvenuto?

La giovinetta, come s'è udito, aveva tolto il biglietto, e,

rivolgendosi dall'altra banda, s'era fatta a nasconderlo in seno. Ma

il cuore le batteva fortemente; la colse un gran desiderio di leggere.

Era un foglietto piegato in quattro. Lo aperse, tenendolo vicino al

petto e andando oltre a capo chino, in atto di meditazione; lesse i

quattro o cinque versi di scritto che c'erano; tosto le si offuscò la

vista; si sentì venir meno, e senza aver più la forza nè il tempo di

nascondere quel foglio, che le si aggrovigliò tra le dita irrigidite,

cadde svenuta sul lastrico del viale.

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 24 / 68 题