Il secoletto vil che cristianeggia

Un altro, _Ai sepolcri dei grandi Italiani in Santa Croce_, terminava

così:

.... in questi avelli or vive,

Qui solo, e in van, la patria nostra antiqua:

Ai quali io siedo e fremo, a le mal vive

Genti imprecando, de l’etade iniqua

Dispregiator, ch’altro non posso, eterno.

In un’ode _Agli Italiani_ il poeta gridava:

O di cuor peregrina e di favella

E di vesti e di vizi, o in odio ai Numi

E a gli avi ed a la patria, or che presumi,

Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra: o in fondo

Giaci da secolar morbo disfatta;

E i vanti posa o la superbia matta

Favola al mondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Che se il fato n’è avverso, e se a te giovi

L’oblio perenne e i gravi pesi e l’onte;

Rompan su d’oltre mare e d’oltre monte

Barbari novi,

Frughin de gli avi ne le tombe sante

Con le spade ne’ figli insanguinate,

E calpestin le sacre al vento date

Ossa di Dante.

La forza e l’audacia di questi e d’altri simili versi eccitavano

l’ammirazione e l’entusiasmo dei pochi amici del poeta; ma rispondevano

così poco al sentimento pubblico d’allora, che anche uomini, i quali

si credevano e a modo loro erano liberali, furon tratti a biasimare

altamente il volumetto carducciano, e non ebbero niente da opporre

a chi dichiarò che l’autore si mostrava destituito d’ogni facoltà

poetica.

*

* *

Il 1859 mutò per poco la posizione del Carducci rispetto al pubblico.

Da qualunque parte fosse venuta l’iniziativa della liberazione

d’Italia, chiunque se ne fosse fatto l’autore, avrebbe avuto

l’incoraggiamento e le lodi del giovane poeta; il quale, non appena

balenò la possibilità della guerra del Piemonte all’Austria, compose

la canzone _A Vittorio Emanuele_; e così dopo la pacifica rivoluzione

toscana del 27 aprile si trovò d’accordo con la maggioranza dei suoi

concittadini, che volevano l’unione al Piemonte, e cantò la _Croce

di Savoia_ e l’_Annessione_. Queste poesie fecero dimenticare il

libretto di due anni innanzi, e il Carducci parve divenuto il poeta

dell’opinione pubblica liberale in Toscana.

Ma l’accordo durò poco. Dopo Villafranca venne la spedizione dei

Mille, e il poeta, che aveva in cima dei pensieri il compimento della

unità nazionale, si fece naturalmente garibaldino. Gli avvenimenti

successivi, la paurosa politica dei liberali moderati e la loro

soggezione a Napoleone III, che aveva rotta sul principio l’impresa

della liberazione d’Italia, che ne avversava in mille maniere il

compimento, che manteneva i soldati francesi a Roma, raffermarono ogni

giorno più il distacco del Carducci dalla maggioranza monarchica. Da

che la monarchia si chiariva incapace di compiere, almeno per allora,

l’opera del risorgimento nazionale, le idee del poeta si trovarono

naturalmente d’accordo con quelle dei partiti avanzati (in parte

avversi alla monarchia) che non ammettevano indugio.

Egli era allora a Bologna, ed essendo in quella disposizione d’animo

ed avendo quelle idee, s’era venuto a poco a poco avvicinando agli

uomini che quelle idee medesime professavano, ai giornalisti che le

sostenevano. È naturale che in quell’ambiente, come oggi si dice,

egli si trovasse a suo agio; come è naturale che quell’ambiente

esercitasse qualche influenza nell’animo di lui. Superfluo avvertire

che una gran parte della gioventù romagnola, che per ragione di studi

o d’altro affluiva a Bologna, e già cominciava ad ammirare il poeta,

era repubblicana. Ad acuire l’opposizione del Carducci alla politica

del governo si aggiunsero i dolorosi fatti della guerra del 1866,

la politica spiegatamente reazionaria di esso governo, e le piccole

persecuzioni alle quali il poeta fu fatto segno dal Ministero.

Nel 1868 fu pubblicato il volume dei _Levia Gravia_, una raccolta di

poesie, dove, fra lo sdegno per le ingiustizie sociali, domina una

nota di sconforto e di sfiducia, una nota quasi direi leopardiana. Ma

in mezzo a quello sconforto, e in mezzo agli studi d’erudizione e di

filologia di quello che può chiamarsi un periodo di raccoglimento del

poeta, scoppiarono pure dall’animo di lui l’ode _Dopo Aspromonte_ e

l’_Inno a Satana_, e indi a poco i primi _Epodi_, di cui l’ode e l’inno

furono come l’avanguardia.

L’_Inno a Satana_, composto nel 1863 e pubblicato nel 1865, non

fu veramente conosciuto che dopo la ristampa fattane nel 1869 dal

direttore del giornale democratico _Il Popolo_ di Bologna, E. Bordoni,

in occasione che si apriva a Roma il concilio ecumenico. Quella poesia

e i primi Epodi ebbero, com’è naturale, l’approvazione e le lodi dei

repubblicani, e in genere dei giornali e degli uomini d’opposizione,

più, s’intende, per ragioni politiche e di partito, che come opera

d’arte e come manifestazione di un alto ingegno poetico. Le persone

così dette serie, i liberali moderati, gli uomini d’ordine, dissero:

Questo non è un poeta, è un energumeno.

*

* *

Il suo poeta, anzi i suoi poeti, l’Italia liberale li aveva già:

a parte il Prati, famoso da un pezzo, aveva l’Aleardi, sorto poco

prima del 1860 a gareggiare con lui, e venuto subito in gran fama

per la dolcezza e malinconia dei suoi _Canti_, ristampati dal Barbèra

nel 1864; aveva lo Zanella, il cui nome quasi sconosciuto prima del

1867 fuori del Veneto, si diffuse ben presto per tutta Italia dopo

l’edizione delle sue poesie fatta pur dal Barbèra nel 1868.

La capitale era allora a Firenze; e un po’ dello spirito cattolico

guelfo movente dal palazzo Capponi avvolgeva il governo e la

maggioranza da esso rappresentata. Le poesie dello Zanella, nelle quali

la religione, la scienza e l’amor di patria si davano la mano, poesie

semplici ed eleganti, se talora un po’ accademiche, rispecchiavano,

anche meglio di quelle del Prati e dell’Aleardi, il sentimento

della maggioranza legale del paese. La poesia del Carducci stonava

orribilmente, e doveva parer degna del piombo che ferì Garibaldi ad

Aspromonte, o almeno almeno delle manette che strinsero i polsi degli

arrestati di villa Ruffi.

Il poeta da giovane aveva detto che la sua musa era cresciuta colle

tenui miche d’Orazio; ora, alla distanza di pochi anni, i suoi

concittadini lo chiamavano il poeta _della barricata_ e delle _Grazie

petroliere_. E pure egli non aveva fatto che crescere, crescere coi

medesimi sentimenti, con le medesime aspirazioni che gli fervevano in

cuore fin dalla prima giovinezza.

Ad alcuni dei pochi amici, che avevano ammirato le sue poesie

giovanili, parve anche, dopo i due Epodi per Corazzini e per Monti

e Tognetti, che il suo gusto letterario cominciasse a corrompersi. —

Perchè? — Perchè nella meditazione e negli studi di quel periodo di

raccoglimento l’orizzonte delle sue idee si era venuto allargando,

il suo ingegno si era svolto e rafforzato; e lo scudiero dei classici

aveva sentito il bisogno di liberarsi da ogni soggezione e di correre,

come disse egli stesso, le avventure a tutto suo rischio e pericolo.

