CAPITOLO VII.

(1878-1883.)

L’ode _Saluto italico_. — Visita a Trieste. — Scritti per Guglielmo

Oberdan. — Il _Fanfulla della Domenica_. — Il Carducci a Roma.

— Il Carducci e il Prati. — Enrico Nencioni. — Il _Bothwell_ del

Swinburne e il libraio Goodban. — Angiolino Sommaruga. — I saloni

gialli del _Capitan Fracassa_ e la corte letteraria alla _Cronaca

bizantina_. — Il Carducci e la _Cronaca bizantina_. — La _Domenica

letteraria_. — La _Domenica del Fracassa_. — Arresto del Sommaruga.

— Opinione di Gandolin sul Sommaruga in America. — Il Carducci al

Consiglio superiore dell’istruzione. — Vita del Carducci a Bologna

dopo il 1870. — Le serate da Rovinazzi e da Cillario. — Il pasto

del mago. — I dodici sonetti _Ça ira_. — Le critiche ai sonetti. —

Il _Ça ira_ in prosa.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi

volate col nuovo anno, antichi versi italici:

ne’ rai del sol che San Petronio imporpora

volate di San Giusto sopra i romani ruderi!

Salutate nel golfo Giustinopoli,

gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;

salutate il divin riso de l’Adria

fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!

Poi presso l’urna ove ancor tra’ due popoli

Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,

in faccia a lo stranier, che armato accampasi

su ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!

L’ode _Saluto italico_, cui appartengono questi versi, composta, come

fu detto, nel gennaio del 1879, fu pubblicata la prima volta nel n.

4 (21 aprile 1879) della _Giovine Trieste_, giornale irredentista

rivoluzionario, che si stampava a Roma, con la falsa data di Trieste,

e si diffondeva nelle terre irredente. L’autore tentò in quell’ode

un nuovo metro barbaro, in risposta a Paulo Fambri, che col nome di

_Molosso_ aveva fatto nel _Fanfulla_ una critica molto spropositata

della metrica delle _Odi barbare_. L’ode comincia:

Molosso ringhia, o antichi versi italici,

ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco

suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile

giovinette dal nido alpestre ai primi zefiri: ecc.

Il Carducci rispose sempre così alle critiche irragionevoli. Ma questo,

che riguarda soltanto la parte formale della poesia, era il meno;

l’importante era la sostanza di essa, era il sentimento e lo spirito

che glie l’avevano dettata; e l’importanza maggiore della forma stava

in ciò, che, a portare il saluto della patria alle antiche terre

italiche ancora divise da lei, il poeta non aveva trovato messi più

degni degli antichi versi italici.

*

* *

Il Carducci era, ed è certo ancora in cuor suo, un irredentista; nè

può se non deplorare che la parola _irredentismo_ sia oramai quasi

cancellata dal vocabolario e dai cuori degli italiani. Gli scritti

su Oberdan, ch’egli ha raccolti e ristampati nel dodicesimo volume

delle _Opere_ pubblicato nell’anno scorso, sono una fiera rampogna

del poeta all’Italia. Non mai come ora fu vero il verso tante volte

rimproveratogli: «la nostra patria è vile.» E pure, diciassette anni fa

egli sperava ben altro.

E ben altro pensava quando nel luglio del 1878 andò, come dicemmo, a

visitare Trieste.

Il suo nome, il suo patriotismo, le sue poesie erano ben note agli

italiani delle provincie irredente; onde egli ricevè là un’accoglienza

entusiastica.

Il giornale _L’Indipendente_ annunziava l’8 luglio il suo arrivo

con queste parole: «Abbiamo da ieri fra noi l’illustre poeta Giosue

Carducci, il quale, trovandosi a Venezia per ragione di studi, volle

visitare anche la nostra città.» E due giorni dopo rendeva conto

del banchetto col quale gl’italiani di Trieste celebrarono il lieto

avvenimento.

«Ieri dopo pranzo, nella sala del Monte Verde, un’eletta di cittadini

raccoglievasi a geniale banchetto, per festeggiare, auspice la Società

di Minerva, Enotrio Romano.

»Erano là rappresentate tutte le classi della cittadinanza; il nostro

piccolo ma laborioso mondo artistico, le migliori notabilità del fôro

e della stampa, e le rappresentanze delle più cospicue associazioni

liberali.

»Intorno a quel desco Enotrio Romano raccolse numerosi e cordiali

saluti: — il saluto della giovine letteratura, ardente di nobile volere

nel cammino segnato dai grandi, — il saluto della classe lavoratrice,

in cui le febbri dell’avvenire si rattemprano fra il sudato fervore

delle officine; — il saluto di quella Tergeste che lavora e spera,

colla fiducia ch’è degli onesti e colla perseveranza ch’è dei forti.

»Enotrio Romano udì incrociarsi intorno a lui l’evviva cordiale alle

patrie associazioni e al nome venerando di chi ne propugnò i diritti; —

udì, intorno a lui, la parola di quella concordia, ch’è il vincolo più

robusto e più bello tra le classi della nostra cittadinanza.

