XII.

Il quale par fatto a posta per servire d'intramessa.

Come un pizzico di sale o di pepe nelle vivande, così un miccino,

un'ombra di prepotenza nelle cose di questo mondo, non guasta mai,

quando (ci s'intende) le siano condite di giustizia.

La violenza da sola fa il male, e non altro; la libertà fa il bene,

gli è vero, ma da sola non basta; perchè non metterle uno zinzino di

forza in aiuto? La forza è il braccio destro della giustizia, il

braccio che picchia. Dove il nemico sta fermo in agguato, bisogna

combattere. A chi assale, si potrà sempre rispondere: ragioniamo?

Persuaderemo il male a morire di morte volontaria, e senza trarre un

colpo sulle nostre file? Ogni cosa nel mondo procede per via di azione

e riazione; la vita istessa si appalesa in questo modo, per diastole e

sistole. Colla ragione ridurremo il nemico in più stretti confini;

colla ragione gli toglieremo i suoi alleati; ma colla forza bisognerà

dargli il tracollo; la giustizia dovrà far capo alle armi, l'acciaio

rispondere all'acciaio.

Nel caso nostro, come avrebbe potuto il Giuliani venire in chiaro di

quella trama tenebrosa, senza un miccino di prepotenza? Far capo alle

leggi? Ottimamente; ma come, se i custodi della giustizia giravano nel

manico? Quello non era tempo da sillogismi; la forza occorreva. E i

Templarii ne usarono parcamente, come si è potuto vedere. La rivoltina

cadde a tempo dalle mani del briccone; per farlo parlare ci volevano

quelle medesime argomentazioni __ad hominem__ che già lo avevano

disarmato. Fu grave il modo; ma, lo ha detto il proverbio: a mali

estremi, estremi rimedii.

Il cominciamento fu felicissimo, poichè la medesima notte in cui

l'Assereto narrava l'accaduto agli amici, eglino avevano in mano il

bandolo della matassa, mercè la confessione del Bello. Il resto andò

più lentamente, per quelle tali ragioni che governano ogni cosa di

questo mondo, e fanno maturar tutto col tempo e colla paglia, come le

nespole. La nostra storia è umana, nè può dipartirsi da queste leggi

naturali.

I Templarii, che furono nella odierna società genovese un breve ma

efficace esempio di ciò che possano dodici volontà associate, messero

in moto tutti i congegni della loro operosità, e il segreto lavoro del

gesuita fu prontamente scoperto. Scoprire era già un aver vinto a

mezzo; doveva fare il resto l'astuzia, opponendo stratagemma a

stratagemma, imboscata ad imboscata.

Sventuratamente, tutto ciò non salvava Lorenzo, non valeva a rilevarlo

dall'abisso. I segugi di palazzo Ducale l'ormavano, come uno de'

congiurati, quantunque nessuna testimonianza fosse contro di lui e

tutti gl'imprigionati della famosa notte, richiesti dai giudici

intorno a lui, avessero fatto prudentemente lo gnorri. Ma ciò non

sapeva egli, e ad ogni modo, poichè in Genova lo avrebbero còlto, egli

non doveva tornarci.--Del resto, a che pro? (gli diceva l'Assereto).

Nè a torto nè a ragione, non lasciar che ti mettano in prigione.--Così

rimaneva fuor di città, nei pressi di Bolzaneto, ma senza uscire di

casa; prima, perchè lo stato dell'animo suo non era da andar

girelloni, poi perchè era la stagione della villeggiatura, e ad uscir

fuori c'era pericolo che la gente chiacchierina lo adocchiasse, e

allora non c'era più scampo.

--Non ti fidare dei ciarlieri di buona fede,--gli diceva l'amico,

portando sassi al Bisagno e campane a Genova.--I signori di palazzo

Ducale ci fanno molto assegnamento, su questa classe di galantuomini.

Uno solo di questi linguacciuti fa migliore ufficio che non una

dozzina di spie.--

E Lorenzo, tra per arrendevolezza e per naturale desiderio, rimaneva

chiuso, non pure in casa, ma in camera; svigorito, scorato, come sarà

facile intendere, e col rammarico di vivere alle spese dell'Assereto,

il quale, se era ricco di cuore, non era altrimenti ricco di borsa.

