CAPITOLO VI.

(1870-1878.)

Morte della madre e del figlio Dante. — «Sono io l’ortolano

delle monache?» — Le _Nuove Poesie_. — Critiche dello Zendrini

e del Guerzoni, e risposte del Carducci in _Critica e Arte_. —

La libreria Zanichelli. — Seconda edizione delle _Nuove Poesie_.

— Discorso sulle poesie latine dell’Ariosto. — Primi tentativi

d’imitazione dei metri antichi greci e latini. — _Studi letterari_

editi dal Vigo. — _Bozzetti critici e discorsi letterari_, idem.

— _Saggio di un testo e commento delle Rime del Petrarca._ —

Prime _Odi barbare_. — Altre poesie in rima. — Candidatura alla

Deputazione del Collegio di Lugo. — Nomina, ed esclusione per

il sorteggio. — Giudizio del Carducci sul Parlamento. — Visita a

Francesco Donati a Serravezza. — I _Postuma_ di Olindo Guerrini. —

Accoglienza dei critici italiani alle _Odi barbare_. — Il Carducci

a Perugia e il _Canto dell’amore_. — L’ode _Alla Regina d’Italia_.

— _Eterno femminino regale._ — L’ode per Eugenio Napoleone.

La vita del Carducci a Bologna nei primi dieci anni corse fin quasi

all’ultimo serena e tranquilla, se non quanto la turbarono gli

avvenimenti politici. Dopo il primo anno, benchè seguitasse a fare

vita molto ritirata, cominciò a stringere relazione con qualche altro

collega della Università, oltre il Teza. Si compiacque molto della

grande benevolenza che gli mostrò fra i primi l’archeologo Francesco

Rocchi, decano della facoltà di filologia, già discepolo di Bartolomeo

Borghesi ed amico di Vincenzo Monti; e fece presto la conoscenza di G.

Battista Gandino, di Pietro Ellero e di Enrico Panzacchi. Qualche anno

più tardi prese dimestichezza coi professori Giuseppe Ceneri, Quirico

Filopanti, Costanzo Giani e Pietro Piazza, verso i quali, oltre la

stima personale, lo attirava la conformità delle opinioni politiche.

Il Ceneri e il Piazza ebbero nel 1868 comune con lui l’onore della

sospensione dalla cattedra: il Filopanti, quando l’8 dicembre 1869

il giornale democratico di Bologna, _Il Popolo_, ristampò l’_Inno

a Satana_, condannò, con una lettera al Carducci, pubblicata il

giorno dipoi nel giornale stesso, quella poesia chiamandola _un’orgia

intellettuale_. Da qui le _Polemiche sataniche_, cioè la risposta

del Carducci al Filopanti nel numero 10 dicembre del _Popolo_, e la

risposta _Al critico del Diritto_ nei numeri 27 e 28 dicembre dello

stesso giornale.

Ma l’anno 1870 fu triste al Carducci. Tre anni innanzi, il 21 giugno

1867, la sua casa era stata rallegrata dalla nascita di un figlio

maschio, al quale fu compare il Teza, che oltre il nome di Dante,

scelto dal padre, gl’impose quelli di Bruto e di Augusto. Il fanciullo

cresceva vegeto, robusto, intelligente, _che pareva per l’età sua un

miracolo_. «Ed era, scrivevami il padre, buono e forte e amoroso, come

pochi. E diceva — Salute, o Satana, o ribellione — con tutta la sua

gran voce, picchiando la sua manina su la tavola o il piede in terra.»

In quel triste anno morì ai primi di febbraio la madre del poeta; e il

9 di novembre gli morì quell’amore di bambino, intorno al quale egli

_aveva avviticchiate tutte le sue gioie, tutte le sue speranze, tutto

il suo avvenire_.

Io conobbi, come ho già detto, la madre del Carducci nei primi anni

della mia amicizia con lui, e sapevo la vita di sagrifizio e di

abnegazione che essa aveva condotta; avevo visto cogli occhi miei

propri com’ella fosse una di quelle donne rare che sotto modeste

apparenze nascondono un’anima eroica. E provai gran piacere quando

qualche anno appresso, nella mia prima visita al Carducci a Bologna,

la rividi; rividi quella faccia, non bella, ma espressiva di una gran

forza d’animo e di una grande bontà, la rividi illuminata da una luce

di contentezza, che pareva aver cancellato ogni traccia dei passati

dolori. Come godeva essa quando il figliuol suo accarezzandola con gli

occhi, che raramente sorridevano, le diceva scherzando: «Mamma, sei

contenta d’avere un figliuolo bravo come me?»

