Aveva appena scossa la corda del campanello, che risuonarono
dallʼinterno della casa esclamazioni di gioja. Venne tosto aperto, ed
apparve sulla soglia madamigella Letizia seguita da una bella ragazza
che appena vide Ermanno si mise a gridare:
—Eccolo, eccolo, è desso!
Il giovane fu introdotto nella sala della signorina Letizia, che
nellʼaddurlo per mano gli disse:
—Questa volta non ci scappa più.
Non furono neccessarie tante cerimonie di presentazione, giacchè la
madre di Laura già conosceva Ermanno; in quanto a madamigella Laura
nel suo eccesso di espansione aveva già tolto il cappello e la canna
di mano al giovane con tale confidenza come se da molto tempo lo
conoscesse.
—Tu ne sarai sorpreso, disse Alfredo, ma mia cugina ti conosce già
intimamente; ella sa tutta la tua storia; epperciò non è il caso di
stare in complimenti.
—Oh! si davvero, sclamò Laura vivamente, il signore era già una mia
conoscenza prima ancora che lo vedessi; domandi alla mamma quante volte
abbiamo parlato di lei. Alfredo mi fece siffattamente lʼelogio del suo
talento per la musica, che non avrei avuto più pace se non mi veniva
dato di udirlo.
—Il caro Alfredo ha troppo zelo a mio riguardo, rispose Ermanno
sorridendo, e sarò a lui debitore se la mia poca abilità non
corrisponderà affatto alle troppo grandi aspettative di madamigella.
—Via signorino, ella vuole rimpicciolirsi per apparire poi più
grande, interruppe Letizia. Intanto Laura aveva già preso Ermanno per
il braccio, e tirandolo dolcemente lo fece sedere al pianoforte dicendo:
—Animo, favorisca di suonare quel _notturno_—AL CHIARO DI
LUNA—ne conosco già una parte.
—Davvero? chiese Ermanno.
—Ma sì, il cugino Alfredo aveva la compiacenza di cantarlo.
Ermanno era confuso, giammai egli aveva incontrato un carattere così
vivace, ed ingenuo. Sedendo al piano, alzò gli occhi sulla giovinetta
che si era posta a lui di fianco, e stette a contemplarla, anzi ad
ammirarla.
Alfredo non aveva punto esagerato; Laura era di una bellezza
sorprendente. Nulla di più soave del suo occhio ceruleo improntato
di una vivacità straordinaria; in quello sguardo brillava un misto
dʼingenuità e civetteria che formava uno strano contrasto. Una bella
fronte di neve contornata da ricchissima capigliatura, bionda come
quella di un cherubino.
Il complesso della persona gareggiava in vezzi colla soavità del volto,
e lʼinsieme di quella figurina era di una eleganza statuaria.
Ermanno rimase colpito; giammai egli aveva vista fanciulla più bella,
giammai nelle ricerche della sua fantasia dʼartista, erasi immaginata
una realtà così seducente. Abbassò lo sguardo dal volto di lei, e
sfiorando colle mani la tastiera del pianoforte, improvvisò uno
_Scherzo_, una specie di _Capriccio_ delicato come le idee che gli si
erano destate nellʼanima contemplando quella gentil creatura.
Laura stette ad ascoltare senza batter palpebra, e quando egli ebbe
terminato, ella corse ad abbracciare la cugina Letizia mormorando: Oh
come suona bene!
—Improvvisato, improvvisato! non è vero? chiese Alfredo premuroso.
Ermanno rispose affermando col capo.
Laura e Letizia si erano frattanto avvicinate al piano.
Noi non sapremmo dire come e perchè, ma è certo che il volto di Laura
si era acceso dʼun colore insolito, e se un mano indiscreta si fosse
posata sul di lei cuore, ne avrebbe sentito i moti più agitati.
È possibile che ella abbia potuto penetrare nel sentimento di quel
_Capriccio_ suonato da Ermanno?.....
..... Forse sì; havvi una corda nel nostro cuore che se viene scossa
rivela confusamente il perchè del suo eccitamento; dʼaltronde lo
sguardo di Ermanno esprimeva qualche cosa in quellʼistante; era
unʼespressione quasi impercettibile che però fece palpitare la
giovinetta, la quale per istinto ne aveva forse compreso il significato
prima ancora che Ermanno potesse spiegarselo—quel pensiero melodico
non poteva essere inspirato che dallʼesame fatto sul volto della
fanciulla, e lʼemanazione di quel concetto fu tanto rapida ed
improvvisa che la stessa mente che lo aveva concepito, non potè prima
tradurne il senso allʼintelligenza.
Ermanno aveva creata una melodia senza accorgersene sotto lʼimpressione
della bellezza. Laura aveva indovinato col cuore.
Quel _Capriccio_ voluttuoso, carezzevole, quei tocchi graziosi delle
note spiranti la mollezza, suonarono come soave linguaggio nel cuore
della fanciulla, che senza comprenderne il vero significato, pure
dallʼaccento, dalle vibrazioni, aveva scoperto in quel concetto un
saluto dʼammirazione.
Ermanno dal canto suo aveva rimarcato il leggiero rossore di quelle
guancie; incontrando una seconda volta lo sguardo di Laura, vi trovò
lʼespressione di un turbamento interno.
—Al _notturno_, interruppe Letizia.