Ma egli avvenne che un giorno, essendo andato a visitarlo, e vedutolo

così giù dell'animo, Aloise gli profferse, con quella amorosa cortesia

che non patisce rifiuti, più sicura e più libera ospitalità nel suo

castello di Montalto, che, come i lettori rammentano, era posto in

cima ad una di quelle tante gole di monti che fiancheggiano la

Polcevera.

--Andatevene alla Montalda!--gli disse.--È una rocca solitaria, una

vera bicocca ascosa tra i greppi, ultimo ricordo de' miei maggiori.

Colà son nato; colà è sepolta mia madre. Quando son triste me ne vado

lassù. Dovrei andarci piuttosto quando son lieto, per temperare la

baldanza delle illusioni, e misurare dall'alto il nulla delle umane

speranze. Ma che volete? siam fatti così. Perchè non vengo da voi

quando son gaio, quando il futuro mi arride pieno di dolci promesse?

Perchè, quando son mesto, come oggi, invilito, sento il bisogno di

venire a passar due ore con voi? Eppure vi amo, Lorenzo, e so che la

vostra amicizia è più schietta, più salda, di tanti rapimenti del

cuore.... Ma lasciamo stare le mie malinconie; parliamo delle vostre.

Lassù sarete triste a vostro bell'agio. Il luogo non è gaio, di fatto.

Ma almeno voi non intisichirete, come in questa clausura; ma almeno

potrete correre a vostra posta, al cielo aperto, quando il soverchio

dell'amarezza, rompendo dal cuore, vi spingerà le maledizioni sul

labbro, vano sfogo della creatura che soffre. Ed anche la forza del

maledire vi verrà meno lassù, poichè sarete vicino alla tomba di una

donna, la quale è vissuta come una martire, ed è morta come una santa,

e voi l'avrete esempio continuo ne' travagli dell'anima, e le direte

che suo figlio non è molto più lieto di voi.--

Lorenzo non aveva mai udito il suo amico Aloise parlargli in tal

guisa. Il marchese di Montalto era cortese, ma severo di modi,

affettuoso ne' suoi discorsi, ma riguardoso ad un tempo. Qual

rammarico era il suo, che lo rendeva così subitamente espansivo?

Lorenzo non istette a cercarlo; ma in atto di andare incontro a quella

mestizia, mentre tacitamente accettava la profferta dell'amico, gli

disse:

--Perchè non verreste anche voi, Aloise?--

A quelle parole il giovine trasse un sospiro, chinò il capo e fece

scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che cerchi di

scacciare un pensiero molesto.

--Oh perdonate!--soggiunse tosto il Salvani, che ben si accorgeva di

aver toccato una piaga.

--Nulla, nulla!--rispose il Montalto.--Debbo rimanere a Genova, per

tante cose e nessuna. La vita di città ci tiene legati per mille fili

sottilissimi, che non si possono romper tutti ad un tratto. Ciò mi fa

ricordare di quel povero Gulliver, quando capitò nella terra di

Lilliput, e, addormentatosi sulla riva deserta, si svegliò così

strettamente legato da migliaia di crini, come se avesse avuto i polsi

stretti da gomene fermate al terreno. E poi, chi sa? dovrò anche andar

fuori, in Francia, o in Germania; ma questo vi posso promettere, che

verrò più tardi a farvi compagnia, e sarà una festa per me.--

Quel medesimo giorno, salutato l'Assereto, che era sopraggiunto in

quel mezzo e aveva rincalzato de' suoi consigli le profferte di

Aloise, il nostro Lorenzo si avviò per le colline fino alla Montalda,

chiedendo a sè stesso che cosa potesse aver reso così triste quel

giovine, il quale era parso tanto felice, dedito com'era a tutti i

fastosi passatempi de' suoi pari, e non d'altro curante che delle sue

cavalcate, de' suoi patrizii ritrovi e delle sue superbe fatiche

d'automedonte.

--Ognuno ha la sua croce!--pensava Lorenzo in quella che andava

lentamente per l'erta su cui era murato il castello.--Niente manca ad

Aloise, per esser felice; gioventù, bellezza, nobiltà di sangue, e

quella agiatezza in cui risiede l'indipendenza, la bella indipendenza,

che solo intende ed apprezza chi l'ha perduta, ma di cui tuttavia gode

i benefizi chi l'ha. Ed egli è triste, e si paragona a me nel dolore.

