III.

Potrebbe mai mente umana esprimere con parole tutto ciò che passava

per la testa al giovane artista mentre avviavasi verso casa?....

Egli stesso mal sapeva darsi ragione di ciò che provava in quei

momenti.—Tutto lʼaccaduto di quella sera gli appariva come un sogno,

un lungo e dolcissimo sogno; alcunchè di nuovo agitavasi nellʼanimo

suo, un senso ignoto di malinconica beatitudine a cui lʼimmagine di

Laura non era affatto estranea.—Quanto è bella quella giovinetta!

ripeteva fra sè, e con piacere riandava col pensiero su tutto ciò

che ella gli aveva detto.—Era una piena di nuove sensazioni che

gli scaturivano dallʼanima, ed egli ne assaporava le dolcezze senza

comprenderle.—Con infantile compiacenza ripetevasi mentalmente il nome

di Laura, e quel nome era seguito da qualche cosa che rassembrava ad un

sospiro.

Rammentavasi poscia quel leggiero alito della fanciulla che stavagli

alle spalle mentre egli suonava; quellʼalito che gli aveva sfiorata la

guancia come una carezza, quel soffio delicato che aveva scossa la sua

fantasia costringendolo ad amplificare le frasi del suo _notturno_.

E tutto ciò non era che un sogno? quellʼadorabile creatura non era

una visione, unʼideale? No, giacchè egli avea sentite le mani di lei

appoggiarsi alle sue spalle, ne aveva strette le delicate dita.

No, egli non sognava, solamente la sua esistenza accennava ad una fase

novella; le sue idee subivano una reazione, la mente era più serena, il

cuore più agitato.

Giunto a casa Ermanno si assise al pianoforte, suonò, od almeno cercò

di suonare perchè era distratto; le idee ed i concetti musicali

venivano disturbati da dolci meditazioni.—Se ne andò al riposo

chiudendo gli occhi onde non interrompere le belle fantasmagorie

dellʼimmaginazione; chiuse gli occhi e si addormentò sognando di

trovarsi ancora in casa Ramati, accanto a colei che aveva suscitato un

mondo di idee nuove nellʼanimo suo.

Sognava, ed il suo sogno era felice. Allʼindomani la madre di Ermanno

che si alzava sempre per la prima, scorse sul labbro del figlio un

sorriso di compiacenza; quel volto addormentato esprimeva la felicità,

e la buona donna si ritirò con tutta precauzione onde non turbare

lʼincanto del sogno che faceva sorridere il suo Ermanno.

Cosa è il sogno? Chi lo disse una rimembranza del passato, chi un

riflesso del presente, chi un presagio dellʼavvenire. Non sarebbe egli

invece un complesso di tutto, un crogiuolo dove si fondono le memorie

del passato, il bene od il male del presente, le speranze od i timori

dellʼavvenire?

Il sogno è un compendio delle nostre idee, un sunto ristretto della

storia di nostra vita; una specie di romanzo fondato su fatti reali

ingranditi dalla fantasia.

Ermanno sognò, ed il suo sogno fu tanto dolce che allo svegliarsi

trovò il sole splendente di luce più bella, il cielo più sereno.—Quel

sorriso che gli errava sulle labbra nel sonno, durò tuttavia mentre

era desto. Guardò lʼorologio, erano le otto del mattino, e quasi senza

volerlo riflettè che per arrivare alle otto di sera, si dovevano

trascorrere ancora dodici ore.

Durante la giornata che gli parve un poʼ lunghetta, studiò quasi

sempre, ripassando alcuni pezzi che da molto tempo aveva lasciati in

oblio, come per cercarne uno che piacesse...a lei; diciamolo pure,

in tutto quel giorno egli non agì per conto suo; il suo spirito era

rivolto ad altro oggetto. In quel giorno i suoi pensieri non furono

tutti per sua madre, la quale dal canto suo non poteva esser tanto

egoista da adombrarsi se le aspirazioni del figlio non erano tutte a

lei rivolte.

In questo mistero dellʼesistenza, la felicità appare tanto più bella,

quanto più è incompresa, ed Ermanno senza discutere sulle cause del

suo benessere, ne accettava le dolci conseguenze.—Importa forse

sapere il perchè si è felici? La felicità assorbe in un punto tutti i

desiderii, anche la curiosità; lʼafflitto esamina la causa deʼ suoi

dolori per porvi riparo, lʼinfelice cerca nellʼorigine del male per

trovarvi il mal seme che turbò la sua pace? chè perciò? Lʼuomo contento

dovrebbe forse indagare sulle cause che produssero il suo bene? Il

dolore concentra, la felicità distrae; cercare lʼorigine del bene

sarebbe follia quanto quella di cercarne il termine.—Se Ermanno avesse

esaminato il perchè della sua allegrezza ne avrebbe guadagnato qualche

dolore, giacchè era facile scoprire che la sua gioia altro non era che

unʼedifizio senza base, un castello in aria, unʼillusione.