Naturalmente ciò ch’egli in quel periodo aveva letto di poeti stranieri

moderni conferiva alla liberazione e alla educazione delle sue facoltà

poetiche; e i segni ne apparivano nelle ultime poesie.

Quando nel 1868 uscì il volume dei _Levia Gravia_, la pubblicazione

di esso passò quasi inosservata. I buoni moderati erano tutti intenti

a gustare il loro Zanella, uscito appunto in quel medesimo anno, e in

quel medesimo anno proclamato dalla _Nuova Antologia_ il nuovo poeta

d’Italia.

Non che qualcuno non avesse sentito e detto qual poeta vero e forte

annunziavano i due Epodi pel Corazzini e per Monti e Tognetti: ma

pochi porsero orecchio a quelle voci. Fra codesti pochi fu l’editore

Gaspero Barbèra; il quale, diremo meglio, aveva forse già sentito da sè

la potenza dell’ingegno del Carducci anche come poeta. E pur sapendo

quali avversioni incontrassero nel pubblico, specialmente toscano, i

suoi versi, gli chiese di farne una edizione. Egli sapeva anche che,

nonostante quelle avversioni, l’ingegno dell’uomo cominciava ad essere

riconosciuto, e capì che, data quella forza di mente e quella tempra di

carattere, il poeta avrebbe finito coll’imporsi. Intanto il Carducci

che, per le sue opinioni politiche, aveva, come sappiamo, avuto dal

governo parecchi fastidi ed una sospensione, seguitò per la sua via

senza scomporsi, seguitò a scrivere, quando l’occasione lo stimolava

e l’animo dettava dentro, versi sempre più ardenti e più arditi: e il

Barbèra ai primi del 1871 pubblicò, raccolte in un volume, tutte le

poesie composte da lui fino allora, non escluso l’_Inno a Satana_ e i

versi nuovi. L’editore voleva comprendere nel volume anche la canzone

_A Vittorio Emanuele_ e le altre poesie politiche anteriori al 1860;

ma l’autore non volle: «Quei versi, disse, li ristamperei, se fossimo

in repubblica: ora nol fo, per più ragioni degne.» Fra queste c’era,

credo io, bench’egli nol dicesse, il proposito di rimanere tutto intero

nella opposizione, e come tale presentarsi nel suo libro. Del quale

affermava, _a rischio_ (son sue parole) _di passare per bugiardo o per

superbo_; «Io ne’ miei versi come disperava di piacere ai più, così non

me lo sono proposto per fine.»

*

* *

E i più non si curarono dei suoi versi, che furono esaltati dai meno,

dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna. Qualcuno dei

più ne andava dicendo il maggior male possibile nei crocchi letterari

di qualche grande città; diceva che il Carducci non aveva nè affetto nè

fantasia nè forma, che era freddo, che scriveva poesia per forza, che a

far poesia come quella tutti eran capaci.

— Ah sì? pensò il Carducci, a cui queste maldicenze erano riferite

da alcune signore; ah sì? sentirete se son freddo, se i miei versi

son fatti per forza, se tutti li sanno fare! — E nel 1873 pubblicò le

_Nuove Poesie_, dove, in mezzo ad una grande varietà ed originalità

di componimenti poetici, erano i nuovi e più terribili giambi ed

epodi, che ad alcuni di quei critici e ad alcuni dei letterati e degli

uomini politici più in vista dovettero sapere di forte agrume. Non fa

meraviglia se il Bonghi, uomo che in letteratura teneva, nella opinione

dei più, un posto eminente, dichiarava: «In realtà, chi legge il

Carducci?... io me ne stanco e non mi vergogno di confessarlo.»

Che lui se ne stancasse è naturale, perchè, a parte la diversità

profonda delle opinioni, nei giambi c’era qualche zampata anche

per lui; ma che la gente non lo leggesse, era un’illusione o un pio

desiderio del dotto uomo.

La prima edizione delle poesie del Barbèra (di sole mille copie) in due

anni non si era esaurita, mentre delle poesie dell’Aleardi dal 1864 al

1873 ne erano state fatte quattro edizioni per un numero complessivo di

6500 copie, e di quelle dello Zanella dal 1868 al 1873 due edizioni di

1500 copie ciascuna. Ma pubblicate appena le _Nuove Poesie_, a quella

prima edizione ne successe subito una seconda; e poi una terza e una

quarta, intanto che delle _Nuove Poesie_ si faceva una ristampa dallo

Zanichelli.

Che cosa era avvenuto?

Errerebbe chi credesse che le _Nuove Poesie_ avessero portata al

Carducci la popolarità, cui egli non aspirò e che non ebbe mai.

Fra la gente timorata di Dio ed ossequente al Re s’era formata una

specie di leggenda intorno al nome del poeta di Satana, che faceva di

lui qualche cosa di pauroso e di terribile. I letterati, che avevan

ricevuto da lui qualche cenciata, si contentavano di dire che era un

maleducato e un villano; quelli che non lo conoscevano se lo figuravano

una specie di belva feroce; le donne e i ragazzi avevan paura di lui

come del peccato e del diavolo, salvo qualcuna che, avendo già qualche

pratica col peccato e col diavolo, moriva di voglia di conoscere come

il poeta di Satana era fatto.

È probabile che quella leggenda di terribilità facesse nascere in

alcuni il desiderio di conoscere le _Nuove Poesie_, delle quali,

appena pubblicate, ci fu subito chi si affrettò a dir male; ma, più che

probabile, è certo (quali si fossero le ragioni) che le _Nuove Poesie_,

senza neppur l’ombra d’un po’ di réclame editoriale o giornalistica,

furono subito lette in Italia e fuori; e tutte le persone cólte e

spregiudicate, ch’erano in grado d’intenderle e di gustarle, tutte

senza distinzione di partito, ne rimasero colpite come d’un fatto nuovo

e singolare nella letteratura e nell’arte, non italiana, ma europea,

come della rivelazione intera e compiuta di quel vero poeta, che i

due Epodi avevano solamente annunziato. Gli stranieri, in particolar

modo tre tedeschi, furono i primi a riconoscere il fatto e segnalarlo

all’attenzione generale.

C’era di che.

Pubblicando, soli due anni avanti, le poesie della edizione Barbèra, il

Carducci aveva detto: «Mossi, e me ne onoro, dall’Alfieri, dal Parini,

dal Monti, dal Foscolo, dal Leopardi; per essi e con essi risalii agli

antichi, m’intrattenni con Dante e col Petrarca, ad essi, pur nelle

scorse per le letterature straniere, ebbi l’occhio sempre.»

La derivazione dai classici si sentiva nei _Juvenilia_ e nei _Levia

Gravia_, come si scorgeva nei Decennali qualche segno delle scorse per

le letterature straniere.

Ma nelle _Nuove Poesie_ il poeta era lui, proprio lui, con una

fisonomia spiccata e caratteristica, che non si poteva confondere nè

rassomigliare con quella di nessun altri. E quanti aspetti varii e

nuovi e tutti originali in quella fisonomia! Che mirabile contrasto di

suoni, di colori, di atteggiamenti in quel volumetto di liriche!

Il fatto, riconosciuto solennemente, come ho detto, da tutte le persone

cólte e spregiudicate, non si poteva oramai contestare. E non osò

contestarlo nemmeno la critica dei giornali moderati, nemmeno quella

della _Gazzetta ufficiale_ del regno, ma vi girarono attorno con molte

restrizioni, con molte sciocchezze, con molte malignità, tentando di

scemarne l’importanza. — Il Carducci, sì, è un gran poeta, diceva il

critico della _Gazzetta ufficiale_; e soggiungeva: peccato che sia

un uomo _bilioso, scervellato e selvatico_! che si lasci dominare dal

suo _sciagurato temperamento_, dall’_orgoglio_, dall’_atrabile_, e nel

_parossismo cronico del suo sdegno_, nel _tumulto anarchico de’ suoi

errori_, gitti all’aria _urli di furore e gridi di rabbia felina_!

