"Tra male gatte era venuto il sorco."
Qui il Giuliani badò a lavorar di fine, chè ne andava dell'onor suo; e
in quella che un sorriso gli si dipingeva sulle labbra, l'anima chiamò
tutte le forze a raccolta.
--Oh! siate il benvenuto, Garasso!--diss'egli, voltando a mezzo la
persona sul canapè.
--Signor Giuliani, le son servo;--rispose l'altro, ma col piglio di un
uomo che in cuor suo mandasse al diavolo l'importuno.
--Vi pare strano di vedermi qui, non è vero?--ripigliò il Giuliani,
che non poteva lasciar passare senza nota quell'aria stupefatta e
infastidita del Bello.
--Ma sì, veramente, un pochino.... e se Ella, mi
vorrà dire....
--Anzi! Avrete giuocato, m'immagino, qualche volta a' goffi....--
Il Bello accennò col capo di sì, non sapendo dove il giornalista
volesse andare a parare.
--Orbene, Garasso,--proseguì il Giuliani,--noi andiamo ambedue del
medesimo seme; E non facciamo un buon punto, nè voi, nè io, poichè, a
quanto pare, un altro aveva già in mano la donna.
--Che vuol dire Ella con ciò?
--Che la donna non c'è, e non ci resta altro che andare a monte, o
aspettarla allo scarto.--
Senza fermarsi a gustare quella metafora continuata del suo
interlocutore, il Bello si mosse per andare alla camera letto. Girò la
maniglia, aperse l'uscio, e vide la camera vuota.
--Uomo di poca fede!--gli disse il Giuliani.--Perchè avete voi
dubitato!
--E dov'è?--chiese il Bello.
--Non ve l'ha detto Gabrina? È uscita. Ma venite qua; possiamo
aspettarla. In due sarà meno fatica. Consolatevi, poi, che non vi sono
rivale, ed ero venuto a bella posta per voi.
--Per me?
--Sì, per voi, col quale ho da ragionare di cose gravi. Non vi
stringete nelle spalle; io so bene che siete uno dei grossi.
--Non la capisco, in fede mia!
--Chi non vi conoscesse! Ma vi conosco ben io, e so che in tutti i
segreti del partito ci ha mano il Bello, e non si fa un passo che egli
non lo sappia, non si tenta una impresa ch'egli non c'entri. So
inoltre che la sera del 29 avete fatto il debito vostro.... Non vi
schermite, non infingete con me! Sapete pure che io non son uomo da
tradire nessuno.
--Oh, signor Giuliani, non ho detto questo; ma gli è che io....
--Eravate al Diamante?--interruppe il Giuliani.
--No signore.
--In Vallechiara?
--No signore.
--E dove eravate voi dunque?
--Ma, la mi scusi, disse il Bello, a cui quelle interrogazioni
tornavano moleste,--se Ella sa tutto, perchè mi domanda?
--Ah, vedete,--rispose il Giuliani con piglio che aveva del
beffardo,--io so bene che qualcosa di grosso dovete aver fatto; ma per
certe mie ragioni, che vi dirò poi, mi metterebbe conto udirne la
narrazione da voi.
--Orbene,--ripigliò il Bello spazientito,--sono stato a letto.
--Baie!
--Se non lo crede, non so che farci. Dica Lei quel che ho fatto
d'altro, che mi farà gran servizio a informarmene.
--No, non vi dirò nulla; aiuterò piuttosto la vostra memoria, che
zoppica un tratto. Che cosa è avvenuto della fanciulla di casa
Salvani?--
Il Bello (già i lettori l'hanno inteso) era da parecchi minuti sulle
spine. Appena veduto in quella casa il Giuliani, aveva capito che
c'era un pericolo per lui. Di qual sorte? Non poteva indovinarlo, ma
lo sentiva imminente; paventava, senza saperne il perchè, e le sue
risposte alle vaghe interrogazioni del Giuliani mostravano com'egli
sapesse di viaggiare in territorio nemico. Quell'ultima domanda del
giornalista era stata come lo smascherarsi d'una batteria; la prima
palla gli era fischiata all'orecchio. Avrebbe voluto andar subito
all'assalto; ma gli parve più prudente consiglio costringere il nemico
a spiegar le sue forze.
--Di casa?...--domandò egli, come trasognato.
--Salvani;--ripetè l'altro;--non conoscete il
Salvani?
--Lo conosco, sicuro, perchè è uno dei nostri; ma non capisco che cosa
Ella abbia voluto dire.
--Ah no? proprio no? Ve ne avverto, Garasso, io so che lo sapete, ciò
che v'ho chiesto; se non me lo dite, me l'avrò a male.