Il piccolo salotto da pranzo, dove noi tre eravamo seduti, era molto

umilmente arredato; il muro imbiancato di calce, senza un cencio di

tappezzeria o uno sgorbio di pittura; poche sedie impagliate, una

tavola e un armadio di legno grezzo, ecco tutto. Ma oh come, ora,

ripensandoci, mi pare che quell’umile salotto fosse bello, grande e

pieno di gloria! E come mi paiono al confronto brutte e meschine le

stanze con tanta pretensione d’arte addobbate dai nuovi minuscoli

ammiratori del grande Leonardo!

Il dolore del Carducci per la morte della madre fu grande: pure se ne

diede pace, cercando un conforto nella religione delle ricordanze. La

mancanza dei genitori è dolorosa, ma si riesce a farsene una ragione

guardando ai figliuoli che ci crescono intorno. La morte dei figliuoli

pare invece un fatto contro natura e non si sa darsene pace. «Pare, a

sentire certuni, mi scriveva il Carducci, che la morte di un bambinetto

di tre anni debba essere una miseria comportabile. Non è mica vero:

vanno via tre pezzi della vita.» Cercava dimenticarsi negli studi, ma

il suo pensiero era sempre lì. Poco più di un mese dopo, scrivendomi

lungamente dei suoi lavori, mi mandava tre sonetti fatti allora, fra i

quali quello che comincia:

O tu che dormi là su la fiorita

Collina tosca, ec.

e diceva: «Ahi, ahi, il mio pensiero torna pur sempre lì; e sempre più

mi sento desolato.» Venne l’estate ed egli scriveva:

L’albero a cui tendevi

La pargoletta mano,

Il verde melograno

Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo

Rinverdì tutto or ora

E giugno lo ristora

Di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta

Percossa e inaridita,

Tu de l’inutil vita

Estremo unico fior,

Sei ne la terra fredda,

Sei ne la terra negra;

Nè il sol più ti rallegra

Nè ti risveglia amor.

Due anni dopo, il 1º marzo 1872, nacque al Carducci l’ultima figliuola,

cui egli mise nome Libertà, ma che in casa fu poi chiamata da tutti,

dal padre stesso, la Tittì.

Intanto il Barbèra aveva pubblicato il volume delle _Poesie_; il quale,

benchè contenesse nei _Decennali_ gli epodi pel Corazzini, per Monti e

Tognetti e pel Cairoli, l’ode _Dopo Aspromonte_ e l’_Inno a Satana_,

cioè una serie di poesie interamente nuove, forti e coraggiose, non

ebbe quello che veramente si dice un gran successo; e forse non l’ebbe

appunto per ciò. Il volume era, non può negarsi, composto di elementi

molto diversi; ed uno che lo leggesse per la prima volta, poteva

trovarsi un po’ sbalestrato. Quale salto dall’inno a Febo Apolline

all’epodo per Monti e Tognetti, dall’ode alla Beata Giuntini all’epodo

pel Cairoli! Ma doveva necessariamente esser così. L’autore aveva

voluto presentarsi al pubblico tutto intero; ed aveva anche avvertito:

«Nei _Juvenilia_ sono lo scudiero dei classici; nei _Levia Gravia_

faccio la mia vigilia d’armi; nei _Decennali_, dopo i primi colpi di

lancia un po’ incerti e consuetudinari, corro le avventure a tutto mio

rischio e pericolo.» Chi poi non fosse stato impedito da preconcetti

o d’arte o politici, poteva ben trovare anche nei _Juvenilia_ i germi

dei _Decennali_. Ma quella specie d’incertezza o di contrarietà con la

quale alcuni, specialmente in Toscana, accolsero il volume delle poesie

doveva durar poco.

