PENNA D’OCA.

Voglio scriver presto come

A’ miei be’ giorni.

Vola come il pensier, mia buona penna.

Non ricordare il tardo augel palustre;

Vola là dove il mio pensier t’accenna,

O bellissima pennato penna illustre,

Vola, vola per Dio, che non t’aggiunga

La tua sorella del lavoro industre.

Purtroppo la prova, per quanto riuscita in apparenza, non ebbe

l’effetto desiderato. Tanto è vero, che il 24 dicembre 1901 il Carducci

mi scriveva: «Questa maledizione di dover dettare, o non potere

scrivere se non lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia ed

efficacia alle mie lettere, nelle quali io era consueto versarmi intero

e franco.»

Ad un uomo, la cui attività stava tutta nel pensiero, e la vita nel

bisogno di comunicare altrui il pensiero suo, impedire il libero e

spedito funzionamento degli organi che servono alla trasmissione di

esso pensiero con la parola scritta o parlata, fu una vera crudeltà.

La sua mente, se anche divenuta più tarda a pensare, era rimasta

viva e lucidissima. Onde egli sentiva tanto più acuto il dolore che

alla lucidezza della mente non rispondesse più la facilità della

espressione. Questo fu durante gli anni della infermità il suo massimo

tormento.

Gli stava in mente che avrebbe avuto da dire ancora tante cose alla

gioventù che si affollava nella sua scuola, in quella scuola che

era stata per tanti anni il suo regno; e sapeva che gli scolari

aspettavano, come una grande fortuna, di riudire la sua voce. Il

suo primo ripresentarsi ad essi dovette essere per lui una grande

sodisfazione; ma la sodisfazione non fu senza un po’ d’inquietudine,

poichè non si sentiva padrone sicuro de’ suoi organi vocali. Se quelle

prime lezioni furono una festa pei suoi scolari, per lui furono uno

sforzo, dopo il quale si trovava affaticato e scontento.

Fino dal 1893, dovendo spesso recarsi a Roma per il Consiglio superiore

e per il Senato, il Carducci chiese al Ministero un supplente,

affinchè dalle sue assenze non dovesse venir danno all’insegnamento.

Il Ministero affidò il delicato ed onorevole incarico alla persona

designata dal Carducci stesso, a Severino Ferrari, professore

all’Istituto femminile superiore di Firenze. E il buono e bravo Ferrari

accettò il grave ufficio, correndo tutte le settimane da Firenze a

Bologna, da Bologna a Firenze, per attendere alla cattedra del maestro

e alla sua. Ma dopo che il Carducci fu colpito dal male, si capì

che il doppio ufficio pel Ferrari era troppo gravoso, e lo si nominò

professore ordinario di stilistica all’Università, affinchè potesse

fare le lezioni di lettere italiane alle quali non bastava il Carducci.

Nei due anni dal 1899 al 1901 il Carducci potè fare dodici lezioni

all’anno; nei successivi ne fece dalle quattro alle cinque per anno.

Nelle lezioni dal 1899 al 1903 trattò delle poesie del Leopardi

(l’_Ultimo canto di Saffo_ e l’_Inno ai patriarchi_); dello svolgersi

dell’ode dalla prima età della lirica nazionale fino al Parini;

del Parini principiante; delle Odi di G. Parini; e della genesi

della _Divina Commedia_ nella _Vita nuova_. Oltre queste lezioni

di letteratura italiana, ne fece nel 1898-99 quattro di letteratura

provenzale, leggendo e commentando il poemetto: _L’infanzia di Gesù_.

Le ultime quattro lezioni del 1904 ebbero per argomento la Canzone di

Dante _delle tre donne_; sulla quale scrisse poi il saggio che dedicò

alla figlia dello Zanichelli per le sue nozze.

La cattedra di lettere italiane a Bologna fu disgraziata anche nel

supplente. Nell’ottobre del 1902 il Ferrari ammalò. Dopo alcuni mesi

parve guarito e riprese le lezioni; ma il male ricomparve indi a non

molto con maggior gravità, ed egli dovè di nuovo lasciarle. Il 18

gennaio del 1905 fu messo in una casa di salute, e il 24 dicembre dello

stesso anno morì.

La malattia e la morte del Ferrari furono pel Carducci un dolore

acutissimo, del quale la sua salute dovè naturalmente risentirsi.

Mentre il Ferrari era malato in Bologna, il Carducci volle andarlo a

trovare, benchè dovesse salire ad un secondo piano, il cui accesso non

era molto comodo. Ve lo accompagnò l’avv. Antonio Resta, il quale mi

raccontava che l’impresa di quella ascensione fu abbastanza difficile e

non senza qualche pericolo.

Per comprendere qual dolore fosse pel Carducci la morte del Ferrari,

basta sapere ch’egli lo amava come un figliuolo. Che cosa pensasse

dell’ingegno e della poesia di lui, giudicata appena mediocre dalla

critica prosuntuosa di un facitore di versi mediocri, lo dicono queste

poche righe di lettera: «Severino, caro amico e figlio, i tuoi sonetti

mi hanno più di quattro o sei volte toccato fino alle lacrime. Tu hai

l’anima buona, e profonda l’intuizione della poesia.»

Quando il 31 gennaio 1901 il Ferrari fece una lettura dantesca

in Firenze ad Orsanmichele, il Carducci volle andare a sentirla.

