GIOSUE CARDUCCI E IL SUO TEMPO.

Carattere dell’uomo. — Condizioni dello spirito pubblico in Toscana

dopo il 1849. — Precoce spirito d’opposizione. — Il Carducci e i

primi fatti del risorgimento italiano. — L’Aleardi e lo Zanella

poeti della nuova Italia. — Il poeta dei _Giambi ed Epodi_,

esaltato dai repubblicani, maltrattato dai monarchici. — _Nuove

Poesie._ — La critica del Guerzoni nella _Gazzetta ufficiale_.

— La gioventù italiana si volge al Carducci. — L’Aleardi

riconosce d’avere sbagliato strada. — Classicismo del Prati e del

Dall’Ongaro. — Le Università italiane nella prima metà del secolo.

— Il metodo storico negli studi letterari. — Le _Odi barbare_ e la

critica dei giornali. — Scrittori messi in satira dal Carducci. —

Il De Amicis e il Giacosa. — Poca simpatia per il poeta delle _Odi

barbare_, ed impreparazione del pubblico a gustarle. — Reazione.

— Edizioni elzeviriane dello Zanichelli. — La poesia verista e

il _Grido_ del Rizzi. — _Novissima Polemica._ — Idee del Carducci

intorno alla poesia amorosa. — Il Manzoni e il Leopardi. — Vittorio

Emanuele, Garibaldi e Cavour. — La cultura letteraria in Italia

dopo la conquista di Roma. — L’Italia si accorge finalmente di

possedere un poeta vero. — Gli scolari del Carducci. — Giovanni

Pascoli e Giovanni Marradi. — Severino Ferrari e Guido Mazzoni. —

Ugo Brilli. — Il Carducci non rappresenta, come scrittore, il suo

tempo. — Passione del Carducci per la storia. — Il mondo ideale del

poeta.

Ricordano i lettori le parole dette dal Carducci ai suoi scolari nel

primo giubileo? «Io ho voluto ispirar me e innalzar voi sempre a questo

concetto: di anteporre sempre nella vita, spogliando i vecchi abiti di

una società guasta, l’essere al parere, il dovere al piacere; di mirare

alto nell’arte, dico, anzi alla semplicità che all’artifizio, anzi

alla grazia che alla maniera, anzi alla forza che alla pompa, anzi alla

verità ed alla giustizia che alla gloria.»

E pure egli l’amava la gloria.

Ahi, da’ prim’anni, o gloria, nascosi del mio cuore

Ne’ superbi silenzi il tuo superbo amore.

Le fronti alte del lauro nel pensoso splendor

Mi sfolgorâr da’ gelidi marmi nel petto un raggio,

Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio

E i lampi de’ bianchi omeri sotto le chiome d’òr.

E tutto ciò che facile allor prometton gli anni

Io ’l diedi per un impeto lacrimoso d’affanni,

Per un amplesso aereo in faccia a l’avvenir.

Ma quel concetto, che gli fu guida nell’opera sua d’insegnante, gli fu

anche guida fin da’ primi anni nelle azioni e negli scritti, nella vita

e nell’arte. E non glie lo aveva insegnato nessuno; gli era fiorito

spontaneamente nell’animo per effetto delle facoltà largitegli da

natura, e svoltesi liberamente nella vita libera della campagna, fra

gente del popolo non guasta dalle ipocrisie della città. Quando egli

a quattordici anni andò a Firenze ed entrò nelle Scuole Pie, il suo

carattere era, si può dire, formato; cioè gli elementi costitutivi

di esso aveano avuto modo di esplicarsi e di prendere consistenza:

e questi elementi erano un forte sentimento di sè che lo faceva

insofferente di ogni freno, una esuberanza di vitalità che gli faceva

aborrire le mortificanti dottrine del cattolicesimo, una invincibile

sincerità, un odio feroce di ogni oppressione, un bisogno istintivo di

combattere, un desiderio sfrenato di sapere, l’orgoglio di discendere

da un popolo che fu grande e glorioso, la vergogna d’essere un Italiano

moderno.

La trista fine dei moti del 1848 gli aveva lasciato l’animo pieno d’ira

e di amarezza, la quale trovò pascolo e si rafforzò nella lettura degli

scritti del Leopardi, che contribuirono a fare di lui un pessimista;

intendiamoci, non un pessimista rassegnato, che stima inutile

combattere, un pessimista ribelle e rivoluzionario, che, non potendo

altro, gitta la sua voce fra le genti a rampognarle e svergognarle.

Ciò che lo innamorò sopratutto del Leopardi fu il sentirsi simile a

lui nella ammirazione sconfinata per gli antichi greci e romani, per la

sincerità e la forza della vita e dell’arte loro.