»E Giosue Carducci rispose con profonda commozione, con sentito

affetto; — rispose parole che non possono uscire che dall’anima di un

grande, che sente, che ama e che comprende.»

Alla sera due imbarcazioni di canottieri attendevano al molo San

Carlo il poeta, per condurlo, in compagnia di alcuni dei partecipanti

al banchetto, a fare una passeggiata in mare; la mattina di poi

una ristretta brigata d’amici lo accompagnò a visitare la vicina

Capodistria, dove si rinnovarono le cordiali accoglienze. Aveva deciso

di partire la sera, ma, cedendo alle vive insistenze degli amici,

rimise la partenza alla mattina dipoi. Quando partì, la stazione era

affollata di cittadini d’ogni classe, recatisi a stringergli la mano.

Egli era commosso. Le sue ultime parole nel congedarsi da loro, furono:

A rivederci presto!

*

* *

I sentimenti e i pensieri che la visita a Trieste suscitò e lasciò vivi

e incancellabili nel cuore e nella mente del Carducci sono adombrati

nell’ode _Saluto italico_; ma proruppero poi veementi e feroci quattro

anni appresso quando Guglielmo Oberdan, glorioso ma inutile martire,

salì il patibolo. Victor Hugo e Francesco Carrara avevano chiesto

all’Imperatore la grazia del condannato. Victor Hugo gli aveva detto:

_Siate grande_; il Carrara: _Siate magnanimo_. Il Carducci scrisse:

«No, perdoni il grande poeta: no, Guglielmo Oberdan non è un

_condannato_.

»Egli è un _confessore_ e un _martire_ della religione della patria.»

. . . . . . .

«Egli andò, non per uccidere, io credo, per essere ucciso.

»E oggi in questa oscurazione d’Italia, c’è un punto ancora della sacra

penisola che risplende come un faro: ed è la tua austriaca prigione, o

fratello!

»Tutte le memorie, tutte le glorie, tutti i sacrifizii, tutti i

martirii, tutte le aspirazioni, tutte le fedi, sonosi raccolte là,

nella oscurità fredda, intorno al tuo capo condannato, per consolarti,

o figliuolo, o figliuolo d’Italia!

»Oh poesia d’una volta! Chi potesse pigliare il tuo cuore e darne a

mangiare a tutti i tapini della patria, sì che il loro animo crescesse

e qualche cosa di degno alla fine facessero! — Oh poesia d’una volta!

Chi potesse, consolandoti anzi morte con la visione del futuro, farti

segno di rivendicazione, e trarre intorno la imagine tua, e batterla su

i cuori, gridando: Svegliatevi, o dormenti nel fango, il gallo rosso ha

cantato

»No, l’Imperatore non grazierà. No — perdoni il grande poeta —

l’Imperatore d’Austria, non che fare _cosa grande_, non farà mai cosa

giusta. La giovine vita di Guglielmo Oberdan sarà rotta sulla forca: e

allora, anche una volta,... sia maledetto l’Imperatore!...

»A giorni migliori — e verranno, e la bandiera d’Italia sarà piantata

su ’l grande arsenale e su i colli di San Giusto, — a giorni migliori,

l’apoteosi.

»Ora, silenzio.»[48]

Così scriveva il Carducci il 19 dicembre 1882 nel _Don Chisciotte_ di

Bologna.

E il giorno di poi:

«Guglielmo Oberdan fu fucilato o impiccato questa mattina alle ore 9 in

Trieste.

»È austriacamente naturale.

»L’Imperatore si affrettò a rispondere così al poeta francese, che lo

sperava grande; al professore italiano, che lo invocava magnanimo.

»È austriacamente più che naturale.»[49]

Due giorni dopo:

«Italiani, facciamo un monumento a Guglielmo Oberdan!

»Ma no, monumento. La lingua academica di questa età gonfia e vuota mi

ha tradito.

»Volevo dire: Segniamo sur una pietra, che resti, la nostra obligazione

con Guglielmo Oberdan.

»Guglielmo Oberdan ci getta la sua vita, e ci dice: Eccovi il pegno.

L’Istria è dell’Italia.

»Rispondiamo: Guglielmo Oberdan, noi accettiamo. Alla vita e alla morte.

»Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all’Imperatore.

»A questo Imperatore degli impiccati.»[50]

Nell’ira sua il Carducci sperava che il volontario martirio del giovine

triestino non sarebbe stato inutile. E il 27 luglio del 1885, ad un

telegramma dell’_Indipendente_, che portavagli in Carnia, dov’egli era

a villeggiare, i saluti e gli auguri dei Triestini pel suo genetliaco,

rispondeva così: «Cari signori, Vi ringrazio. In mezzo secolo che

ho vissuto vidi gran cose. Me ne sa male pe’ miei nemici; ma spero

di campare almeno altri sedici anni; e conto di vedere ancora cose

bellissime; vederle e farne parte; non maestro, ma compagno e fratello

anziano della nobile gioventù che ama la patria. Ora e sempre vostro

Giosue Carducci.» Ecco perchè io dissi che diciassette anni fa sperava

ben altro. I sedici anni sono passati; ma la sola cosa, certo non

bellissima, ch’egli ha potuto vedere è stata la conferma per altri

dodici anni della triplice alleanza.