— Questa critica, che si chiamava da sè _cortese ed onesta_, che

pretendeva _scendere dall’alto forte di verità ed ispirata d’amore_, e

invitava il poeta ad _accoglierla come un’amica_, fu portata in trionfo

dai giornalini, dai giornaletti e dai giornaloni moderati, con grande

sodisfazione del grosso pubblico, che non capiva e non poteva capire il

poeta.

Il Carducci pensò: _dagli amici mi guardi Iddio_; e questo pensiero

diventò, con grande sodisfazione degli ammiratori delle _Nuove Poesie_,

una delle sue prose polemiche più magistrali, _Critica e Arte_, che

ridusse al silenzio gli avversari. Ma ridurre al silenzio non vuol dir

persuadere. In generale la critica e la polemica più persuasive non

persuadono se non coloro che non hanno bisogno di essere persuasi.

*

* *

Intanto la gioventù, non solamente di Bologna e delle Romagne, dove

il Carducci era, più che altrove, conosciuto ed amato, ma anche delle

altre parti d’Italia, aveva cominciato a leggere le sue poesie ed

entusiasmarsene. Le vicende della patria, ch’era in sul comporsi a

nazione, avevano ancora, trent’anni fa, virtù di commuovere gli animi

dei giovani. E come i giovani, quando non sono guasti dalla educazione,

o per natura scettici ed egoisti, si sentono naturalmente attratti

verso tutto ciò che agli occhi loro è nuovo, grande e generoso, si

volsero con ammirazione al poeta dei _Giambi ed Epodi_. Non ho bisogno

di nominare quelli che a Bologna erano scolari suoi, i quali sono una

legione, che oggi onora gli studi e le scuole, primo fra tutti per

ingegno e dottrina Giovanni Pascoli; del quale mi fu raccontato che

una sera al Caffè dei cacciatori fosse fatto leggere al Carducci, che

allora lo conosceva appena, un sonetto; e che egli dicesse: — Sarei

contento d’averlo composto io. —

Fuori di Bologna uno dei primi a sentirsi preso dalla poesia del

Carducci fu Giovanni Marradi, che negli anni intorno al 1870 era

studente al Liceo di Livorno, e faceva fin d’allora dei versi, anzi ne

aveva già stampati. Io ne mandai alcuni manoscritti, nel gennaio del

1871, al Carducci, il quale mi rispose: «Ho letto le poesie dell’alunno

del tuo Liceo. Intanto c’è del colorito temperato animosamente, e c’è

dell’onda di verso; e ci è attitudine e pieghevolezza; e mostra di

amare nei moderni quel che han meglio. Vorrei più sobrietà e più nerbo.

Ma ci è stoffa. Studiare, studiare, studiare: meditare, meditare,

meditare: amare e odiare fortemente: e poi riuscirà. Ma non si perda

in quel limbo d’arte e d’idee che è la società odierna, specialmente in

Toscana. Sono eternamente sospesi fra il bene e il male, fra la verità

e la convenzione: è un eterno compromesso in istile e in concetti. E

ne vengon fuori i Dall’Ongaro e gli Zanella (2ª edizione).» Con quella

seconda edizione il Carducci intendeva dello Zanella poeta politico

negli ultimi due anni, e del Dall’Ongaro che si era messo a fare il

classicheggiante.

*

* *

Qualche anno più tardi, il Carducci cantava, per le nozze di sua figlia:

L’umide

pupille fise al vel fuggente,

la mia Camena tace e ripensa.

Ripensa i giorni quando tu parvola

coglievi fiori sotto le acacie,

ed ella reggendoti a mano

fantasmi e forme spïava in cielo.

Ripensa i giorni quando a la morbida

tua chioma intorno rogge strisciavano

le strofe contro a gli oligarchi

librate e al vulgo vile d’Italia.

E tu crescevi pensosa vergine,

quand’ella prese d’assalto intrepida

i clivi dell’arte e piantovvi

la sua bandiera garibaldina.

Non c’è nessun vanto in queste strofe: esse contengono la storia

esatta della poesia del Carducci. La quale volle e seppe compiere

una rivoluzione; rivoluzione contro i sentimenti, le idee e le forme

che dominavano la vita e l’arte nel tempo suo, la vita e l’arte di

una società languida e molle, senza forti convinzioni, _eternamente

sospesa_, come egli diceva, _fra il bene e il male, fra la verità e

la convenzione_. E la rivoluzione tanto fu compiuta, che quando la

musa del Carducci stava piantando sui clivi dell’arte la sua bandiera

garibaldina, il buon Aleardi, una sera, rispondendo a certuni che gli

lodavano alcuni versi suoi, uscì a dire: «Non lodate, non lodate. Di

tutta questa roba non resterà nulla di qui a vent’anni. Ho sbagliato.

La strada è un’altra; e c’è già chi l’ha vista, e se non pretende di

percorrerla troppo in furia, arriverà sicuro alla meta e otterrà fama

vera e durevole. È un gran dolore, cari miei, quello d’aver lavorato

tanti anni e dover poi confessare a sè stesso di non aver fatto nulla

che valga.»[74]

Se la fama dell’Aleardi cominciò a declinare a mano a mano che si

facevano strada le poesie del Carducci, giustizia vuol che si dica

che le previsioni del poeta circa la completa oscurazione del suo nome

furono più pessimiste del vero; poichè dei suoi _Canti_ dal 1873 in poi

furono fatte altre quattro edizioni, l’ultima delle quali è del 1899.

E l’editore, ch’è uomo pratico di queste cose, ritiene che altre se

ne faranno. C’è dunque ancora in Italia chi legge ed ammira l’Aleardi:

ciò che non può dirsi, almeno allo stesso grado, dello Zanella, le cui

poesie, dopo le due prime edizioni del Barbèra ed una dei Successori Le

Monnier, non sono state più ristampate.

Fa singolare riscontro alla rivoluzione compiuta dalla poesia del

Carducci il fatto che due corifei del romanticismo, il Prati e il

Dall’Ongaro, al quale già accennai, vicini a chiudere la loro carriera

poetica si volsero al classicismo. Il Prati quando, al tempo della

capitale a Firenze, il ministro Broglio faceva predicare il verbo della

lingua popolare e manzoniana, si mise a comporre versi latini, tradusse

un libro dell’Eneide, e pubblicò l’_Armando_, nella seconda parte

del quale è il _Canto d’Igea_; un canto che, a giudizio del Carducci

stesso, è «ciò che di più sanamente classico ha prodotto la poesia del

tempo nostro in Italia.»[75]

*

* *

Insieme con la rivoluzione della poesia, il Carducci ne fece un’altra;

quella degli studi di critica e storia letteraria, nella quale ebbe

compagno l’amico suo Alessandro D’Ancona.

Nella prima metà del secolo passato le così dette cattedre di eloquenza

delle nostre Università erano state palestra di esercitazioni retoriche

ed accademiche, di maggiore o minor valore, secondo il maggiore

o minore ingegno degli oratori; ma gli uomini come Ugo Foscolo vi

capitavano di rado e non vi duravano a lungo; e Francesco De Sanctis,

che in tempo a noi più vicino, senza troppo approfondire i particolari,

ebbe una felice intuizione generale dei fatti storici della

letteratura, e sopra quella fondò la sua critica nuova e geniale, è una

gloriosa eccezione.

