Il quale par fatto a posta per servire d'intramessa.
Come un pizzico di sale o di pepe nelle vivande, così un miccino,
un'ombra di prepotenza nelle cose di questo mondo, non guasta mai,
quando (ci s'intende) le siano condite di giustizia.
La violenza da sola fa il male, e non altro; la libertà fa il bene,
gli è vero, ma da sola non basta; perchè non metterle uno zinzino di
forza in aiuto? La forza è il braccio destro della giustizia, il
braccio che picchia. Dove il nemico sta fermo in agguato, bisogna
combattere. A chi assale, si potrà sempre rispondere: ragioniamo?
Persuaderemo il male a morire di morte volontaria, e senza trarre un
colpo sulle nostre file? Ogni cosa nel mondo procede per via di azione
e riazione; la vita istessa si appalesa in questo modo, per diastole e
sistole. Colla ragione ridurremo il nemico in più stretti confini;
colla ragione gli toglieremo i suoi alleati; ma colla forza bisognerà
dargli il tracollo; la giustizia dovrà far capo alle armi, l'acciaio
rispondere all'acciaio.
Nel caso nostro, come avrebbe potuto il Giuliani venire in chiaro di
quella trama tenebrosa, senza un miccino di prepotenza? Far capo alle
leggi? Ottimamente; ma come, se i custodi della giustizia giravano nel
manico? Quello non era tempo da sillogismi; la forza occorreva. E i
Templarii ne usarono parcamente, come si è potuto vedere. La rivoltina
cadde a tempo dalle mani del briccone; per farlo parlare ci volevano
quelle medesime argomentazioni __ad hominem__ che già lo avevano
disarmato. Fu grave il modo; ma, lo ha detto il proverbio: a mali
estremi, estremi rimedii.
Il cominciamento fu felicissimo, poichè la medesima notte in cui
l'Assereto narrava l'accaduto agli amici, eglino avevano in mano il
bandolo della matassa, mercè la confessione del Bello. Il resto andò
più lentamente, per quelle tali ragioni che governano ogni cosa di
questo mondo, e fanno maturar tutto col tempo e colla paglia, come le
nespole. La nostra storia è umana, nè può dipartirsi da queste leggi
naturali.
I Templarii, che furono nella odierna società genovese un breve ma
efficace esempio di ciò che possano dodici volontà associate, messero
in moto tutti i congegni della loro operosità, e il segreto lavoro del
gesuita fu prontamente scoperto. Scoprire era già un aver vinto a
mezzo; doveva fare il resto l'astuzia, opponendo stratagemma a
stratagemma, imboscata ad imboscata.
Sventuratamente, tutto ciò non salvava Lorenzo, non valeva a rilevarlo
dall'abisso. I segugi di palazzo Ducale l'ormavano, come uno de'
congiurati, quantunque nessuna testimonianza fosse contro di lui e
tutti gl'imprigionati della famosa notte, richiesti dai giudici
intorno a lui, avessero fatto prudentemente lo gnorri. Ma ciò non
sapeva egli, e ad ogni modo, poichè in Genova lo avrebbero còlto, egli
non doveva tornarci.--Del resto, a che pro? (gli diceva l'Assereto).
Nè a torto nè a ragione, non lasciar che ti mettano in prigione.--Così
rimaneva fuor di città, nei pressi di Bolzaneto, ma senza uscire di
casa; prima, perchè lo stato dell'animo suo non era da andar
girelloni, poi perchè era la stagione della villeggiatura, e ad uscir
fuori c'era pericolo che la gente chiacchierina lo adocchiasse, e
allora non c'era più scampo.
--Non ti fidare dei ciarlieri di buona fede,--gli diceva l'amico,
portando sassi al Bisagno e campane a Genova.--I signori di palazzo
Ducale ci fanno molto assegnamento, su questa classe di galantuomini.
Uno solo di questi linguacciuti fa migliore ufficio che non una
dozzina di spie.--
E Lorenzo, tra per arrendevolezza e per naturale desiderio, rimaneva
chiuso, non pure in casa, ma in camera; svigorito, scorato, come sarà
facile intendere, e col rammarico di vivere alle spese dell'Assereto,
il quale, se era ricco di cuore, non era altrimenti ricco di borsa.