Ama egli forse?... Amare, soffrire, navigar per mare in tempesta senza

scorgere il porto, naufragare senza una vela all'orizzonte che dia

speranza di aiuto!--

E il pensiero di Lorenzo tornava a Maria. Dov'era Maria? Come aveva

potuto lasciare la casa che era pur sua? Egli ben sentiva di amarla,

quella casta fanciulla, fatta donna dal dolore. Perchè veramente era

stato un momento d'angoscia suprema, quello che a lei, innocente

creatura, aveva strappato dalle labbra il segreto inavvertito

dell'anima, e a lui rischiarati di una luce improvvisa i più riposti

penetrali del cuore. La santa tenerezza di due vite non affratellate

dalla comunanza del sangue, può rimanere come un abisso invarcabile

per esse, fino a tanto che duri, colla calma usata degli eventi, la

rispettosa consuetudine. Ma viene il tremuoto a scuotere dal profondo

la terra, e l'abisso incontanente si colma; una sventura, tremuoto

dell'anima, rompe i vincoli della consuetudine, e l'amore trabocca

nell'ossequio, lo copre, lo compenetra nel suo torrente di lava. Tutto

ciò era accaduto; la tenerezza aveva ceduto il luogo all'amore. E quel

giorno medesimo che doveva schiudere un nuovo orizzonte a quelle due

vite, mostrar loro nella unione l'indirizzo a quella felicità di cui

erano sì degne, quel giorno medesimo le aveva separate, divelte

violentemente l'una dall'altra. Egli ramingo; ella perduta per lui.

Povero Salvani! povero gladiatore ferito! egli non si alzava

altrimenti sulle ginocchia, che per ricadere da capo.

Questi pensieri lo accompagnarono fino alla meta del suo viaggio, dove

gli si parò davanti agli occhi un palazzotto quadrato, sullo stile del

cinquecento, colla sua torre da un fianco, e la sua cappella

dall'altro, aggiunta del secolo decimo settimo, come era facile

argomentare dai fregi barocchi della facciata. Un piazzale partito ad

aiuole di giardino, e ornato di spalliere di aranci e limoni, correva

sulla fronte dell'edifizio. Tutt'intorno, la collina era coltivata, e

i ciglioni delle fruttaglie, coperte di pampini, mostravano che il

dilettevole era stato sacrificato all'utile dai signori del luogo. Per

compenso a questa usurpazione agricola, un bosco foltissimo di

castagni si distendeva alle spalle del palazzotto, a cui serviva di

cornice, ed esso medesimo appariva incorniciato, sui lembi lontani

della costa, da una doppia selva di pini, roveri, frassini, corbezzoli

e di ogni altra maniera di piante, che vivono in facile compagnia

sulle nostre montagne ligustiche.

In altri tempi la Montalda doveva essere stata una bella dimora, ma

sempre di molto severa apparenza. E assai più severa, quasi selvaggia,

appariva allora agli occhi di Lorenzo Salvani, a cagione della lunga

trascuranza de' suoi signori, e dello squallore che sempre tien dietro

alla solitudine. Le persiane tutte chiuse, mostravano per due ordini

il loro verde sbiadito; anche la tinta giallognola della facciata, qua

e là macchiata dagli sgoccioli nerastri delle finestre, accusava per

molte bianche sfaldature dell'intonaco i suoi lunghi anni di servizio.

Un vecchio dalla pelle rugosa, dall'aspetto severo come e forse più

del palazzo, levò il capo, all'avvicinarsi di Lorenzo, dal mezzo

d'un'aiuola, e si fece innanzi, col sarchiello in una mano e il

cappello nell'altra, ad ossequiare sua Eccellenza. Senonchè, come gli

fu dappresso, vedutolo bruno e non biondo, poi meno aitante della

persona che non fosse Aloise, ammutolì, chiedendogli col gesto che

cosa volesse lassù.

Lorenzo, precorrendo quel gesto, aveva già cavato di tasca una

lettera.

--È qui l'Antonio?--diss'egli.

--Antonio son io,--rispose il vecchio.