--Ella ha voglia di scherzare;--disse il Bello, guardandolo fisso.
--No, per Iddio, non è il caso!--rispose il Giuliani, alzandosi dal
canapè, su cui da parecchi minuti non era già più seduto che a
mezzo.--Facciamola finita, Garasso; o voi parlerete, o vi farò parlar
io.
--In che modo?
--Pigliandovi pel collo.
--Ah, era una trappola? Ma vedrà Lei come la gira!--Così dicendo diede
uno sbalzo indietro, e cavò di tasca una pistola, quella pistola che
poche sere innanzi aveva fatto luccicare agli occhi, o, per dire più
veramente, all'occhio buono del Guercio.
«Ma saetta previsa vien più lenta» ha scritto l'Allighieri; e il
Giuliani, che aveva preveduto il gesto, ebbe tempo a cansarsi.
--Signor Garasso,--gridò egli, mentre si tirava da un lato,--avete un
bel girare la trappola; essa non è arnese pei gatti della nostra
specie.
--E senta le unghie che ci hanno!--tuonò un'altra voce all'orecchio
del Garasso, in quella che una mano di ferro lo agguantava nel collo.
Tentò di rivoltarsi, il manigoldo; ma non gli venne fatto, tanto
quella mano era salda. Un'altra morsa gli afferrò il polso, e gli fe'
dare un grido di dolore, mentre le dita prosciolte lasciavano andar la
pistola, che il Giuliani con bel garbo gli tolse, innanzi che cadesse
sul pavimento.--Lascialo andare, Marcello;--disse il giornalista.--Non
vedi? gli è pavonazzo come il collare d'un canonico, o come la faccia
d'un impiccato.
--Come ho da vederlo, se son dietro? Ma aspetta un poco!--
E Marcello, con un mezzo giro sollecito, fece passare la morsa delle
sue dita robuste dalla nuca alla strozza. Per tal modo egli si pose da
fianco al paziente, e potè vedergli il viso in tre quarti, come
direbbe un pittore.
Il Bello, che in quel punto non era tale davvero, vide a sua volta la
faccia del nuovo nemico; ma non istette a contemplarla, chè la sua
attenzione, se così può dirsi di una suprema angoscia, di uno
smarrimento d'agonia, era tutta a quella mano che gli stringeva la
gola.
--Misericordia!--gridò con voce soffocata.--Per amore di Dio, non mi
uccida!
--Va, ribaldo, sei libero!--gli rispose Marcello, lentando la stretta,
per contentare il Giuliani.
Il primo atto del Bello fu di respirare largamente; il secondo di
voltare istintivamente gli occhi da un lato, e, veduto un coltello sul
ripiano d'una cantoniera, di scagliarsi a quella volta per afferrarlo.
Ma innanzi che egli avesse mandato il suo disegno ad effetto, un
poderoso manrovescio del Contini volò tra la sua persona e l'arma,
facendogli ricadere il braccio intormentito sul fianco.
Allora stramazzò su d'una sedia, e vi rimase col capo chino, come
istupidito da quella rovina di casi, dal dolore e dalla vergogna.
--Senti, briccone....--incominciò il Giuliani.
--Parla con te; alza il grugno;--soggiunse il Contini, accompagnando
l'invito con un golino;--o ch'io ti dò il secondo per il buon peso.--
Il tapinello, tremando a verghe, rimase col mento all'insù, in quella
postura che gli aveva dato il colpo di Marcello Contini.
--Senti, briccone;--ripigliò concitato il Giuliani,--o tu parli, o
quella finestra sarà l'altezza dalla quale tu volerai sul selciato.
--Ella non vorrà macchiarsi d'un delitto....--balbettò il disgraziato.
--Ah, tu lo intendi, che a noi non metterebbe conto di risicar la
galera per un furfante della tua risma? Ci ho gusto, perchè intenderai
altresì quello che io sto per dirti. Abbiamo tre vendette a fare su
te, e le faremo tutte e tre se pel tuo meglio non ti disponi a
parlare. Quella furia di tua moglie saprà le tue marachelle per filo e
per segno e ti concerà lei pel dì delle feste. Poi, siccome io non fo
il giornalista per nulla, e ci ho il mio ripostiglio di segreti come
tu di roba di malo acquisto, metterò, innanzi che tu possa uscire di
qui, la polizia sulle orme di certi negozi che sai. Inoltre,
racconterò le tue gesta a coloro che tradisci, apostolo del fico,
spione ribaldo. E credi che nessuno ti accopperà, quando io abbia
parlato, e quando pure, poichè lupo non mangia lupo, tu avessi
scampato l'ergastolo?--
Alla progressione delle minacce aveva risposto una progressione di
paura. Il Garasso che sotto il peso delle parole del Giuliani si era
fatto piccin piccino sulla scranna, si provò infine con accento
supplichevole a dirgli:
--Grazia! grazia! Non mi rovini, per carità....--
Il Giuliani stette immobile e muto alcuni istanti a contemplare quel
mucchio d'ossa e di colpe; crollò le spalle, fece colle labbra un
verso, come di nausea; quindi si rifece da capo all'interrogatorio.