Ma egli avvenne che un giorno, essendo andato a visitarlo, e vedutolo
così giù dell'animo, Aloise gli profferse, con quella amorosa cortesia
che non patisce rifiuti, più sicura e più libera ospitalità nel suo
castello di Montalto, che, come i lettori rammentano, era posto in
cima ad una di quelle tante gole di monti che fiancheggiano la
Polcevera.
--Andatevene alla Montalda!--gli disse.--È una rocca solitaria, una
vera bicocca ascosa tra i greppi, ultimo ricordo de' miei maggiori.
Colà son nato; colà è sepolta mia madre. Quando son triste me ne vado
lassù. Dovrei andarci piuttosto quando son lieto, per temperare la
baldanza delle illusioni, e misurare dall'alto il nulla delle umane
speranze. Ma che volete? siam fatti così. Perchè non vengo da voi
quando son gaio, quando il futuro mi arride pieno di dolci promesse?
Perchè, quando son mesto, come oggi, invilito, sento il bisogno di
venire a passar due ore con voi? Eppure vi amo, Lorenzo, e so che la
vostra amicizia è più schietta, più salda, di tanti rapimenti del
cuore.... Ma lasciamo stare le mie malinconie; parliamo delle vostre.
Lassù sarete triste a vostro bell'agio. Il luogo non è gaio, di fatto.
Ma almeno voi non intisichirete, come in questa clausura; ma almeno
potrete correre a vostra posta, al cielo aperto, quando il soverchio
dell'amarezza, rompendo dal cuore, vi spingerà le maledizioni sul
labbro, vano sfogo della creatura che soffre. Ed anche la forza del
maledire vi verrà meno lassù, poichè sarete vicino alla tomba di una
donna, la quale è vissuta come una martire, ed è morta come una santa,
e voi l'avrete esempio continuo ne' travagli dell'anima, e le direte
che suo figlio non è molto più lieto di voi.--
Lorenzo non aveva mai udito il suo amico Aloise parlargli in tal
guisa. Il marchese di Montalto era cortese, ma severo di modi,
affettuoso ne' suoi discorsi, ma riguardoso ad un tempo. Qual
rammarico era il suo, che lo rendeva così subitamente espansivo?
Lorenzo non istette a cercarlo; ma in atto di andare incontro a quella
mestizia, mentre tacitamente accettava la profferta dell'amico, gli
disse:
--Perchè non verreste anche voi, Aloise?--
A quelle parole il giovine trasse un sospiro, chinò il capo e fece
scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che cerchi di
scacciare un pensiero molesto.
--Oh perdonate!--soggiunse tosto il Salvani, che ben si accorgeva di
aver toccato una piaga.
--Nulla, nulla!--rispose il Montalto.--Debbo rimanere a Genova, per
tante cose e nessuna. La vita di città ci tiene legati per mille fili
sottilissimi, che non si possono romper tutti ad un tratto. Ciò mi fa
ricordare di quel povero Gulliver, quando capitò nella terra di
Lilliput, e, addormentatosi sulla riva deserta, si svegliò così
strettamente legato da migliaia di crini, come se avesse avuto i polsi
stretti da gomene fermate al terreno. E poi, chi sa? dovrò anche andar
fuori, in Francia, o in Germania; ma questo vi posso promettere, che
verrò più tardi a farvi compagnia, e sarà una festa per me.--
Quel medesimo giorno, salutato l'Assereto, che era sopraggiunto in
quel mezzo e aveva rincalzato de' suoi consigli le profferte di
Aloise, il nostro Lorenzo si avviò per le colline fino alla Montalda,
chiedendo a sè stesso che cosa potesse aver reso così triste quel
giovine, il quale era parso tanto felice, dedito com'era a tutti i
fastosi passatempi de' suoi pari, e non d'altro curante che delle sue
cavalcate, de' suoi patrizii ritrovi e delle sue superbe fatiche
d'automedonte.
--Ognuno ha la sua croce!--pensava Lorenzo in quella che andava
lentamente per l'erta su cui era murato il castello.--Niente manca ad
Aloise, per esser felice; gioventù, bellezza, nobiltà di sangue, e
quella agiatezza in cui risiede l'indipendenza, la bella indipendenza,
che solo intende ed apprezza chi l'ha perduta, ma di cui tuttavia gode
i benefizi chi l'ha. Ed egli è triste, e si paragona a me nel dolore.