*

* *

Tale essendo, il Carducci si trovò fin da scolare in opposizione col

tempo suo; cioè, anche prima. Fin da ragazzo, pur ammirando _I Promessi

Sposi_, che lesse cinque volte, fu classico ed antimanzoniano per

opposizione al manzonianismo del padre suo; e sotto la disciplina del

maestro Barsottini, religioso e romantico, si rafforzò nel classicismo

e nella irreligiosità. Sappiamo che cosa pensasse de’ suoi maestri

all’Università di Pisa e alla Scuola Normale. «La lingua in cui

scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, diceva egli, fa paura a questi

vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili.»

Que’ maestri riflettevano in generale le condizioni della cultura

dell’arte e dello spirito pubblico in Toscana; delle quali erano indice

tre periodici fiorentini, lo _Spettatore_, il _Piovano Arlotto_ e

l’_Archivio storico_. Lo _Spettatore_, diretto da Celestino Bianchi,

rappresentava la letteratura manzoniana e romantica, con intendimenti

liberali prudentemente dissimulati; il _Piovano Arlotto_ era il corifeo

della letteratura toscaneggiante, che ama lo scherzo e la burla, sotto

il cui velo piacevasi trattare talora per allegoria qualche quistione

politica, in modo da non compromettersi; l’_Archivio storico_, con

idee più larghe e maggior serietà di cultura, intendeva a mantener

vivo l’amore agli studi della storia nostra e il sentimento della

italianità.

Quelli fra i letterati toscani, che nel 1848 avean fatto onestamente

professione di liberalismo, dopo il ritorno del Granduca tenevano

chiusi gelosamente in petto i loro sentimenti; e si occupavano

di letteratura, di erudizione, di lingua, col proposito manifesto

di giovare alla diffusione della cultura, e, alcuni specialmente,

coll’occulto di propugnare e diffondere, con molta moderazione e

circospezione, le idee liberali. A questo duplice scopo mirava anche

la _Biblioteca nazionale_ Le Monnier, sia col procurare nuove e più

corrette edizioni dei classici nostri illustrati e annotati, sia col

ristampare le opere di scrittori italiani moderni ispirate a sentimenti

patriottici. I letterati toscani davano di preferenza l’opera loro

all’_Archivio storico_, all’Accademia della Crusca e alla illustrazione

dei classici. Bene inteso che non tutti lavoravano con gli stessi

sentimenti e intendimenti. Ce n’era di quelli il cui pensiero non

andava più in là del dizionario e della grammatica.

L’Accademia dei Georgofili era poi, come chi dicesse, la rocca entro la

quale si tenevano chiusi i caporioni del liberalismo moderato toscano,

che si trovarono poi così solennemente canzonati dell’aver fatta, in

odio al Guerrazzi, la restaurazione. I più notevoli fra quelli uomini

erano il Lambruschini, il Salvagnoli, il Ridolfi, Cesare Guasti,

Gaetano Milanesi, l’avvocato Galeotti, Marco Tabarrini, Tommaso Corsi,

Celestino Bianchi; tutti, quale con maggiore, quale con minore ingegno,

quale con animo più o meno disposto a novità politiche, brava ed

onesta gente, ma quasi tutti (eccettuati forse due o tre) della scuola

cattolica-manzoniana, che faceva capo a Gino Capponi. Giovan Battista

Niccolini, fieramente avverso alle loro idee, se ne stava in disparte

solitario e sdegnoso. Qualcuno anche si era adattato oramai al governo

del Granduca, e in fondo in fondo non desiderava novità, o che se

novità in senso liberale avessero a farsi, si facessero col Granduca.

Altri poi, di cui non importa fare i nomi, venuti su magari nel 1849

col ministero democratico del Guerrazzi, erano reazionari feroci o

paurosi.

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* *

Cresciuto in questo ambiente e sotto maestri, che coll’esempio e

con la parola predicavano il rispetto alle autorità costituite,

la religiosità, la prudenza, il Carducci, alla Scuola Normale di

Pisa, della quale era direttore, come sappiamo, il canonico Sbragia,

ex-liberale del 1848 e manzoniano, parodiava gl’inni sacri, scrivendo

delle strofe come queste:

Viva pur Sandro Manzoni!

Quanto è mai che s’arrabatta

Co’ filosofi nebbioni

E gli storici a ciabatta!

Acqua santa a piena mano,

Tutto il secolo è cristiano.

. . . . . . . . . . . . . .

Che volete? Il Cristianesimo

È un romanzo che fa chiasso.

Ci scordammo del battesimo,

Ma cantiamo col compasso

Come un’aria di Lucia

Paternostro e avemmaria.

I versi non son belli: tutt’altro; ma mostrano nel giovine lo spirito e

il carattere dell’uomo, mostrano come poco questo carattere si piegasse

agli insegnamenti che contrastavano con le sue tendenze. E a ventidue

anni, un anno dopo ch’era uscito dalla Scuola Normale, pubblicava un

volumetto di versi, tutti riboccanti di classicismo e di paganesimo, e

rampognanti la viltà dell’Italia moderna.

Un sonetto al Metastasio si chiudeva col noto verso:

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 36 / 98 题