Il Carducci, anche prima di salire la cattedra dell’Ateneo bolognese,

aveva indovinato da sè il metodo vero degli studi di storia e critica

letteraria, cioè il metodo delle ricerche diligenti e pazienti dei

fatti, sui quali fondare poi il ragionamento critico ed estetico.

Cotesto metodo egli aveva cominciato già ad applicarlo nei Saggi da

lui premessi ai volumetti della _Collezione Diamante_ del Barbèra. E

naturalmente, quando si trattò di insegnare la storia della letteratura

all’Università, sentì il bisogno di cominciare dalle origini,

appunto perchè meno conosciute e più oscure, e perchè senza di esse è

impossibile rendersi ragione degli svolgimenti successivi.

Lo stesso fece il D’Ancona, nominato, quasi contemporaneamente al

Carducci, professore di lettere all’Università di Pisa. La cosa era

così nuova, che produsse un po’ di scandalo fra i letterati della dotta

Alfea. — Ma questa non è letteratura italiana, questa è archeologia —

dicevano i buoni Pisani, che ricordavano le chiacchiere sconclusionate

del Rosini, e la lettura degli _Ammaestramenti_ del Ranalli, fatta

da Michele Ferrucci dalla cattedra d’eloquenza dell’Ateneo pisano.

Certamente il Carducci non aveva imparato da loro.

È noto come il metodo storico abbia interamente rinnovato fra noi

gli studi letterari; come è noto che nella scuola del Carducci non

ci fu mai pericolo ch’esso ingenerasse freddezza e aridità. Oltre

i suoi scolari, fanno di ciò testimonianza i suoi libri di prosa;

i quali possono dividersi in due grandi categorie, libri di storia

e critica letteraria, libri di critica d’arte e polemica. I primi

sono un riflesso del suo insegnamento, e mostrano com’egli, armato

d’una erudizione larga, minuta e precisa, sapesse coll’ingegno vivo,

acuto, luminoso, penetrare più addentro negli argomenti che prendeva

a trattare e scoprirne aspetti nuovi rimasti fino allora ignorati. I

secondi sono un compimento dei primi, e un commento e una illustrazione

continua dell’arte sua.

Il merito del Carducci erudito e scrittore di prosa fu riconosciuto

più presto e più generalmente che quello di lui poeta, perchè a quel

riconoscimento non contrastavano, o contrastavano meno, le opinioni

politiche, la mancanza di gusto e le vecchie abitudini e i pregiudizi

di scuola. E, diciamo anche, l’incoltura e la presunzione della critica

spicciola dei giornali. I letterati serii, che si scandalizzarono alle

audacie di pensiero dell’_Inno a Satana_, ammiravano l’erudizione e

la critica di cui il poeta aveva dato saggio con la edizione delle

poesie italiane del Poliziano; gli uomini e i giornali politici, che

non potevano mandar giù le satire acerbe dei _Giambi ed Epodi_ e si

provavano a gittare qualche frizzo contro qualche stranezza o durezza

delle _Nuove Poesie_, pur ammettendo il valore poetico non comune del

libro, si sentivano in dovere di lodare senza restrizione gli _Studi

letterari_ pubblicati dal Vigo.

Ma quando qualche anno dopo uscirono le _Odi barbare_, apriti cielo.

Non c’è esempio nella nostra letteratura di un diluvio di spropositi

come quello che piovve allora sul capo del poeta. La critica dei

giornali non aveva dato mai prima, e credo non desse mai dopo, uno

spettacolo così stupefacente di ignoranza e di miseria intellettuale.

Un critico che andava per la maggiore, e che ammanniva periodicamente

ai lettori e alle lettrici della _Illustrazione italiana_ sue lezioni

di buon gusto e di estetica, disse che le _Odi barbare_ erano una

stonatura, una musica barbarica, una _decalcomania_; un altro, brava

e cólta persona, disse che non erano state scritte sul serio, che il

poeta aveva voluto prendersi burla del pubblico; un terzo, scienziato

e giornalista, scrittore di drammi e di cose militari, pubblicò, come

dissi in principio del cap. VII, un articolo pieno d’errori, per dare

una lezione di metrica al Carducci. Questa critica, indipendentemente

dalla parte che poteva avere in essa qualche dispetto personale,

rappresentava la opinione vera e il grado di cultura della maggioranza

del paese di fronte alla poesia delle _Odi barbare_.

*

* *

Ho parlato di dispetti personali. Era naturale, era umano che molti

avessero dei risentimenti contro il poeta, perchè molti erano stati

fatti segno ai suoi strali, alle sue punture, ai suoi scherzi.

Il Carducci, fino da giovane, fu uomo di passione, d’impeti, di

scatti; ebbe letterariamente antipatie molto pronunziate, nè sempre

giustificate. Di alcune lo riconobbe egli stesso e con nobile

franchezza lo confessò; perchè nelle sue antipatie non c’era niente di

personale. Quando nello scrivere un di quei nomi gli capitava sotto la

penna, bisognava ch’ei lo bollasse.

Paulo Fambri, che i lettori già sanno essere lo scienziato e

giornalista che volle dare al Carducci una lezione di metrica, fu

chiamato da lui _il grosso Voltaire de le lagune_; e perchè era in

fondo un brav’uomo, le punture ricevute dal poeta non gl’impedirono

di riconoscerne il valore. Lo stesso di altri. Il Bonghi fu, come

ho detto, tartassato dal Carducci, e più d’una volta; e più d’una

volta criticò egli il Carducci, nè molto felicemente; ma poi finì col

riconoscere, non senza molte restrizioni, com’era suo costume, i meriti

di lui. Il Bonghi, anche quando lodava, aveva sempre l’aria di dire:

Voi avete fatto una bella cosa, ma io l’avrei fatta diversamente, cioè

meglio.

Uno dei più maltrattati dal Carducci in verso ed in prosa fu lo

Zendrini, che non si ristette dal criticare il Carducci fin che potè,

ch’era un di quelli che dicevano male delle sue poesie nei crocchi

delle signore (ciò ch’era naturale, dato il modo suo d’intendere

e concepire la poesia e l’arte, affatto opposto a quello del

Carducci); ma quando egli fu morto, il Carducci, dovendo parlare di

lui, e volendolo fare «con quella coscenziosa e meditata libertà e

schiettezza, della quale, diceva, gl’italiani han troppo bisogno,»[76]

rese, senza niente disdirsi, piena giustizia al suo ingegno e alla sua

dottrina, si dolse ch’ei fosse mancato all’arte, quando forse stava

per rinnovellarsi, e concluse, a proposito di lui e di altri morti di

fresco: «Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora.

»L’uom s’affronti con l’uom: pugna è la vita.»

Due che, pure punzecchiati dal Carducci, non dissero mai una parola

contro di lui, sono il De Amicis e il Giacosa; ma non si può pretendere

che tutti abbiano la loro virtù; la quale è forse il miglior modo di

rispondere agli assalti della critica e della satira, quando si crede

di non meritarli o si sente che sono eccessivi. Ebbero essi medesimi la

prova di ciò quando più tardi videro il Carducci rendere giustizia ai

meriti loro.

