Potrebbe mai mente umana esprimere con parole tutto ciò che passava
per la testa al giovane artista mentre avviavasi verso casa?....
Egli stesso mal sapeva darsi ragione di ciò che provava in quei
momenti.—Tutto lʼaccaduto di quella sera gli appariva come un sogno,
un lungo e dolcissimo sogno; alcunchè di nuovo agitavasi nellʼanimo
suo, un senso ignoto di malinconica beatitudine a cui lʼimmagine di
Laura non era affatto estranea.—Quanto è bella quella giovinetta!
ripeteva fra sè, e con piacere riandava col pensiero su tutto ciò
che ella gli aveva detto.—Era una piena di nuove sensazioni che
gli scaturivano dallʼanima, ed egli ne assaporava le dolcezze senza
comprenderle.—Con infantile compiacenza ripetevasi mentalmente il nome
di Laura, e quel nome era seguito da qualche cosa che rassembrava ad un
sospiro.
Rammentavasi poscia quel leggiero alito della fanciulla che stavagli
alle spalle mentre egli suonava; quellʼalito che gli aveva sfiorata la
guancia come una carezza, quel soffio delicato che aveva scossa la sua
fantasia costringendolo ad amplificare le frasi del suo _notturno_.
E tutto ciò non era che un sogno? quellʼadorabile creatura non era
una visione, unʼideale? No, giacchè egli avea sentite le mani di lei
appoggiarsi alle sue spalle, ne aveva strette le delicate dita.
No, egli non sognava, solamente la sua esistenza accennava ad una fase
novella; le sue idee subivano una reazione, la mente era più serena, il
cuore più agitato.
Giunto a casa Ermanno si assise al pianoforte, suonò, od almeno cercò
di suonare perchè era distratto; le idee ed i concetti musicali
venivano disturbati da dolci meditazioni.—Se ne andò al riposo
chiudendo gli occhi onde non interrompere le belle fantasmagorie
dellʼimmaginazione; chiuse gli occhi e si addormentò sognando di
trovarsi ancora in casa Ramati, accanto a colei che aveva suscitato un
mondo di idee nuove nellʼanimo suo.
Sognava, ed il suo sogno era felice. Allʼindomani la madre di Ermanno
che si alzava sempre per la prima, scorse sul labbro del figlio un
sorriso di compiacenza; quel volto addormentato esprimeva la felicità,
e la buona donna si ritirò con tutta precauzione onde non turbare
lʼincanto del sogno che faceva sorridere il suo Ermanno.
Cosa è il sogno? Chi lo disse una rimembranza del passato, chi un
riflesso del presente, chi un presagio dellʼavvenire. Non sarebbe egli
invece un complesso di tutto, un crogiuolo dove si fondono le memorie
del passato, il bene od il male del presente, le speranze od i timori
dellʼavvenire?
Il sogno è un compendio delle nostre idee, un sunto ristretto della
storia di nostra vita; una specie di romanzo fondato su fatti reali
ingranditi dalla fantasia.
Ermanno sognò, ed il suo sogno fu tanto dolce che allo svegliarsi
trovò il sole splendente di luce più bella, il cielo più sereno.—Quel
sorriso che gli errava sulle labbra nel sonno, durò tuttavia mentre
era desto. Guardò lʼorologio, erano le otto del mattino, e quasi senza
volerlo riflettè che per arrivare alle otto di sera, si dovevano
trascorrere ancora dodici ore.
Durante la giornata che gli parve un poʼ lunghetta, studiò quasi
sempre, ripassando alcuni pezzi che da molto tempo aveva lasciati in
oblio, come per cercarne uno che piacesse...a lei; diciamolo pure,
in tutto quel giorno egli non agì per conto suo; il suo spirito era
rivolto ad altro oggetto. In quel giorno i suoi pensieri non furono
tutti per sua madre, la quale dal canto suo non poteva esser tanto
egoista da adombrarsi se le aspirazioni del figlio non erano tutte a
lei rivolte.
In questo mistero dellʼesistenza, la felicità appare tanto più bella,
quanto più è incompresa, ed Ermanno senza discutere sulle cause del
suo benessere, ne accettava le dolci conseguenze.—Importa forse
sapere il perchè si è felici? La felicità assorbe in un punto tutti i
desiderii, anche la curiosità; lʼafflitto esamina la causa deʼ suoi
dolori per porvi riparo, lʼinfelice cerca nellʼorigine del male per
trovarvi il mal seme che turbò la sua pace? chè perciò? Lʼuomo contento
dovrebbe forse indagare sulle cause che produssero il suo bene? Il
dolore concentra, la felicità distrae; cercare lʼorigine del bene
sarebbe follia quanto quella di cercarne il termine.—Se Ermanno avesse
esaminato il perchè della sua allegrezza ne avrebbe guadagnato qualche
dolore, giacchè era facile scoprire che la sua gioia altro non era che
unʼedifizio senza base, un castello in aria, unʼillusione.
