Il giorno si annunziava. Gli estremi lembi del cielo già sʼimbiancavano
della luce mattutina, ed Ermanno non aveva ancor trovata mezzʼora di
riposo.—Stanco per lʼeccessivo pensare durante la notte, e certo che
ormai era inutile lʼabbandonarsi al sonno, si alzò ponendo mano a
vestirsi.
Lʼaria fresca del mattino, invitava a respirarla, e riflettendo
che molto tempo gli rimaneva ancora prima delle cinque, si assise
sul balcone contemplando il cielo che pingevasi dei soavi colori
dellʼaurora.
Oh! quanti saluti, quanti sospiri egli mandò alle leggiadre nuvolette
dagli orli dorati che si spiegavano leggiere come velo nello spazio
celeste!—Era quella lʼultima volta che egli godrebbe di quel ridente
spettacolo; lʼalba di quel giorno segnava il tramonto della sua
felicità, ed ei voleva impressionarsi di quellʼultimo sorriso di cielo
per mai più dimenticare la dolce malinconia di quel placido mattino.
Oh! come dirlo lʼaddio chʼei diede al cielo, al sole, allʼaura?....
a lei!—Non avvi espressione che valga il silenzio di Ermanno e la
mestizia del suo sguardo.—Egli solo, il poeta della musica, avrebbe
potuto trarne unʼidea cogli accordi del pianoforte; egli che in quel
momento aveva lʼanima commossa, il cuore oppresso, la fantasia accesa,
avrebbe senza dubbio narrato in note lo straziante dolore che lo
assaliva a quellʼestremo saluto!
Alle quattro svegliò lʼamico dicendogli; «Paolo, sono le quattro, ho
ancora unʼora di tempo ed esco per poco; ritornerò a prenderti se
verrai ad accompagnarmi.»
Discese nella via, le strade erano quasi deserte. Laura non abitava
molto lungi, e quando la casa di lei gli apparve in vista, si accorse
che tutti erano ancora al riposo; le finestre ed i balconi stavano
chiusi.—Aspettò passeggiando lungo la via; era la mezza dopo le
quattro, e nessuno ancora! Ella è restata presa dal sonno, pensava fra
sè; e già rammaricava di non poterla più vedere, quando sentì un rumore
come di finestre che vengano aperte; si volse e vide affacciarsi al
balcone una bianca figura.
Era dessa!—Aveva i capelli spartiti in due lunghe treccie che cadevano
giù per le spalle; una vesticciuola candida come neve, ed un fazzoletto
di seta rossa, legato bizzarramente al collo.
Era pur bella! Sembrava la personificazione di quel ridente mattino,
il fiore che sbuccia ai primi raggi di sole.—Appena i loro sguardi
sʼincontrarono, ella sorrise come per dirgli: Vedi se son di parola...
vedi se ti amo.—Ma tosto quel sorriso si dileguò, e la giovinetta
riprese unʼaria mesta, espressione di unʼaffettuoso saluto che costa un
palpito al cuore ed una lagrima agli occhi.
Ermanno passeggiò ancora per qualche minuto fintantochè vide apparire
sullʼangolo della via una vettura di piazza che ad un suo cenno fu
dirizzata alla sua volta.—Era tardi. Alzò unʼultimo sguardo, fece un
leggiero saluto col capo, indi salì sulla vettura e partì di galoppo.
Finchè fu possibile, egli si rivolse per vederla, e non si potrebbe
dire con quanto dolore si allontanasse da quel luogo.—Laura stette
al balcone finchè la carrozza fu in vista, ed allorquando scomparve
daglʼocchi suoi, ella rientrò in casa sfogandosi in lagrime..... Povera
Laura!
Ermanno ripassò in fretta da Paolo per prendervi la valigia, e trovò
lʼamico ancora in letto. Non eravi tempo da perdere, lo salutò
promettendogli di scrivere appena in Brescia, e risalì sulla vettura
che lo attendeva in istrada.
Giunse alla stazione pochi minuti prima della partenza, e prese posto
in un vagone.—Poche ore dopo Ermanno discendeva a Brescia.