—Spesso la conoscenza della causa distrugge il prestigio dellʼeffetto,

e lascia lo sconforto della realtà.

Ermanno era felice; e chi non lo fu alla sua età? Chi non sorrise di

gioia allo spettacolo dellʼavvenire traveduto nello sguardo di una

giovinetta? Chi come il nostro artista non abbandonossi intieramente

alla lusinghiera carezza di una dolce speranza?—Il bene della vita si

riduce ahimè! pur troppo ad una lunga fila di speranze le quali cadono

ad una ad una nel nulla sconfortante della delusione; la realtà dʼun

bene non è sufficiente a costituire la vera felicità, se non vi si

mesce la speranza di un miglioramento.

Verso sera Ermanno uscì colla madre per la solita passeggiata, ma per

la prima volta quella gita aveva un doppio scopo, ciò si scorgeva

facilmente dal volgersi che faceva il giovane al minimo rumore di

carrozza. Il suo sguardo errava su tutti I volti come se cercasse

qualcuno. Alla madre non sfuggì certo la continua distrazione del

figlio, tuttavia non ne fece motto; non vi poteva essere nulla di

serio, dacchè Ermanno aveva unʼaria così felice.

È duopo dirlo? Non erano ancora suonate le otto, che già Ermanno si

avviava verso casa Ramati; aggiungeremo inoltre che la sua toeletta era

più accurata. Camminava col passo dellʼuomo felice, o meglio, di quegli

che va in cerca della felicità, e sa dove trovarla.

Mentre il nostro artista vola trasportato dal turbine lusinghiero delle

speranze palesando in mille modi la sua gioia, passeremo a vedere quale

impressione abbia fatto Ermanno nel cuore di Laura.

Nella prima sera in cui ella lo conobbe, la corrente di simpatia superò

certe sciocche convenienze, e vedemmo quella ragazza abbandonarsi

ingenuamente a tutto il brio e la libertà che erano in lei natura. Vi

sono nellʼuomo certi misteri incomprensibili di cui se ne subiscono

giornalmente le conseguenze, spesso ci diventa simpatico unʼindividuo

al solo sentirne a parlare; diremo di più che questa simpatia nata

improvvisamente si trova giustificata al primo incontro che si ha

collʼindividuo in persona.

Alfredo, lʼabbiamo detto, era stato a Milano qualche giorno in casa

della cugina; questo bravo giovane era entusiasta per Ermanno, e parlò

di lui a Laura in modo tale, che costei si sentì curiosa di conoscerlo

personalmente—Ecco lʼunica ma sufficiente scusa che può giustificare

la condotta di Laura.

Dʼaltronde a diciasette anni si pensa forse tanto alle conseguenze? No

per buona sorte: La natura si trova a quellʼetà ancora intatta, basata

cioè sui principii di unʼeguaglianza generale. Che non può poi quel

mago che sconvolge ogni cosa, lʼamore? Lʼamore, quel senso misterioso

che si rivela tutti i giorni sotto forme novelle, quella rugiada di

paradiso che basta per sè sola a confortare tutti i dolori, a sanare

tutte le ferite! È tuttavia in comprensibile il suo dominio, tutti i

mortali lo hanno provato, tutti furono trasportati nel seno di quel

mare di voluttà, tutti bevvero in quella coppa che racchiude le più

sante delizie, senza che uno solo abbia potuto afferrare il secreto di

quelle gioie; la specola della scienza non ascese puranco alle regioni

dʼamore.

Come nasce, come muore? Dove passa? nessuno lo sa;—Il filosofo austero

potrebbe pensare e studiare secoli interi senza venirne a capo di una

definizione —Come si manifesta? Chiedetelo a Laura, che per quella

prima notte cercò invano il riposo—Lʼimmagine dʼErmanno le stava

sempre davanti agli occhi, ed ella dʼaltronde non cercava menomamente

di bandirla.

La prima manifestazione dʼamore nel cuore umano compie la più grande

delle rivoluzioni nelle idee; tutto ciò che prova un cuore vergine

al primo palpito è nuovo, confuso, come melodia portata da lontane

regioni frammista al mormorio dellʼaria; come il profumo di mille fiori

raccolto in una folata della brezza primaverile.

