Lʼinverno era trascorso. Ai geli della temperatura, alle nevi che
coprivano la campagna, erano succeduti i zeffiri primaverili e le
erbette.—Ovʼera il ghiaccio, giù pei burroni ammantati di bianco,
spuntavano timidette le viole schiudendo i loro profumati petali
alle aure vivificanti.—Le colline avevano perduta la loro squallida
apparenza, ed ai tiepidi raggi solari spingevano dal loro seno i primi
sbucci del muschio che le rende sì belle.
Le nebbie della notte dileguavansi sul mattino, posando roride stille
di rugiada sulle zolle fiorenti, gli alberi già si coronavano della
loro verzura nascondendo gli stecchiti rami.—Eppure tanta dovizie di
vegetazione, i primi saluti di natura che ritorna al sorriso, segnarono
gli ultimi giorni dellʼesistenza di Ermanno.
—A metà della primavera, fra il profumo dei fiori e le carezze dei
zeffiri, il povero giovane esalava lʼultimo sospiro sulle labbra
dellʼinfelice madre.
Fu una lunga agonia! Durante lʼinverno stette a Brescia; nella
primavera i medici gli consigliarono lʼaria pura dei colli, epperciò fu
ricondotto alla villa del conte. Ma tutte le cure e le sollecitudini
furono vane!.... Un mese dopo, appunto in un bel mattino lieto e
ridente, il povero Ermanno morì.....
Morì fra quei colli che lʼavevano ospitato nei giorni di sua
felicità.—Povera madre, egli diceva morendo, tu resterai sola, sola
al mondo perchè io lo sento, non vivrò più a lungo..... E diffatti due
giorni dopo, Ermanno non era più!....
Poco lungi dalla villa del conte, dopo il cammino di una mezzʼora si
scorge non molto lontano un modesto cimitero, poetico sempre come
tutti i cimiteri di villaggio, ove non vi ha lusso di monumenti, e la
natura opera a suo capriccio..... Vi si giunge per una stradicciuola
che scende dolcemente; dintorno tutto è bello; da una parte il lago e
le colline, dallʼaltra i monti.—La costruzione di quel sacro luogo
è di una semplicità elementare; tutto consiste in una cinta di rozza
muraglia.
Lʼentrata è chiusa da un cancello di ferro; nel mezzo del campo si erge
una gran croce di legno che sembra il trono della morte; indi attorno,
fra lʼerba che cresce confusa, spuntano molte croci, talune portanti
ghirlande appassite.—
Eppure tutto è bello là dentro. Quella semplicità parla al cuore, e
sembra che quei morti riposino sotto la protezione della gran croce
che sʼinnalza fra loro.—Accanto al cimitero havvi una chiesuola
col campanile quasi in rovina; una piccola campana appare fra
quelle macerie; è dessa che chiama i pietosi popolani del dintorno,
allorquando qualche anima passa da questa allʼaltra vita.—
Verso sera di un bel giorno di Maggio, una donna vestita a bruno,
col dolore più profondo scritto sul volto, si avviava alla volta del
campo santo; assorta nè suoi pensieri, procedeva cogli occhi a terra
asciugandosi talvolta una lagrima; giunta al cancello lʼaprì, ed entrò
nel recinto.—In fondo, allʼombra di un salice, lʼunico che vi fosse
colà, eravi una croce nuova piantata nella terra smossa di recente;
appiè di quella croce la donna cadde in ginocchio, e pianse a dirotto.
Da tre giorni Ermanno riposava là sotterra!....
Era unʼincantevole dimora degna al tutto dellʼartista che ebbe al mondo
vita affannata e tempestosa; là, sotto le povere zolle quel cuore
straziato aveva forse trovata la sua pace.
Ermanno non era più! Il soffio di morte spense la sua debole esistenza.
Il cuore più nobile, il dolore più grande, il genio più sublime, si
compendiavano in quella povera croce che sovrastava mestamente al
tumulo.—Ermanno non era più! La sua vita fu breve come lampo.....
Passò e sparve, lasciando dietro di sè una traccia luminosa.—
Egli non era nato a tempo; lʼanima sua precorse lʼepoca a cui era
destinata, epperciò la sua fase fu una tortura continua, un martirio
straziante. Passò rapidamente la corruttela del mondo non ancora
pervenuto aʼ suoi alti destini; ovunque trovò seminata la perfidia,
ovunque ebbe a soffrire disinganni.—Oppressa e sfinita quellʼanima
nobile, sʼinvolò dalle nostre basse regioni per risalire al suo cielo
dʼonde erasi dipartita prematuramente, e nascose il corpo che la
vestiva in un cimitero deserto e solitario; lo nascose allo sguardo
dei profani, affinchè quel frale che non ebbe pace in vita non venisse
insultato in morte!....