*

* *

Può parer singolare che le maggiori contrarietà alle poesie del

Carducci venissero appunto dai toscani; e più singolare ancora, ma

invece è naturalissimo, che cotesti toscani, che parlavano di lui a

denti stretti, ricorressero poi a lui tutte le volte che saltava loro

in testa di pubblicare un giornale, una strenna o che altro di simile.

Ciò lo seccava maledettamente, e lo faceva dare in escandescenze.

In generale non rispondeva: ad uno più insistente rispose una volta

così: «Caro C.... — Il mio silenzio voleva dire: 1º che in generale

non amo scrivere per istrenne o per simili gentilezze, le quali mi

rassomigliano troppo alle Rime scelte degli Arcadi o alle Rime oneste

del Mazzoleni (salvo la eleganza e dottrina, che a queste ultime in

ispecie non manca). In quante strenne hai tu visto il mio nome? 2º

che in particolare non intendo affatto affatto di scrivere in strenne

toscane o per società toscane in Toscana. Come? I signori toscani non

hanno per me che maldicenza od oblio, e poi quando salta loro in testa

una libidinuzza accademica di strenne o di altre sì fatte insalatuzze,

vengono a seccar me! Sono io l’ortolano delle monache? 3º che io non

potevo personalmente accettare la forma del tuo invito: — Ho il piacere

d’invitarti a collaborare ec. ove tanti illustri ec. ec. EVITERAI

ogni argomento ec. ec. — Caro C., padrone di dire al tuo ortolano:

Ohe, Cecco, fammi un’insalatina così e così, ma bada non ci mettere

cicerbita nè pozzolana. — Hai voluto spiegazione del silenzio. E io te

l’ho data. Spero che avrai capito. I miei rispetti ai signori e alle

signore che sono con te della brigata, ec. ec.»

Questo modo di trattare non era il più adattato a farsi della

_réclame_, a procurarsi degli amici laudatori e devoti; ma allora non

era per anco venuta la stagione dei superuomini, nè si conoscevano

certe raffinatezze della ciarlataneria, con le quali oggi si

predispongono abilmente gli applausi del pubblico. Il Carducci poi

provava un gusto matto ad andare contro la corrente, quando (s’intende)

gli pareva d’aver ragione.

Nei due anni che successero alla pubblicazione delle Poesie (edizione

Barbèra), insistendo nelle qualità degli epodi che più avevano urtato

il gusto del pubblico, ne aveva composti de’ nuovi più ardenti di

bile e più arditi, e aveva composto parecchie altre poesie, varie

d’argomento e di stile, le quali rivelavano com’egli, arrivato oramai

alla maturità dell’ingegno, e liberatosi d’ogni incertezza e scioltosi

d’ogni legame, si sentiva padrone al tutto dell’arte sua. Fra le poesie

composte in quei due anni c’erano traduzioni di liriche dal Goethe, dal

Platen, dal Heine negli stessi metri originali; c’erano le _Primavere

elleniche_ e i giambi _A certi censori_ e _Ad un heiniano, Versaglia_

e l’_Idillio Maremmano, Io triumphe_, e _Sui campi di Marengo_, la

poesia _Classicismo e romanticismo_ e il _Canto delL’Italia che va in

Campidoglio_, l’ode per l’_Anniversario della repubblica francese_ e il

sonetto _Il bove_.

Le _Primavere elleniche_ erano state pubblicate nel 1872 dal

Barbèra in un fascicoletto a pochi esemplari non venale, e quasi

contemporaneamente in un giornaletto letterario _Il Mare_, fatto dal

Targioni e da me a Livorno; il quale pubblicò anche nel primo numero

(7 luglio 1872) la poesia _Ad un heiniano_ e nei successivi alcune

delle liriche tradotte dal tedesco. _Il Canto dell’Italia che va

in Campidoglio_ e qualche altra poesia d’argomento politico furono

pubblicate in giornali politici e fecero un po’ di scandalo.

Tutte queste poesie con parecchie altre il Carducci, alla fine del

1872, le diede a stampare al tipografo Galeati d’Imola, mancato pochi

giorni fa alla stima di quanti lo conobbero e all’arte tipografica che

coltivò con eleganza, il quale le pubblicò nel settembre dell’anno

successivo col titolo di _Nuove Poesie_. Il volume, di 130 pagine,

conteneva in tutto 44 componimenti ed in appendice il _Prologo_ ai

_Levia Gravia_, che il Barbèra non aveva creduto di pubblicare per

certe allusioni a Pietro Fanfani.