Eccola per esempio, la vispa Laura, colei che non aveva un minuto di

quiete, che non si era crucciata mai per nulla; dovʼè la sua allegria,

dove lʼeterno sorriso di soddisfazione, il sorriso dellʼinnocenza?

Per la prima volta la giovinetta pensava; a che? Ella stessa noi

sapeva—Seduta in un angolo remoto del giardino, pareva intenta a

comporre un mazzolino di fiori, e la soverchia cura che poneva in

quel lavoro, palesava il vero secreto. Il labbro più non sorrideva;

il sorriso non può passare per la stessa via del sospiro, e Laura

sospirava di frequente.

Povera fanciulla! Inginocchiata sullʼerba, interrompeva talvolta il

lavoro per abbandonarsi alle riflessioni; ella pensava, ed il suo

pensiero vagava altrove mentre il corpo rimaneva là, immobile come

statua.

Tutto le parlava allʼanima un linguaggio dolce e commovente, tutta

natura era unʼarmonia soave come la musica di Ermanno.... Ermanno!

A questo nome il suo pensiero si arrestava, ed un lieve rossore le

pingeva le gote; nel pronunziarlo ella sentiva alcunchè dʼignoto

destarsi in lei, e sorrideva malinconicamente. Era un sorriso traditore

che celava un sospiro.

Il mazzolino era terminato, ma il tempo impassibile ai più ardenti

desideri, scorre lento per chi aspetta; e Laura aspettava misurando

i momenti—Sembravale che il sole si ostinasse a non scendere per

contrariare lei, che ne aspettava ansiosamente il tramonto.

Man mano che le otto ore si avvicinavano, ella diveniva sempre più

inquieta, finalmente il pendolo segnò lʼora desiderata, e quasi

contemporaneamente risuonò il campanello di casa Ramati.

Era desso! il cuore non lʼaveva ingannata; era Ermanno che entrando

incontrò lo sguardo smarrito della fanciulla, che tradì colla sua

confusione il suo secreto. In quella sera la madre di Laura ritirossi

di buonʼora perchè alquanto indisposta; sullʼavvocato Ramati era

assolutamente vano il far calcolo; erano tempi di agitazioni politiche!

I giovani adunque rimasero soli e padroni del campo. Ermanno suonò, e

naturalmente Laura appoggiò le mani alle sue spalle; non era più una

novità, e poteva farlo liberamente. La stagione non correva troppo

propizia per restar rinchiusi in una sala, ed Alfredo propose una

passeggiata nel suo ampio giardino—Si accettò con gioia—Di notte i

giardini sono più deliziosi che non di giorno; al chiaro delle stelle

si può benissimo comporre un mazzolino di fiori, ed Ermanno dopo pochi

passi, aveva fatta la sua messe sopra un rosaio il più vago che si

fosse mai visto—Un bottoncino di fiori accuratamente intrecciati,

passò rapidamente dal seno di Laura nelle mani di Ermanno Vengano ora

a dirci che di notte non si vede! La comitiva si fermò sopra un poggio

che si ergeva nel mezzo del giardino, e tutti si adagiarono senza tante

reticenze sullʼerba morbida e fresca.

—Ermanno! saltò su a dire Alfredo, mia cugina canta molto bene, tu

sei poeta discretamente felice, e musico per eccellenza; non potresti

comporre una Romanza?

—Bella idea, sclamò Laura battendo le mani, quando sarò a Milano, mi

verrà di gran conforto nella noia della solitudine il cantare qualche

cosa che mi ricordi questa casa.... Non già che io abbisogni di

unʼeccitamento per ricordarmi di Brescia, questa bella città mi lascia

troppe impressioni perchè io la possa dimenticare! e si dicendo senza

accorgetene strinse la mano dʼErmanno, il quale rispose:

—Mi proverò signorina, ma non si lusinghi di troppo.

—Evviva la modestia, sclamò Letizia, figurati Laurina che anche

a me diceva lʼistessa cosa, eppoi mi ha fatto una delle più belle

_Barcarole_ che si sieno mai sentite. Il male si è che da qualche tempo

ho cambiata la voce, e non arrivo più a cantarla.

—È dunque inteso, interruppe Alfredo; ora tocca a Laura di scegliere

il soggetto.

Laura si mostrò alquanto imbarazzata. A quella semplice proposta le si

presentarono dʼun tratto tante idee, che mal sapeva dove scegliere. Non

era assolutamente il soggetto che le mancava, ma sibbene il coraggio di

palesarlo.