Ama egli forse?... Amare, soffrire, navigar per mare in tempesta senza
scorgere il porto, naufragare senza una vela all'orizzonte che dia
speranza di aiuto!--
E il pensiero di Lorenzo tornava a Maria. Dov'era Maria? Come aveva
potuto lasciare la casa che era pur sua? Egli ben sentiva di amarla,
quella casta fanciulla, fatta donna dal dolore. Perchè veramente era
stato un momento d'angoscia suprema, quello che a lei, innocente
creatura, aveva strappato dalle labbra il segreto inavvertito
dell'anima, e a lui rischiarati di una luce improvvisa i più riposti
penetrali del cuore. La santa tenerezza di due vite non affratellate
dalla comunanza del sangue, può rimanere come un abisso invarcabile
per esse, fino a tanto che duri, colla calma usata degli eventi, la
rispettosa consuetudine. Ma viene il tremuoto a scuotere dal profondo
la terra, e l'abisso incontanente si colma; una sventura, tremuoto
dell'anima, rompe i vincoli della consuetudine, e l'amore trabocca
nell'ossequio, lo copre, lo compenetra nel suo torrente di lava. Tutto
ciò era accaduto; la tenerezza aveva ceduto il luogo all'amore. E quel
giorno medesimo che doveva schiudere un nuovo orizzonte a quelle due
vite, mostrar loro nella unione l'indirizzo a quella felicità di cui
erano sì degne, quel giorno medesimo le aveva separate, divelte
violentemente l'una dall'altra. Egli ramingo; ella perduta per lui.
Povero Salvani! povero gladiatore ferito! egli non si alzava
altrimenti sulle ginocchia, che per ricadere da capo.
Questi pensieri lo accompagnarono fino alla meta del suo viaggio, dove
gli si parò davanti agli occhi un palazzotto quadrato, sullo stile del
cinquecento, colla sua torre da un fianco, e la sua cappella
dall'altro, aggiunta del secolo decimo settimo, come era facile
argomentare dai fregi barocchi della facciata. Un piazzale partito ad
aiuole di giardino, e ornato di spalliere di aranci e limoni, correva
sulla fronte dell'edifizio. Tutt'intorno, la collina era coltivata, e
i ciglioni delle fruttaglie, coperte di pampini, mostravano che il
dilettevole era stato sacrificato all'utile dai signori del luogo. Per
compenso a questa usurpazione agricola, un bosco foltissimo di
castagni si distendeva alle spalle del palazzotto, a cui serviva di
cornice, ed esso medesimo appariva incorniciato, sui lembi lontani
della costa, da una doppia selva di pini, roveri, frassini, corbezzoli
e di ogni altra maniera di piante, che vivono in facile compagnia
sulle nostre montagne ligustiche.
In altri tempi la Montalda doveva essere stata una bella dimora, ma
sempre di molto severa apparenza. E assai più severa, quasi selvaggia,
appariva allora agli occhi di Lorenzo Salvani, a cagione della lunga
trascuranza de' suoi signori, e dello squallore che sempre tien dietro
alla solitudine. Le persiane tutte chiuse, mostravano per due ordini
il loro verde sbiadito; anche la tinta giallognola della facciata, qua
e là macchiata dagli sgoccioli nerastri delle finestre, accusava per
molte bianche sfaldature dell'intonaco i suoi lunghi anni di servizio.
Un vecchio dalla pelle rugosa, dall'aspetto severo come e forse più
del palazzo, levò il capo, all'avvicinarsi di Lorenzo, dal mezzo
d'un'aiuola, e si fece innanzi, col sarchiello in una mano e il
cappello nell'altra, ad ossequiare sua Eccellenza. Senonchè, come gli
fu dappresso, vedutolo bruno e non biondo, poi meno aitante della
persona che non fosse Aloise, ammutolì, chiedendogli col gesto che
cosa volesse lassù.
Lorenzo, precorrendo quel gesto, aveva già cavato di tasca una
lettera.
--È qui l'Antonio?--diss'egli.
--Antonio son io,--rispose il vecchio.