Assistevano a quella lettura anche il Mazzoni e mia figlia. Quando,

finita la lettura, il pubblico si avviava per uscire, fu da qualcuno

notata la presenza del poeta. Un mormorio corse per la sala, gli occhi

di tutti si rivolsero verso di lui, e ad un tratto scoppiò come per

incanto una immensa ovazione. Il Carducci, che non ebbe mai paura dei

fischi e degli oltraggi (come provò nella pazza e feroce dimostrazione

degli studenti di Bologna nel 1891), sentì sempre un bisogno istintivo

di sottrarsi alle acclamazioni e agli applausi. Sconcertato da quella

ovazione, ricorse per aiuto a mia figlia, che gli stava lì presso, la

prese a braccio, e raccomandandosi che lo salvasse, scese con lei le

scale, e con lei si rifugiò nella chiesa d’Orsanmichele. È uno di quei

tratti che dipingono l’uomo; e del Carducci se ne potrebbero raccontare

molti di somiglianti.

*

* *

Nei primi anni della malattia il Carducci tornò più volte in Toscana,

anche per consiglio dei medici. Tra la fine di settembre e l’ottobre

del 1900 fu per circa quindici giorni a Pilarciano presso Vicchio nella

villa dell’amico dott. Luigi Billi: vi tornò per circa venti giorni nel

settembre e ottobre del 1902. Nello stesso anno era stato a Firenze in

casa del Billi nei mesi di marzo e d’aprile.

A Bologna la maggiore operosità del Carducci si raccolse intorno alla

edizione delle sue opere. In quella edizione si trattava non soltanto

di raccogliere, ordinare e correggere gli scritti già pubblicati, ma di

compierne e rifonderne alcuni, e di aggiungerne dei nuovi. L’edizione

si era arrestata nel 1898 al volume decimo: negli anni 1902 e 1903 il

Carducci, come dissi nel cap. X, mandò fuori altri tre volumi, l’XI,

il XII e il XIII; l’ultimo dei quali contenente la prima parte degli

_Studi su Giuseppe Parini_, sotto il titolo _Il Parini minore_. Il

volume XIV, doveva contenere la seconda parte di tali studi, sotto il

titolo _Il Parini maggiore_. La stampa di esso era avviata e condotta

molto innanzi, ma rimase sospesa per alcuni scritti che l’autore non

aveva compiuti a suo modo. Uscirono intanto nel 1905 i volumi XV e XVI,

portanti l’annunzio che entro l’anno stesso uscirebbe anche il XIV, il

quale si attende in questi giorni, postumo.

I due volumi usciti nel 1905 sono fra i più importanti della raccolta.

Il XV comprende gli Studi su Lodovico Ariosto e Torquato Tasso; il XVI,

intitolato _Poesia e Storia_, contiene uno scritto su la Canzone di

Dante «Tre donne intorno al cor mi son venute», la prefazione ai _Rerum

italicarum scriptores_ del Muratori, la prefazione alle _Letture del

risorgimento italiano_, gli scritti per _le tre Canzoni patriotiche del

Leopardi_, e _Degli spiriti e delle forme nella poesia del Leopardi_,

lo studio _Dello svolgimento dell’ode in Italia_ pubblicato, come già

fu detto, nei fascicoli 1º e 16 gennaio 1902 della _Nuova Antologia_,

e la prefazione alla raccoltina di poesie intitolata _Primavera e fiore

della lirica italiana_, pubblicata dal Sansoni nel 1903.

Il primo studio del vol. XV è ora intitolato _La gioventù di Lodovico

Ariosto e la poesia latina in Ferrara_. Nella prima edizione questa

operetta, come il Carducci la chiama, aveva per titolo, _Delle poesie

latine edite ed inedite di L. A._; il qual titolo fu in una ristampa

del 1881 modificato così: _La gioventù di L. A. e le sue poesie

latine_. Accogliendo questa operetta nel volume XV delle _Opere_,

l’autore l’ha _accresciuta di varii capitoli e in tutti corretta, dove

non anche rifusa_. Ciò spiega la modificazione ultima del titolo, e

dà a tutto il lavoro un’aria di novità e di maggior compitezza. Segue

all’operetta lo splendido Saggio su l’_Orlando Furioso_, pubblicato la

prima volta nel 1881 dal Treves come prefazione all’_Orlando Furioso_

illustrato del Doré, e ristampato poi nel volume _La vita italiana nel

Cinquecento_, edito dallo stesso Treves nel 1893. I saggi sul Tasso

che chiudono il volume trattano dei _Poemi minori_, dell’_Aminta_ e

del _Torrismondo_. Il primo e il terzo furono pubblicati nella _Nuova

Antologia_ (fascicolo 1º agosto 1891 e 1º gennaio 1894) e nel volume

III delle Opere minori in versi di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti

(Bologna, Zanichelli, 1895); gli altri su l’_Aminta_ vennero in luce

nella _Nuova Antologia_ (fascicoli 1º luglio, 15 agosto e 1º settembre

1894 e 1º gennaio 1895), ed uno di essi, il terzo, anche in fronte al

Teatro di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti (Bologna, Zanichelli,

1895); e furono poi ristampati tutti con molte e importanti correzioni

e giunte nel volume II della _Biblioteca critica della letteratura

italiana diretta da Francesco Torraca_ (Firenze, G. C. Sansoni editore,

1896), onde sono stati riprodotti con qualche lieve ritocco.[84]

Lo scritto su la Canzone di Dante, che apre il vol. XVI, è interamente

nuovo, e fu, come è detto, pubblicato nel 1904 per le nozze di Luisa

Zanichelli, con innanzi questa lettera al padre di lei.