*

* *

Le _Nuove Poesie_, pur eccitando in Italia, com’era naturale, molti

risentimenti, fecero grande impressione e si imposero. La satira

non aveva risparmiato i nomi propri di uomini politici e letterati

illustri, ai quali si capisce che non poteva far piacere l’esser messi

alla berlina. Il primo movimento fu di dispetto. Ma, anche lagnandosi

della poca cortesia del poeta, i più riconobbero il valore dell’opera

sua. L’edizione fu in breve esaurita. Tutti si occuparono del libro,

anche fuori d’Italia. L’editore della _Revue des Deux-Mondes_ lo mandò

a chiedere al Galeati; il Turgenieff ne chiese al marchese Arconati

di Parigi, l’Arconati all’autore. Carlo Hillebrand ne scrisse nel

supplemento all’_Allgemeine Zeitung_ del 1º novembre 1873, Adolfo

Pichler nell’_Abendpost_ di Vienna del 10 giugno 1874 e Carlo von

Thaler in un’appendice delle _Neue Freie Presse_ di Vienna del 12 marzo

1875; tutti tre riconoscendo la straordinaria potenza ed originalità

del poeta italiano. Il critico invece della _Revue des Deux-Mondes_

non comprese affatto nè il poeta nè la sua poesia; onde il von Thaler

scrisse giustamente di lui: «Manca al signor Étienne ogni facoltà

di concepire la vulcanica natura del Carducci, e l’impeto di quella

polemica che butta indietro d’un colpo il liscio accademico francese.»

I critici italiani, quasi tutti intinti di politica moderata, pur

inchinandosi al forte ingegno del poeta, non poterono nascondere il

loro malumore; alcuni dissero una quantità di sciocchezze; più di tutti

lo Zendrini e il Guerzoni, scusabile il primo, perchè era stato molto

maltrattato dal Carducci, meno scusabile l’altro, perchè, nominato di

recente professore d’Università in grazia dei suoi meriti patriottici,

volle soltanto darsi l’aria di grande maestro in critica, menando

sciabolate per diritto e per traverso sopra le _Nuove Poesie_; con

grande ammirazione e sodisfazione dei giornali moderati del tempo.

Il Guerzoni pubblicò la sua critica nelle appendici della _Gazzetta

Ufficiale_ del 12 settembre 1873; lo Zendrini attaccò il Carducci

in alcuni articoli della _Nuova Antologia_ (dicembre 1874, gennaio

e febbraio 1875). Il Carducci, sollevandosi da una piccola polemica

personale ad una grande questione d’arte e d’onestà letteraria,

scrisse, in risposta a loro, la mirabile prosa _Critica e Arte_, che fu

poi stampata intera nel volume _Bozzetti critici e Discorsi letterari_

edito dal Vigo nel 1876. Ma sette capitoletti, quelli concernenti il

Guerzoni, furono pubblicati nella _Voce del Popolo_ di Bologna del

febbraio 1874.

La prima edizione delle _Nuove Poesie_ non solo fu, come è detto,

presto esaurita, ma fece anche esaurire l’edizione delle _Poesie_

fatta dal Barbèra, il quale mise subito mano ad una seconda, che uscì

nel 1874; ne fece una terza nel 1878 e una quarta nel 1880; tutte

ripetizioni della prima, salvo un diverso ordinamento delle poesie, e

l’aggiunta nelle ultime due della biografia del poeta scritta da Adolfo

Borgognoni. Il Barbèra avrebbe voluto nella ristampa delle _Poesie_

comprendere anche le _Nuove_, ma non potè, perchè l’autore si era già

impegnato per esse con lo Zanichelli.

*

* *

La libreria Zanichelli era in Bologna il ritrovo di tutti gli studiosi.