Il Salvani gli porse allora la lettera, che egli con molto rispetto,
ma con altrettanta prontezza, si fece a leggere, non senza meraviglia
del giovine, che lo vedeva correre così spedito da un verso all'altro
dello scritto, come uno de' più esercitati lettori. Veramente,
all'aspetto pareva uno zotico villanzone; ma egli era come le
melagrane, le quali non hanno di ruvido che la buccia, e celano a
centinaia i rubini nel grembo. Nato alla Montalda, Antonio era il più
fidato servitore dei castellani; e quando la marchesa di Montalto,
morto il marito, si ritrasse a vivere lassù, egli, vecchio arnese
della casa, egli che aveva palleggiato sulle sue braccia Aloise
bambino, egli che aveva aiutato a rinchiudere nella sua cassa di
piombo il marchese Alessandro, egli era rimasto il servo confidente
della marchesa Eugenia, egli aveva assistito al lento struggersi di
quella santa vittima di un triste Imeneo.
Letta la lettera, che era, come già s'è indovinato, del marchese di
Montalto, il vecchio accennò rispettosamente a Lorenzo di seguirlo;
quindi, deposto il sarchiello sul ciglio dell'aiuola, lo precedette
nel palazzo, spiccò da un chiodo un mazzo di chiavi e salì al primo
piano, dov'era una gran sala, le cui alte pareti erano ornate di
vecchi ritratti. Tali almeno parvero a Lorenzo, che poco poteva
discernerli in quella scarsa luce vespertina che trapelava delle
imposte chiuse.
Sempre taciturno, il vecchio gastaldo andò verso un uscio in capo alla
sala, e apertolo, si ritrasse per dare il passo all'ospite. Era colà
il quartierino di Aloise, che faceva riscontro a quello di sua madre,
posto dall'altro lato della sala. Un'anticamera, uno studio, la camera
da letto e lo spogliatoio, formavano quel piccolo appartamento,
arredato con una severa semplicità che piacque a Lorenzo, il quale
amava molto le vecchie masserizie, e non poteva mandar giù il fasto
degli arredi, se non era passato per la trafila di due secoli almeno.
Colà si ridusse Lorenzo; e il giorno di poi la sua tristezza s'era già
cosiffattamente accomodata a quella solitudine, come se egli non
avesse avuto altra dimora da un anno. Egli si avvezzò ad Antonio,
Antonio a lui; l'uno e l'altro senza barattar parole, salvo nei casi
di vera necessità.
Il vecchio scendeva di buon mattino sul piazzale per curare i fiori
della marchesa. Così era uso di fare quando ella viveva; così
seguitava a fare, dopo la morte di lei. Sarchiava, annaffiava,
seminava a suo tempo, ma sempre le medesime specie, e coglieva ad ogni
stagione i medesimi fiori. In una sola cosa era mutato il costume,
poichè Antonio, colti i suoi fiori, in cambio di portarli nella sala
da lavoro della marchesa, li portava in cappella, e li disponeva in
due vasi di cristallo a' piè della tomba. E tutti i giorni così; un
automa non avrebbe fatto meglio il suo periodico uffizio.
Si è mattinieri in campagna; mattiniero tra tutti colui che un'interna
cura affatica, rendendogli molesta la tranquillità del riposo. Lorenzo
era desto coll'alba; pochi minuti dopo, come un'ombra pallida sul
limitare della tomba, si affacciava al portone, dove ancora non
giungevano i primi raggi del sole, e donde gli era dato ogni giorno
vedere il vecchio, che, più mattiniero di lui, già stava a curare i
fiori della morta signora. Quello spettacolo divenne in pochi dì una
consuetudine, e la consuetudine portò l'imitazione.
Ciò avvenne senza mestieri d'intesa, dopo uno di quei saluti che
l'ospite e il custode della Montalda barattavano tra loro, come due
monaci della Trappa. Antonio coglieva ciocche d'elitropio da un lato:
Lorenzo si fece a cogliere amorini dall'altro, precorrendo coll'opera
sua la fatica che gli aveva veduto fare ogni dì. Antonio, la prima
volta che il signor Salvani si adoperò in tal modo a dargli una mano,
si volse a lui e stette, tra attonito e scontento, a guardarlo: forse
voleva dirgli di smettere, che quello era affar suo, tutto, suo; ma
poi, fosse il ricordo che quello era l'ospite del padrone, o il
pensiero che cortesia non merita villania, si tenne le parole nel
gozzo, e si contentò della sua mezza fatica. Neppure si dolse che
Lorenzo lo accompagnasse alla cappella col suo fascio di fiori; ma
parve gradire l'atto riguardoso del giovane, che lasciò a lui la cura
di mettere i fiori a mazzo e di collocarli in mostra, pago del più
umile ufficio di togliere i vizzi e di rinnovar l'acqua ne' due vasi
di cristallo.