«A Cesare Zanichelli: _Extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem_.

Siami lecito, se non è superbo, ridire il voto del pastore virgiliano

nell’ultima egloga, qui su ’l principio di questo che è l’ultimo certo

de’ miei lavori danteschi: ultimo, perchè, in quel poco di vivere che

mi avanza, raccoglierò forse ancora e compiendo ripasserò quei troppi

scritti che nella foga degli anni mi lasciai trasportare a buttar giù,

ma pensarne e ordirne de’ nuovi non è più di stagione. Sono oggimai

quaranta anni, o Cesare, ch’io col discorso delle Rime di Dante posi

il piè fermo nel campo dello scrivere italiano; ed ora stanco ne lo

ritraggo con questo saggio su la più nobile canzone di Dante: da lui

cominciai, con lui finisco. Quanti pensieri, quante speranze, quanti

propositi, quanta parte del nostro piccolo mondo, ci si è incalzata

sotto gli occhi, ora rapita nell’alto dalle idee, ora sommersa nelle

cure in questo non lungo spazio della vita umana che sono quaranta

anni. Speranza e pensiero, e ora dolce proposito di vita, a te la

figliuola primogenita tua: con la quale mi è caro a ricordare che

nacque e crebbe e fiorì in atto la divisata stampa delle così dette

opere mie di letteratura. Crescevano i volumi della stampa, crescevano

gli anni della Luisa: quelli già esuberanti del rigoglio giovanile

accennano ora a posare e declinare; questi di florida maturità si

rallegrano e prosperano. E così duri ella e séguiti fiorendo lunga

stagione in compagnia dell’uomo degno, dottore Francesco Mazzoni, a

cui tu hai commesso la sua gioventù. E a te in lei e da lei sia dato

raccogliere i premi della modesta operosa bene spesa tua vita: dalla

quale io come ebbi molte prove di amicizia così ti voglio lasciare un

segno di gratitudine in queste carte, che dal soggetto almeno tengono

un abito gentile, che te le farà, spero, esser care. — Madesimo su lo

Spluga, 14 agosto 1904. — Giosue Carducci.»

Questa lettera è un modello di prosa limpida e schietta, la quale

attesta che la mente dell’autore, dopo cinque anni ch’egli era stato

còlto dal male, si manteneva lucida e viva, come ne’ tempi migliori,

e piegavasi agile ad esprimere tutte le delicatezze dell’affetto e del

sentimento. Ma è importante anche per altre ragioni; perchè ci fa fede

che il grande scrittore, il quale cominciò l’opera sua letteraria con

Dante, con Dante volle finire; e perchè è una nobile testimonianza

della amicizia che legò lo scrittore all’editore. In tanti anni non

sorse mai l’idea dell’interesse a turbare le loro relazioni; la fiducia

dell’uno nell’altro fu sempre reciproca e piena. Mentre tutti si

accapigliano per il vile denaro, è uno spettacolo consolante questo

di un grande scrittore che alla vigilia di congedarsi dal mondo sente

il bisogno di lasciare un segno di gratitudine al suo editore per le

molte prove di amicizia avute da lui. Se per opera d’altri avvenne poi

qualche cosa di diverso, ciò non tocca il Carducci, la cui anima buona

è tutta nella sua lettera.

Il saggio su la Canzone delle tre donne e tutti gli altri scritti

raccolti con esso nel volume XVI rappresentano nel complesso la parte

maggiore dell’opera letteraria del Carducci nell’ultimo periodo della

sua vita. Il periodo comincia splendidamente con quella mirabile

sintesi della Storia del risorgimento italiano, ch’è la prefazione

alle _Letture_, scritta nel 1895 e pubblicata nel 1896, nella quale

c’è dentro tutta la vita e tutta l’anima del poeta; seguono nel 1898

gli scritti su le poesie del Leopardi, che sono quanto di più luminoso

sia stato scritto ad illustrare la terribilità tragica della vita e

dell’arte del recanatese; succede, nel 1899 e nel 1900, la prefazione

al Muratori, monumento singolare di dottrina, e forse l’occasione più

prossima della malattia che turbò gli ultimi anni di vita dell’autore;

chiudono il periodo gli scritti _su lo svolgimento dell’ode in

Italia_, del 1902, e _su la Canzone di Dante_, del 1904. A questi è

da aggiungere, per ragione di tempo, lo scritto su l’ode di Giuseppe

Parini, _La caduta_, che fu pubblicato nel fascicolo di marzo 1904

della _Nuova Antologia_, e che farà parte del vol. XIV delle Opere.

Il Carducci dice nella lettera allo Zanichelli che raccoglierà forse

ancora nelle _Opere_, ripassandoli e correggendoli, quei troppi scritti

da lui buttati giù nella foga degli anni: ma «pensarne e ordirne di

nuovi, aggiunge, non è più di stagione.» Con i due scritti del 1904

egli sentiva che il tempo della sua produzione letteraria era finito.

Quello della creazione poetica era finito anche prima, nel 1898. Egli

lo aveva sentito e significato con lo stornello che chiude il volumetto

di _Rime e ritmi_; scrivendo il quale il poeta doveva essere, come

dissi, sotto il peso di un triste presentimento. Prima ancora che il

male lo colpisse, una visione interna lo aveva avvertito che la poesia

non sarebbe andata più a lui.