Naturalmente il Carducci, non per trovarvi gente (di che non aveva gran

voglia, come sappiamo), ma per avervi notizia delle novità librarie e

comprar libri, vi capitava spesso; e la schietta cortesia del signor

Nicola e dei figli fu cagione che ben presto entrò con essi in grande

intimità. E come il vecchio Zanichelli faceva anche l’editore, e

aveva voglia di allargare in questa parte la sua industria, non tardò

a nascergli il desiderio di pubblicare qualche libro del suo nuovo

avventore. Il centenario dell’Ariosto che, con un anno di ritardo,

doveva celebrarsi nel maggio del 1875 a Ferrara, fu l’occasione

favorevole ai disegni dell’editore libraio; e si trovarono d’accordo

che il Carducci gli avrebbe preparato uno studio sulle poesie latine

dell’Ariosto. Intanto che egli attendeva a questo lavoro, si presentò

l’opportunità di fare una seconda edizione delle _Nuove Poesie_. Lo

Zanichelli non se la lasciò scappare; il Carducci aderì di buon grado;

e così nell’aprile del 1875 uscì pei tipi del libraio bolognese la

seconda edizione delle _Nuove Poesie_, che si avvantaggiava sulla

prima per tre piccoli componimenti nuovi, e che recava innanzi tradotti

gli articoli di Carlo Hillebrand, Adolfo Pichler e Carlo von Thaler.

A questa seconda edizione ne successe una terza nel 1879, in formato

elzeviriano, eguale nel resto alla precedente, salvochè n’era stato

tolto il _Prologo_ ai _Levia Gravia_, ed aveva innanzi una prefazione

di Enrico Panzacchi, il quale dava del Carducci poeta il più compiuto

ed equanime giudizio che fino allora fosse stato pubblicato.

La seconda edizione delle _Nuove Poesie_ fu il primo libro del

Carducci pubblicato dallo Zanichelli. Nel maggio del 1875 pubblicò

la prima edizione, in pochi esemplari, del volume sulle poesie latine

dell’Ariosto, e ne mandò fuori una seconda l’anno appresso. D’allora in

poi lo Zanichelli divenne l’editore diremo così ufficiale delle poesie

del Carducci.

*

* *

Tener dietro minutamente in tutte le sue parti all’operosità letteraria

del nostro, è cosa non dirò difficile, ma quasi impossibile, anche per

me, specie d’ora innanzi. Le lezioni all’Università, gli studi critici,

le polemiche, le opere d’erudizione, le poesie, si contendevano le

ore e i minuti di lui, il quale passava nello stesso giorno dalle une

alle altre con una mirabile agilità ed instancabilità. Si preparava

alle lezioni, correggeva la materia e le stampe dei suoi volumi di

prosa, scriveva articoli per la _Nuova Antologia_ e per altri giornali,

attendeva alle nuove edizioni delle sue poesie, dove aggiungeva,

mutava, correggeva, non mai contento di sè; scriveva relazioni per la

Deputazione di Storia patria, dava sferzate terribili ai suoi critici,

componeva poesie nuove.

Non aveva, si può dire, finito di pubblicare le _Nuove Poesie_ e

già mulinava le _Odi barbare_. Il 16 dicembre 1873, inviandomi l’ode

_Su l’Adda_ mi scriveva: «Ti mando una nuova poesia: nuova in tutto,

anche nel metro, che è antico e senza rima. Leggila, falla leggere

a Ottaviano (il Targioni) e rimandamela.» Glie la rimandai con le

nostre osservazioni, che trovò giuste; e rispondendomi il 1º gennaio

1874 soggiungeva: «Voglio farne altre delle odi in metri consimili

e in quel genere: sentirai, sentirai. Ho voglia anche di fare delle

elegie in esametri e pentametri, come Goethe. Non so perchè quel che

egli fece col duro e restio tedesco non possa farsi col flessibile

italiano.» Con la stessa lettera mi diceva: «Io leggo nelle ore di

riposo, a questi giorni, i colloqui di Goethe con Eckermann e le

_Elegie romane_, e queste letture mi fan ritornare con tutta l’anima e

la persuasione alla grande poesia greca. In fondo, confessiamolo, fu

la più gran poesia della terra: Omero, Pindaro, Sofocle, Aristofane,

Teocrito, sono gli ultimi confini del bello di primo getto, giovenile,

florido, sereno. Dopo viene il riflesso, il contorto, il vecchio. Noi

abbiamo dei _frissonnements_ d’inverno, e crediamo che sieno i brividi

della ispirazione.» Ai primi di luglio dello stesso anno, mentre stava

scrivendo il discorso sul Petrarca, che lesse il 18 del mese stesso in

Arquà, tornava a parlarmi delle poesie in metro antico, così: «Tento i

metri antichi, greci e latini. Son cose che devon parer molto brutte.

