(APPENDICE.) (1903-1907.)
Non par vero che debba esser morto. — La malattia si era arrestata,
ma le tracce di essa rimanevano. — Disperazione di non potere
scrivere speditamente. — Lucidità della mente e difficoltà di
esprimersi. — Severino Ferrari supplente al Carducci. — Lezioni
all’Università. — Morte di Severino Ferrari. — Il Carducci in
Toscana. — Edizione delle Opere: i vol. XV e XVI. — Saggio su la
Canzone di Dante delle tre donne, dedicato a Luisa Zanichelli nelle
sue nozze. — Lettera di dedica al padre di lei. — L’ultimo periodo
dell’opera letteraria del Carducci. — Il Carducci chiede il riposo
dall’insegnamento. — Ricompensa nazionale. — Saluto di commiato
degli studenti. — Il volume delle _Prose_ scelte. — Ritorno da
Madesimo nel 1905. — Ultima lettera sconsolata. — Il telegramma al
_Secolo_. — Condizioni gravissime del poeta. — Il premio Nobel.
— La cerimonia della premiazione a Stocolma e a Bologna. — Il
discorso del Barone De Bildt. — Morte del Poeta. — Il dolore di
tutto il mondo civile. — Onoranze ufficiali. — Il dolore del popolo
bolognese. — I funerali, e il corteo.
Io sperava non mi toccasse aggiungere un ultimo capitolo a queste
_Memorie_, non mi toccasse mettere la parola _fine_ alla vita
dell’amico mio.
Scrivo con l’animo ancora turbato dalla notizia, non inattesa, e
tuttavia quasi incredibile, che quella nobile vita si è spenta. Certe
anime privilegiate, a chi ha avuto la fortuna di vivere per lungo tempo
in comunione di pensieri e di sentimenti con esse, parrebbe dovessero
essere immuni dalla legge che condanna i viventi tutti a morire.
Si dice: — Morirono Dante, lo Shakespeare, il Goethe, Victor Hugo:
perchè non avrebbe dovuto morire il Carducci? — Anche: — La vita in
questi ultimi due anni era divenuta a lui un supplizio; e la morte è
stata una liberazione. —
È vero: ma quando l’uomo che abbiamo amato e venerato fino ad ieri,
oggi ci dicono che è scomparso dal mondo, che domani e per tutti i
giorni avvenire non lo vedremo mai più, mai più; questo ci pare un
fatto anormale, mostruoso, contrario alle idee di bontà e di giustizia,
un fatto che sconvolge l’ordine morale delle cose.
I grandi trapassati, per quanto grandi e degni d’ammirazione e d’amore,
sono altra cosa dai granduomini coi quali abbiamo vissuto insieme, che
abbiamo amati e ci hanno amato; e confondere gli uni con gli altri non
è possibile. Gli uni, quando noi venimmo al mondo, appartenevano già a
un altro mondo, al mondo delle ombre; gli altri sono parte del nostro
mondo, sono parte di noi stessi; e quando ci vengono tolti, è come se
ci venisse strappata una parte dell’anima nostra.
*
* *
Dopo le cure che si ebbe ad Ozano nella villa del prof. Gandino, e a
Firenze in casa del dott. Billi, il Carducci si era alquanto riavuto
del disturbo che lo colpì il 25 settembre 1899; e si disponeva a
tornare a Bologna a riprendere la sua vita e le sue occupazioni
ordinarie. Pareva ristabilito sufficientemente in salute: ma se la
malattia si era arrestata, le tracce e i germi di essa rimanevano nel
corpo dell’uomo. La macchina era forte; ma i guasti interni, prodotti
in essa dal primo colpo, non si potevano interamente eliminare:
bisognava contentarsi che non si allargassero.
Il Carducci tornò a Bologna, ma non era più lui; si sentiva come
dimezzato. Non camminava più franco; parlava con qualche difficoltà;
era tardo a pensare. Ciò che più d’ogni altra cosa lo affliggeva era
quel po’ di paralisi al braccio e alla mano destra, che gl’impediva
di scrivere correntemente. Egli, che pure aveva una bella e ben
formata calligrafia, quando gittava in carta i primi abbozzi delle sue
composizioni, o scriveva lettere agli amici, faceva correre la penna
su la carta con tale rapidità, che senza molta pratica e molta fatica
non si decifrano certi suoi manoscritti. Ora è facile immaginare quanto
gli dolesse e lo turbasse il non avere più pronta e obbediente la mano
a tradurre speditamente su la carta il suo pensiero. Il 20 ottobre,
dandomi sue notizie, mi scriveva, come vedemmo: «Per me andrebbe
benissimo se potessi riacquistare in breve l’uso della mano.» Pur
troppo non potè; per quanto avesse fatto a Firenze, sotto la direzione
della signora Marianna Giarrè-Billi, lunghi esercizi di calligrafia, in
grazia dei quali era riuscito a scrivere qualche cosa, ma con istento e
fatica.
A Bologna sulla fine del febbraio 1901 volle fare un’altra prova:
pregò lo Zanichelli di procurargli alcune penne d’oca, nella speranza
che con esse lo scrivere gli sarebbe stato più facile. Lo Zanichelli
glie le procurò, e il Carducci appena avutele si ritirò nella stanza
attigua alla libreria Zanichelli, sedette alla scrivania, e scrisse con
carattere un po’ stentato, ma chiarissimo, questi versi: