IL PASTO DEL MAGO.

Il mago ha vinto. Del.... la pancia

Ei diguazzando ha trapassato già,

Poi disdegnoso gitta via la lancia,

Si tura il naso, e brontola — Puah! —

Datemi — ei grida — a consolarmi il cuore,

Datemi un piatto almen di confortini,

Da immollarsi nel vin dal bel colore —

Confortini, vogl’io, non biscottini.

È biscottini un barbaresco nome

Che ai tempi degli eroi non risonò.

Ecco, il gran sole io piglio per le chiome,

Per farmi lume al mio gnomo lo do. —

E si pone alla mensa. Il sole brilla

A lui dinanzi come un lumicino.

Il gnomo a lui del bel vin rosso sprilla,

Gli porta la Rotonda per tondino.

Ei mangia mangia mangia i confortini,

Ei mangia mangia, e mai sazio non par:

Confortini non son, son gli Appennini:

Vino non è ch’ei beve, è un rosso mar.

È il rosso mar del sangue dei cialtroni

Giganti ch’ei trafisse ed abbattè.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . .

E beve beve beve, e sempre ha sete;

Ei beve beve, e dice: Ancora un po’;

Sento del caldo. Pigliam due comete;

Un ventaglio pel fresco ne farò.

E mangia e mangia. Non son biscottini,

Non gli Appennini sono; elle son ossa,

Ossa de’ suoi nemici filistini,

A cui crudele egli invidiò la fossa.

E le fe’ triturare e macinare,

Ed impastare e cuocere le fe’

A fuoco lento. S’odono gridare

Sotto i suoi denti, e dicono: mercè!

(Scritto dinanzi al pasto del Mago nella bottiglieria Rovinazzi alle

ore 8¾ del 21 ottobre 1879 — dell’èra della servitù — dal povero

rapsodo Giosue Carducci.)

Dopo questi scherzi innocenti il Carducci, accompagnato dagli amici,

tornava a casa allegro e contento: giunto al portone del palazzo

Rizzoli, dove allora abitava, si faceva dare dei cerini, se non ne

aveva, e non ne aveva quasi mai; apriva e, facendosi lume da sè,

saliva le lunghe scale, finchè arrivato al suo quartiere, dove tutti a

quell’ora dormivano, accendeva la candela che trovava al solito posto

nella stanza d’ingresso, e se ne andava in camera, dove, messosi in

letto, aspettava il sonno leggendo qualche pezzo dei classici suoi

preferiti.

*

* *

E la mattina di poi ricominciava la solita vita.

Le poesie pubblicate dal Carducci nei giornali domenicali e nella

_Cronaca bizantina_ non furono le sole da lui composte in quel periodo

di tempo, di circa sei anni, dal 1879 al 1885. Oltre le odi barbare

_Per Eugenio Napoleone_ e _A Garibaldi_, pubblicate dallo Zanichelli

nello stesso anno 1880 in cui furono composte, oltre l’ode barbara per

le nozze della figlia Beatrice, pubblicata in alcune copie distinte

del volume _La Poesia barbara nei secoli XVe XVI_ offerte agli

amici (Bologna, Zanichelli 1881), e l’ode _A Vittore Hugo_ (Bologna,

Zanichelli 1881); pure di quell’anno compose, nell’aprile _Campo di

Roncisvalle_, e tradusse nel giugno l’ode di Platen su la lirica: poi

nel maggio del 1883 mandò fuori, editi dal Sommaruga, i dodici sonetti

intitolati _Ça ira_; e nel luglio del 1884, essendo a Genova, pensò sul

luogo e pochi giorni dopo compose a Courmayeur l’ode barbara _Scoglio

di Quarto_, che per allora rimase inedita. Ne aveva pensate e voleva

comporne altre tre, e voleva finirne altre ancora cominciate da un

pezzo, fra le quali _Miramar_, cominciata, come sappiamo, fino dal

luglio 1878.

Ai sonetti _Ça ira_ toccò un po’ la sorte delle prime _Odi barbare_,

che cioè la critica si sbizzarrì sopra di essi con un ammasso

di stupidaggini. Nè fra i critici mancarono uomini autorevoli:

basti citare il Bonghi ed un M. T., nel quale il Carducci sospettò

nascondersi il senatore Tabarrini; ma poi seppe essere un conservatore

cattolico a lui affatto ignoto. Ciò che fece perdere le staffe ai

critici fu la preoccupazione politica. Mentre il Carducci non aveva

avuto che un intendimento artistico, quello cioè di tentare col

vecchio sonetto una rappresentazione _rapida e breve di avvenimenti

storici, senza mistura di elementi personali_, ed aveva scelto come

materia a ciò adatta i più terribili episodi di quel tragico momento

della rivoluzione francese che fu il 1792, i critici vollero in quella

rappresentazione puramente oggettiva vedere espressi i sentimenti

di lui poeta e lo accusarono perciò di aver fatto della _lirica

partigiana, complice dei ciechi furori della plebe e dei sofismi dei

demagoghi, lirica e retorica repubblicana_; e tanto la preoccupazione

politica li acciecò, che l’un d’essi attribuì al poeta le parole da lui

messe in bocca al feroce parrucchiere che fece osceno strazio del corpo

della principessa di Lamballe.

Passata la piena degli spropositi, tutti poi riconobbero che il

Carducci coi dodici sonetti tentò e vinse una prova non meno ardua

di quella tentata con le _Odi barbare_. Non che nei sonetti non

fosse qua e là qualche durezza e qualche scorcio un po’ ardito; ma

anche in queste durezze e in questi scorci stava la efficacia della

rappresentazione.

Le critiche irragionevoli ebbero poi la virtù di ispirare al Carducci

una delle sue prose più belle, la prosa del _Ça ira_. La scrisse a

Bologna nell’agosto dello stesso anno 1883 in cui aveva composto i

sonetti, e me la lesse nel settembre alla Maulina, in campagna di

Lucca. Mi ricordo ancora l’impressione singolare di quella lettura,

alla quale assisteva il buon Carlo Bevilacqua, genero del Carducci,

morto poi così immaturamente nel 1898, e qualche altro, che non ricordo

bene. Stavamo davanti a una piccola finestra che dava sui campi.

Benchè settembre, faceva ancora assai caldo nella campagna lucchese;

e l’aria che per la finestra aperta penetrava nella stanza, benchè

temperata dalla verde frescura degli alberi di fuori, era pur sempre

l’aria d’estate. Ma tutti attenti alla lettura, che fin dalle prime

pagine ci aveva afferrati e ci teneva incatenati, non sentivamo il

caldo. La finezza e la serena superiorità della critica, che poneva e

risolveva le quistioni storiche estetiche con la sicurezza di chi ha

subito veduto gli errori e il lato debole degli avversari; il tuono,

ora serio, ora scherzevole, ora sarcastico della discussione; le

descrizioni e le digressioni, vive, fresche, umoristiche, onde quella

era intramezzata e rallegrata, e la voce calda e animata del Carducci

che dava risalto e rilievo ai chiaroscuri di quei periodi limpidi,

scintillanti, trascinanti, ci fecero passare le due ore che durò la

lettura, senza che quasi ce ne avvedessimo. Quando rilessi poi stampata

quella magnifica prosa, mi fece anche maggiore impressione, poichè

l’autore vi aveva aggiunto alcuni dei pezzi più belli, come la chiusa e

la digressione su la campagna toscana del Valdarno.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 17 / 98 题