Ermanno morì lasciando nel più doloroso isolamento la povera madre sua
che tanto lo amava.—Se è vero che le vicende di quaggiù sono governate
da Dio, bisogna dire che la sapienza divina e talora inesplicabile!—A
noi miseri mortali non e certamente dato di confutare e comprendere
le sante leggi della creazione; ma bisogna dirlo, noi sortiamo dalla
natura un carattere diametralmente opposto e ribelle alle disposizioni
sui destini umani!
Quella povera donna aveva sperato che la sua vecchiaia venisse
confortata dallʼamore dellʼunico figlio educato con tanto affetto;
aveva sperato che egli le chiuderebbe gli occhi nellʼestremo istante
della vita; invece..... cosa straziante! toccava ad essa vecchia e
cadente, di compiere sì doloroso ufficio sulla sua creatura.
Quel poco che le rimaneva dʼavvenire doveva attaccarlo alle speranze
dʼuna tomba.—Sola, abbandonata con un dolore inestinguibile che
solo una madre può comprendere, quella sventurata doveva ancora
vivere..... e vivere forse per anni ed anni, fra una moltitudine
che le era indifferente.—Vivere della memoria del suo Ermanno
estinto! ......................... .........................
.........................
—Per di qua, per di qua, gridava un ragazzino precedendo una comitiva
di cittadini giù del pendio.—Ecco la chiesa, essa è là sicuramente,
aggiunse additando la chiesuola del cimitero.
—Va bene, rispose un signore elegantemente vestito,—va abbasso e
bada ai cavalli; e volgendosi agli altri sclamò: da brave signorine si
diano coraggio. E tu poltrone ajutale. Questa rampogna era diretta ad
un altro giovane di aspetto distinto che dava il braccio a due giovani
donne. Una era vispa ed allegra, e durante tutta la salita, non aveva
fatto altro che chiaccherare..... e lʼaltra, sebbene pure giovanissima,
aveva unʼaria più grave, e col suo pallore dava segni dʼinterna
sofferenza.—Era infine Laura. Il giovane che le dava il braccio era
suo cugino Alfredo; negli altri il lettore avrà già riconosciuto Paolo
e Letizia; tutti buoni amici di Ermanno.
Laura da qualche mese si chiamava madama Salviani; ma in vederla
sembrava che le gioie del matrimonio valessero poco a consolarla.—
Paolo seppe subito della ricaduta di Ermanno, la notificò a Laura che
ne ebbe grave rimorso.—Al momento di partire per la campagna secondo
il consiglio deʼ medici, Ermanno ne fece avvisato lʼamico.
Dʼallora in poi non vi fu più scambio di novelle, per cui Paolo decise
di recarsi in Brescia e passare alla villa del conte, onde saperne
qualche cosa.—Nessune nuove, buone nuove, pensava egli, tuttavia volle
assicurarsene.
Giunto a Brescia, trovò facilmente un compagno in Alfredo. Laura in
quei giorni era appunto in casa dello zio, e parte per desiderio di
rivedere colui che aveva amato..... e che forse amava ancora; parte per
tentare una riconciliazione che la coscienza le imponeva, decise di
unirsi essa pure con Letizia alla gita di Paolo.
Partirono dunque in carrozza, il pittore faceva da auriga, ed in
brevʼora giunsero ai piedi del colle per cui si sale alla villa del
conte.—Discesero e presero la salita. Nessuno si trovava alla villa,
ed un ragazzino richiesto da Paolo, disse che madama Alvise era andata
alla chiesa.
Paolo persuaso che Ermanno fosse colla madre non chiese altro, e si
fece guidare sul luogo.
—Faremo una bella sorpresa ad Ermanno, sclamò egli entrando per il
primo nella chiesuola. Ma subito dopo ne uscì dicendo: non cʼè anima
viva..... Eppure quel ragazzo assicurò dʼaverla vista.
—Sarà nel giardino, osservò Alfredo.
—Dovʼè questo giardino?
—Eccolo qui.
—È un cimitero, non ne vedi la croce.
—Allora sarà un cimitero..... entriamo.
—No, no signor Paolo, sclamò Laura, io non vado volontieri in questi
luoghi, mi attristano troppo..... piuttosto ripassiamo alla villa del
conte.