*

* *

Se gli scritti composti nel 1904 mostrano che l’attività mentale

del Carducci resisteva ancora alla infermità del corpo, ciò non vuol

dire che nei cinque anni passati l’infermità fosse stata debellata,

e nemmeno attenuata. Al contrario. L’attività mentale e la volontà

indomabile combattevano una specie di lotta con la infermità. E nella

lotta il lavoro del cervello consumava lentissimamente la resistenza

delle forze fisiche. Il medico, che vigilava attento le condizioni del

malato, dovè accorgersi di ciò, e riuscì a persuaderlo della necessità

di liberarsi da una parte del suo lavoro, da quella che più lo

preoccupava, cioè le lezioni all’Università. Fu un gran dolore per il

Carducci separarsi per sempre dai suoi scolari; ma ne sentì il dovere,

e presentò nel dicembre del 1904 al Ministero la domanda di riposo.

Era Ministro l’onorevole Orlando, il quale con un disegno di legge, che

gli fa onore, propose al Parlamento una pensione annua di Lire 12,000

per il Carducci, quale ricompensa nazionale, come fu data ad Alessandro

Manzoni.

Ferdinando Martini, relatore di quel disegno di legge, lo presentò alla

Camera con queste parole:

«_Onorevoli Colleghi._ — Giosue Carducci, cui gli anni e le illustri

fatiche affralirono il corpo, se non poterono velare la luce del grande

intelletto, abbandona la cattedra, onde per quaranta anni profuse i

tesori della dottrina, educò le menti e le coscienze all’austerità

degli studi e all’altero amore della patria.

»Il Governo del Re propone che si assegni al Carducci una rendita

vitalizia di dodicimila lire e sia così consacrata per opera del

Parlamento la riconoscenza del popolo italiano.

»Non osiamo, onorevoli Colleghi, esortarvi a consentire in quella

proposta, accolta dagli uffici tutti non pure con favore, ma con

plauso: sentiamo che ogni incitamento sarebbe irriverente. La

deliberazione del Parlamento assicuri al gran vecchio tranquilli

riposi, avvalori l’augurio e la speranza di nuove opere belle; e il

glorioso poeta della Italia rigenerata, il forte e fidente vaticinatore

de’ suoi alti destini, il benigno invocatore di più liete sorti alle

umane genti affaticate ascolti nell’omaggio dell’Assemblea Nazionale

la voce ammirata e benedicente delle generazioni lontane. _Ferdinando

Martini._»

Superfluo dire che la Camera approvò.

Una volta tanto il Parlamento e il Ministero avevano saputo fare cosa

degna. Io me ne rallegrai col Carducci; il quale mi rispose: «Chi ce lo

avrebbe detto quando nella nostra gioventù eravamo segno alli scherni

fiorentineschi? Pure io vorrei tornare a que’ giorni. Eravamo molto più

allegri e più confidenti. Io sto così così: ma non posso venire a Roma,

come pure desidererei. Ahimè!»

L’omaggio dell’assemblea nazionale, nel quale il Carducci dovè

sentire, come ben disse il Martini, la voce ammirata e benedicente

delle generazioni lontane, confortò certo il poeta; ma egli sentiva

che si andavano spezzando ad uno ad uno i legami onde era attaccato

alla vita; e naturalmente preferiva agli omaggi, ch’essa gli recava

in questa tarda ora, le battaglie e le tempeste della sua gioventù.

Nonostante i suoi crucci e le sue ire, nessuno amò e apprezzò la vita

più del Carducci; nessuno ebbe di essa un ideale più alto e più umano.

E appunto perchè sentiva la bellezza e la bontà della vita, nessuno

aborrì più di lui dal pensiero della morte.

Quando si seppe all’Università che il Carducci si ritirava

dall’insegnamento, gli studenti vollero con pensiero affettuoso

portargli il loro reverente saluto di commiato. Andarono in commissione

alla casa del poeta, il quale, avvisato, li aspettava nel suo studio,

e li accolse amorevolmente; li trattenne a lungo; mostrò loro a parte

a parte i tesori della sua biblioteca; e quando se ne andarono, li

accompagnò fino alle scale, lasciandoli pieni di ammirazione e di

entusiasmo.

*

* *

Negli anni della malattia il Carducci aveva fatto a Bologna la sua

solita vita. La mattina stava in casa a lavorare, assistito dall’amico

che gli faceva da segretario, dottore Alberto Bacchi Della Lega; andava

tutti i giorni a passare un’ora alla libreria Zanichelli, dove leggeva

i giornali, e vedeva qualche intimo, poi tornava a casa; e dopo il

pranzo, se il tempo lo permetteva, usciva di nuovo a fare due passi,

accompagnato sempre da qualcuno.

L’ultimo di questi anni pieno ancora di operosità fu per il Carducci il

1904. Oltre i lavori per le lezioni e per la edizione delle _Opere_,

dei quali ho parlato, attese a mettere insieme, per consiglio del suo

editore Zanichelli, una larga scelta delle sue _Prose_ in un volume, da

fare riscontro al volume delle _Poesie_, e la pubblicò con questa breve

prefazione.

