XVI.

Di una finestra che fece aprire una porta.

Non se ne dolgano i lettori; lasciamo Michele ad origliare il

colloquio del padre Bonaventura col suo degno discepolo, Marianna a

struggersi tra l'ansietà per quella imprudenza del suo damo e il

rammarico della camicia abbronzata; e saltando una settimana, ce

n'andiamo a San Silvestro, o per dire più propriamente, al monastero

che si fregiava di questo gran nome, sull'altura di Castello, o

Sarzano, come più talenta chiamarlo.

Sarzano e Castello, chi ben guardi, è tutt'uno. Sia che allegramente

deriviate Sarzano da un pazzesco __Arx Jani__, o da un più ragionevole

__fundus Sergianus__, in Sarzano, era la ròcca degli antichi Genoati,

e intorno a lei, sulle falde della collina, facevano ceppo le case

dell'antico municipio romano; qui, nei secoli barbari, o rimbarbariti

d'intorno al Mille, sorgeva il castello dalle tre torri, che lasciò il

suo ritratto ad impronta delle prime monete di Genova e le sue vecchie

mura ad abitazione del vescovo, per tutto quel tempo che l'episcopato

tenne la potestà civile, diventata __res nullius__ nella decadenza dei

conti carolingi, fino a che i cittadini non ebbero la buona pensata di

ripigliarsi il fatto loro, e di mettere i consoli in luogo dei

diaconi.

Rimasto in balìa della mensa vescovile (dacchè il Comune era sceso a

far casa da sè) il Castello fu arso nel 1394 dalla fazion ghibellina,

perchè colà dentro, secondo narra la storia, si radunavano i Guelfi,

per consigliar le cose loro con Giacomo del Fiesco. Lo restaurò nel

1403 il suo successore, Pileo de' Marini, il cui nome, col pastorale e

l'altre insegne, così del grado come della sua nobiltà, si vede

tuttavia scolpito in pietra nera daccanto al portone del monastero.

Ma i vescovi, poi diventati arcivescovi, che avevano già posto la sede

presso il duomo di San Lorenzo, non tornarono al Castello, e nel 1449,

l'antica dimora del metropolitano fu venduta a Filippina Doria,

genovese, e a Tommasina Gambacurta, pisana, monache ambedue, venute in

età quasi decrepita da Pisa, ov'erano vissute in quel monistero di San

Domenico. Il nuovo convento s'intitolò dal __Corpus Domini__.

Pochi anni dopo, Nicolò V concedeva loro l'attigua chiesa parrocchiale

di San Silvestro, che dovea dare un nome più stabile al convento,

mentre le monache, domenicane dapprima, si chiamarono __donne di

Pisa__, fino a tanto, riunite ad esse nel 1797 le francescane d'altri

conventi soppressi, tutte si posero sotto l'invocazione di santa

Chiara, e si chiamarono __Clarisse__.

A questi cenni, veramente, sarebbe luogo più acconcio un libro di

storia erudita. Ce ne scusi presso i lettori la divozione paesana a

quella sacra altura che serba le più antiche ricordanze di Genova. E

adesso mettiamo la storia da banda lasciando ai contemporanei la cura

di ricordare che nel 1857, a' tempi del nostro racconto, c'erano

ancora le Clarisse nel monastero di San Silvestro. Eglino poi ci

consentano di aggiungere che v'era badessa una Madre Maria Concetta,

zia della marchesa Ginevra. Della qual cosa, e d'altre non poche,

avranno a capacitarsi con noi, se vorranno seguirci oltre la clausura,

da noi facilmente violata, senza far contro alle ecclesiastiche

discipline.

Passato per tante mani nel corso de' secoli, rabberciato le tante

volte, non mai riedificato dalle fondamenta, notevole pe' suoi muri da

levante e da mezzogiorno, che sono ancora i vecchi bastioni di mille e

più anni addietro, e pe' suoi ripiani più alti che mal dissimulano il

mastio della ròcca, il monastero di San Silvestro serba tuttavia

l'aspetto d'un antico castello, murato a difesa delle case

circostanti, a rifugio de' loro abitatori da una scorreria di

Saraceni. E mezzo monastico e mezzo militare, era nel 1857 un assai

triste soggiorno, con tutta la sua felice postura, l'ampiezza de'

cortili, l'allegria dei loggiati, dei terrazzi e di un orto pensile

sorretto dai bastioni anzidetti, sul cui ciglio si mutava in altana,

munita, giusta il costume, de' suoi ripari di lavagna traforata. Là

dentro era una confusione di tetti alti e bassi, di sporgenze e di

vani, di linee spezzate, di archi d'ogni forma e misura; non palazzo,

ma catasta di casipole; vera delizia dei pittori di paese, e di que'

rigattieri della storia, che sono gli archeologi.