Lo faccio a posta per i fanfullisti e i guerzoniani. Ho fatto l’alcaica

pura con versi che non rimano e non tornano. Farò l’esametro e il

pentametro. E mi divertirò. Tutta questa letteratura che esiste ora è

abietta. Tutta questa società è tal cosa che non merita ci occupiamo

di lei. Ritorniamo dunque all’arte pura, ai greci e ai latini. Come

son ridicoli nanerottoli cotesti realisti italiani!» Ai primi d’agosto

venne a Livorno, e mi fece sentire le prime strofe dell’ode alcaica

intitolata _Ideale_, che fu la prima da lui composta in quel metro.

Intanto aveva finito il volume degli _Studi letterari_, che fu

pubblicato dal Vigo ai primi di quell’anno 1874, e conteneva i cinque

discorsi _Dello svolgimento della letteratura nazionale_, e gli scritti

_Delle rime di Dante, Della varia fortuna di Dante_, e _Musica e

poesia nel secolo XVI_; ed aveva subito messo mano all’altro volume

dei _Bozzetti critici e discorsi letterari_, e al _Saggio di un testo

e commento nuovo delle Rime del Petrarca_. Il lavoro sul Petrarca,

intorno al quale aveva speso tante fatiche, era stato da lui cominciato

alcuni anni prima per il Barbèra; ma siccome procedeva alla stracca,

e dal ’70 in poi era stato interrotto, egli sulla fine del 1873 si

sciolse dall’impegno, e limitando il lavoro ad un _Saggio_, lo diede a

stampare al Vigo.

*

* *

Il volume dei _Bozzetti critici_ e il _Saggio del Petrarca_, pubblicati

nel 1876, diedero insieme col volume degli _Studi letterari_ la misura

intera del valore del Carducci come storico della letteratura, come

erudito, come critico, come prosatore, come polemista. Degli _Studi

letterari_ la _Revue critique_ diede un giudizio molto giusto; disse

che di tutti i libri scritti sulla _antica letteratura italiana ce

n’era pochi che fossero al tempo stesso così attraenti e così solidi_;

e a proposito _Del Saggio del Petrarca_ scrisse queste parole, che si

possono applicare anche agli _Studi letterari_: «Il Carducci sa essere

il più esatto degli eruditi, il più minuzioso dei critici, e al tempo

stesso un pensatore originale e uno scrittore ardito.»

Nel volume dei _Bozzetti critici_ erano, fra altri scritti di minore

importanza, ma tutti notevoli come esempi di prosa nuova, viva,

efficace, le _Polemiche sataniche_, gli scritti sul _Secondo centenario

del Muratori_ e su _Alcuni critici del Manzoni, Critica e Arte_, e il

discorso _Del rinnovamento letterario in Italia_, ch’era stato letto

dall’autore per la inaugurazione degli studi nella Università il 16

novembre 1874.

Nei primi dieci anni del suo insegnamento il Carducci si era occupato

quasi esclusivamente della parte antica della letteratura italiana,

cioè delle origini, e del grande periodo classico. Quelli anni

d’insegnamento si rispecchiano nel volume degli _Studi letterari_.

Dopo il 1873 incominciò a fare più larga parte nelle sue lezioni

alla letteratura moderna. Nei primi del 1874 fece per quattro giorni

di seguito lezione sul _Cinque Maggio_, raffrontandolo coll’ode di

Victor Hugo su Napoleone II; e il citato discorso d’inaugurazione

all’Università del 16 novembre dell’anno stesso fu una mirabile

introduzione agli studi di letteratura moderna, che appunto allora

cominciò a trattare più di proposito con un corso sulle poesie del

Parini.