Domenico Gnoli narrò nella _Nuova Antologia_ del 15 marzo 1880 questo

aneddoto, la cui verità gli era stata confermata dal Carducci stesso:

«In una linea di strada ferrata presso Modena viaggiavano insieme

alcuni uffiziali, e, discorrendo degli scritti del De Amicis, ne

dicevano male a torto e a ragione. Un signore, che stava in un angolo

leggendo, a poco a poco fu tratto anche lui nella conversazione, e

prese a difendere il De Amicis. — È inutile, rispondeva un uffiziale,

io sto col Carducci: _Edmondo da i languori, il capitan cortese_. Ma

il Carducci, ripigliava il signore, ha detto così in una satira, che

non va presa alla lettera; e poi se lo ha chiamato _da i languori_, non

ha detto già che gli manchino altre buone qualità. E ricordò le pagine

della caccia del toro nella _Spagna_ e altre belle descrizioni. — Ma

avendo detto nella discussione che il Carducci non era infallibile,

parve agli altri ch’egli parlasse del poeta con poco rispetto, e

la questione si faceva più viva. Intanto giunsero alla stazione:

gli uffiziali nello scendere dettero al signore le loro carte da

visita, e il signore rese la sua. Chi era? Il Carducci mi perdoni

l’indiscrezione: era proprio lui.»[77]

Qualche cosa, se non di simile, di analogo, avvenne tra il Carducci e

il Giacosa. Questa volta chi narra è il Carducci stesso. Egli aveva

pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non voleva, non sapeva

e non poteva fare scritti, sia di prosa, sia di verso, nè conferenze

o altro, a richiesta altrui: pure cedè ad un invito del Giacosa, che

lo pregava di una conferenza a Torino per l’Esposizione, con offerta

di compenso. «Prima di tutto, scrisse il Carducci, il Giacosa è il

Giacosa, cioè un uomo di cuore e d’ingegno, del quale come scrittore,

quand’era nella prima sua maniera, io aveva detto troppo male, e non mi

parea vero di manifestarmegli grato del non aver egli badato a cotesto

per mostrarmi la sua affezione.»[78] Poi aggiunse altre ragioni che qui

non importano.

Ma non si può pretendere, come ho detto, che tutti abbiano la

longanimità del De Amicis e del Giacosa; benchè certo sarebbe bene.

Lunga è la lista degli uomini pubblici, dei letterati, dei giornalisti,

più o meno violentemente attaccati dal Carducci, o fatti segno alle

sue punture satiriche, per effetto delle sue convinzioni politiche,

artistiche, letterarie. Oltre quelli che ho già nominati, a chi conosce

le opere del poeta vengon subito in mente i nomi del Lanza, del Sella,

del Gualterio, del Cialdini, del Persano, del Mancini, del Villari, di

Nicomede Bianchi, del Fanfani, del Rapisardi, del De Zerbi, d’Yorick,

dell’Alberti, del Rizzi: e chi sa quanti altri ora mi sfuggono!

È naturale che la maggior parte delle persone attaccate dal poeta, fra

le quali non poche di valore indiscusso e indiscutibile, non avessero

per lui gran simpatia, sia pure che ne riconoscessero l’ingegno. Questo

dovette esser pure un grande coefficiente della cattiva accoglienza

ch’ebbero al loro primo apparire le _Odi barbare_.

Il favore col quale appunto in quel tempo erano accolti i libri del

De Amicis era dovuto, è vero, in gran parte, anzi in massima parte,

alla materia e alla forma, che rendevano quei libri accessibili e

adatti alla intelligenza, al gusto e alla cultura della maggioranza dei

lettori e delle lettrici italiane; ma è fuori di dubbio che una parte

di quel favore deve attribuirsi anche alla simpatia del pubblico che lo

scrittore aveva saputo guadagnarsi co’ suoi _Bozzetti militari_.

*

* *

Con tutto ciò, fatta la debita parte alla poca simpatia che godeva

il poeta, rimane fermo che la ragione principale della non buona

accoglienza incontrata dalle _Odi barbare_ sta, come dissi, nella

impreparazione del pubblico anche cólto a gustarle ed intenderle.

Aveva perfettamente ragione il Carducci quando, a proposito dell’ode

alla Regina, mi scriveva che un mezzo per capire le odi barbare era

conoscere la poesia tedesca.

Solo che i lettori italiani avessero potuto leggere nell’originale,

non dirò le odi del Klopstock e del Platen, ma le _Elegie romane_

e l’_Arminio e Dorotea_ del Goethe, i metri delle _Odi barbare_ non

avrebbero fatta loro quella strana e sgradevole impressione, che fu la

cagion prima che impedì a molti di capire. E non si creda che cotesti

molti fossero tutti gente incólta: c’era perfino qualche professore di

lettere meritamente stimato, e veramente dotto.

Le poesie del Carducci in generale, e le _Odi barbare_ in particolare,

vogliono essere lette con molta attenzione nel silenzio tranquillo del

proprio studio; vogliono, dirò di più, essere meditate e studiate, come

tutta la poesia densa di pensiero e nutrita di dottrina: senza di ciò è

impresa disperata il comprenderle. E allora accade che, dopo una prima

lettura superficiale, si butta via disgustati il libro, dicendo: Ma che

cosa annaspa costui? Chi lo capisce è bravo.

La reazione contro il primo giudizio della ignoranza e della fretta non

tardò però molto. Quelli che non avevan capito alla prima, sentendo che

c’era chi aveva capito, rilessero, studiarono e cominciarono a capire

anche loro; e non andò molto che le _Odi barbare_ furono proclamate la

più alta poesia del Carducci. Alle prime seguirono poi le seconde e le

terze, che confermarono, amplificandolo, il giudizio definitivo. Cosa

poi singolare: le prime odi barbare, se si deve giudicare dal numero

di edizioni che hanno avuto, sono state lette anche più delle seconde

e delle terze, essendo di quelle stato messo in circolazione un numero

maggiore di copie; ben sedicimila, prima delle ottomila copie delle

_Poesie complete_.

Se si considera che l’Italia è un paese che legge poco e non compra

libri; e che le poesie del Carducci non furono, come oggi si usa,

declamate nelle sale e nei teatri, per accattar loro favore, nè la loro

nascita fu mai annunziata telegraficamente come un grande avvenimento;

che insomma mancò ad esse quella sapiente _réclame_ che oggi i poeti

sanno fare alla merce loro, bisogna pure riconoscere ch’esse dovettero

avere in sè una gran virtù per vincere tutte le resistenze, per farsi

leggere ed ammirare.

*

* *

Intorno a quel tempo, negli anni cioè poco prima e poco dopo il

1880, ci fu in Italia una specie di risveglio poetico. Erano gli anni

della prima fioritura delle edizioni elzeviriane dello Zanichelli in

Bologna, e del primo fortunato periodo del _Fanfulla della Domenica_

in Roma. Il primo volumetto elzeviriano pubblicato dallo Zanichelli

fu il Canzoniere di Lorenzo Stecchetti, _Postuma_; al quale, con pochi

giorni di distanza, tennero dietro le prime _Odi barbare_ del Carducci.

Accennai nel capitolo VI le ragioni del successo veramente sbalorditoio

dei _Postuma_: basti dire che in meno di tre anni ne furono fatte

sette edizioni, ed oggi siamo alla ventiduesima. Dopo i _Postuma_ e

le _Odi barbare_ vennero le poesie del Panzacchi, il _Polychordon_ di

Vittorio Salmini, le _Nuove Liriche_ di Naborre Campanini, i _Nuovi

Versi_ di Vittorio Betteloni, le _Canzoni moderne_ di Giovanni Marradi

(Labronio), i _Miei Canti_ di Corrado Ricci, le _Poesie_ di Enrico

Nencioni, le _Nuove Poesie_ del Fontana, i _Versi_ del Tarchetti, e

un’altra quantità di poesie d’altra gente più o meno nota. Naturalmente

questa efflorescenza non era tutta di fiori aulenti d’un modo; e non

tutta la produzione poetica italiana si limitava ad essa; ma il più e

il meglio certamente era lì. Un po’ per ragione dell’editore, un po’

perchè cotesto movimento letterario si era creato intorno al Carducci,

si parlò molto impropriamente di Scuola bolognese. Inutile dire che il

Canzoniere dello Stecchetti diede la stura a una quantità di poesie più

o meno pornografiche, che i loro autori chiamarono veriste, tanto che

verismo parve per un momento diventato sinonimo di pornografia.