Tutta quella baldoria di calce e mattoni faceva mostra di sè a chi,

varcato il vestibolo, o androne che dir si voglia, giungeva nel primo

cortile del monastero, tagliato a sghimbescio e attorniato da un

ordine (meglio per avventura disordine) di portici, lungo i quali

erano cellette, sepolture, oratorii e simiglianti. Quasi in mezzo al

piazzale, una piccola tettoia, sorretta da quattro pilastri, serviva a

coprire un pozzo; e un rosaio ed un gelsomino dai molteplici tronchi

salivano a incoronarla co' rami, lasciando ricader dalle gronde il

rigoglio delle lor ciocche frondose. Ma tutto ciò non era gaio a

vedersi, neppure allorquando que' mescolati viticci facevano pompa,

secondo le stagioni, d'una allegra figliuolanza di gelsomini o di

rose. Il luogo tutt'intorno era uggioso; quei fiori odoravan di

chiuso, davano a pensare che il cespo fosse innaffiato, anzichè

dell'acqua sottostante, di lagrime.

L'orto pensile era dall'altro lato del monastero, verso levante, tra

l'antico mastio e il bastione, che si vede di presente aperto ad una

interna gradinata per dar l'adito a scuole governative e comunali,

poste colassù da pochi anni. Ai tempi delle monache, un'altra scala,

ma stretta e segreta, si apriva dal mezzo di quell'orto nelle viscere

della terra, e rasentando le cisterne sotto la piazza di Sarzano,

scendeva al mare, a' piè delle mura, dove una buia arcata ne

dissimulava l'uscita. Quel varco, certamente antichissimo e praticato

ad uso di guerra, tornò mai utile ad alcuna di quelle rinchiuse? La

leggenda non ha nulla da dirci intorno a ciò; la cronaca sola ci

racconta che ne' primi anni del dominio di casa Savoia quella via

sotterranea fu chiusa perchè le claustrali non avessero modo di frodar

la gabella. Oh secolo decimonono, secolo di prosa!

Nel 1857, l'orto, il cortile, i loggiati, se non lieti, erano puliti;

i porticati sapevano di santità, o d'incenso, che torna lo stesso;

l'androne, ornato di vecchie lapidi, risuonava soltanto ai passi della

suora portinaia e delle rare madri che dovevano in certe ore del

giorno passarci, quando erano chiamate in parlatorio; il portone

ferrato si apriva soltanto nelle grandi occasioni, verbigrazia per la

solennità delle monacazioni, allorquando la povera novizia, scesa sul

limitare a dar l'ultimo sguardo e l'ultimo saluto al mondo profano,

baciava in fronte i parenti, senza ardire di mettere il piede fuori

dello scalino di marmo. E noi, che non abbiamo una di queste solennità

da raccontare, lasciamo il portone chiuso, e seguitiamo per l'uscio di

servizio un nuovo personaggio del nostro racconto, che è mastro

Pasquale, il legnaiuolo delle monache.

Non si scandolezzino i lettori timorati, nè facciano bocca da ridere i

maliziosi; qui non c'è nulla che esca di riga. Mastro Pasquale aveva

passo libero in monastero (s'intende quando fosse bisogno dell'opera

sua) come il muratore ed il medico, quegli curatore delle vecchie

pareti, questi delle vecchie abitatrici; e al pari di queste due,

c'entrava senza bisogno di tenere il campanello tra mani e sbattagliar

di continuo, come si adopera in certi conventi, per dare agio di

scampo alle timide spose del Signore, che vanno in volta pei corridoi.

Vi parrà un privilegio; ma per verità a mastro Pasquale non gliene

importava nientissimo, e n'avrebbe fatto volentieri un presente a chi

gli avesse levato dalla gobba la metà, o almeno un terzo, de' suoi

sessant'anni. Del resto, anche a quarant'anni egli entrava in

monastero a quel modo; chè, forse pensando di nominarlo a

quell'ufficio geloso, Domineddio lo aveva fatto scrignuto e sbilenco,

ornandolo per giunta d'un naso cosiffatto, che, a segarne mezzo,

gliene sarebbe rimasto ancora abbastanza.