—Spesso la conoscenza della causa distrugge il prestigio dellʼeffetto,
e lascia lo sconforto della realtà.
Ermanno era felice; e chi non lo fu alla sua età? Chi non sorrise di
gioia allo spettacolo dellʼavvenire traveduto nello sguardo di una
giovinetta? Chi come il nostro artista non abbandonossi intieramente
alla lusinghiera carezza di una dolce speranza?—Il bene della vita si
riduce ahimè! pur troppo ad una lunga fila di speranze le quali cadono
ad una ad una nel nulla sconfortante della delusione; la realtà dʼun
bene non è sufficiente a costituire la vera felicità, se non vi si
mesce la speranza di un miglioramento.
Verso sera Ermanno uscì colla madre per la solita passeggiata, ma per
la prima volta quella gita aveva un doppio scopo, ciò si scorgeva
facilmente dal volgersi che faceva il giovane al minimo rumore di
carrozza. Il suo sguardo errava su tutti I volti come se cercasse
qualcuno. Alla madre non sfuggì certo la continua distrazione del
figlio, tuttavia non ne fece motto; non vi poteva essere nulla di
serio, dacchè Ermanno aveva unʼaria così felice.
È duopo dirlo? Non erano ancora suonate le otto, che già Ermanno si
avviava verso casa Ramati; aggiungeremo inoltre che la sua toeletta era
più accurata. Camminava col passo dellʼuomo felice, o meglio, di quegli
che va in cerca della felicità, e sa dove trovarla.
Mentre il nostro artista vola trasportato dal turbine lusinghiero delle
speranze palesando in mille modi la sua gioia, passeremo a vedere quale
impressione abbia fatto Ermanno nel cuore di Laura.
Nella prima sera in cui ella lo conobbe, la corrente di simpatia superò
certe sciocche convenienze, e vedemmo quella ragazza abbandonarsi
ingenuamente a tutto il brio e la libertà che erano in lei natura. Vi
sono nellʼuomo certi misteri incomprensibili di cui se ne subiscono
giornalmente le conseguenze, spesso ci diventa simpatico unʼindividuo
al solo sentirne a parlare; diremo di più che questa simpatia nata
improvvisamente si trova giustificata al primo incontro che si ha
collʼindividuo in persona.
Alfredo, lʼabbiamo detto, era stato a Milano qualche giorno in casa
della cugina; questo bravo giovane era entusiasta per Ermanno, e parlò
di lui a Laura in modo tale, che costei si sentì curiosa di conoscerlo
personalmente—Ecco lʼunica ma sufficiente scusa che può giustificare
la condotta di Laura.
Dʼaltronde a diciasette anni si pensa forse tanto alle conseguenze? No
per buona sorte: La natura si trova a quellʼetà ancora intatta, basata
cioè sui principii di unʼeguaglianza generale. Che non può poi quel
mago che sconvolge ogni cosa, lʼamore? Lʼamore, quel senso misterioso
che si rivela tutti i giorni sotto forme novelle, quella rugiada di
paradiso che basta per sè sola a confortare tutti i dolori, a sanare
tutte le ferite! È tuttavia in comprensibile il suo dominio, tutti i
mortali lo hanno provato, tutti furono trasportati nel seno di quel
mare di voluttà, tutti bevvero in quella coppa che racchiude le più
sante delizie, senza che uno solo abbia potuto afferrare il secreto di
quelle gioie; la specola della scienza non ascese puranco alle regioni
dʼamore.
Come nasce, come muore? Dove passa? nessuno lo sa;—Il filosofo austero
potrebbe pensare e studiare secoli interi senza venirne a capo di una
definizione —Come si manifesta? Chiedetelo a Laura, che per quella
prima notte cercò invano il riposo—Lʼimmagine dʼErmanno le stava
sempre davanti agli occhi, ed ella dʼaltronde non cercava menomamente
di bandirla.
La prima manifestazione dʼamore nel cuore umano compie la più grande
delle rivoluzioni nelle idee; tutto ciò che prova un cuore vergine
al primo palpito è nuovo, confuso, come melodia portata da lontane
regioni frammista al mormorio dellʼaria; come il profumo di mille fiori
raccolto in una folata della brezza primaverile.