«La buona riuscita della stampa di tutte le mie poesie in solo un

volume incuorò all’editore il pensiero di tentare la medesima prova con

gli scritti miei di prosa: sol che questi e per la quantità e per la

qualità non si prestavano a esser raccolti tutti in un volume agevole;

e bisognò per amore o per forza venire a una scelta. Nel qual bisogno

l’animo mio fu di scegliere quelli soltanto che potessero significare

qualche cosa nella storia letteraria o politica, mentre più benigno e

più largo procedeva il criterio dell’editore. Nella scelta definitiva

mi giovò molto il parere e il giudizio del mio amico Alberto Dallolio,

il quale anche, bontà sua, si incaricò di condurre in porto tutta

l’edizione. E questa, per la esattezza e la diligenza arguta di cui

il già Sindaco di Bologna volle dar prova pure in siffatta materia

inferiore della letteratura, è riuscita accuratissima. Io, mosso

dall’esempio dell’amore che altri metteva nelle cose mie, diedi qualche

ritocco alla lingua e fermai al suo posto la disposizione cronologica

delle prose. Le quali così vengono ad affrontare nella nuova veste la

pazienza del pubblico. — _25 ottobre 1904._»

Il volume delle _Prose_ ebbe non minor fortuna di quello delle

_Poesie_, e giovò insieme con esso a far conoscere più largamente,

al di fuori della cerchia dei puri letterati e degli studiosi,

l’ingegno e l’opera del Carducci. La sua fama crebbe in questi ultimi

anni meravigliosamente, tanto che il nome di lui diventò popolare.

Il giudizio della posterità, che riconosce e consacra gl’immortali,

cominciò per lui mentre egli era ancora vivo.

*

* *

Dopo il 1901 il Carducci nella estate tornò tutti gli anni a Madesimo,

fino al 1905. Ma, mentre negli anni innanzi ci s’era trovato abbastanza

bene, nel 1905 vi ebbe dei disturbi, che lo consigliarono a tornare a

Bologna prima del tempo stabilito. L’11 agosto era ancora a Madesimo, e

mi scrisse di là una lettera, che mi turbò grandemente.

Io gli aveva mandato la mia _Vita del Leopardi_, non pensando affatto

che avesse agio di leggerla, tanto meno di scrivermene. Invece il 12

agosto ricevei una lettera di lui, con la quale mi diceva d’aver letto

il libro in due giorni; e soggiungeva: «La seconda parte la lessi in

una notte insonne, e finii la mesta lettura la mattina di una bella

primavera di maggio;

E la dolcezza ancor dentro mi suona.

»E voglio tornare a leggerla quando il mio spirito si trovi meglio

disposto. Ora tanto del fisico come del morale sono proprio affranto:

la macchina è forte e potente, ma la malattia ha ripetuto i colpi e

sempre li rinnova. Sarà quel che Dio vuole.

»Auguro a te con tutto il cuore miglior condizione di vita che non sia

la mia. Ripenso con dolcissimo desiderio a te ed alla nostra gioventù.

»Credevo d’incontrare il mio fine sereno e senza contrasti; ma, ahimè!

la fine è e più vuol essere amara per me e quelli che sono parte

migliore di me. Ricordami ai tuoi figli e a tua moglie con moltissimo

affetto, e tu ancora ricordati del tuo povero ma fedele amico. Dire

che nulla mi manca, che gli amici e i buoni han cercato di circondare

d’ogni cura la mia vecchiezza. Ma mi sento mancare il meglio. Ahimè!»

Questa lettera mi parve come l’ultimo addio dell’amico.

*

* *

Tornato a Bologna, e rimessosi alquanto dei disturbi avuti a Madesimo,

si ricordò d’un suo lavoro che rimaneva ancora incompiuto, il volume

della _Antica lirica italiana_, cominciato già da parecchi anni per

la Ditta Sansoni. Turbato da questo ricordo, scrisse a Guido Mazzoni

pregandolo di aiutarlo a finire quel lavoro, e di andare a Bologna per

prendere accordi sul modo. Il Mazzoni, che villeggiava a Bardalone

nell’Appennino pistoiese, avuta la lettera del Carducci, ch’egli

dice straziante, andò il 9 settembre a Bologna; e andarono con lui

mia figlia Nella e mio figlio Piero, i quali desideravano rivedere e

salutare l’amico nostro, che da qualche anno non vedevano più.

Il Carducci, il quale voleva un gran bene a tutti i miei figliuoli,

particolarmente alla Nella, fu molto contento di rivedere lei e Piero,

e fece loro grandissima festa. Poi parlò col Mazzoni del lavoro pel

quale lo aveva chiamato, e del quale gli aveva già parlato e scritto

altre volte. Il Mazzoni, sapendo di che cosa trattavasi, non durò gran

fatica a indovinare i pensieri e i desiderii del Carducci, anche a

traverso le sue smozzicate parole. In breve si intesero; e il Mazzoni,

tornato a Firenze, riprese il lavoro rimasto interrotto, lo compì,

scrisse una breve prefazione in nome del Carducci, che la approvò nelle

bozze e la firmò come sua; e così il volume potè uscir fuori in tempo

che il maestro lo vedesse, e potesse consolarsi di averlo, almeno a

quel modo, compiuto. L’_Antica lirica italiana_ (_Canzonette, canzoni,

sonetti dei secoli XIII-XV_) è un volume di 490 pagine in 8º a doppia

colonna; Firenze, G. C. Sansoni, 1907.

Quando il Mazzoni e i miei figliuoli congedatisi, dopo una non breve

e commovente visita, erano già sulle mosse per andarsene, il Carducci,

sentendo che il Mazzoni doveva recarsi a Trieste per alcune conferenze,

li richiamò indietro per far vedere loro la medaglia che i Triestini

coniarono per lui, e si commosse grandemente ai dolci ricordi che

il nome di Trieste gli suscitava. E il Mazzoni, andato a Trieste

nell’ottobre, commosse a sua volta i Triestini, portando loro il saluto

dell’infermo poeta.

