"Se Messenia piange, Sparta non ride."
Ai nostri lettori, i quali non hanno dimenticato Lilla di Priamar,
traveduta a mala pena dalle indiscrete pagine di un antico carteggio
amoroso, non sarà discaro che li conduciamo ora in via del Campo, nota
per la lapide infame di Giulio Cesare Vachero, e che entriamo in un
palazzo di severa apparenza, dove abitava nel 1857 la vedova marchesa.
Colà, per le necessità del nostro racconto, dobbiamo seguire il padre
Bonaventura.
Intorno al quale egli è tempo che diciamo alcun che di più intimo. Due
o tre passi del carteggio accennato ci hanno già fatto trapelare una
parte della sua giovinezza, e per qual cagione riposta lo Spagnuolo,
ferito nel cuore, avesse consacrato l'animo a Dio, ma in quel solo
modo che la sua indole consentiva, ascrivendosi alla operosa e
battagliera compagnia di Gesù. Il Gallegos aveva amato fieramente la
marchesa Lilla, e, cosa strana, l'amava tuttavia a cinquant'anni, con
tutta la tenacità del suo gagliardo carattere.
Il salotto della marchesa di Priamar era un luogo assai malinconico,
sebbene dagli affreschi della volta sorridessero ai visitatori mortali
tutti gli dei dell'Olimpo, raccolti a convito dal pennello del
Tavarone, e sulle vaste pareti un'Armida scollacciata trattenesse con
isvariate lusinghe il suo Rinaldo nelle sbiadite verdure di quattro
magnifici arazzi di Fiandra. In quell'ampio salotto si smarriva la
luce, bevuta a larghe fauci da quattro alti finestroni, scarsamente
illuminando i più suntuosi arredi che il Secento avesse tramandato
alle cure restauratrici degli stipettai d'oggidì. Vi regnava il fasto
per entro, pompeggiava nel damasco, splendeva nel bronzo, ma severo
come le pieghe di quel superbo tessuto, contegnoso come i fregi di
quel ragguardevole metallo. Un'aria grave di nobiltà ingombrava la
sala; e tuttavia, all'entrarvi, si era colti come da un senso di
freddo, sebbene l'apertura di un alto camino di porfido, alla foggia
antica, il cui architrave era sorretto da due Telamoni di lodato
scalpello, fosse ben suggellata da un paravento di stoffa. Tutto era
sfarzo, come in una chiesa; ma severo e freddo del pari.
Da un lato del salotto e presso uno dei finestroni che abbiamo
accennati, l'acconcia postura di un sofà, di un tavolino di lacca
giapponese e di alcune scranne svariate di forma e di nome, aveva
naturalmente foggiato un più geniale ridotto, dove sedeva la signora
del luogo, intenta a leggere le novelle del giorno nell'__Armonia__ di
Torino, in quella effemeride che pretendeva accordare la religione
colla civiltà, e le pareva d'aver fatto il colpo, affermando la cosa
nel titolo.
Anch'essa, la nobil signora, effigiava una armonia, ma più efficace e
più vera, l'armonia della maturità colla bellezza. Le membra
tondeggiavano, ma senza perdere la grazia dei contorni; e
dall'imbusto, sebbene ella fosse seduta e un po' curva sul foglio,
poteva argomentarsi che fosse di bella statura. Il suo volto era
ammirabile per quella giustezza di lineamenti che si vantaggia
ingrassando, e consente a certe donne gli splendori della seconda
gioventù. Nè meno bella appariva la mano, che poteva essere lodata
come quella di Anna d'Austria, vent'anni dopo che era stata baciata
dal duca di Buckingham. L'occhialino cerchiato d'oro e ornato d'un
manico di madreperla, che ella teneva accostato agli occhi, dinotava
esser ella di vista corta; la qual cosa per le signore donne è un
vezzo di più. Non si direbbe che il colmo della bellezza consista per
l'appunto in certe imperfezioni? I greci pittori, non è chi nol
sappia, per dar l'ultimo tocco alla bellezza di Venere, la dipinsero
losca.
Sottili le labbra e naturalmente chiuse, la dimostravano punto
cedevole ai sensi, e di carattere imperioso. Due fasci di rughe
finissime, che dalle tempie andavano restringendosi verso le occhiaie,
erano, insieme coi capegli già largamente brizzolati, i soli indizi
della guerra degli anni. Era pur cosa facile cancellare quella
ingiuria del tempo! Ma, fosse noncuranza di animo tutto rivolto a cure
celesti, o quintessenza di quella civetteria che è innata in tutte le
donne, e si ficca perfino nelle pieghe del cappello insaldato d'una
suora di carità, o l'una cosa e l'altra ad un tempo, la marchesa Lilla
non chiedeva ai trovati dell'arte quel nero lucente d'ebano che la
natura, per vendicarsi in qualche modo di quella avvenenza ostinata,
le veniva distruggendo a mano a mano colle sue nevicate.