Il poeta stava rivedendo le bozze dei suoi scritti su Oberdan, raccolti

nel vol. XII delle _Opere_, e il Ministero Zanardelli firmava la nuova

e più lunga rinunzia alla rivendicazione di Trento e Trieste.

Abbandoniamo il malinconico argomento e torniamo a parlare di poesia.

*

* *

Il 24 agosto dell’anno 1879 il Carducci mi scriveva: «Ora ho il

pensiero a finire _Sirmione_ e potendo l’_Aurora_; poi delle odi

barbare ne ho in mente anche parecchie; e se saprò temperare e fondere

bene le imagini e i concetti con la forma regolare e chiara, spero

che qualche cosa di buono verrà fuori.» Nell’anno seguente aveva, non

pure finito l’_Aurora_, ma composte altre quattro nuove odi barbare:

_La Madre_ (gruppo di Adriano Cecioni) nell’aprile, _Una sera di San

Pietro_ e _Sogno d’estate_ nel luglio, e l’ode _A Giuseppe Garibaldi_

nel novembre.

Nel luglio dello stesso anno 1879 Ferdinando Martini fondò il _Fanfulla

della Domenica_. «Cosa bella mortal passa e non dura», disse il

poeta; e si sapeva anche prima. Non è quindi a meravigliare se il

bel _Fanfulla della Domenica_ del Martini durò poco più di due anni

e mezzo: ma finchè durò fu un piacere. Ogni buon italiano, più o

meno amante di letteratura, più o meno desideroso di istruirsi e di

procurarsi con poca spesa uno svago intellettuale, poteva ogni domenica

che Dio metteva in terra, svegliandosi alla mattina e uscendo di casa,

comperarsi con la tenue moneta di due soldi quattro grandi pagine, e

talora, con quattro soldi, otto pagine di scritti, ove era distillato

il meglio di ciò che producevano settimanalmente i migliori letterati

d’Italia. L’ingegno facile elegante simpatico del Martini aveva saputo

raccogliere intorno a sè e disciplinare l’opera dei più valenti

scrittori del tempo, dando al giornale un’impronta di serietà e di

agilità che contentava i gusti più difficili. Il Martini naturalmente

cercò il Carducci, e il Carducci fu uno dei più assidui scrittori del

_Fanfulla della Domenica_. Le odi barbare _Alla Certosa di Bologna,

Pe ’l Chiarone, La madre, Sogno d’estate, Una sera di San Pietro,

All’aurora_, ed altre sei poesie, fra le quali quella _Pel processo

Fadda_, videro per la prima volta la luce nel giornale del Martini;

e parecchie prose, le polemiche col De Zerbi su Tibullo, due scritti

sull’Ariosto, quello sul Littré, ed altri.

Il _Fanfulla della Domenica_ mi conduce a dire qualche parola degli

altri giornali letterarii sbocciati a Roma intorno a quel tempo, delle

relazioni che ebbe con essi, con uno specialmente di essi, il Carducci,

e delle gite di lui a Roma.

*

* *

Mario Menghini errò affermando che il Carducci visitò Roma la prima

volta nell’estate del 1872.[51] Forse, per una facile confusione di

ricordi, scambiò il 1872 col 1874. Ma quella del 1874 fu una visita

per modo di dire, poichè, non potendo trattenersi che poche ore,

il Carducci vide soltanto il Pantheon, il Colosseo e le Terme di

Caracalla. Così mi disse egli stesso; ed aggiunse: «San Pietro lo

lasciai al Papa.» La vista di quei monumenti, per quanto fugace, dovè

certo fargli grande impressione; ma l’impressione non si tradusse per

allora in fantasmi poetici bisognosi di fissarsi immediatamente nella

strofe e nel verso.

Rivide poi la città tre anni dopo, nel marzo del 1877; e quella fu

la vera prima sua visita a Roma. Egli la vide allora a suo agio, in

compagnia di un amico, che la conosceva a palmo a palmo, Domenico

Gnoli; e la vista gli suscitò tale un tumulto di sentimenti e

d’idee, che tornato a Bologna scrisse nell’aprile le due odi barbare,

_Nell’annuale della fondazione di Roma_, e _Dinanzi alle Terme di

Caracalla_.

Salve Dea Roma! Chinato a i ruderi

del Fôro, io seguo con dolci lacrime

e adoro i tuoi santi vestigi,

patria, diva, santa genitrice.

Visitando i gloriosi avanzi della città immortale, in compagnia

dell’amico, vedeva in ogni sasso in ogni rudere rivivere dinanzi agli

occhi suoi un pezzo della storia di quel gran popolo che gli aveva

acceso nella fantasia, fin da ragazzo, quelli che rimasero poi sempre i

più alti ideali della sua vita.