Eccola per esempio, la vispa Laura, colei che non aveva un minuto di
quiete, che non si era crucciata mai per nulla; dovʼè la sua allegria,
dove lʼeterno sorriso di soddisfazione, il sorriso dellʼinnocenza?
Per la prima volta la giovinetta pensava; a che? Ella stessa noi
sapeva—Seduta in un angolo remoto del giardino, pareva intenta a
comporre un mazzolino di fiori, e la soverchia cura che poneva in
quel lavoro, palesava il vero secreto. Il labbro più non sorrideva;
il sorriso non può passare per la stessa via del sospiro, e Laura
sospirava di frequente.
Povera fanciulla! Inginocchiata sullʼerba, interrompeva talvolta il
lavoro per abbandonarsi alle riflessioni; ella pensava, ed il suo
pensiero vagava altrove mentre il corpo rimaneva là, immobile come
statua.
Tutto le parlava allʼanima un linguaggio dolce e commovente, tutta
natura era unʼarmonia soave come la musica di Ermanno.... Ermanno!
A questo nome il suo pensiero si arrestava, ed un lieve rossore le
pingeva le gote; nel pronunziarlo ella sentiva alcunchè dʼignoto
destarsi in lei, e sorrideva malinconicamente. Era un sorriso traditore
che celava un sospiro.
Il mazzolino era terminato, ma il tempo impassibile ai più ardenti
desideri, scorre lento per chi aspetta; e Laura aspettava misurando
i momenti—Sembravale che il sole si ostinasse a non scendere per
contrariare lei, che ne aspettava ansiosamente il tramonto.
Man mano che le otto ore si avvicinavano, ella diveniva sempre più
inquieta, finalmente il pendolo segnò lʼora desiderata, e quasi
contemporaneamente risuonò il campanello di casa Ramati.
Era desso! il cuore non lʼaveva ingannata; era Ermanno che entrando
incontrò lo sguardo smarrito della fanciulla, che tradì colla sua
confusione il suo secreto. In quella sera la madre di Laura ritirossi
di buonʼora perchè alquanto indisposta; sullʼavvocato Ramati era
assolutamente vano il far calcolo; erano tempi di agitazioni politiche!
I giovani adunque rimasero soli e padroni del campo. Ermanno suonò, e
naturalmente Laura appoggiò le mani alle sue spalle; non era più una
novità, e poteva farlo liberamente. La stagione non correva troppo
propizia per restar rinchiusi in una sala, ed Alfredo propose una
passeggiata nel suo ampio giardino—Si accettò con gioia—Di notte i
giardini sono più deliziosi che non di giorno; al chiaro delle stelle
si può benissimo comporre un mazzolino di fiori, ed Ermanno dopo pochi
passi, aveva fatta la sua messe sopra un rosaio il più vago che si
fosse mai visto—Un bottoncino di fiori accuratamente intrecciati,
passò rapidamente dal seno di Laura nelle mani di Ermanno Vengano ora
a dirci che di notte non si vede! La comitiva si fermò sopra un poggio
che si ergeva nel mezzo del giardino, e tutti si adagiarono senza tante
reticenze sullʼerba morbida e fresca.
—Ermanno! saltò su a dire Alfredo, mia cugina canta molto bene, tu
sei poeta discretamente felice, e musico per eccellenza; non potresti
comporre una Romanza?
—Bella idea, sclamò Laura battendo le mani, quando sarò a Milano, mi
verrà di gran conforto nella noia della solitudine il cantare qualche
cosa che mi ricordi questa casa.... Non già che io abbisogni di
unʼeccitamento per ricordarmi di Brescia, questa bella città mi lascia
troppe impressioni perchè io la possa dimenticare! e si dicendo senza
accorgetene strinse la mano dʼErmanno, il quale rispose:
—Mi proverò signorina, ma non si lusinghi di troppo.
—Evviva la modestia, sclamò Letizia, figurati Laurina che anche
a me diceva lʼistessa cosa, eppoi mi ha fatto una delle più belle
_Barcarole_ che si sieno mai sentite. Il male si è che da qualche tempo
ho cambiata la voce, e non arrivo più a cantarla.
—È dunque inteso, interruppe Alfredo; ora tocca a Laura di scegliere
il soggetto.
Laura si mostrò alquanto imbarazzata. A quella semplice proposta le si
presentarono dʼun tratto tante idee, che mal sapeva dove scegliere. Non
era assolutamente il soggetto che le mancava, ma sibbene il coraggio di
palesarlo.