Vestiva infine severamente, di seta a cordelloni, d'un pavonazzo
carico; il seno, coperto bensì fino alla radice del collo, ma non
dissimulato da pieghe, pareva non aver riconosciuto, oltre i trenta,
l'impero degli anni. E la marchesa ne aveva quarantasette, o poco più;
certo i quarantotto non erano anche suonati.
Superbo avanzo del passato, che vince soventi volte al paragone le più
celebrate maraviglie del presente, ella era tuttavia una di quelle
donne a cui tutti offrono il tacito omaggio di un alto stupore. Non è
che si dimentichi l'età; ma ognuno dice in cuor suo: o come può
durarla così? Per verità ci vergogneremmo di confessarlo, e sogliamo
anzi celiare intorno a queste bisarcavole della bellezza; ma dentro di
noi sentiamo verissima quella sentenza che il Guerrazzi pose sulle
labbra d'un paggio innamorato: «non si fa all'amore col calendario
alla mano.» Or dunque, vedendo costei, ognuno diceva: come può ella
trionfare in tal guisa degli anni, che pure s'accrescono a tutti e si
fanno maledettamente sentire? Pari alla famosa Ninon de Lenclos, ha
ella avuto un filtro di giovinezza da un nuovo Fortunio Liceti?
Senonchè, per simili donne il filtro è spesso l'avere poco o punto
patito, l'esser vissute senza affanni di cuore, l'aver goduto senza
turbamento, considerando ed accogliendo felicemente la vita come una
lunga sequela di soddisfazioni. Figlie di Eva, ma più avvedute di lei,
dopo l'insegnamento della cacciata, gustarono il pomo della vita, dopo
averlo diligentemente mondato; bevvero alla coppa del piacere, ma a
sapientissimi sorsi, e cansarono i fumi dell'ebbrezza.
I lettori, rammentando la storia giovanile di Lilla e di Paris
Montalto, ci noteranno di contraddizione. Ma aveva ella amato davvero?
A noi pare più giusto il dire che era stata amata, che aveva ceduto,
ma che subito, poichè non amava da senno, aveva badato a ritrarsi dal
giuoco, ripigliandosi la posta. Tutto è lecito alle donne, e i
giuocatori che lo sanno, le vedono di mal occhio sedersi al tappeto
verde con essi.
E Lilla, che un giorno aveva creduto di amare, ma che non amava da
senno, fu amata, adorata fino alla morte, da un povero esule. Bel
sacrifizio di un nobile cuore ad un idolo muto! Se egli fosse
sopravvissuto al marchese di Priamar se fosse tornato a lei,
finalmente libera, chi sa?... Ma, vivi ambedue, il lontano si
affacciava alla sua mente come la memoria d'un fallo; e quando il
lontano morì, non lo pianse; pregò per lui, e le parve un conto
saldato.
Nè vogliano reputarla cattiva i lettori; umana soltanto, nel senso che
Terenzio ha dato al vocabolo, nient'altro che umana. Era una donna
pentita, nè poteva operare o pensare diverso. Nobilissima com'era, non
si rallegrò; ma tacitamente, quasi istintivamente, senza pure formarsi
un chiaro concetto di ciò che sentiva, adorò in quella morte i decreti
della divina provvidenza, che cancellavano in tal guisa un malaugurato
ricordo. S'era data alle pratiche religiose come ad un rifugio dello
spirito; vi perdurò senza fatica, ingannandosi anche nell'amor divino,
come s'era ingannata nell'amore terreno.
La casa della marchesa di Priamar, come abbiam detto a suo luogo, era
un ritrovo di gente posata, magistrati sputasentenze, dame contegnose,
nobili parrucconi e simiglianti, tra i quali ella regnava, legittima
Aspasia di quel fastoso consorzio. Le smancerie degli abati, le
riguardose tenerezze dei vecchi Alcibiadi, le dicevano che era tenuta
per bella; il che non guasta mai. Le dame anche più apertamente la
decantavano bellissima, poichè non rapiva loro gli amanti, e la sua
vanità femminile aveva largo tributo d'incensi, in quella che la sua
ambizione si esercitava liberamente ne' suoi caritatevoli patrocinii,
ne' suoi misericordiosi maneggi.