Molti poeti, specialmente stranieri, hanno sentito la poesia di Roma

antica; nessuno, credo, l’ha sentita ed espressa così profondamente,

così altamente come il Carducci, perchè nessuno ebbe alto come lui il

concetto della città fatale, nessuno ebbe, come lui, pieno il cuore

e la mente della grandezza e della gloria di lei, nessuno credè, come

lui, che, tornata ad essere la capitale d’Italia, ella dovesse colla

sola virtù del suo nome e delle sue memorie fare assurgere la patria

alla dignità dei suoi antichi destini.

Nei giorni di quella prima visita del Carducci a Roma, trovandosi

egli una sera al Caffè del Parlamento, in compagnia dell’amico

Gnoli, questi gli disse, accennando un signore piuttosto vecchio, che

seduto ad un tavolino dirimpetto consumava una quantità di cerini per

accendere un sigaro, che gli rimaneva sempre spento fra le labbra:

— Non conoscete quel signore là? — No. — È il Prati: volete che vi

presenti? — Volentieri: l’ho veduto alcuni anni sono a Firenze; ma ora

non lo avrei riconosciuto. — I due amici si alzarono, e avvicinatisi

al tavolino dinanzi al quale il vecchio bardo sedeva, lo Gnoli fece

la presentazione. — Davvero, questi è il professor Carducci? fece

il Prati, rallegrandosi tutto: oh come sono contento di conoscervi!

bravo, bravo! sedetevi qui accanto a me; — e come il Carducci si fu

seduto, aggiunse: — Ma sapete che voi avete composto alcune poesie

sotto le quali io metterei volentieri il mio nome? — Con queste parole

il vecchio bardo credè di aver fatto al Carducci il più grande elogio

possibile; e il Carducci con una modestia sincera, che oggi non è più

di moda, si tenne onorato di quelle parole, e ringraziò con effusione.

Dopo il 1877 il Carducci tornò a Roma ogni anno, spesso più d’una

volta, datagliene occasione dalle adunanze della Giunta per la licenza

liceale e del Collegio degli esaminatori, di cui faceva parte. Due

volte ci venimmo insieme; e mi ricordo che fra le cose che volle sempre

vedere e rivedere erano le Terme di Caracalla e il Gianicolo. «Se io

abitassi a Roma, mi diceva una mattina mentre salivamo il colle famoso,

vorrei trovarmi una casa quassù, per contemplare la posizione fatale

della divina città.»

*

* *

Nel 1880 venne a stabilirsi a Roma Enrico Nencioni; nel 1881 ci venne

Angiolo Sommaruga; il più vecchio amico del Carducci, e il nuovo

editore delle opere sue. Vennero entrambi a cercarvi lavoro.

Quando dopo il 1860 gli _amici pedanti_ si dispersero, condotti

ciascuno dai casi della vita in una città diversa, il Nencioni aveva

già lasciato Firenze, per cominciare la sua _via crucis_ di precettore

privato in case patrizie; la quale _via crucis_ durò, con qualche breve

interruzione, e qualche vano tentativo di uscirne, più di venti anni.

Non so se per effetto di essa, o anche un po’ per la natura sua, egli,

che aveva cominciato giovanissimo a scrivere, e a venti anni aveva

già pubblicato dei versi, in quel lungo periodo che abbraccia tutta la

sua giovinezza e la virilità non scrisse e non pubblicò quasi niente.

I soli scritti da lui pubblicati sono, credo, l’articolo su Roberto

Browning nella _Nuova Antologia_ del luglio 1867, e alcune appendici

letterarie nel giornale politico _L’Italia Nuova_ fondato nel 1870 da

G. Barbèra e diretto dal Bargoni; giornale ch’ebbe pochi mesi di vita.

Il povero Nencioni, che aveva fondato grandi speranze sopra di esso,

le vide sul più bello sfumare; e per un cumulo di circostanze, alle

quali non fu estranea una certa sua irresolutezza, non gli fu possibile

trovare un posto nelle scuole o in qualche ufficio pubblico in quelli

anni dal 1860 al 1880, nei quali tanta gente che valeva meno di lui

seppe mettersi a posto.

Se la condizione di precettore privato gli creava molti legami, gli

lasciava tuttavia assai tempo da leggere e studiare per conto suo,

e gli forniva mezzi da comprar libri. Ed egli (questa era la sua

grande felicità) ne comprava e leggeva continuamente. Era un lettore

appassionato, instancabile, un vero divoratore di libri. Ed era un po’,

come il Carducci e come me, bibliofilo e bibliomane. Un libro nuovo di

Victor Hugo, del Browning, del Swinburne, lo teneva incatenato per ore

ed ore, facendogli dimenticare ogni altra occupazione. E l’aspettazione

di un libro nuovo era per lui una febbre.