Mio figlio mi scrisse poi da Bardatone, informandomi delle condizioni

di salute del Carducci, le quali rimanevano sempre gravi e penose. Non

camminava più se non sorretto: il parlare gli si era fatto sempre più

difficile, e s’inquietava quando non gli riusciva di esprimersi.

Passati alcuni giorni, il Carducci andò per qualche tempo in campagna

a Lizzano, nella villa del conte Pasolini Zanelli; ed ivi parve

che migliorasse. Dico parve, perchè nel fatto il male era andato

lentissimamente proseguendo nella trista opera sua. Rientrò nel

novembre a Bologna.

Si era intanto sparsa nei giornali la novella che intorno a lui si

stava organizzando, d’intesa col Cardinale Svampa, una congiura di

clericali e clericaleggianti, per preparare il poeta di Satana a

rientrare nell’ora suprema in grembo alla chiesa. La novella arrivò

fino a lui. Ne fu seccato, indignato: e il 30 novembre mandò al

giornale _Il Secolo_ questo telegramma: «Agli scrittori del _Secolo_.

Nè preci di cardinali, nè comizi di popolo. Io sono qual fui nel 1867;

e tale aspetto immutato e imperturbato la grande ora. Salute. Giosue

Carducci.» Io non so se nella novella ci fosse niente di vero: se

c’era, bastò questa dichiarazione del poeta a sfatare la congiura.

Oramai il Carducci non usciva più di casa se non in carrozza,

accompagnato dal cameriere, che aveva cura della sua persona e non

lo abbandonava mai. Si faceva accompagnare quasi ogni giorno fino

alla libreria Zanichelli, ma non scendeva di carrozza. Si tratteneva

alcuni istanti dinanzi alla libreria prendendo il caffè, mentre Cesare

Zanichelli stava allo sportello, o si sedeva nella carrozza accanto a

lui. Nel maggio del 1906 andò in campagna a Barbianello, una collina

a pochi passi dalla città, poi tornò a Lizzano, e nell’ottobre a

Bologna. Il 9 settembre ebbi queste notizie di lui da Ugo Brilli. «Che

le debbo dire del Carducci? La sua presente infelicità mi par grande

quanto la sua gloria. Non parla quasi affatto più; non può tracciar

più nè meno quella specie di ghirigoro che era la sua firma ultima.

Lo depongono di peso dal letto su la poltrona, e su la poltrona lo

trasportano a braccio — in due uomini — da luogo a luogo. Di su la

poltrona lo mettono ne la carrozza: non può andare che di passo, e

poichè camminando scivola un po’ in giù di sul sedile, bisogna la

carrozza si fermi, scenda il servitore di cassetta, abbassi il mantice,

e di dietro tiri su — di qua e di là per le ascelle — per appoggiarlo

allo schienale, il povero paziente. Al quale pare si rattrappiscano e

rendano a poco a poco inerti anche le dita.

»In viso è un po’ scarno, ma gli occhi pieni di vita, di anima, di

risolutezza. È nervoso! villeggia a Barbianello..... In un quartiere

accanto al suo villeggia il dott. Boschi, suo medico curante. Mi diceva

il Boschi che venerdì passato gittò in terra non so che piatti, e che

ci bisognò la pazienza e autorità sua per abbonirlo.....

»Sono qui da dieci giorni, e l’ho veduto due volte. Potrei andar

sempre, ma uno ci si trova un po’ confuso. Non è quasi possibile

discorrergli, poichè soffre di non poter rispondere.»

Dopo il ritorno a Bologna nell’ottobre, il Carducci cessò di andare

alla libreria Zanichelli. La sua vita oramai era finita. Quel po’ che

glie ne restava era uno strazio supremo, contro il quale egli talora

si ribellava, dando in escandescenze, come quella che fu calmata a

Barbianello dal dott. Boschi.

*

* *

Pare un’ironia del destino che fossero serbate al grande uomo le

maggiori sodisfazioni, quando egli non era oramai altro che l’ombra di

sè stesso.

L’Accademia di Svezia, nel conferimento dei premi Nobel per l’anno

1906, assegnò quello della letteratura al Carducci. Il 10 dicembre

ebbe luogo a Stocolma la solenne cerimonia per la consegna dei premi;

alla quale il Carducci non potè per le condizioni della sua salute

intervenire. Il premio di lui avrebbe dovuto, secondo le regole di

prammatica, esser consegnato al rappresentante diplomatico dell’Italia;

ma il Re Oscar, per attestare l’ammirazione sua e della Svezia verso

il poeta della Nazione italiana, volle, con gentile e nobilissimo

pensiero, incaricare il rappresentante del suo paese in Italia, Barone

De Bildt, di recarsi a Bologna a consegnare al Carducci stesso il

premio da lui vinto. Così nel giorno medesimo in cui si distribuivano a

Stocolma nella grande sala dell’Accademia reale di musica i premi Nobel

ai vincitori, una più modesta ma non meno interessante e significativa

cerimonia, aveva luogo a Bologna nell’umile e glorioso studio del

Carducci, dove il Barone De Bildt consegnava al poeta il suo premio.