--Erano i suoi!--disse Antonio, accennando i vasi che lui porgeva il
suo nuovo aiutante. In quelle tre parole, che chiamavano in mezzo a
loro la memoria della marchesa era la consacrazione di quell'aiuto che
a prima giunta gli era parso una usurpazione de' suoi diritti.
D'allora in poi quell'uffizio mattutino fu sempre fatto in comune.
Altre ragioni di ravvicinamento e di conversazione non erano tra loro.
Buon giorno e buona sera, secondo le ore; la frase sacramentale: «il
signore è servito» all'ora della colazione e a quella del desinare; e
ogni cosa era detta. Lorenzo non comandava mai nulla; assaggiava a
mala pena i cibi ammanniti da una vecchia fante tornata contadina, che
pure ricordandosi di aver servito in casa Montalto, la pretendeva a
cuoca; e subito a correre pe' monti, come una fiera. Più e più volte
occorse che egli dimenticasse il desinare, ritornando con le ombre
della notte al palazzo. Allora si metteva a tavola, e mandava giù,
senza pure addarsene, il pranzo raffreddato. «Povero signorino!»
diceva la cuoca, e almanaccava le disgrazie che avevano potuto ridurlo
in quello stato; Antonio lo serviva senza far motto; la mestizia
dell'ospite pareva ai custode la cosa più naturale del mondo.
La selvaggia orridezza di que' monti piaceva a Lorenzo; o, per dire
più veramente, il suo spirito, non turbato da contrasti di allegra
prospettiva, spaziava liberamente, naufragava a sua posta in quella
profonda tristezza di natura. Vagava senza proposito qua e là; le
membra si muovevano; la mente era altrove, o giaceva offuscata,
istupidita da quel rovescio d'immeritate sventure.
Le sue corse quotidiane giungevano fino ad una balza che signoreggiava
la valle e le circostanti costiere, e donde il palazzotto dei Montalto
appariva come un masso bianchiccio rovinato da una di quelle alpestri
sommità e arrestato a mezzo il suo cammino precipitoso da una
anfrattuosità del terreno. Lassù rimaneva lunghe ore, inerte,
smemorato, colle braccia raccolte sul petto e gli occhi fissi nel
lontano orizzonte. Spesso egli era ancora lassù, in quella postura, al
cader della notte, e pareva la statua dello stupore; il contadino che
avesse veduto da lontano, nel ricondursi al suo casolare, quella
immobile figura nereggiante di rincontro alla pallida luce della sera,
avrebbe fatto il segno della croce ed affrettato il passo per la via
solitaria, come nei pressi d'un camposanto, o d'una casupola
diroccata, asilo di folletti e di streghe.
L'Assereto andava qualche volta a vederlo, in que' ritagli di tempo
che gli erano lasciati dalle cure della settimana. Anche il Giuliani
era stato un giorno alla Montalda, per udire da Lorenzo alcuni
particolari intorno al segreto dei natali di Maria, e raccontargli
quel che sapeva, e quel che aveva in mente di fare. Ma le notizie che
potessero ridonar la vita al solitario erano scarse. Dopo la scoperta
dei Templarii non c'era più stato nulla di nuovo, salvo che la
fanciulla, come il Giuliani aveva argomentato, era chiusa in un
monastero. E questo aveva risaputo Aloise, per un discorso fatto a
caso dalla marchesa Ginevra, la quale, come si è detto, aveva una zia
a San Silvestro, e andava di tanto in tanto a visitarla. Ma egli non
aveva potuto dicevolmente insistere colle domande, nè chiederle il suo
patrocinio e la sua intromissione in quel negozio; gli bastava aver
saputa la cosa, e la riferiva agli amici.
Un pensiero era balenato alla mente del Giuliani; presentarsi alla
dama del carteggio; entrarle della giovinetta rapita; parlare al suo
cuore, e la mercè di quella alleanza finir la guerra d'un tratto. Ma
il disegno era più che ardito, temerario. Come lo avrebbe accolto la
vedova marchesa di Priamar? Dato il caso che, con un pretesto
difficile a trovarsi, egli avesse potuto giungere fino a lei, come
avrebbe potuto entrare in materia senza farla arrossire, e senza farsi
mettere alla porta? Offendeva una donna; non raggiungeva l'intento;
lasciava argomentare che il segreto era scoperto, e ciò poteva tornare
a maggior danno per la sventurata fanciulla. Il concetto era gramo, e
bisognò rinunziarvi.