Ne citerò un esempio. Egli aveva nel maggio del 1874 ordinato al

libraio Goodban di Firenze due copie del _Bothwell_ del Swinburne,

una per sè, una per me. Il 13 giugno mi scrive: «Caro Chiarini; Apri

l’orecchio al mio annunzio, e odi, e inorridisci! Ieri sera entrai così

_en flânant_ da Goodban. Vedo là sul banco un bellissimo e grossissimo

volume legato in tela celeste. Attratto da una corrente _magnetica_,

lo prendo, e leggo: _Swinburne’s Bothwell_. — Ma dunque c’è già il

_Bothwell_! Ha questa copia sola? — Oh, è una settimana che questa

era venuta per la posta per M.r Russell; ma non l’ha voluta perchè

c’è una pagina rotta. — Dove? — Guardi qua. — Infatti, non una, ma due

pagine son lacerate, e manca il pezzo stampato. — O che ne fa di questo

volume? — Lo rimando all’editore: ho già scritto. — Costa? — Lire 24, e

il 20 per cento di commissione. — Me lo dia per 20, e lo prendo io così

com’è — Non posso — Perchè? — Perchè l’editore deve sapere, vedere,

avere una lezione ec. ec. — Scappai, per non offrirgli 24, 30, 40 lire,

quel che voleva.... Il cane Goodban mi dette parola che al più tardi

il 30 giugno avremo le due nostre copie commesse. Io sognerò di questo

libro finchè non l’ho.»

In quei venti e più anni è facile immaginare quanto il Nencioni

lesse di libri italiani, francesi, inglesi e tedeschi. Della lingua e

letteratura francese ed inglese divenne in breve assolutamente padrone.

La letteratura tedesca la conosceva fino da giovane nelle traduzioni

italiane e francesi; poi studiò anche la lingua, tanto da poter leggere

e gustare nell’originale il Heine ed altri poeti meno difficili. Come

e perchè in questo lungo periodo di tempo, nel quale venne accumulando

tanto materiale di cognizioni sulle letterature moderne, quasi

sconosciute in Italia, gli mancasse l’occasione o la voglia, o l’una e

l’altra insieme, di scrivere e pubblicare, io, come già accennai, non

saprei dire esattamente. Forse gli bastava la felicità di poter leggere

e studiare per sè, e comunicare la felicità sua con qualche amico.

Ma finalmente nel 1880, a quarantatrè anni, finita l’educazione

dell’ultimo suo alunno, il Principe di Caramanico, un giovane che fa

onore al maestro, bisognò prendere una risoluzione; ed egli la prese,

ed eroica: si ammogliò il 27 ottobre a Firenze, e ai primi di novembre

mise casa a Roma, deliberato di vivere del suo lavoro di scrittore, che

cominciava, si può dire, allora. Chi lo spinse alla risoluzione eroica

fu il Martini, offrendogli una larga collaborazione nel _Fanfulla

della Domenica_. Il Martini aveva conosciuto il Nencioni fino dalla

primissima gioventù (da ragazzi erano stati a scuola insieme), gli era

sempre rimasto amico, ed apprezzando giustamente l’ingegno e la cultura

di lui, aveva subito capito che sarebbe stato un collaboratore prezioso

pel suo giornale; nè s’ingannò. Il Nencioni fu uno degli scrittori

più assidui del _Fanfulla della Domenica_; scrisse poi anche in altri

giornali e nella _Nuova Antologia_; e i suoi scritti piacquero molto, e

lo fecero ben presto conoscere.

Prese casa in Via Goito; si sentiva beato di stare a Roma, dove vedeva

quasi ogni giorno il Martini, e, tutte le volte che vi capitava, il

Carducci; e dove fece in breve molte conoscenze, quelle del D’Annunzio

e del Sommaruga, fra le altre.

*

* *

Chi era e che cosa voleva a Roma Angelo Sommaruga? Lasciamolo dire

a Gandolin, che lo conobbe bene, e che era in grado di giudicarlo.

«Correva, scrive Gandolin, il fortunato e singolare periodo

dell’Abruzzo nell’arte: Michetti, Barbella, Tosti, D’Annunzio; la

pittura, la scultura, la musica, la poesia. Quest’Abruzzo aveva

allora il suo cenacolo naturale in quella brutta e simpatica sala

del _Capitan Fracassa_, che al pubblico era nota, o piuttosto ignota,

sotto questa pomposa denominazione: _i saloni gialli_.» Quei _saloni

gialli_, che poi erano una sala soltanto, di pochi metri quadrati,

«raccoglievano spesso le più note celebrità contemporanee.... Giovanni

Prati, Pietro Cossa, Paolo Ferrari, Giosue Carducci, Olindo Guerrini,

Enrico Panzacchi, Francesco De Renzis, Ferdinando Martini, Anton Giulio

Barrili, Aurelio Costanzo, Mario Rapisardi, Leone Fortis, Matilde

Serao, Gerolamo Rovetta, Gabriele D’Annunzio.... e una schiera infinita

d’artisti, dal Barabino al Ximenes, dal Gayarre al Maurel.... tutti

sono passati per i _saloni gialli_.