Poco dopo il Montalto, anche il marito morì, rendendo alla terra un
corpo pieno di acciacchi e alla marchesa la sua libertà. Vedova, ella
giunse all'età in cui la passione ridotta agli sgoccioli dà l'ultimo
guizzo, e il più vivido, nel cuore della donna più austera per
costume, più fredda per indole; vogliam dire a quello scoglio de'
quarant'anni, tanto più pericoloso per lei, in quanto che la sua
freschezza dimostrava non aver sentito alcun danno dal tempo. Ma il
caso le diede di uscirne vincitrice, custodita come era da quel
contorno di gente sciocca e cerimoniosa, e più ancora dalla sua
medesima vedovanza, stato minaccioso che potrebbe paragonarsi a quelle
fortezze abbandonate, dove il nemico non ardisce di entrare, per
sospetto di agguati, o di mine pronte a scoppiare. Que' prosecutori di
facili conquiste che sono certi zerbinotti, gente che va a cacciare
nelle boscaglie di Pafo col biglietto d'andata e ritorno in tasca, non
si perigliavano sull'orme di una selvaggina che li avrebbe condotti,
Dio sa dove, fors'anco nelle ugne ai guardacaccia dell'Imeneo. Così
ella varcò tranquillamente il tratto pericoloso; girò quel capo delle
tempeste, oltre il quale l'anima che non vi giunse accompagnata è
costretta a rimaner sola per tutto il rimanente del suo viaggio sul
mare della vita.
C'era bensì il Gallegos, l'amante spregiato della prima giovinezza,
pertinace nell'età matura, tanto più ardente quanto più taciturno e
chiuso in sè stesso. Ma lo Spagnuolo, a lei fanciulla increscioso, non
si impadronì più mai del cuor della donna. Tra quelle due anime fu
sempre un abisso; e se le cime apparivano raccostate, il torrente
romoreggiava sempre nel fondo, scavandolo sempre più addentro. I
lettori rammenteranno ciò che la marchesa di Priamar scriveva al
Montalto fin dal 1843: «Quegli che voi chiamate lo Spagnuolo, è in
Genova; sì certamente, ma che importa a me? Egli è qui venuto, ma
colla tonaca nera della Compagnia di Gesù, ch'egli ha indossata da
ott'anni. Ho avuto a parlargli una volta. Egli non è più l'uomo di
prima, nè credo ricordi il passato; ma se ciò pur fosse? Lilla non lo
ha amato mai, lo sapete; ed ora ambedue non amiamo, non adoriamo altro
che Dio. Questo è, io credo, il primo e l'unico punto di contatto che
possano avere le anime nostre.» Ed aveva scritto il vero, e vero
rimase pur sempre. Anche rammentando gli antichi amori dello
Spagnuolo, fors'anco trapelando che non erano spenti, Lilla accolse il
gesuita come un venerabile amico, il quale per tal modo si fece
consigliero ed arbitro in casa sua, ed ella riuscì a non iscorgere
altro in lui che l'amico, a riverirlo come un padre spirituale, in
quella che pur lo temeva, come si temono instintivamente tutti gli
uomini di gran levatura, di troppo gagliarda tempra per l'indole
nostra più mite.
E Bonaventura, frattanto, col suo segreto chiuso nel cuore, portava la
catena ch'egli medesimo s'era imposta votandosi agli ordini
ecclesiastici, e corrucciato di quella immobilità volontaria, ma
altrettanto pauroso di muovere un passo verso di lei, rimaneva muto,
rannuvolato, scontento, sull'orlo dell'abisso.
Triste cosa, facile a dirsi, come il nome scientifico di certe orride
malattie, solo che s'abbia dimestichezza colla struttura dei vocaboli
greci e latini, ma terribile a sentirsi, chi n'abbia dentro di sè la
malnata radice! Vivere, ombra eterna, accanto ad una donna fieramente
amata; non poterle dir nulla: non vedere, non sentir nulla che raggi
da lei e risponda alla fiamma che vi consuma; ardere e sentir freddo
dintorno a voi; la vostra energia sempre viva e gagliarda spandersi da
tutti i pori come un fluido magnetico, ma non poter correre una spanna
più oltre, aggrumarvisi intorno, come il vostro alito denso in una
regione di ghiacci eterni; orribile vita! Forte al cospetto del mondo,
anima nata per comandare altrui, Bonaventura era debole innanzi a
quella donna, non più giovine, già sparsa di rughe accusatrici e di
capelli bianchi alle tempie. Lo spirito del male aveva la sua
punizione in sè stesso. Se lo avessero saputo nel campo nemico!