—Hai trovato? Chiese Letizia.
—Davvero non saprei, mi vengono in mente tante cose....
—Ti aiuterò io, disse Alfredo, ma prima è necessario sapere qual
genere di canto preferisci.
—Malinconico, rispose Laura.
—Una lacrima!...
—No.
—Un sospiro?
—Nemmeno.
—Una preghiera!
—No, rispose ancora la fanciulla, e volgendosi ad Ermanno. Animo, gli
disse, ci aiuti; fuori una delle sue belle idee, ed aggiunse con un
lieve accento di rimprovero: parmi poi che ella non dovrebbe essere
affatto estraneo alla scelta di questa canzone!...
Letizia non comprese. Alfredo pensava al soggetto, ma Ermanno conobbe
il vero senso di quelle parole; lo conobbe tanto bene che rispose
subito:
—Un addio?
—Bene, bene risposero le ragazze.
—A chi? chiese Alfredo.
Questa volta toccò ad Ermanno lʼimbarazzo, ma Laura, come se avesse
compresa la titubanza, e per dargli coraggio sclamò con accento
malizioso:
—Fuori dunque, non esiti, a lei non possono venire che buone idee.
—Addio alla patria! gridò Alfredo come se avesse colto bene.
—No, no.
Ermanno si fece coraggio, e mormorò:
—Un addio allʼamico....
—_Lontano_, aggiunse Laura, con estrema finezza.
—Dunque, _Un addio allʼamico lontano_, ribattè Alfredo. Bene, ma non
troppo, quellʼamico....
—Eh! via, osservò Letizia, non capisci che lʼamico è un amante!
—È unʼamante?... Allora non parlo più.
Il volto di Laura era talmente acceso che fu vera fortuna per lei se le
tenebre della sera le fecero velo.
Dopo poco tempo, si fece ritorno nella sala di musica.
Laura volle provarsi a cantare, ma invano, la voce rispondeva
al sentimento che la agitava; nella sua piccola fantasia
la povera giovinetta credette di aver commesso alcunchè di
straordinario.—Alfredo tentò egli pure una cavatina, ma la troncò a
metà, allegando unʼimpedimento di voce causato forse dallʼaria della
sera.
Ermanno pure era alquanto pensoso; pareva assorto in qualche grave
riflessione, e sfiorava sbadatamente la tastiera del pianoforte, senza
punto curarsi di ciò che ne usciva. Ad un tratto una vocina delicata
che lo fece fremere, interruppe le sue meditazioni.
Era Laura che durante quel martellare sul piano, erasi rimasta dietro
a lui, non azzardando di sturbarlo; era dessa che scuotendolo dal suo
letargo lo invitava a suonare—Ermanno alzò gli sguardi al soffitto
come fanno i pianisti per richiamarsi alla mente qualche pezzo, indi
nel riabbassarli, incontrò quelli di Laura che gli si era posta
accanto; era un sorriso seducente, che egli contemplò a lungo senza che
perciò la giovinetta sʼimbarazzasse.
Ermanno suonò, ed alle prime note dʼintroduzione venne interrotto da
Alfredo che gridava:
Attente figliuole, attente a questa sublime musica, è di Talberg....
Ermanno risalì al principio del _Notturno_ che riuscì dʼun magico
effetto. Letizia batteva le mani, e Laura invasa dal senso malinconico
che la dominava, mormora al giovane:
—Quanto è caro...questo _notturno_.
Batteva la mezza dopo le dieci quando Ermanno si levò dal pianoforte
per andarsene.
—Così presto? chiesero le fanciulle.
—Me ne duole signorine, ma mia madre non istà troppo bene, e non è
prudenza lasciarla sola per tanto tempo.
—Allora vada pure signor Ermanno, sarebbe dal canto nostro esigere un
poʼ troppo.
—Letizia dice bene sclamò Laura prendendo la mano ad Ermanno, e
trattenendolo aggiunse. A rivederci quando?
Ermanno si mostra imbarazzato.
—Domani perbacco, disse Alfredo, non è vero?
—Purchè mia madre stia bene....
—Oh sempre inteso, anzi ascolta, ho un progetto per domani; suonare
tutta la sera è troppa fatica con questo caldo; andremo a fare un giro
in carrozza, vi pare madamigelle?
—Va benissimo.
—A domani dunque.
—A domani.—Ermanno uscì salutato per lʼultima volta da Laura che gli
aveva mormorato: Lʼaspetto!