»Certo furono gl’invidiati _saloni gialli_ che consigliarono il

Sommaruga a istituire qualche cosa di analogo. Una mattina, mentre

stavo, solo, a quella scrivania che rappresentava l’autorità del

Direttore, e che poi era di tutti, vidi entrare, lungo, spettrale,

con quel sorriso strano che metteva in mostra i denti superiori

assai sporgenti, Angelo Sommaruga, che, con l’ombrello in mano e il

cappello in testa, si buttò a sedere sopra una poltroncina molto bassa;

occupando così, con la gettata delle gambe, e la proiezione dei piedoni

enormi, quasi tre quarti dell’uffizio. Egli cominciò a parlarmi, con

quel suo gergo italo-meneghino, di un certo suo progetto di fondare

una casa editrice, con la base di un gran giornale letterario, e a

proporre delle combinazioni — scambio d’articoli, premi agli associati,

_réclame_ comune, e via dicendo — col _Capitan Fracassa_.

»Quel progetto del quale mi parlava assai vagamente era invece maturo.

Il Sommaruga si impadronì dell’Abruzzo, e prese in affitto, al cantone

di Via Due Macelli, quel mezzanino che doveva diventare la famosa

redazione della _Cronaca bizantina_. L’Abruzzo popolò di distici e

di pupazzi le pareti: il Tosti andò a canticchiarvi sul pianoforte le

sue canzoncine montanare, e finalmente il Sommaruga potè vantarsi di

avere i suoi _saloni gialli_, giocondati dalla presenza giunonica di

Adele Mai, la stupenda mima che doveva essere (perdono, o signora!) la

Vittoria Colonna di quella corte letteraria.»[52]

Non so se i _saloni gialli_ della _Bizantina_ surrogassero in

tutto e per tutto quelli del _Capitan Fracassa_; so che nella Corte

letteraria giocondata dalla presenza giunonica della Mai, primeggiavano

il D’Annunzio, lo Scarfoglio, Giulio Salvadori, Cesario Testa

(Papiliunculus); e so che quando trovavasi a Roma, vi era assiduo

il Carducci, il quale aveva fatto soltanto qualche rara apparizione

al _Capitan Fracassa_. Quando egli capitava alla _Bizantina_, tutti

gli Dei minori della Corte sommarughiana gli si stringevano intorno

rendendogli omaggio come a sovrano.

Anche il Nencioni bazzicò, credo, gli uffici della _Cronaca bizantina_;

ma, come il Carducci, non vide nulla, non capì nulla del lavorio

tenebroso che là si faceva dalla gente che voleva riuscire a qualunque

costo, con qualunque mezzo.

*

* *

Il Sommaruga, prima di venire a Roma a tentare l’attuazione dei suoi

progetti, aveva stimato opportuno assicurarsi la cooperazione del

Carducci. Era per questo effetto andato a Bologna, e presentatosi al

poeta, gli aveva parlato della fondazione della _Cronaca bizantina_ e

chiestogli per essa articoli e poesie con profferta di larghi compensi.

Il Carducci, sempre disposto ad aiutare l’operosità coraggiosa e le

ardite iniziative, aveva accettato l’offerta e promessa l’opera sua.

Indi a poco l’editore e il poeta rivedutisi a Roma confermarono

il patto stretto a Bologna. E il 15 giugno del 1881 uscì il primo

fascicolo della _Cronaca bizantina_, portante per motto nella testata

due versi del Carducci (_Impronta Italia domandava Roma — Bisanzio essi

le han dato_), ed avente inquadrata nella prima pagina l’ode barbara,

_Ragioni metriche_. Il giornale era di gran formato, a quattro colonne,

in rosso e in nero, con grandi fregi e molta pretensione di eleganza

tipografica. Aveva fra i collaboratori, oltre gli Dei della Corte

sommarughiana, il Guerrini, il Panzacchi, il Cesareo, il Pascarella,

il Fontana, il Mantovani, il Pascoli, il Guarnerio, il Nencioni, il

Mazzoni, il Fleres ed altri.

Il Carducci diede alla _Bizantina_ nei primi diciotto mesi (giugno

1881-dicembre 1882) non meno di dodici poesie e quindici scritti

in prosa; nei due anni successivi (1883-84) cinque poesie e sei

articoli; e diede all’impresa editoriale i tre volumi di _Confessioni

e Battaglie_, un volume di _Conversazioni critiche_, e gli opuscoli

_Eterno femminino regale_, e _Ça ira_ (i famosi sonetti, ch’ebbero dal

Sommaruga non meno di sei edizioni).

In capo a due o tre anni la _Cronaca bizantina_ aveva raggiunto

una tiratura di dodicimila copie; così almeno dicevano gli annunzi

sommarughiani; e il Sommaruga aveva inondato il mercato librario di una

quantità di libri di sua edizione, alcuni dei quali avevano avuto una

fortuna straordinaria. Tutto dunque pareva procedere a vele gonfie. Ma

_chi troppo tira, la corda si strappa_.