Scriviamo per lettori i quali intendono questi viluppi del cuore
umano, e non ci fermeremo a distrigarli con sottigliezze psicologiche.
Quell'uomo così fortemente innamorato si struggeva di cogliere in
fallo la donna amata. Che cercava egli? che sperava? Forse un istante
d'ira feroce che gli desse ardimento a ferire un gran colpo, a farle
paura, ad ottenerla colla violenza. Ma quella donna era muta, fredda
invincibile, come una sfinge di granito. Però nell'amore di
Bonaventura a lungo andare, s'era infiltrato l'odio; quel vino
poderoso (ci si consenta il paragone) s'era inacetito nel vaso.
Torturato nel profondo, pigliava un aspro diletto a torturare anche
lei; mancandogli un fallo recente, almanaccava a rintracciarne un
antico. De' suoi amori con Paris Montalto non aveva potuto sincerarsi
mai, e la dolcezza di sale dell'aristocratico annotatore del
Parafulmine lo faceva talvolta sorridere di compassione, tal altra
uscire in maledizioni contro la umana sciocchezza. In quello
spicilegio di errori e di colpe, di debolezze e di nequizie, c'era
ogni cosa, salvo quel tanto che a lui metteva più conto sapere.
Ma il vecchio geloso aveva tutte le sottigliezze dell'inquisitore.
Fiutata la colpa, andò difilato sull'orme; pose a raffronto le date;
seguì il tenue filo delle ricordanze; pronunziò accortamente un nome
d'estinto; notò gli atti e i sospiri; la parola e il silenzio gli
giovarono egualmente. Il ripesco c'era stato; bisognava averne le
prove. E i lettori già sanno in che modo il superstite dei Gesuiti
genovesi, il vendicatore della espulsa compagnia, il capitano dei
neri, tra i segreti dei rossi, tra i lembi scoperti del loro passato
indovinò, e nelle battaglie del suo partito combattendo le sue, giunse
a leggere il grande arcano, così gelosamente custodito fino a quel
giorno nella casa di Lorenzo Salvani.
La sera del 29 giugno, nell'ansia della duplice lotta in cui s'era
impegnato, tra le mille necessità di un'azione previdente e sollecita,
egli non ebbe tempo ad assaporare i frutti della sua triste vittoria.
Ma, per quel tanto che aveva a fare, una scorsa fuggevole al carteggio
di Lilla, bastò. E il suo disegno fu pronto; condurre la marchesa, che
era dama di misericordia, in casa Salvani, e trarne via la fanciulla.
Il colpo era audace; nella mente di un uffiziale della giustizia
sarebbe stato agevole collegarlo con quell'altro dei falsi
carabinieri. Ma Bonaventura era e sapeva d'essere onnipossente in
certe anticamere, dove la legge è soverchiata dalla opportunità. Chi,
degli offesi, avrebbe potuto farsi udire lassù? Chi, dei vendicatori,
avrebbe voluto render giustizia, spontanea, a gente nemica
dell'ordine? Da un pezzo è stato detto, le leggi esser come le
ragnatele, che i moscerini vi restano impigliati, e i mosconi le
sfondano.
Condotta da lui, indettata da lui, la dama di misericordia andò in
quella notte in casa Salvani. Quel che avvenisse, s'indovina. Maria
vide quella donna così austeramente bella, che, senza saperlo, senza
formarsene un concetto nell'animo arrossiva dinanzi a lei; la guardò
lungamente, mentr'ella le parlava con quell'accento soave e lievemente
turbato; nel suo cuore fu un risvegliarsi confuso di sensi ignoti
dapprima; sentì la voce del sangue, e spinta da una virtù
inconsapevole, riparò sotto l'ala materna, senza pensare se ella
avrebbe potuto, se pure avrebbe voluto proteggerla.
Il mattino vegnente, la fanciulla entrava di buon grado nel convento
di San Silvestro, dove la superiora delle Clarisse l'accoglieva come
una raccomandata della marchesa di Priamar, come una povera orfana, la
quale sentisse nell'animo la vocazione di prendere il velo, sotto gli
auspicii di santa Chiara. S'intende che una simigliante vocazione non
era manifestata da Maria. La marchesa, tra mille soavi esortazioni, le
aveva dimostrato il convento come un luogo di rifugio e di
aspettazione. La povera fanciulla era affranta da tutto ciò che le era
avvenuto il giorno innanzi, dai casi di quella notte, e dal non saper
nulla di Lorenzo, dopo il tentativo della sera. Bonaventura aveva
parlato, in sua presenza alla marchesa, di una mischia in piena
regola, di morti e feriti, della presa e dell'abbandono di un fortino,
di prigionieri fatti in gran numero, e la fanciulla aveva sentito
un'acerba stretta al suo cuore, già travagliato da un'ansia febbrile.