Ci fu della buona gente che si scandalizzò e gridò contro questo

verismo. E, facendo un po’ di confusione, misero in un mazzo col

Guerrini il Carducci, considerandoli tutti due come i capi della Scuola

bolognese, cioè verista, o pornografica.

Il grido venne da Milano; in forma di pochi sonetti satirici molto

mediocri, preceduti da una breve prosa arguta e frizzante; opera gli

uni e l’altra di Giovanni Rizzi, un buono e brav’uomo, molto manzoniano

e molto attaccato alle sue idee morali e religiose. Al _Grido_ milanese

fece eco da Firenze un misero libretto del commediografo Luigi Alberti,

buon uomo anche lui, ma quanto commediografo poco felice, altrettanto

scrittore infelicissimo di prosa e di versi.[79] Rispose il Guerrini

con un primo opuscolo di versi, _Polemica_; poi con un libretto di

versi e prosa, _Nova Polemica_; finalmente il Carducci con lo scritto

_Novissima Polemica_ pubblicato nel giornale _Il Preludio_ di Bologna

(10 novembre 1879). Prese ultimo la parola il Rizzi con una nuova

edizione del suo _Grido_,[80] accresciuto di una _Appendice_, mista

pure di prosa e di versi; ma la vittoria restò letterariamente agli

accusati; e il povero Alberti, investito da una scrosciante pioggia

di ridicolo, rovesciatagli addosso dalla penna del Carducci, rimase,

credo, intontito.

Il Carducci durò poca fatica a rispondere vittoriosamente quanto a sè,

perchè l’accusa fattagli era ingiusta; il suo sano e forte paganesimo

non avendo niente di comune col verismo pornografico dello Stecchetti.

Quanto a questo, non seppe difenderlo meglio che allegando la sua

discendenza legittima da Alfredo Di Musset, e mostrando che anche

della brava gente, come il Tasso, il Corneille, il Parini e il Giusti,

avevano a tempo loro composto dei versi licenziosi ed equivoci. Ma ciò

non era una giustificazione. Nella sostanza i difensori della morale

rimasero, per ciò che riguardava lo Stecchetti, dalla parte della

ragione. Lo riconobbe in certo modo il Carducci stesso quando scriveva:

«Anche a me, se ci bado, questa mostra in versi, che dura da qualche

mese, di tante alcove in disordine non piace punto, perchè in somma

è poco pulita, e riesce, come tutte le mostre, cordialmente noiosa.

Desidero poi che il Guerrini s’allarghi fuor del genere voluttuario,

come ha già mostrato di volere e saper fare.»

Dieci anni più tardi il Carducci esprimeva così le sue idee intorno

alla poesia amorosa, idee alle quali rimase sempre fedele nei versi che

scrisse. «Quanto all’amore, io credo, che la poesia recente sia tornata

ad abusarne, e sono ben lungi dal concedere importanza e valore di arte

a quegli sfoghi di erotismo e a quelle civetterie dell’_io_ mughetto

che i rimatori odierni si concedono. Lasciamo stare, per amor di Dio,

Saffo; e non gridiam miracolo a tutte le inezie e porcherie di Catullo,

e confessiamo che nei _Lieder_ di Heine abbondano i madrigaletti:

dei parnassiani francesi non mette conto discorrere. Insomma della

poesia d’amore ammetto soltanto quella che la impressione singolare,

fenomenale, individuale trasmuta nella rappresentazione universale,

storica, umana: quasi quasi sto per dire che nella poesia d’amore

io amo l’allegoria. Che un verseggiatore pensi di una Teresa o d’una

Carolina così e così, ch’egli desideri di farle o le faccia questo e

questo, e ch’ella faccia a lui questo e quest’altro; è cosa che può

importar molto per quel momento a lui, che probabilmente importerà

poco a lei e che non importa nulla a me. Ne faccia pur memoria il caro

verseggiatore nel suo _carnet_ e ne componga versi per albi o per

ventagli o per ventarole o per musica; ma le confessioni da nessuno

richieste e solo a’ collegiali curiose d’un vanesio o peggio non sono

poesia: ci mancherebbe altro!»[81]

La questione della pornografia in versi fu ripresa nei giornali

domenicali del 1883 dal Panzacchi, dal Nencioni e da me, in

contradizione con Luigi Lodi, a proposito di alcune poesie del

D’Annunzio. Noi in fondo sostenevamo allora, contro il Lodi, le

medesime idee ch’ebbe ad esporre più tardi il Carducci col pezzo di

prosa che ho riferito.[82]

*

* *

Chi scriverà la storia della letteratura italiana nella seconda metà

del secolo passato, giunto al tempo di cui parliamo dovrà rilevare

alcuni fatti abbastanza consolanti; a parte quel risveglio poetico,

che, se ne togli il Carducci, ha poca o nessuna importanza, e che col

Carducci era cominciato assai prima. Tutta la poesia vera della seconda

metà del secolo è nelle opere di lui, le quali, come altri osservò,

sono talora poesia se anche scritte in prosa.

La prima metà del secolo ebbe due ingegni di prim’ordine, pensatori,

prosatori, poeti, il Manzoni e il Leopardi; i quali, rappresentando

fortunatamente due scuole diverse, anzi opposte (che cioè si credevano

e volevano essere opposte, mentre miravano allo stesso fine), la scuola

romantica e la classica, furono cagione che in processo di tempo queste

si giovassero reciprocamente, correggendo ciascuna le deficienze e

gli eccessi dell’altra. Intorno a quei due grandi, il grande agitatore

genovese, sognante l’unità d’Italia, quando essa non poteva essere più

che un sogno, e una larga schiera di scrittori (filosofi, romanzieri,

poeti) che le opere loro dirizzarono al fine glorioso della liberazione

della patria, mantenendo vivo nei petti degl’Italiani l’odio ai

principi e agli stranieri che la tenevano divisa ed oppressa.

Nei primi venti anni della seconda metà del secolo la politica

fece, com’era giusto, tacere la letteratura; e l’Italia ebbe, invece

di grandi scrittori, tre uomini d’azione, un re, un guerriero, un

diplomatico, che, aiutando gli eventi, seppero compiere quella gloriosa

opera della liberazione della patria, e trasformare in realtà il

sogno di Giuseppe Mazzini. Dinanzi alle ombre di Vittorio Emanuele, di

Garibaldi, di Cavour, le ombre dei grandi scrittori della prima metà

del secolo piegano riverenti la fronte.

Ma dopo che nel 1870 l’Italia ebbe conquistata la sua capitale, si

vide che quei venti anni di silenzio non erano stati infruttuosi per

la letteratura. Un nuovo soffio di vita intellettuale era passato

sopra la giovane nazione; i migliori ingegni si erano venuti aprendo

e maturando al sole della libertà; il movimento degli studi presso gli

altri popoli aveva stimolato alla emulazione gl’Italiani; l’amore alle

discipline storiche, già in onore fra noi, si era ravvivato, allargato,

e rafforzato nella ricerca paziente dei documenti e dei fatti; nelle

discipline filologiche era penetrato il rigore scientifico, nelle

letterarie il metodo storico, saviamente contemperato all’estetico,

già signoreggiante in alcune regioni d’Italia per opera di Francesco De

Sanctis; le correnti delle due scuole, romantica e classica, si erano

frattanto venute lentamente fondendo, e gl’ingegni meglio aperti alla

verità avevano riconosciuto e preso quello che c’era di buono nell’una

dottrina e nell’altra.