Il Salvani gli porse allora la lettera, che egli con molto rispetto,

ma con altrettanta prontezza, si fece a leggere, non senza meraviglia

del giovine, che lo vedeva correre così spedito da un verso all'altro

dello scritto, come uno de' più esercitati lettori. Veramente,

all'aspetto pareva uno zotico villanzone; ma egli era come le

melagrane, le quali non hanno di ruvido che la buccia, e celano a

centinaia i rubini nel grembo. Nato alla Montalda, Antonio era il più

fidato servitore dei castellani; e quando la marchesa di Montalto,

morto il marito, si ritrasse a vivere lassù, egli, vecchio arnese

della casa, egli che aveva palleggiato sulle sue braccia Aloise

bambino, egli che aveva aiutato a rinchiudere nella sua cassa di

piombo il marchese Alessandro, egli era rimasto il servo confidente

della marchesa Eugenia, egli aveva assistito al lento struggersi di

quella santa vittima di un triste Imeneo.

Letta la lettera, che era, come già s'è indovinato, del marchese di

Montalto, il vecchio accennò rispettosamente a Lorenzo di seguirlo;

quindi, deposto il sarchiello sul ciglio dell'aiuola, lo precedette

nel palazzo, spiccò da un chiodo un mazzo di chiavi e salì al primo

piano, dov'era una gran sala, le cui alte pareti erano ornate di

vecchi ritratti. Tali almeno parvero a Lorenzo, che poco poteva

discernerli in quella scarsa luce vespertina che trapelava delle

imposte chiuse.

Sempre taciturno, il vecchio gastaldo andò verso un uscio in capo alla

sala, e apertolo, si ritrasse per dare il passo all'ospite. Era colà

il quartierino di Aloise, che faceva riscontro a quello di sua madre,

posto dall'altro lato della sala. Un'anticamera, uno studio, la camera

da letto e lo spogliatoio, formavano quel piccolo appartamento,

arredato con una severa semplicità che piacque a Lorenzo, il quale

amava molto le vecchie masserizie, e non poteva mandar giù il fasto

degli arredi, se non era passato per la trafila di due secoli almeno.

Colà si ridusse Lorenzo; e il giorno di poi la sua tristezza s'era già

cosiffattamente accomodata a quella solitudine, come se egli non

avesse avuto altra dimora da un anno. Egli si avvezzò ad Antonio,

Antonio a lui; l'uno e l'altro senza barattar parole, salvo nei casi

di vera necessità.

Il vecchio scendeva di buon mattino sul piazzale per curare i fiori

della marchesa. Così era uso di fare quando ella viveva; così

seguitava a fare, dopo la morte di lei. Sarchiava, annaffiava,

seminava a suo tempo, ma sempre le medesime specie, e coglieva ad ogni

stagione i medesimi fiori. In una sola cosa era mutato il costume,

poichè Antonio, colti i suoi fiori, in cambio di portarli nella sala

da lavoro della marchesa, li portava in cappella, e li disponeva in

due vasi di cristallo a' piè della tomba. E tutti i giorni così; un

automa non avrebbe fatto meglio il suo periodico uffizio.

Si è mattinieri in campagna; mattiniero tra tutti colui che un'interna

cura affatica, rendendogli molesta la tranquillità del riposo. Lorenzo

era desto coll'alba; pochi minuti dopo, come un'ombra pallida sul

limitare della tomba, si affacciava al portone, dove ancora non

giungevano i primi raggi del sole, e donde gli era dato ogni giorno

vedere il vecchio, che, più mattiniero di lui, già stava a curare i

fiori della morta signora. Quello spettacolo divenne in pochi dì una

consuetudine, e la consuetudine portò l'imitazione.

Ciò avvenne senza mestieri d'intesa, dopo uno di quei saluti che

l'ospite e il custode della Montalda barattavano tra loro, come due

monaci della Trappa. Antonio coglieva ciocche d'elitropio da un lato:

Lorenzo si fece a cogliere amorini dall'altro, precorrendo coll'opera

sua la fatica che gli aveva veduto fare ogni dì. Antonio, la prima

volta che il signor Salvani si adoperò in tal modo a dargli una mano,

si volse a lui e stette, tra attonito e scontento, a guardarlo: forse

voleva dirgli di smettere, che quello era affar suo, tutto, suo; ma

poi, fosse il ricordo che quello era l'ospite del padrone, o il

pensiero che cortesia non merita villania, si tenne le parole nel

gozzo, e si contentò della sua mezza fatica. Neppure si dolse che

Lorenzo lo accompagnasse alla cappella col suo fascio di fiori; ma

parve gradire l'atto riguardoso del giovane, che lasciò a lui la cura

di mettere i fiori a mazzo e di collocarli in mostra, pago del più

umile ufficio di togliere i vizzi e di rinnovar l'acqua ne' due vasi

di cristallo.