Che era egli mai avvenuto di Lorenzo, dell'unico suo protettore,
dell'amico d'infanzia, dell'uomo a cui poche ore innanzi aveva detto
il segreto dell'anima sua? Forse morto; forse in carcere, e condannato
a tristissima fine! Sì davvero, il convento era un rifugio a tanta ad
ineffabile angoscia.
E la marchesa, intanto? Che cosa le aveva detto Bonaventura? Tutto e
nulla. Le sue parole avevano fatto intendere alla marchesa com'egli
fosse consapevole dei natali dell'orfana. Lilla, che, alla vista di
Maria, all'udirne il nome, al considerarne la giovinezza, s'era
fieramente turbata, non ardì chiedere di più. E quando il gesuita,
lasciando cader lentamente le frasi, toccò di alti natali, d'un
segreto domestico di diciott'anni addietro, la nobile dama si fece
tutta di fuoco nel viso, e tremò ch'egli proseguisse. Ma quel primo
assalto bastava per quella volta al gesuita; si morse il labbro, e non
disse più altro.
Quale aspra battaglia combattessero l'amore e lo sdegno nel cuore di
Bonaventura, allorquando egli, raccoltosi finalmente nel silenzio
della sua cameretta, si recò in mano il carteggio di Lilla, non
istaremo a dir noi. Le forti commozioni si accennano, non si
dipingono. Lesse e rilesse quelle pagine ingiallite dal tempo, e si
abbeverò largamente di fiele. Rivide là dentro sè stesso, giovine,
invaghito di quella donna, e posposto al suo nobile rivale. Ma lo
aveva ella amato veramente, il Montalto? No; quella fiammata di
gioventù s'era spenta al partire di lui, e Lilla era andata sposa al
marchese di Priamar senza rimpianto per l'uno, senza amore per
l'altro. E poi.... e poi!... Bonaventura avrebbe fatte in pezzi quelle
pagine, se insieme avesse potuto distruggere quella ebbrezza di sensi
che aveva tratto colei nelle braccia di Paris. Ed ella non lo amava!
Ciò che avvenne di poi, lo dimostrava apertamente. Ma allora, perchè
un altro amore, un'altra sollecitudine, un'altra agonia, veementi del
pari, se non forse di più, non avevano ottenuto uno sguardo da lei,
non avevano scaldato un tratto quel simulacro di donna? A Bonaventura
il raffronto, anche lontano, cuoceva. Un altro! un altro! Non lo ha
amato, lo ha respinto più tardi crudelmente da sè; ma che rileva ciò?
Ella è stata sua un giorno, sua, tutta sua!
E l'amarezza s'era accresciuta in cuore al Gallegos, dopo quella
lettura. Come avrebbe egli incalzata la sua preda? Pregare,
inginocchiarsi, egli, dopo ciò che aveva letto? La odiava troppo, in
quel punto. L'arma terribile gli era venuta alle mani, ma il furore
ond'era invaso, gli impediva di usarla con frutto. Aspettò, ma
fremendo, ruggendo dal profondo del cuore, come un vulcano che stenti
ad erompere. E i fremiti, i ruggiti di quel cuore erano tronche frasi,
lontane allusioni al passato, le quali facevano tremare ad ogni
istante la marchesa di Priamar. La fanciulla che avevano salvata in
due gliene offriva argomento ogni giorno. E Lilla taceva, non chiedeva
mai nulla, nascondendo la sua ansietà sotto le apparenze d'una pietosa
sollecitudine per quella loro protetta, che ella andava a visitar di
sovente, ma senza dirle alcuna di quelle parole in cui si manifesta il
cuor d'una madre; e anch'essa, come il gesuita, non risolvendo mai
nulla.
--Ella si vergogna,--pensava il fiero Spagnuolo;--argomenta ch'io
sappia ogni cosa, ma teme ch'io parli; ama sua figlia, ma trema pel
suo buon nome nel mondo. Animo, dunque, ella è mia.--
Con questo fermo proposito, il padre Bonaventura, un giorno di
settembre, metteva il piede nel salotto della marchesa di Priamar.