Alla cerimonia di Stocolma assistevano il Re Oscar, i principi e le

principesse reali con il loro seguito, il corpo diplomatico, i ministri

svedesi, la famiglia Nobel, i rappresentanti delle Università e degli

Istituti superiori della Svezia.

Alla cerimonia di Bologna assistevano la moglie del poeta, le figlie, i

generi, i nipoti e il fratello di lui, il Prefetto, il Pro-Sindaco, il

Rettore della Università, l’on. Malvezzi, e pochi amici.

Re Oscar aveva mandato al Barone De Bildt questo telegramma:

«Vogliate significare a Giosue Carducci le mie più fervide e sincere

congratulazioni in occasione del premio che egli ha così ben meritato.»

L’elogio del Carducci fu letto nella cerimonia di Stocolma dal

Segretario perpetuo dell’Accademia svedese, dottore Af Vocsen, il quale

esaltò il contenuto ideale della poesia carducciana. Nella cerimonia

bolognese il Barone De Bildt lesse in italiano un discorso nobile ed

alto, che fu ascoltato dal poeta con grande attenzione.

Dopo avere accennato alla cerimonia di Stocolma e all’incarico da

lui avuto, disse: «Nell’eseguire questa a me ben grata missione, non

intendo tessere nessun panegirico, ben sapendo che la modestissima

mia voce nulla può aggiungere alla vostra gloria, e che presso di

voi «i pappagalli lusingatori» non sono stati mai i benvenuti. Vengo

semplicemente a dirvi perchè vi abbiamo prescelto e perchè crediamo e

sappiamo anco in questo nostro giudizio consenzienti quanti nel mondo

civile onorano l’arte e l’ingegno.

»Il testamento di Nobel prescrive che il premio di letteratura debba

essere conferito a quello fra gli scrittori moderni che abbia compiuto

l’opera la più grande e la più bella in senso idealistico, e tutta

l’opera vostra, illustre maestro, è improntata al culto dei più alti

ideali che sono sulla terra, gli ideali della patria, della libertà e

della giustizia. È l’amor di patria che vi ha ispirato fin dalla vostra

prima giovinezza; della patria, come l’ha fatta ricca di bellezze la

natura; della patria, come la sognarono e la fecero i forti antenati;

della patria, come la conquistarono e la riedificarono i vostri

contemporanei con le loro battaglie e vittorie, le loro sofferenze

e le lotte, i loro martiri e trionfi. È sempre la patria che domina

il vostro pensiero, sia che cantiate le gesta gloriose dei suoi eroi

delle antiche repubbliche, sia che vi passi davanti agli occhi il dolce

sorriso della prima regina d’Italia.

»E quando la patria è l’Italia, non va disgiunto dall’amor di patria

l’amor di libertà. Freme nelle vostre Odi, riempie, portato dai virili

accenti della vostra lira, il cuore d’un popolo, passa i monti ed i

mari, sorge alla vostra invocazione come genio potente all’invito del

mago, ed aleggia sopra il mondo battagliero ed invitto. Questa è opera

vostra, della vostra anima così romanamente forte, così italianamente

gentile.»

Il discorso segue con un accenno agl’ideali di giustizia e di

religione, e conclude dicendo:

«La severità morale delle vostre liriche, la candida purezza nella

quale sorge il vostro canto verso le alte cime, tutta l’austera

semplicità della vostra vita sono pregi elevatissimi, davanti ai quali

c’inchiniamo tutti, a qualunque religione e partito noi apparteniamo,

sono doni di Dio che, sotto qualunque forma apparisce, è sempre

lo stesso, e da cui imploriamo che continui a scendere sul vostro

venerando capo la santa benedizione che si chiama amore.»

Alla fine del discorso il Carducci parve che volesse rispondere; ma

vinto dalla commozione non potè che ripetere: «Grazie, grazie», mentre

stringeva lungamente le mani del Barone De Bildt.

*

* *

Due mesi e sei giorni dopo, la mattina del 16 febbraio, il sole si

levava pallido e caliginoso sopra la città di Bologna; illuminava

di un bianco acciecante la neve che come lenzuolo funereo avvolgeva

tutto intorno la casa del poeta; penetrava con un timido raggio per

le imposte socchiuse nella stanza ove egli giaceva; ma il poeta, che

tanto amò ed esaltò il sole, che forse sperava di salutarlo ancora

una e più volte, non vedeva quel raggio. Intanto i giornali volavano

recando per le contrade d’Italia le dolorosa novella: _Giosue Carducci

è morto_;[85] e dai petti degl’Italiani si levava un gemito sordo,

affannoso; e un’ombra di lutto si distendeva sopra tutta la penisola,

ne valicava i confini.

Il lutto non era lutto di una nazione, era lutto di tutto il mondo

civile.

Dopo la morte del gran Re, dopo quella di Garibaldi, dopo la morte del

Re buono, nessun’altra sciagura nazionale toccò così profondamente il

cuore dell’Italia.

La prima impressione fu di stupore; non pareva possibile che

quell’uomo, benchè non più giovine, benchè da alcuni anni malato,

dovesse morire. Poi sorse in tutti un imperioso bisogno di far sapere

al mondo quanto ciascuno aveva amato e ammirato quel nobile capo.

Si ebbe paura di dir poco, si ebbe paura che gli altri dicessero di

più; e per non rimanere indietro, si abbandonò il freno alle parole.