Cinque mesi prima che il Sommaruga lanciasse la _Cronaca bizantina_

il Martini aveva abbandonato il _Fanfulla della Domenica_, e fondato

la _Domenica letteraria_, portando con sè il meglio dei suoi vecchi

collaboratori, alcuno dei quali, fra gli altri il Nencioni, pur

seguendolo rimase anche al _Fanfulla_. Questo fu il segnale della

dispersione delle forze, e il principio della fine dei giornali

domenicali. Nell’agosto del 1883 il Martini lasciò anche la _Domenica

letteraria_, la quale, passata nelle mani del Sommaruga, andò a poco a

poco perdendo terreno, benchè il Carducci vi seguitasse a scrivere per

tutto il 1883, e le desse anche un paio di articoli nell’84.

Quando io nel novembre 1884 venni a stabilirmi a Roma, il Sommaruga

offrì a me, per mezzo del Carducci, la direzione di quel giornale

con un largo compenso; ma io rifiutai. Accettai invece di dirigere la

_Domenica del Fracassa_, che i proprietari del _Fracassa_ quotidiano

avevano stabilito di fondare, per far concorrenza agli altri giornali

domenicali. Ma perchè la concorrenza avesse probabilità di riuscire

vittoriosa, ci volevano quattrini; e questi non c’erano.

*

* *

Intanto il Sommaruga «per l’avidità di un guadagno momentaneo, scrive

Gandolin, e la smania morbosa di _réclame_, si lasciò prendere in

quell’ingranaggio di odio e di scandali che furono le _Forche caudine_

dello Sbarbaro; e fu quello il segnale della decadenza, sebbene avesse

tentato di puntellare le sue imprese mediante un giornale quotidiano,

organizzato con una certa serietà d’intenti e di propositi, _Il

Nabab_.»[53]

Passarono pochi mesi, e la _Cronaca bizantina_ (n. 5, 1º marzo 1885)

annunziò qualmente Angelo Sommaruga «dopo aver passato in gaia comitiva

l’ultima notte di carnevale al veglione del Costanzi divertendosi....

non pria adagiato fra le morbide coltri, odorate di soavi ciprigne

fragranze, si vedesse apparire innanzi, col mandato di arrestarlo, un

esercito d’alti e bassi agenti di polizia.» Soggiungeva la _Cronaca_

che l’accusa sotto la quale il Sommaruga veniva arrestato era di

tentativo di ricatti; ma i lettori stessero pur tranquilli, che

Angiolino sarebbe uscito ben presto dalla durissima prova _deterso da

ogni macchia_. Invece, finito il processo, il Sommaruga, per quanto

_deterso_, stimò prudente di andare a prendere una boccata d’aria in

America.

«Quando egli lasciò l’Italia, scrive Gandolin, non pochi dissero: —

Vedrete che laggiù lavorerà sul serio, e farà fortuna. Dopo tutto è un

gran lavoratore, e avrà potuto adesso convincersi che il più fruttifero

dei lavori è sempre il lavoro onesto.» Ma Gandolin, che non era di

questa opinione, soggiunge: «Che!... il pero farà sempre delle pere:

e non succederà mai che un fico faccia delle albicocche. — Andato in

America, Angiolino fece il Sommaruga.»[54]

Inutile dire che il Carducci nella sua grande e ingenua bontà, non

sospettò mai che la _Cronaca bizantina_ «servisse di coperchio, come

dice Gandolin, ai non delicati maneggi del Sommaruga»; inutile dire che

disapprovò altamente e francamente il Sommaruga dell’avere accettato la

compagnia dello Sbarbaro per la pubblicazione delle _Forche caudine_;

e che fu ben lontano dall’approvare tutta la letteratura di che

l’_Abruzzo forte e gentile_ infiorò la _Cronaca bizantina_ e le altre

pubblicazioni sommarughiane. Ma, anche condannando il Sommaruga là dove

non poteva scusarlo, il Carducci non gli fu mai giudice molto severo.

La _Domenica letteraria_ passò dal Sommaruga alla _Tribuna_ e andò

sempre di male in peggio.

La _Domenica del Fracassa_ visse poco più d’un anno, dal 28 dicembre

1884 al 14 febbraio 1886; ma la sua vita breve non fu affatto

ingloriosa. Cominciò pubblicando nel primo numero la magnifica ode del

Carducci _Presso l’urna di Percy Bysshe Shelley_; e finchè visse, fu

l’unico giornale domenicale al quale il Carducci desse suoi scritti.

Le diede altre otto poesie, cioè tutte quelle che compose nel 1885, e

sette scritti di prosa.

*

* *

Nel 1881, con decreto regio del 12 maggio, il Carducci fu nominato

membro del Consiglio superiore della istruzione. Il Baccelli, allora

Ministro, aveva riformato il Consiglio, anche per ciò che concerne

le nomine dei Consiglieri; le quali, per effetto della riforma, si

facevano per una metà dalle Facoltà universitarie, per l’altra metà

dal Ministro. I nominati duravano in carica cinque anni, e non potevano

essere rieletti se non dopo un anno d’interruzione.