Le Facoltà filologiche dei nostri Atenei, cresciute dopo il 1860

di numero e andate via via rinsanguandosi di nuove forze, contavano

insegnanti che con le opere loro e col nome tenevano alta nel mondo

la riputazione degli studi italiani. Anche fuori delle Università le

lettere avevano quasi in ogni ramo rappresentanti e cultori, più o

meno famosi, ma tutti notevoli e degni, che nei giornali domenicali,

nelle riviste e nei libri, illustravano la storia letteraria e civile,

disputavano d’arte, di critica, scrivevano novelle e racconti; notevole

sopra tutti per la sua operosità e versatilità, veramente meravigliose,

e pel suo sapere enciclopedico, non sempre sicuro, Ruggero Bonghi, che

traduceva e illustrava Platone, scriveva la storia di Roma, fondava e

dirigeva la _Cultura_, dava articoli a tutti i giornali, e dissertava

di politica, di archeologia, di storia, di filosofia, di estetica, di

filologia, di linguistica, e di non so quante altre cose nella _Nuova

Antologia_.

Aggiungasi che dalle Scuole universitarie di Bologna, di Pisa, di

Firenze, di Napoli, usciva una schiera di giovani, nutriti di studi

seri, pieni d’ingegno e d’ardore, che promettevano di proseguire

onorevolmente nell’insegnamento e nei libri l’opera dei loro maestri.

*

* *

Tali erano le condizioni della cultura letteraria in Italia poco dopo

il 1880, intorno cioè al tempo in cui il valore del Carducci cominciò

ad essere generalmente riconosciuto. L’Italia si era finalmente accorta

di possedere un poeta vero; i più illustri contemporanei, anche quelli

che fino a poco tempo addietro lo avevano guardato un po’ di traverso,

non sdegnavano di avvicinarsegli e di rendergli onore; e la gioventù

italiana, che già da alcuni anni lo ammirava, sentiva crescere ogni

giorno il suo entusiasmo per lui.

Accennai già a questo fatto ed agli scolari del Carducci in Bologna

dopo il 1870. Dissi pure che intorno al 1880 ci fu una specie di

risveglio poetico, a proposito del quale si parlò molto impropriamente

di Scuola bolognese.

Tutto ciò ha bisogno di qualche spiegazione.

Se in un certo senso può dirsi che il Carducci ebbe una scuola, ciò

deve intendersi unicamente della influenza che gli scritti suoi, così

di poesia come di prosa, esercitarono sopra la gioventù del suo tempo;

ma come questa gioventù non fu soltanto quella della Università di

Bologna, sì della Italia intera, così la scuola, se mai, deve chiamarsi

italiana, non bolognese. Parlare di scuola poetica bolognese, perchè

lo Zanichelli pubblicò quasi contemporaneamente nella sua collezione

elzeviriana le _Odi barbare_ del Carducci, le poesie del Panzacchi, del

Guerrini e di qualche altro, e perchè il Carducci prese parte insieme

col Guerrini alla polemica contro il Rizzi e l’Alberti, è un non

senso. Le poesie del Panzacchi non avevano nessun punto di contatto con

quelle del Carducci, e non ne risentirono alcuna influenza; quelle del

Guerrini anche meno. Che nel volume _Nova Polemica_ ci fossero alcuni

componimenti in metri barbari, non vuol dir niente: la sostanza e gli

spiriti delle nuove poesie del Guerrini erano rimasti gli stessi, o

di poco modificati, e perciò molto diversi dalle poesie del Carducci.

Anche non vuol dir niente che il Panzacchi e il Guerrini, come tutti

gli altri scrittori di versi di quel tempo, chiamassero il Carducci

maestro. Si può dare ad uno il nome di maestro, e non essergli scolari.

Gli scolari veri del Carducci erano la nuova generazione che allora

veniva su, nel pieno fiore della giovinezza, e non solamente in

Bologna. Per quei giovani la pubblicazione di ogni nuova poesia di lui

era un avvenimento. Bisogna essere stati in mezzo a loro, e rammentarsi

l’impazienza con la quale attendevano ogni numero del _Fanfulla

della Domenica_ che doveva recare una nuova _ode barbara_; bisogna

rammentarsi l’interesse e l’entusiasmo con cui la leggevano e le

discussioni calorose, animate, interminabili che vi facevano sopra.

Io nominai due degli scolari dei Carducci, uno, scolare vero a Bologna,

il Pascoli, l’altro, scolare da lontano, il Marradi; autori ambedue di

poesie che sono lette e piacciono. Le _Myricæ_ del Pascoli hanno avuto

in pochi anni sei edizioni; le _Poesie_ che il Marradi scelse dalle

varie raccolte da lui pubblicate dal 1879 in poi e riunì l’anno passato

in un volume edito dal Barbèra, sono già alla terza edizione.

Il Marradi è (come il Carducci lo chiama) «poeta mero: impossibile a

lui mortificare l’ingegno nella vil prosa, sì della critica e della

filologia, sì del bozzetto e della novella.»[83] Le poesie del Pascoli

invece (non poche, e tutte attestanti, attraverso l’ispirazione forte

e sincera, un lavorio d’arte, che a volte può parere eccessivo) non

sono che una piccola parte dell’opera sua letteraria. Il Pascoli,

oltre che poeta, è prosatore, critico, erudito, filologo, commentatore,

interprete, traduttore. Anzi, a considerare l’insieme del suo lavoro,

si direbbe ch’egli è poeta a tempo perso, nelle ore d’ozio (ben poche)

che gli concede la sua instancabile operosità. Scrive poesie latine;

traduce metricamente da Omero ed Esiodo, da poemi e romanze in francese

antico; passa da questi allo Shelley, al Tennyson, a Victor Hugo;

torna dal francese e inglese moderno al greco di Platone e al latino di

Livio; dai commenti a Vergilio ed Orazio passa all’_Inferno_ di Dante;

e scrive intorno alla _Commedia_ opere di lunga lena, per le quali si

potrebbe credere ch’egli in tutta la sua vita non avesse fatto altro

che studiare il poema divino.

Gli scolari del Carducci sono un numero infinito (quando dico scolari

intendo tutti quelli che nella loro educazione letteraria sentirono

l’influsso di lui): ebbene, fra cotesti moltissimi sono ben pochi

quelli che si volsero alla poesia: non passano, credo, in tutti, la

mezza dozzina; o la passano di poco. Perch’egli davvero non incitò

nessuno a comporre versi; e a quei ragazzi, che, dopo la fortuna

dello Stecchetti, si misero a scrivere poesie veriste, quando ebbero

la infelice ispirazione di rivolgersi a lui, diede tali lezioni, che

dovettero rammentarle per un pezzo e perdere per un pezzo la voglia di

disturbare le Muse. Ad una di quelle lezioni, pubblicata nel _Preludio_

di Bologna del 9 novembre 1881, lasciandola ristampare l’anno dopo,

annotava: «I ragazzi che fanno gli omettini e i cattivelli e saputelli,

che bestemmiano, che fumano, che seccano la gente grande mettendosi

fra’ piedi, io gli ho a noia, e, fedele all’educazione antica, li

piglio a scapaccioni.»

Ma per le poesie di due scolari suoi veri, Severino Ferrari e Guido

Mazzoni, ebbe parole di lode e consigli amorevoli. Il Ferrari fece

un anno solo di studi a Bologna e gli altri all’Istituto superiore di

Firenze, dove lo attiravano le biblioteche; il Mazzoni, presa la laurea

in lettere a Pisa, andò a fare un anno di perfezionamento a Bologna, e

l’impressione che riportò della Scuola del Carducci ebbe un’influenza

grande nella sua vita di scrittore e d’insegnante. Anche per lui e pel

Ferrari la poesia è quasi un di più; gli studi che più strettamente si

attengono al loro insegnamento assorbendo la maggior parte della loro

operosità; e il Mazzoni spendendo tutto sè stesso per la scuola, anzi

per le due scuole alle quali attende. E l’uno e l’altro san poi trovare

il tempo di accrescere il patrimonio letterario della nazione con

pubblicazioni importanti.