--Erano i suoi!--disse Antonio, accennando i vasi che lui porgeva il

suo nuovo aiutante. In quelle tre parole, che chiamavano in mezzo a

loro la memoria della marchesa era la consacrazione di quell'aiuto che

a prima giunta gli era parso una usurpazione de' suoi diritti.

D'allora in poi quell'uffizio mattutino fu sempre fatto in comune.

Altre ragioni di ravvicinamento e di conversazione non erano tra loro.

Buon giorno e buona sera, secondo le ore; la frase sacramentale: «il

signore è servito» all'ora della colazione e a quella del desinare; e

ogni cosa era detta. Lorenzo non comandava mai nulla; assaggiava a

mala pena i cibi ammanniti da una vecchia fante tornata contadina, che

pure ricordandosi di aver servito in casa Montalto, la pretendeva a

cuoca; e subito a correre pe' monti, come una fiera. Più e più volte

occorse che egli dimenticasse il desinare, ritornando con le ombre

della notte al palazzo. Allora si metteva a tavola, e mandava giù,

senza pure addarsene, il pranzo raffreddato. «Povero signorino!»

diceva la cuoca, e almanaccava le disgrazie che avevano potuto ridurlo

in quello stato; Antonio lo serviva senza far motto; la mestizia

dell'ospite pareva ai custode la cosa più naturale del mondo.

La selvaggia orridezza di que' monti piaceva a Lorenzo; o, per dire

più veramente, il suo spirito, non turbato da contrasti di allegra

prospettiva, spaziava liberamente, naufragava a sua posta in quella

profonda tristezza di natura. Vagava senza proposito qua e là; le

membra si muovevano; la mente era altrove, o giaceva offuscata,

istupidita da quel rovescio d'immeritate sventure.

Le sue corse quotidiane giungevano fino ad una balza che signoreggiava

la valle e le circostanti costiere, e donde il palazzotto dei Montalto

appariva come un masso bianchiccio rovinato da una di quelle alpestri

sommità e arrestato a mezzo il suo cammino precipitoso da una

anfrattuosità del terreno. Lassù rimaneva lunghe ore, inerte,

smemorato, colle braccia raccolte sul petto e gli occhi fissi nel

lontano orizzonte. Spesso egli era ancora lassù, in quella postura, al

cader della notte, e pareva la statua dello stupore; il contadino che

avesse veduto da lontano, nel ricondursi al suo casolare, quella

immobile figura nereggiante di rincontro alla pallida luce della sera,

avrebbe fatto il segno della croce ed affrettato il passo per la via

solitaria, come nei pressi d'un camposanto, o d'una casupola

diroccata, asilo di folletti e di streghe.

L'Assereto andava qualche volta a vederlo, in que' ritagli di tempo

che gli erano lasciati dalle cure della settimana. Anche il Giuliani

era stato un giorno alla Montalda, per udire da Lorenzo alcuni

particolari intorno al segreto dei natali di Maria, e raccontargli

quel che sapeva, e quel che aveva in mente di fare. Ma le notizie che

potessero ridonar la vita al solitario erano scarse. Dopo la scoperta

dei Templarii non c'era più stato nulla di nuovo, salvo che la

fanciulla, come il Giuliani aveva argomentato, era chiusa in un

monastero. E questo aveva risaputo Aloise, per un discorso fatto a

caso dalla marchesa Ginevra, la quale, come si è detto, aveva una zia

a San Silvestro, e andava di tanto in tanto a visitarla. Ma egli non

aveva potuto dicevolmente insistere colle domande, nè chiederle il suo

patrocinio e la sua intromissione in quel negozio; gli bastava aver

saputa la cosa, e la riferiva agli amici.

Un pensiero era balenato alla mente del Giuliani; presentarsi alla

dama del carteggio; entrarle della giovinetta rapita; parlare al suo

cuore, e la mercè di quella alleanza finir la guerra d'un tratto. Ma

il disegno era più che ardito, temerario. Come lo avrebbe accolto la

vedova marchesa di Priamar? Dato il caso che, con un pretesto

difficile a trovarsi, egli avesse potuto giungere fino a lei, come

avrebbe potuto entrare in materia senza farla arrossire, e senza farsi

mettere alla porta? Offendeva una donna; non raggiungeva l'intento;

lasciava argomentare che il segreto era scoperto, e ciò poteva tornare

a maggior danno per la sventurata fanciulla. Il concetto era gramo, e

bisognò rinunziarvi.