—Cʼè un cancello, disse Alfredo, si può vedere senza entrarvi; in così
dire si liberò dal braccio delle due donne appressandosi allʼentrata
del recinto.—
In quel mentre una donna vestita a bruno, comparve fra le sbarre del
cancello, lʼaperse, e senza nemmeno alzare lo sguardo sugli astanti,
sʼincamminò via.
Un senso di terrore gelò le fibre dʼognuno; Paolo, Alfredo e Letizia,
riconobbero in quellʼinfelice la madre di Ermanno; Laura non la
conosceva di persona, ma fu pur colta dalla stessa pietà, ed il di lei
cuore provò una stretta dolorosa, perchè su quel volto addolorato,
vi trovò una rassomiglianza che le fece tutto palese.—Le gramaglie
ondʼera vestita suscitarono un dubbio crudele nellʼanimo di tutti, e
Paolo con passo incerto, senza poter profferir parola, mosse incontro a
quella donna, e lʼarrestò per il braccio.
Ella si volse, lo guardò in volto, mandò un grido di sorpresa che
scoppiò in un singulto, e si nascose il volto fra le mani.
Gli altri si avvicinarono, ma nessuno osò turbare lo sfogo di quel
dolore; tutti avevano le lagrime agli occhi.
—Per pietà di voi signora! sclamò finalmente Paolo, diteci, diteci
qualche cosa.... che è avvenuto?
—Mio figlio.... il mio Ermanno, non è più!
Queste parole dette con tanto strazio caddero come colpi di pugnale
sullʼanima di Laura, che non ebbe più freno al pianto.
—Oh! Paolo, aggiunse la madre fra i singhiozzi, se tu sapessi quanto
ha sofferto quel povero angelo!... certamente egli è in cielo, perchè
mio Dio, non si può morire così senza premio!.... ora è là, riprese
additando il salice, è là che dorme la mia creatura, è là mio buon
Paolo il tuo amico.... tuo fratello. Ed io non sono morta di dolore!
Il cielo mʼinfligge di vivere in tanta desolazione peggiore di
morte.—Sono tre giorni appena che il mio Ermanno è morto; tre giorni
che il suo corpo sottile e consumato riposa là, sotto quel salice!....
Nessuno sapeva trovare una parola di conforto.—Letizia e Laura si
erano abbracciate piangendo; Paolo ed Alfredo si facevano forza, ma le
lagrime scaturivano dai loro occhi.—Era un quadro straziante oltre
ogni dire. Già da alcuni istanti, tutti serbavano un assoluto silenzio,
nessuno aveva più parole; quando quella povera madre interruppe
collʼaccento un poʼ più rassegnato:
—Ho una lettera per te Paolo, ed unʼaltra che non so a chi sia
diretta, eccola; e trasse dal seno due lettere una delle quali portava
scritto—PER LEI—e più sotto: consegnarla a Paolo.—Le ho trovate nel
suo tavolo, fu anzi egli stesso che mi disse di mandartele.... povero
figlio mio! Tu farai recapitare quella lettera a chi tocca... non dirmi
chi sia colei, non voglio aver alcuno da maledire; non dirmi chi essa
sia, non voglio conoscerla.—Nel consegnarle questa sua ultima lettera,
le dirai che io le perdono tutto il male che ella fece a quello
sventurato..... le dirai che allʼultimo suo sospiro si frammischiò
col nome di sua madre quello di unʼaltra donna... certamente il
suo.—Le dirai infine che io pregherò Iddio affinchè risparmii a lei
lʼespiazione del male, che fece a noi.... non uno deʼ suoi dolori, non
una delle mie lacrime le cadano sulla coscienza, giacchè ne avrebbe un
eterno rimorso!
Ora vieni Paolo.... vieni a vedere la tomba di mio figlio; a mandargli
lʼultimo saluto, tu che lʼamavi tanto!....
Paolo si lasciò condurre macchinalmente, gli altri lo seguirono.
Giunti presso il cancello la madre di Ermanno si fermò ad un
tratto.—Ella osservò che dal collo di Laura pendeva una medaglietta
sfuggita di sotto al velo della giovine sposa che si era scomposto
nellʼabbracciare Letizia.—La povera madre ravvisò quella medaglietta,
e la verità le brillò dʼun lampo alla mente; ma fece forza a sè stessa
e tacque; però mentre gli altri erano già entrati nel recinto e Laura
si preparava a seguirli, ella la prese ruvidamente per il braccio
sclamando:
—No signorina..... voi non potete entrare; e la respinse con sdegno.
Laura cadde in ginocchio, si celò il volto fra le mani, e stette
immobile finchè gli altri ritornarono.—Ella aveva pregato!
.........................