Come il Ferrari si unì al maestro per compiere il commento alle Rime

del Petrarca, di cui il Carducci aveva dato fuori un saggio fino dal

1876, così un altro dei suoi scolari, Ugo Brilli, collaborò con lui

alla compilazione delle _Letture italiane_ per le scuole ginnasiali;

perchè in tutta l’opera sua di scrittore e di insegnante il Carducci

si inspirò sempre a quel concetto che riferii con le sue stesse

parole in principio di questo capitolo; e niente gli parve conferir

meglio all’attuazione di esso quanto il rafforzare e migliorare nelle

scuole secondarie lo studio dei classici e tener desto e operante

nei giovani il culto della patria. Perciò non gli parve ingloriosa

fatica apparecchiare libri di lettura per i ginnasi; perciò accettò di

dirigere una biblioteca scolastica di scrittori italiani, alla quale

collaborarono amici e scolari suoi; perciò attese con amore negli

ultimi anni ad una scelta di _Letture del risorgimento italiano_, alla

quale attribuiva maggiore importanza, e della quale si compiaceva molto

più che delle altre sue opere. Nè senza grande amarezza constatò che al

nobile pensiero suo male rispondeva il pensiero del pubblico italiano.

Egli aveva pubblicato la prima serie delle _Letture del risorgimento_

nel 1896: l’anno appresso, pubblicando la seconda, vi premetteva, fra

le altre, queste parole: «Alcuno, forse benevolo, si compianse, come

d’un segno dello scadimento dei tempi e dell’oscuramento degl’ingegni,

di questo attendere d’un poeta a scelte di storia. Grazie. Troppi versi

ho io fatto, e troppo poco ne sono contento: vorrei avere adoperato

meglio il mio tempo, e tutta la gloriola, se pur gloriola v’ha, del

mettere insieme sillabe e rime abbandono volentieri per le ore di

sollevamento morale e di umano perfezionamento che procura ai bennati

la rivelazione d’un’anima grande, la narrazione d’un fatto sublime,

l’esposizione di pensieri superiori al senso e all’immediatezza utile

e pratica. Niente è sì esteticamente bello come la devozione e il

sacrifizio d’un uomo alla libertà, alla patria, a un’idea; niun dramma

parve a me sì commovente come il delirio di Camillo Cavour moribondo,

niuna epopea sì vera e splendente come le battaglie di Calatafimi e

Palermo, niuna lirica sì alta come il supplizio di Giuseppe Andreoli,

di Tito Speri, di Pier Fortunato Calvi.»

*

* *

Il decennio fra il 1880 e il 1890 fu, come sappiamo, uno dei periodi

più fecondi e felici della opera letteraria del Carducci; nel 1882

pubblicò le _Nuove Odi Barbare_, nel 1883 i sonetti _Ça ira_, nel 1883

e ’84 le tre serie di _Confessioni e Battaglie_ e le _Conversazioni

critiche_ (edizione Sommaruga), nel 1884 lo scritto _Dell’Inno La

Risurrezione di Alessandro Manzoni e di San Paolino d’Aquileia_ e il

discorso _Per un monumento a Virgilio in Pietole_, nel 1887 le _Rime

nuove_, nel 1888 i tre discorsi su _L’opera di Dante_, su _Jaufré

Rudel_, su _Lo Studio bolognese_, nel 1889 il discorso _La poesia e

l’Italia nella quarta Crociata_ e le _Terze Odi barbare_, nel 1890

l’ode _Piemonte_. E come d’allora in poi il vigore del suo ingegno e

l’operosità sua non accennarono mai a declinare, nè passò anno fin

verso la fine del secolo ch’egli non pubblicasse nuovi scritti in

poesia ed in prosa attestanti quella operosità e quel vigore, così

l’ammirazione per lui andò sempre crescendo.

Pure chi volesse dal favore col quale, specie nell’ultimo ventennio,

furono accolte le opere sue argomentare ch’egli come scrittore

rappresentasse il tempo suo, s’ingannerebbe, secondo me, grandemente.

Dall’inno _Al beato Giovanni della pace_ alle _Rime di San Miniato_,

dalle poesie per _Aspromonte_ e _Mentana_ alle odi _Per la commissione

araldica_, per _Giovanni Cairoli_, al _Canto dell’Italia che va in

Campidoglio_, all’ode _A proposito del processo Fadda_, egli non

fa che rampognare e vituperare i suoi cari compatrioti. E se con la

poesia li rampogna e li vitupera, non li tratta meglio con la prosa.

A parte gli scritti polemici (i quali pur mostrano che le idee dei

suoi critici erano agli antipodi con le sue, e che perciò anche fuori

della poesia egli non era l’uomo del suo tempo), basta rammentarsi

ciò ch’egli scrisse contro i _numeri unici_, contro le _arcadie

della carità_, contro le _conferenze_, contro la _monumentomania_,

contro le processioni, le commemorazioni, i banchetti patriottici,

letterari, scientifici, tutte cose che rimarranno caratteristiche

della età nostra, per persuadersi che sarebbe un controsenso chiamarlo

rappresentante di quella età. Io lo direi piuttosto un giudice e

censore di essa severo e spietato.

*

* *

Egli fu studioso della storia come pochi. Lo studio della storia fu in

lui una passione, che dai primi anni lo accompagnò per tutta la vita.

La conoscenza piena, minuta, sicura, che, per effetto di tale studio

appassionato e non mai interrotto, venne acquistando degli avvenimenti

umani presso tutti i popoli in tutti i tempi, formò il substrato

della sua vasta cultura, e si era, direi quasi, immedesimata coi suoi

sentimenti e co’ suoi pensieri.

Con la storia e per la storia egli viveva nel passato, viveva in un

mondo ideale, popolato di uomini forti, giusti, virtuosi, sinceri;

e quando da cotesto mondo gli accadeva di scendere nel mondo reale e

trovarsi a contatto con gli uomini del tempo suo, con gli uomini veri,

si adirava di trovarli tanto diversi, e sfrenava contro di essi, sotto

forma di periodi o di strofe, le freccie avvelenate dell’ira sua.

Si capisce da ciò come la prima accoglienza ai suoi scritti fosse

naturalmente di avversione e di repulsione. Ma dopo che la luce di

quell’ingegno, sfolgorando in tutta la sua pienezza, apparve splendida

e pura alle menti da prima incerte e restie, tutti cominciarono a

poco a poco a comprendere che le ire, le bizze e le invettive dello

scrittore movevano da un’idea superiore di giustizia e di moralità,

e quell’avversione e quella repulsione cominciarono a poco a poco a

cedere il luogo all’ammirazione e alla lode.

Se dopo la così detta _evoluzione_ del poeta si levò qualche voce

discorde intorno all’opera letteraria di lui, se qualcuno si provò a

deprimere, in confronto delle poesie anteriori, le grandi odi storiche

composte dal 1890 in poi, e qualcuno ad esaltarle eccessivamente

proclamandole superiori alle prime, furono voci procedenti dalla

passione e dalla politica, e perciò di nessun valore nel campo

dell’arte, voci che il vento di un giorno bastò a disperdere e che oggi

più nessuno ricorda.

Oggi che l’opera dello scrittore è compiuta, il consenso unanime della

nazione ne riconosce l’alto valore e la consegna alla storia.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 37 / 98 题