Parlando di lui col confessore (non ci si domandi per carità come ci

sia giunto all'orecchio) la madre Badessa era uscita in queste parole:

«sia detto senza far torto all'immagine del Creatore, il nostro

legnaiuolo è brutto come il peccato mortale.»

Brutto, davvero, brutto di fuori; ma buono di dentro come i tartufi.

Nè si argomenti dal paragone che mastro Pasquale ci avesse buon odore;

che anzi egli sapeva maledettamente di colla e di segatura, e, come

ciò non bastasse, ci metteva di costa il tabacco, ch'egli fiutava di

sovente, e non del migliore; il che non vuol già dire ch'egli non

fosse buon gustaio, e rifiutasse il buono quando gli era profferto. Il

buono piace a tutti, soleva dir lui con un proverbio vernacolo che è

certamente d'ogni paese.

Da parecchi giorni alla fila, mastro Pasquale andava al monastero di

San Silvestro. C'erano colà parecchi vetri rotti da rimettere; inoltre

(e questo era il grosso guaio) una finestra non chiudeva più a modo,

nè gli arpioni tenevano. Così stando, cioè a dire, così non istando le

cose, mastro Pasquale era stato chiamato al monastero, perchè vedesse

e provvedesse lui. Ed egli aveva veduto e sentenziato che, non pure la

finestra, ma la intelaiatura voleva essere rinnovata; fradicia questa,

e fradice le imposte, non erano più buone ad altro che a far legna da

ardere. E già, mentr'egli andava qua e là pei balconi del monastero

rimettendo i vetri rotti, il mastro muratore aveva messa a posto la

nuova intelaiatura, nè più rimaneva altro a fare che aggiustarvi le

nuove imposte, opera accuratissima di mastro Pasquale.

Fin dal giorno innanzi le due imposte erano state portate là dentro;

bisognava vedere se combaciavano colla intelaiatura, che non ci fosse

nulla a piallare, nè sopra, nè sotto, nè ai lati; quindi dar loro due

mani di colore, imperniarle sui gangheri, stuccare i vetri, e via

dicendo. Per tutte queste bisogne andava mastro Pasquale, mezz'ora

dopo il meriggio, e una conversa delle Clarisse gli apriva la porta di

servizio non senza dargli ad intendere che egli giungeva troppo tardi,

e troppo presto; troppo tardi, perchè era aspettato fin dal mattino;

troppo presto, perchè era l'ora del refettorio, ed ella aveva dovuto

scomodarsi a bella posta per lui.

--Ah, Madre, non mi dica altro!--esclamò il legnaiuolo.--Ci ho avuto

più a fare stamane che chi muor di notte....

--O come?

--Vossignoria sa bene; mandar pel medico in fretta e in furia; non

veder giungere il prete; il campanaro a letto colla chiave del

campanile in tasca; o non le pare che ci sia un gran da fare a morir

di notte? Or bene, io n'ho avuto altrettanto, colla mia Tecla

ammalata.

--Oh, povera donna! Gravemente?

--Questo no, grazie al cielo; ma in letto la c'è tornata. Anche a lei

pesano, gli anni! E quando la Tecla è a letto, chi mette al fuoco la

pentola? Ci ho due figli che, non fo per dire, sgobbano da mattina a

sera, e vorrei che tutti ne avessero di somiglianti; ma l'ora del

refettorio non la sgarrano di un minuto, e se la pentola non è giù dal

fornello brontolano più della pentola stessa. E Pasquale col

ramaiuolo, e Pasquale col pizzico di sale; insomma, la mi capisce, son

io che ho da fare ogni cosa. Gran disgrazia non esser nati signori!

--Pazienza, mastro Pasquale, pazienza!--disse la conversa, mentre

richiudeva il portone.

--Quella era una gran santa!--soggiunse il vecchio legnaiuolo, a mo'

di commento.--Basta; tanto si muore tutti; e chi più ne soffre, più ne

racconta.

--A proposito di raccontare, niente di nuovo al secolo?--domandò la

conversa.--Che nuove in città?

--Non so proprio nulla; ma ci ho qui i giornali per la madre badessa.

Questi ce n'hanno di tutti i colori, nè so dove le peschino.--

Così dicendo, mastro Pasquale depose il pentolino della tinta a olio

che aveva portato con sè, e cavò di tasca alcuni fogli stampati, che

la religiosa servente fu sollecita a levargli di mano.