—Hai trovato? Chiese Letizia.

—Davvero non saprei, mi vengono in mente tante cose....

—Ti aiuterò io, disse Alfredo, ma prima è necessario sapere qual

genere di canto preferisci.

—Malinconico, rispose Laura.

—Una lacrima!...

—No.

—Un sospiro?

—Nemmeno.

—Una preghiera!

—No, rispose ancora la fanciulla, e volgendosi ad Ermanno. Animo, gli

disse, ci aiuti; fuori una delle sue belle idee, ed aggiunse con un

lieve accento di rimprovero: parmi poi che ella non dovrebbe essere

affatto estraneo alla scelta di questa canzone!...

Letizia non comprese. Alfredo pensava al soggetto, ma Ermanno conobbe

il vero senso di quelle parole; lo conobbe tanto bene che rispose

subito:

—Un addio?

—Bene, bene risposero le ragazze.

—A chi? chiese Alfredo.

Questa volta toccò ad Ermanno lʼimbarazzo, ma Laura, come se avesse

compresa la titubanza, e per dargli coraggio sclamò con accento

malizioso:

—Fuori dunque, non esiti, a lei non possono venire che buone idee.

—Addio alla patria! gridò Alfredo come se avesse colto bene.

—No, no.

Ermanno si fece coraggio, e mormorò:

—Un addio allʼamico....

—_Lontano_, aggiunse Laura, con estrema finezza.

—Dunque, _Un addio allʼamico lontano_, ribattè Alfredo. Bene, ma non

troppo, quellʼamico....

—Eh! via, osservò Letizia, non capisci che lʼamico è un amante!

—È unʼamante?... Allora non parlo più.

Il volto di Laura era talmente acceso che fu vera fortuna per lei se le

tenebre della sera le fecero velo.

Dopo poco tempo, si fece ritorno nella sala di musica.

Laura volle provarsi a cantare, ma invano, la voce rispondeva

al sentimento che la agitava; nella sua piccola fantasia

la povera giovinetta credette di aver commesso alcunchè di

straordinario.—Alfredo tentò egli pure una cavatina, ma la troncò a

metà, allegando unʼimpedimento di voce causato forse dallʼaria della

sera.

Ermanno pure era alquanto pensoso; pareva assorto in qualche grave

riflessione, e sfiorava sbadatamente la tastiera del pianoforte, senza

punto curarsi di ciò che ne usciva. Ad un tratto una vocina delicata

che lo fece fremere, interruppe le sue meditazioni.

Era Laura che durante quel martellare sul piano, erasi rimasta dietro

a lui, non azzardando di sturbarlo; era dessa che scuotendolo dal suo

letargo lo invitava a suonare—Ermanno alzò gli sguardi al soffitto

come fanno i pianisti per richiamarsi alla mente qualche pezzo, indi

nel riabbassarli, incontrò quelli di Laura che gli si era posta

accanto; era un sorriso seducente, che egli contemplò a lungo senza che

perciò la giovinetta sʼimbarazzasse.

Ermanno suonò, ed alle prime note dʼintroduzione venne interrotto da

Alfredo che gridava:

Attente figliuole, attente a questa sublime musica, è di Talberg....

Ermanno risalì al principio del _Notturno_ che riuscì dʼun magico

effetto. Letizia batteva le mani, e Laura invasa dal senso malinconico

che la dominava, mormora al giovane:

—Quanto è caro...questo _notturno_.

Batteva la mezza dopo le dieci quando Ermanno si levò dal pianoforte

per andarsene.

—Così presto? chiesero le fanciulle.

—Me ne duole signorine, ma mia madre non istà troppo bene, e non è

prudenza lasciarla sola per tanto tempo.

—Allora vada pure signor Ermanno, sarebbe dal canto nostro esigere un

poʼ troppo.

—Letizia dice bene sclamò Laura prendendo la mano ad Ermanno, e

trattenendolo aggiunse. A rivederci quando?

Ermanno si mostra imbarazzato.

—Domani perbacco, disse Alfredo, non è vero?

—Purchè mia madre stia bene....

—Oh sempre inteso, anzi ascolta, ho un progetto per domani; suonare

tutta la sera è troppa fatica con questo caldo; andremo a fare un giro

in carrozza, vi pare madamigelle?

—Va benissimo.

—A domani dunque.

—A domani.—Ermanno uscì salutato per lʼultima volta da Laura che gli

aveva mormorato: Lʼaspetto!

Un bel sogno · 第 20 / 82 题