--Dov'è la sorella di Lorenzo Salvani?
--Non lo so.
--Non lo sai? Bada a te!...
--Non lo so, signor Giuliani; come è vero Dio, non
lo so.
--In bocca tua,--entrò a dire il Contini,--potrebb'esser questa una
restrizione mentale.
--Per che cosa ho da giurarlo?--gridò il Bello.--Per tutto quanto c'è
di più sacro....
--A te?--ripigliò il Giuliani.--E che cosa puoi avere di sacro, birba
matricolata? Io, vedi, non crederei neanche ad un giuramento fatto per
la tua viltà. Ma via, stammi alla rimessa; chi ha fatto il colpo della
cassettina d'ebano?
--O parla, o ti strozzo come un cane!--gridò il Contini, misurandogli
le mani al collo.
Il Garasso sapeva come stringessero quelle tanaglie; però, innanzi
d'esser colto, si lasciò andare vigliaccamente in ginocchio.
--Io, io ho tutto preparato, condotto io ogni
cosa. Misericordia!
--E per conto di chi? Rispondi!
--Del padre Bonaventura.
--Chi è costui?
--Bonaventura Gallegos, quel vecchio Spagnuolo, gesuita sfratato, che
sta nel palazzo Vivaldi.
--Ah! il capo dei neri! Lo avrei dovuto indovinare;--disse il
Giuliani, scambiando un'occhiata coll'amico Marcello.
Questi, come il dio Termine, anzi come la immagine della giustizia
inflessibile, stava lì presso al reo, ritto come un piuolo, colle
braccia incrociate sul petto.
--Benissimo! La pagherà!--soggiunse egli recisamente, senza muoversi
da quella postura.
--Ma io mi raccomando, signori, non mi tradiscano!--gridò il
Garasso.--Quell'uomo è potente; loro signori non lo temono, ma a me
può far male e di molto. Per carità, signor Giuliani, Ella è uomo
d'onore.... Non mi rovini!
--Questo vedremo; dipenderà anzitutto dalla tua parlantina. E le carte
che erano in quel cofanetto, chi le ha?
--Lui, lui, che era venuto, per maggior cautela, ad aspettare con me
l'esito del colpo nella casa del Ceretti.
--Del Ceretti? Chi è costui?
--Il padrone della casa ove abitano i Salvani.
--E come c'entra che il tuo gesuita avesse posto colà il suo quartier
generale?--
Messo per tal modo alle strette, il Bello raccontò per filo e per
segno ogni cosa. Tanto, poichè aveva cominciato, meglio valeva il
finire, e mettersi quanto più poteva in grazia a quei due, non
giudici, animali feroci.
Così narrò dell'Arturo Ceretti, di quel Ganimede da dozzina, e delle
pretensioni che aveva presso la sorella adottiva di Lorenzo Salvani;
come fosse respinto da lei e picchiato dal servo Michele; come questi
avesse cantato, ed egli, Garasso, per far servizio al gesuita, gli
avesse recato in mano quest'altro filo della sua trama tenebrosa; la
quale doveva riuscire al colpo della falsa perquisizione e al furto
della cassettina d'ebano.
Ma qui si fermavano le notizie del Bello. Egli non sapeva che diamine
di segreto si racchiudesse in quel cofanetto; padre Bonaventura lo
aveva preso dalle sue mani, e se n'era andato sollecito. Nè altro
sapeva della fanciulla, nè della signora che era andata in quella
medesima notte a levarla di casa. Ogni più ragionevole congettura
faceva credere che il vecchio suo compagno fosse il gesuita medesimo,
o che per lo meno quel secondo colpo fosse una conseguenza del primo;
ma questo poteva argomentare facilmente di per sè il Giuliani, senza
mestieri delle induzioni del Bello. Questi infine non sapeva altro;
lasciato il padre Bonaventura, congedati gli apocrifi carabinieri, se
n'era andato pe' fatti suoi, a vedere i suoi __amici politici__,
perchè egli in fondo in fondo era un buon patriota (diceva lui) e se
per sue strettezze domestiche avea fatto quella azionaccia, della
quale si pentiva amaramente, era nondimeno devoto alla buona causa, e
voleva fedelmente servirla.