Ma l'ardito Giuliani non volle darsi per vinto. Egli ne pensò un'altra
più strana a gran pezza, che fe' crollar mestamente il capo a Lorenzo.
Pareva impossibile, e forse era; comunque fosse, conduceva per le
lunghe; ma ci aveva questo di buono, che era l'unica, e non guastava
nessun altro disegno migliore che si potesse immaginare in processo di
tempo. Con questo spediente, disse il Giuliani, mettiamo un piede
nella piazza. Le sacre carte c'insegnano di quanto aiuto tornasse alle
armi di Giosuè che Raab dimorasse di costa alle mura di Gerico.
Intanto, due mesi trascorsero. Erano già tre, dopo il 29 di giugno, e
non c'era nulla di fatto. Aloise era andato a Parigi, ombra pedissequa
della marchesa Ginevra, che aveva fatto quella gita in compagnia del
marito. Il Giuliani attendeva al suo disegno, che faceva assai poco
cammino, e sebbene si consolasse col proverbio «chi va piano va sano»
non poteva ritenersi dal ricordare la giunta «ma va poco lontano» che
pur troppo ne tempera l'efficacia.
E in quel mezzo il povero Lorenzo ammalò. La febbre lo ardeva, e fu
per morirne. Il delirio gli rappresentava sformati, intrecciati in
mille guise, gli eventi della triste sua vita. Scorgeva Maria, l'amata
Maria, costretta da una madre snaturata a prendere il velo; il
Collini, il gesuita, il Ceretti e tutte le ombre nere del suo passato
gli danzavano intorno, chiudendogli l'adito al santuario dove si stava
consumando il sacrifizio della sua povera bella, che indarno tendeva
le palme a lui ed al cielo. E quelle ombre gli si stringevano intorno,
lo soffocavano; nelle loro sghignazzate beffarde s'andavano perdendo
le ultime fievoli strida della vittima, che egli non vedeva già più.
Sgomentito, si rannicchiava, tentava ritrarsi indietro, facendosi
schermo colle mani da que' ceffi ribaldi, il cui alito infuocato gli
frizzava sul volto. Rompeva allora, in uno sforzo supremo, quella
cerchia di nemici; fuggiva, sentendoli incalzare alle spalle, e cadeva
trafelato sulla soglia d'un cimitero, donde suo padre e sua madre,
pallidi fantasmi usciti pur mo' dalla tomba, gli stendevano le braccia
amorose.--È questi mio figlio?--diceva la morta, stringendolo al
seno.--E donde tante ferite, tante lividure, su questo povero corpo?
Vieni, figliuol mio, angelo mio, vieni; il letto che tu hai composto
a' tuoi genitori è largo abbastanza per tre. Qui, come il dì che sei
nato, riposerai sul seno di tua madre.--
Il morbo e la natura lottarono con varia fortuna; finalmente la natura
la vinse. Ma la convalescenza fu lunga, e Lorenzo Salvani non tornò
altrimenti nella pienezza delle sue facoltà, che per un largo periodo
di torpore intellettuale. Il giorno che si svegliò da quel letargo e
ravvisò la sua cameretta, vide Aloise seduto al suo capezzale, ma così
scombuiato, che a prima giunta credette gli tornassero innanzi i
fantasmi del suo lungo delirio.
Aloise si curvò sopra di lui, e lo chiamò soavemente per nome.
--Ah, siete dunque voi, Aloise?--disse
l'infermo.--Tornato?...
--Sì, da otto giorni, e rimarrò con voi fino a tanto non uscirete a
respirare all'aperto.
--Siete mutato, Aloise; non vi riconoscevo più....
--Non parliamo di me!--rispose l'amico.--Già ve lo dissi, Lorenzo;
triste come voi; e le mie amarezze, come le vostre, sono di quelle che
a rimestarle inaspriscono.--
Due grosse lagrime tremarono sugli occhi dell'infermo, e scesero a
rigargli le guance. Aloise chinò la fronte e nascose il volto sulla
sponda del letto; anch'egli piangeva.