Ma l'ardito Giuliani non volle darsi per vinto. Egli ne pensò un'altra

più strana a gran pezza, che fe' crollar mestamente il capo a Lorenzo.

Pareva impossibile, e forse era; comunque fosse, conduceva per le

lunghe; ma ci aveva questo di buono, che era l'unica, e non guastava

nessun altro disegno migliore che si potesse immaginare in processo di

tempo. Con questo spediente, disse il Giuliani, mettiamo un piede

nella piazza. Le sacre carte c'insegnano di quanto aiuto tornasse alle

armi di Giosuè che Raab dimorasse di costa alle mura di Gerico.

Intanto, due mesi trascorsero. Erano già tre, dopo il 29 di giugno, e

non c'era nulla di fatto. Aloise era andato a Parigi, ombra pedissequa

della marchesa Ginevra, che aveva fatto quella gita in compagnia del

marito. Il Giuliani attendeva al suo disegno, che faceva assai poco

cammino, e sebbene si consolasse col proverbio «chi va piano va sano»

non poteva ritenersi dal ricordare la giunta «ma va poco lontano» che

pur troppo ne tempera l'efficacia.

E in quel mezzo il povero Lorenzo ammalò. La febbre lo ardeva, e fu

per morirne. Il delirio gli rappresentava sformati, intrecciati in

mille guise, gli eventi della triste sua vita. Scorgeva Maria, l'amata

Maria, costretta da una madre snaturata a prendere il velo; il

Collini, il gesuita, il Ceretti e tutte le ombre nere del suo passato

gli danzavano intorno, chiudendogli l'adito al santuario dove si stava

consumando il sacrifizio della sua povera bella, che indarno tendeva

le palme a lui ed al cielo. E quelle ombre gli si stringevano intorno,

lo soffocavano; nelle loro sghignazzate beffarde s'andavano perdendo

le ultime fievoli strida della vittima, che egli non vedeva già più.

Sgomentito, si rannicchiava, tentava ritrarsi indietro, facendosi

schermo colle mani da que' ceffi ribaldi, il cui alito infuocato gli

frizzava sul volto. Rompeva allora, in uno sforzo supremo, quella

cerchia di nemici; fuggiva, sentendoli incalzare alle spalle, e cadeva

trafelato sulla soglia d'un cimitero, donde suo padre e sua madre,

pallidi fantasmi usciti pur mo' dalla tomba, gli stendevano le braccia

amorose.--È questi mio figlio?--diceva la morta, stringendolo al

seno.--E donde tante ferite, tante lividure, su questo povero corpo?

Vieni, figliuol mio, angelo mio, vieni; il letto che tu hai composto

a' tuoi genitori è largo abbastanza per tre. Qui, come il dì che sei

nato, riposerai sul seno di tua madre.--

Il morbo e la natura lottarono con varia fortuna; finalmente la natura

la vinse. Ma la convalescenza fu lunga, e Lorenzo Salvani non tornò

altrimenti nella pienezza delle sue facoltà, che per un largo periodo

di torpore intellettuale. Il giorno che si svegliò da quel letargo e

ravvisò la sua cameretta, vide Aloise seduto al suo capezzale, ma così

scombuiato, che a prima giunta credette gli tornassero innanzi i

fantasmi del suo lungo delirio.

Aloise si curvò sopra di lui, e lo chiamò soavemente per nome.

--Ah, siete dunque voi, Aloise?--disse

l'infermo.--Tornato?...

--Sì, da otto giorni, e rimarrò con voi fino a tanto non uscirete a

respirare all'aperto.

--Siete mutato, Aloise; non vi riconoscevo più....

--Non parliamo di me!--rispose l'amico.--Già ve lo dissi, Lorenzo;

triste come voi; e le mie amarezze, come le vostre, sono di quelle che

a rimestarle inaspriscono.--

Due grosse lagrime tremarono sugli occhi dell'infermo, e scesero a

rigargli le guance. Aloise chinò la fronte e nascose il volto sulla

sponda del letto; anch'egli piangeva.

I rossi e i neri, vol. 2 · 第 19 / 68 题