Può essere che qualcuno non serbasse la misura e la compostezza

consigliate e raccomandate dalla solennità del caso e dalla grandezza

e semplicità dell’uomo che si voleva onorare; ma le piccole vanità,

le piccole preziosità, le piccole teatralità andarono perdute in quel

grande scoppio di sentimento forte e sincero, che fu il dolore del

popolo italiano. Nella imponente dimostrazione di quel dolore quelle

piccolezze rimasero senza significato, quasi inavvertite. Chi andò

cercando la retorica in alcuni dei discorsi che dilagarono su pei

giornali, fece cosa perfettamente inutile; e fece, senza saperlo, un

po’ di retorica anche lui. C’è della buona e brava gente, che senza

retorica non sa esprimere i suoi sentimenti benchè sinceri.

L’Italia ufficiale volle fare largamente il dover suo. Ci fu una

specie di gara fra il Governo e il Parlamento. Il Presidente del

Consiglio propose alla Camera l’erezione di un monumento al Carducci

in Roma; l’onorevole Rosadi ed altri deputati proposero la tumulazione

dei resti mortali del poeta in Santa Croce. Le proposte furono non

solo approvate, acclamate. Ci fu dopo il discorso del Presidente

del Consiglio un momento di commozione generale, che fece dire a un

giornale: «qualcosa della grande anima del poeta sembra aleggiare

per l’aula, dalla quale esula così spesso ogni nobile sentimento

d’italianità e d’arte.»

Tenuto conto di quella commozione e dei nobile spettacolo che diede

di sè l’assemblea, le deliberazioni di essa furono degne di lode. Ma,

detto ciò, è lecito ricordare al Governo e al Parlamento che in Santa

Croce c’è un altro grande poeta, che aspetta da più di trentacinque

anni la sua tomba. Quel poeta si chiama Ugo Foscolo. Al Carducci però

fu risparmiato l’onore, e la mortificazione, di essergli vicino. La

famiglia di lui e i Bolognesi hanno voluto ch’egli resti a Bologna.

Quanto al monumento in Roma, si può osservare che altri pure degni non

lo hanno, e lo hanno altri men degni. Ma per il Carducci c’è questa

circostanza speciale: nessuno ha amato e glorificato la nuova Roma

quanto lui. Resta che, passati gli entusiasmi, il monumento non vada in

dimenticanza, come la tomba del Foscolo.

*

* *

I funerali furono fatti il 19 febbraio; solenni, imponenti. Tutta

l’Italia vi era presente, l’Italia ufficiale, ed il popolo: e dal

popolo venne la solennità, l’imponenza. Anche questo fu degno: non

furono fatti discorsi.

Del corteo funebre Guido Mazzoni scrisse così:

«Non è stato un corteo funebre; è stato il passare per tutta Bologna di

un carro trionfale. Passava lento tra due schiere di popolo; piovevano

dalle finestre ramoscelli d’alloro e fiori; il sole accompagnava

luminoso quel procedere di stendardi, di bandiere, di corone. E dicono

che battendo nella lastra di vetro che nell’alto della cassa lasciava

mirare il volto del Poeta, dicono che talora lo facesse raggiare.

»Perchè tanto? perchè tutto il popolo ha seguito col saluto reverente,

con le lacrime, col mormorio represso dell’acclamazione, sino alla

Certosa, il Poeta?

»Perchè ha sentito in lui il più alto interprete della Patria.

»Difficili sono le poesie del Carducci a intenderle tutte e davvero: ma

al popolo basta, più che la profonda intelligenza degli accenni storici

e delle frasi belle, il sentimento vivo che balza fuori dall’arte.

»E tutta l’arte del Carducci grida: — Italia, Italia, Italia! — Lo

grida in faccia agli stranieri, lo grida in faccia a noi, lo grida ai

posteri nel nome di tutte le glorie del passato, da Dante a Garibaldi.

»Così le onoranze officiali sono state soverchiate dall’irrompente

onda dell’ammirazione, o piuttosto dell’amore, del popolo bolognese e

romagnolo ed emiliano accorso a fare omaggio al suo, al nostro Poeta.

»Grande è stata in tutti, anche per ciò, la commozione. I gonfaloni,

le bandiere, le corone, le autorità, tutto è stato oltrepassato dal

consenso popolare alle onoranze decretate dal Parlamento in nome della

nazione.

»Ma più commovente ancora è stato, là nella quieta Certosa, il muto

dolore dei più stretti amici e dei parenti. Stendeva la neve un candido

manto tutt’intorno; e gli ultimi raggi del sole l’andavano vivificando

di tocchi d’oro. Poi imbruniva. Un gran raccoglimento era in noi e

intorno a noi.

»Egli aveva cantato quel Cimitero. E aveva espresso il desiderio dei

morti quivi composti in pace, con versi immortali:

— Freddo è quaggiù: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda

Su la vita che passa l’eternità d’amore. —

»Il suo voto vibrava più acuto negli animi nostri, là, dove stavamo

per lasciare le membra sue; ma non temevamo per lui il freddo della

tomba nè la solitudine. Troppi cuori egli ha scaldato della sua

fiamma, perchè non gli giunga ora e sempre l’amor loro: troppi animi ha

esaltati perchè non gli giunga ora e sempre il loro reverente consenso.

»L’eternità d’amore risplenderà su lui finchè la sua poesia sarà

sentita, ammirata, amata; e sarà, finchè la lingua di Dante duri

strumento di tutto quanto il pensiero e di tutto quanto il sentimento

del popolo nostro, dalle Alpi alla Sicilia.»

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 39 / 98 题