A quest'ultima dichiarazione del Bello, i suoi ascoltatori diedero
ambedue in uno scroscio di risa, che lo fece rimanere sconcertato e
confuso.
--Basta;--soggiunse il Giuliani, dando sulla voce a lui, che umilmente
cercava di scolparsi;--questo non è affar nostro, e ne sappiamo quanto
occorre.
--Se mi verrà fatto saper altro....--balbettò allora il Bello.--Se mi
verrà fatto....
--Ce lo direte, Garasso, non ne dubito; poichè, a tenervi in nostra
balìa, c'è la spada di Damocle. Sapete che cos'è, anzi dirò meglio,
che cos'era la spada di Damocle?
Il Bello, confuso com'era, non rispose verbo.
--Ve lo dirò io;--ripigliò il giornalista.--Damocle era un cortigiano
di Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa, detto il vecchio perchè fu
padre di Dionigi il giovane. Questo Dionigi il vecchio era un tiranno
arguto, come potrete sincerarvene dal tiro che fece a Damocle, suo
cortigiano, il quale lo andava celebrando per la sua felicità senza
pari. E gliela fece provare, la dolcezza del suo vivere; lo mise
un'ora al suo posto, sdraiato a mensa su d'un letto magnifico, servito
da schiavi attenti ad ogni suo cenno; ma ohimè, con una spada la cui
impugnatura era raccomandata per un crine di cavallo alla travatura
del soffitto, e la cui punta gli pendeva minacciosa sul capo.
Immaginate, Garasso, come stesse d'animo il galantuomo; pur gli
convenne tirare innanzi a mangiare, con quelle frutte in aria. Mi
avrete capito; la spada di Damocle è sempre sospesa; fatene una, e il
crine di cavallo si spezza. Ora andate; io non ho a dirvi più altro.--
In questo mentre, quell'uscio per cui era già venuto Marcello ad
afferrare non visto il Garasso, si schiuse da capo, e comparve la
Violetta nel vano.
--Era in casa!--esclamò il Bello, turbato da quella veduta improvvisa.
--In casa, sì,--rispose la Violetta,--e ne ho udito di belle!
--Perdonategli!--entrò a dirle sarcasticamente Giuliani,--egli ha
fatto il male pel troppo amore che vi porta. Costa così caro, l'amore!
--Oh, io non voglio saperne a nessun prezzo, del suo; non voglio avere
a che fare con uomini della sua risma; se ne vada per dove è venuto.
--Virtù, dove diamine sei venuta a ficcarti!--borbottò tra' denti il
Giuliani.
Quindi, volgendosi al Bello, gli disse:
--Sicchè, Garasso, per questa notte potrete riparare all'ombra amica
del talamo.
--Sì, vado!--ringhiò, stringendo i pugni,
quell'altro.--
Il Giuliani, per farla finita, lo condusse sull'uscio dell'anticamera.
--Gabrina,--gridò egli, che non sapeva piegar la lingua al nome di
Rosa,--Gabrina, fategli lume!
--Non occorre, signor Giuliani, non occorre;--disse il Bello, col
medesimo accento di prima.--Ella me l'ha fatta da galeotto.
--A marinaro, Garasso; da galeotto a marinaro; non vi lagnate. Sta in
voi che non v'incolga peggio. Andate, andate, e, se vi torna,
continuate a peccare.--
Ciò detto, e mentre il can bastonato infilava le scale, il Giuliani
rientrò nel salotto, dove la donna preparava una scenetta delle sue.
--Ah signori!--gridò ella con piglio da tragedia.--Un uomo di quella
fatta!...--
E svenne, o fece le mostre di svenire, nelle braccia di Marcello.
--Io me ne vado;--disse il Giuliani, senza punto
scomporsi.
--E chi rimarrà,--chiese il Contini,--a farla
rinvenire?
--__Tu Macellus eris;__--rispose l'amico, ridendo.
--Come vuoi.
--No, come vuoi tu.
--E sia pure, come voglio io; ma tu esci, e quell'altro non potrebbe
essere in agguato?...
--Ecco la sua rivoltina; ce n'è per cinque suoi pari. Ma non te ne dar
pensiero; questa gente scantona alla lesta. A lei dunque, sor
Magnifico: si faccia onore coll'inferma.--
E seguitando a ridere, il Giuliani se ne andò, per ritrovare gli altri
Templarii. Gabrina, che aveva la virtù della gratitudine, come la sua
padrona quella del pudore, lo accompagnò con mille benedizioni e col
chiaro d'una lucerna di ottone, fino all'ultimo gradino delle scale.