—Sì, sì al _notturno_, ripetè Laura, saltellando per la sala, onde
nascondere lʼemozione cagionatale dallo sguardo di Ermanno.
Tutti si raccolsero attorno al pianista; Laura si collocò dietro a lui
e guardava sul piano passandogli lo sguardo giù per le spalle,—Letizia
a destra Alfredo a sinistra.
Fin dalle prime note dʼintroduzione, quegli entusiasti dʼuditori
cominciarono a trattenere quasi il respiro, ed era bello il vederli
immedesimati nel carattere della musica di cui ne seguivano tutte le
gradazioni. Dopo lʼintroduzione seguiva unʼadagio sulle corde basse,
e la mollezza di quel canto era tanto dolce, tanto insinuante, che
negli occhi di Laura vi brillò una lagrima di tenerezza. La povera
giovinetta non era più sulla terra, pareva che cercasse in quelle note
unʼespressione, unʼaccento che le facesse più chiaro ciò che le passava
per la mente, giacchè in quei suoni ella vi trovava un significato, e
sembravale di sentirsi parlare in cuore da una voce affettuosa e cara
già conosciuta, già udita altra volta.
Mentre Ermanno suonava, sentivasi lʼalito di lei sfiorargli la guancia,
ed eragli tanto soave quella carezza, che per prolungarne la durata
fece ritornello sullʼultima parte del _notturno_, aggiungendovi
una lunga cadenza così ben trovata, così morbida, che Laura rapita
dallʼeffetto, lasciò cadere le mani sulla spalla di Ermanno
appoggiandovisi sopra leggermente.
Il giovane fu scosso a quel tocco, lʼemozione rese tanto delicato il
senso del tatto in quel punto ove le mani si posarono, che gli parve di
accarezzarne le graziose dita.
Letizia alzò lo sguardo su Laura, e sorrise nel vederla in tale
abbandono; la giovinetta arrossì, e ritirò lestamente le mani.—Si
suonò dellʼaltra musica, indi fu concessa un poʼ di tregua al povero
pianista che era tutto in un sudore, ed allora si appiccò una
conversazione animatissima. Parlarono di musica, di teatri e di mille
cose che sarebbe follia ripetere; basti notare che la chiacchierata
durò due ore. In tanto tempo si possono dire molte cose, due ore sono
lunghe con una nojosa compagnia, ma parvero due istanti specialmente a
Laura, e diciamolo pure ad Ermanno.
Durante quel lungo discorrere i loro sguardi sʼincontrarono parecchie
volte, e lasciamo immaginare al lettore cosa poterono dirsi quegli
occhi. Non staremo certo a svelarne i dolci misteri, ci manca il
coraggio di accingerci a tanto, giacchè gli occhi parlano spesso assai
più della lingua, ed il loro silenzio è tanto eloquente da rendere
inetta la parola ad esprimere tutto ciò che possono racchiudere.
Lʼallegrezza di Laura in quella sera fu portata al colmo; ora saltava,
ora rideva; talvolta abbassavasi allʼorecchio della cugina mormorandole
sommesse parole, mentre di sottecchi sorrideva ad Alfredo ed Ermanno,
come se essi potessero indovinare ciò che ella diceva.
A taluni parrà alquanto esagerata questa subita espansività, ma noi
possiamo affermare che quel brio, quella spontanea allegria sono
naturali nelle ragazze che da poco lasciarono le mura di un collegio,
ove imparano a desiderare il mondo colle sue illusioni e le sue
libertà. Ai primi soffii dʼaria libera che le sfiorano il viso, esse si
esaltano, si commovono, e vorrebbero nel loro entusiasmo abbracciare
lʼuniverso intiero; il mondo traveduto nei vergini sogni si presenta ad
esse come un mazzo di fiori freschi e profumati ma, non sanno ahimè che
quel profumo stordisce, che quellʼaria balsamica spesse volte uccide!
Ermanno si sentiva commosso nel mirare quella fanciulla così bella e
felice; lʼocchio del giovane errava spesso a fare, unʼesame troppo
scrutatore di quelle bellezze, talchè Laura accorgendosene ne arrossiva
sorridendo, mentre con infantile civetteria si guardava negli specchi.
Il tempo, quel giudice crudelmente imparziale segnò le undici ore
sullʼinesorabile Clepsidra, ed una torre lontana rispose a quel segno a
colpi di squilla.
—Undici ore? chiese Letizia.
—Propriamente, rispose Alfredo guardando il pendolo.
—Diggià! mormorò Laura un poʼ uggiosa.
—Allora, disse Ermanno alzandosi, me ne vado.
—Oh non ancora, sclamò Laura, bisogna suonare anco una volta il
_notturno_.
Ermanno si rimise al piano, e Laura riprese la stessa positura. Il
_notturno_ era piuttosto lungo, e la stagione non troppo favorevole per
una lunga fatica al piano, per cui alla fine del pezzo Ermanno aveva la
fronte madida di sudore; Laura se ne accorse, titubò alquanto, guardò
prima Letizia, poi Alfredo; indi per un moto quasi involontario trasse
il fazzoletto e lo passò leggermente sulla fronte del giovane pianista,
il quale la ringraziò con un dolce sorriso.
Ermanno non si potè partire da casa Ramati senza prima aver promesso
di tornarvi alla dimane, ed ancora mentre stava per scendere le scale,
Laura trattenendolo per mano sclamò: Si ricordi che lʼaspettiamo!