--Benissimo;--diss'ella;--prima di darli alla superiora vo' farmeli

leggere dalla madre Scolastica, che legge così corrente, che gli è un

gusto a sentirla.

--Non occorre;--ripigliò Pasquale, mettendo ancora una volta la mano

in saccoccia;--eccone altri due che ho posti in serbo per

Vossignoria.--

La conversa fece un grazioso risolino al presente e al titolo sonoro

con cui la salutava il legnaiuolo, scaltro come tutti i gobbi suoi

pari. Curiosità e vanità, peccati veniali; se fosse altrimenti (lo ha

detto un padre della Chiesa), nessuna donna metterebbe piede in

paradiso.

--Grazie;--soggiunse ella;--e adesso andatevene pure al vostro lavoro

che v'aspetta, insieme con una bottiglia di quel vecchio, che n'avrete

bisogno. La reverenda madre Badessa me lo ha comandato; ma io ho

aggiunto mezza dozzina di cantucci, che vi daranno buon bere.

--Non saranno mai così buoni come Vossignoria;--rispose mastro

Pasquale;--ma li assaggerò con piacere. E adesso, con sua licenza, se

non ha altro da comandarmi....

--Andate, andate, mastro Pasquale.--

Così congedato dalla conversa, il nostro legnaiuolo ripigliò il suo

pentolino, e si avviò per le scale che mettevano all'altro piano del

monastero.

--La è poi una buona diavola, quella suora Bibiana!--andava egli

borbottando tra sè.--Basta chiamarla Madre, e se ne va tutta in brodo

di succiole. Se mi fossi aperto a lei, chi sa? Ma il proverbio dice:

fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio. Pasquale, qui ci vuol

giudizio, se no.... Un anno per l'altro, qui si busca un trecento

lire; pigione di casa e bottega. Dunque, io dico, un occhio al lesso e

l'altro all'arrosto....--

Intanto ch'egli veniva facendo in tal modo i suoi conti, mastro

Pasquale giungeva al pian di sopra e metteva piede sul limitare

dell'orto pensile che abbiamo già descritto ai lettori, dond'egli

aveva a passare per recarsi al lavoro.

Ma innanzi di voltare da quel lato dove la finestra nuova aspettava le

sue cure paterne, il nostro legnaiuolo diede una sbirciata al viale

che correva tutt'intorno all'orto, tra le aiuole e il murello del

bastione.

--Non c'è ancora nessuno; tanto meglio;--disse il gobbo;--così avrò

tempo a piantare la batteria.--

Andò allora verso un quartierino, al quale si ascendeva per cinque o

sei scalini di pietra di lavagna; cavò fuori da una piccola sala i

suoi arnesi, che v'erano riposti dal giorno innanzi; levò dalla

parete, dove stavano appoggiate, le imposte di finestra che aveva

fabbricate, già debitamente piallate e stuccate, ma non ancora

rivestite della loro tinta cenerognola; le adattò sugli arpioni, le

raccostò e vide che combaciavano per bene; ed allora, spiccatane una

da capo, se la recò a braccia verso il bastione.

Tornò indietro; diè di piglio ad un cavalletto che aveva colà per suo

uso, e se lo messe sotto braccio; dall'altra mano prese il pentolino

col quale era andato lassù, e si rifece di bel nuovo a quel punto dove

già aveva portato quell'altro negozio. Tra il murello del bastione e

il cavalletto, l'imposta fu alzata da terra: il pentolino fu collocato

sul murello, per modo che mastro Pasquale potesse averlo sempre sotto

mano; e così disposta ogni cosa, rimestata la tinta con due tratti di

pennello, il nostro legnaiuolo diventato pittore incominciò a dare per

lungo le prime zaffardate di cenerognolo sui regoli dell'imposta.

E intanto che dipingeva, andava canticchiando tra i denti una sua

frottola, che lo aiutasse ad ingannare il tempo; e intanto che

canticchiava, teneva d'occhio il viale, per tutto quel tratto che

correva da lui fino all'uscio, pel quale era venuto egli stesso

nell'orto.

--Ci siamo!--diss'egli, interrompendo la cantilena, pochi minuti dopo

che s'era messo all'opera.--Ecco il naso della Madre Maddalena che

spunta.--

E qui mastro Pasquale si fece tutto intento nell'opera sua, mandando

una pennellata dopo l'altra, come un manovale che lavorasse a cottimo.

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 23 / 68 题