È notevole come nè questa prima volta, nè le altre successive nelle

quali il Carducci entrò nel Consiglio, non vi entrò mai per elezione

delle Facoltà, ma sempre per nomina del Ministro. E quelli che lo

videro all’opera attestano com’egli fosse diligente e scrupoloso nel

disbrigo degli affari che gli erano affidati.

L’ufficio di consigliere gli diede occasione di recarsi anche più

spesso a Roma. E a Roma passava quasi tutto il giorno a lavorare al

Ministero della istruzione o nelle biblioteche: la sera poi andava a

godersi un po’ di riposo e di svago nei _saloni gialli_ del Sommaruga.

*

* *

Questa, di prendersi un po’ di svago la sera, era, già lo sappiamo,

un’antica abitudine del Carducci. Questa abitudine e le altre che aveva

da Firenze e Pistoia portate a Bologna, non erano mutate, o di poco,

dopo il 1870, quando, come accennai, aveva fatto qualche relazione più

stretta con alcuni dei colleghi. La sua vita era rimasta suppergiù la

medesima, ed era questa:

La mattina, appena alzato, prendeva una tazza di caffè, che si

faceva portare in camera; indi passava nel suo studio a lavorare. A

mezzogiorno si sdigiunava con una tazza di cioccolata o due uova, e

riprendeva subito il lavoro; il quale durava fino verso le 2 nei giorni

che aveva lezione, e fino alle 5 o le 6 negli altri giorni. Nei giorni

di lezione stava chiuso nello studio più rigorosamente del solito, per

prepararsi, e non voleva essere disturbato per nessuna ragione. Un po’

prima delle 2 usciva di casa per andare all’Università, dove la lezione

durava sempre più d’un’ora. Ciò fino a tutto il 1875. Dopo, avendo

nel dicembre di quell’anno (con decreto ministeriale de’ 19) avuto

l’incarico dell’insegnamento della Storia comparata delle letterature

neolatine, la lezione diventò di due ore; fece cioè due lezioni di

seguito, una di letteratura italiana e una di Storia delle neolatine.

Uscendo dall’Università per andare a casa, o alla libreria Zanichelli,

dove di solito capitava tutti i giorni, era spesso accompagnato da

alcuni scolari, pei quali la lezione seguitava, strada facendo, finchè

lasciavano il professore.

Verso le sei andava a pranzo; ed era tutto lieto quando ci aveva

qualche amico, al quale fare assaggiare una delle sue bottiglie

prelibate. Ne aveva la cantina ben fornita, e se ne compiaceva. Dopo

quello dei libri, era l’unico lusso che si permettesse, e che non gli

costava gran che, perchè durò degli anni a farsi da sè il vino in casa,

e molte di quelle bottiglie gli erano regalate. Dopo pranzo, verso le

8, usciva a prendere il caffè e una boccata d’aria. Fra il 1876 e il

1880 soleva andare al _Caffè de’ Grigioni_, dove per lo più incontrava

Ugo Brilli e Severino Ferrari, due degli scolari suoi ai quali era più

affezionato, e che gli erano affezionatissimi; tal volta, ma raramente,

qualche collega. Preso il caffè e fatte due chiacchiere, usciva di

nuovo a passeggiare; e la passeggiata aveva sempre per mèta ultima la

bottiglieria Rovinazzi, o Cillario, o qualche piccola osteria fuori di

porta.

Qui, bevendo, i convenuti facevano spesso un po’ di lettura; per

lo più si leggeva un classico italiano, talora anche latino; e si

parlava d’arte e di letteratura; raramente di politica. La politica

turbava quasi sempre la serenità del Carducci, e finiva col farlo

inquietare. A queste riunioni, che solevano durare un paio d’ore e

più, capitavano spesso altri amici e conoscenti: ricordo alcuni di

quelli che ci ho veduti io stesso quando ero a Bologna: l’avvocato

Antonio Resta, l’avvocato Barbanti, Luigi Lodi, Gino Rocchi. Qualche

sera che il professore, come lo chiamavano, era più di buon umore del

solito, divertivasi a scherzare satireggiando contro i letterati più

o meno famosi che non gli andavano a genio, o che gli avevano dato

qualche fastidio; e gli altri, specialmente il Brilli e il Ferrari, gli

tenevano bordone.

*

* *

Il Ferrari aveva dato al Brilli il soprannome di Mago, celebrando le

gesta di lui in un poema, che non finiva mai, e che credo non sia stato

nè sarà mai finito. D’allora in poi il Carducci chiamò sempre il Brilli

col nome di _Mago_, o _Maghetto_; e questo nome dava spesso occasione

ai suoi scherzi.

Una sera d’ottobre del 1879 la solita piccola comitiva trovavasi alla

solita ora alla bottiglieria Rovinazzi; e il Brilli, o avesse appetito,

o non gli piacesse risciacquarsi lo stomaco col solo vino, chiese

qualche cosa da mangiare, e gli portarono dei biscottini. Il Carducci,

ridendo e ammirando l’appetito del Brilli, chiese un pezzo di carta e

una penna e scrisse:

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 16 / 98 题