La scolaresca, che, passati i primi anni, era venuta sempre lentamente

crescendo, dopo la pubblicazione delle _Nuove Poesie_ crebbe d’un

tratto in modo straordinario, essendosi aggiunti ai veri e propri

studenti i così detti uditori; ciò che al professore dava fastidio;

nè egli lo nascondeva. Narra un suo scolare, ora divenutogli collega,

che al cominciare dei corsi annuali, fra le altre sue avvertenze

soleva esserci questa: «Che gli studenti non filologi e non studenti

si compiacessero di non affollargli la scuola, perchè egli non era

una prima donna o un tenore nè pensava a dilettare i curiosi. Il qual

desiderio (prosegue il narratore), quantunque ripetuto e rincalzato

spesso, non trovava esaudimento. Molti, troppi venivano: e in fondo, se

anche taluni eran mossi da mera curiosità, rare volte curiosità fu più

scusabile.»[44]

È giusto; ma è anche scusabile il Carducci se qualche volta gli scappò

la pazienza. Non ci fu tra quelli uditori chi lo accusò pubblicamente

di avere nelle sue lezioni infamato il Parini? Si ebbe perciò una

lezione, che non so quanto gli profittasse, ma che probabilmente non

dovè fargli molto piacere.

Mentre attendeva nella scuola alla illustrazione delle poesie del

Parini, raccogliendo preziosi materiali pe’ suoi lavori critici

intorno a questo poeta, non dimenticava il Carducci le _Odi barbare_.

Nell’aprile del 1875 scrisse l’ode _Fantasia_, il cui primo titolo

era _Rimembranze antiche_, nell’agosto dell’anno stesso _Ruit hora_,

nel marzo del 1876 _In una chiesa gotica_, nel luglio la prima parte

dell’ode _Alle fonti del Clitumno_, che finì e pubblicò nell’ottobre

in un giornale bolognese _La Vedetta_ (n. 3, 21 ottobre 1876). L’ode

_Nella Piazza di San Petronio_ (che da prima aveva un altro titolo,

_Natura, Arte, Storia_), fu composta nel febbraio 1877; e fra il ’76

e la prima metà del ’77 tutte le altre che con quelle già indicate

formarono il primo volume.

Ma questa nuova forma di poesia era ben lungi dall’avere assorbito

interamente il poeta. Negli anni dal 1874 al 1877 compose le prime

venti strofe della poesia _Davanti San Guido_, cominciò e condusse

molto innanzi la _Sacra di Enrico V_ e la romanza storica in ottonari

_Faida di Comune_; cominciò pure la prima parte della _Canzone di

Legnano_, che finì poi nel 1879; scrisse l’ode _Alla Rima_, i primi

cinque capitoli dell’_Intermezzo_, ed altro. Ciò tutto dimostrava

come il poeta delle _Odi barbare_ non solo non avesse fatto divorzio,

come alcuni parvero dubitare, dalla rima, ma avesse anzi seguitato a

cercare anche fuori dei metri classici nuove forme alle sue concezioni.

_Faida di Comune_, la _Canzone di Legnano_ e l’_Intermezzo_ non solo

proseguono trionfalmente l’opera dell’autore delle _Nuove poesie_,

ma portano in essa alcune note interamente nuove. La maggior parte di

queste poesie furono compiute e pubblicate più tardi. Le _Odi barbare_

videro la luce, come è noto, nel luglio 1877.

*

* *

Poco prima il poeta aveva corso un grave rischio, il rischio di entrare

nel Parlamento italiano. Anzi i voti dei cittadini di Lugo ce lo

avevano mandato; ma la fortuna questa volta gli fu propizia: mentre si

faceva il sorteggio dei professori, ella, cavatasi la benda, adocchiò

il nome di lui e lo trasse fuori, risparmiandogli di perdere il tempo e

guastarsi il sangue in quella bolgia, dove per trovarsi ad agio bisogna

essere almeno un po’ ciò che lui non è punto; un po’ intriganti, un

po’ ipocriti, un po’ ciarlatani. Anche una certa dose d’ignoranza e

di cretinismo non guasta: ma ciò che giova soprattutto e non avere

convinzioni facendo mostra d’averne, e deporre sulla soglia ogni avanzo

di rispetti umani e di scrupoli.

Per un momento il Carducci ebbe l’illusione ch’essere una particella

della rappresentanza nazionale fosse pure onorevole cosa, e per la

quale si potesse rendersi utile alla patria: onde alla lettera del

Direttore del giornale _Il Lavoro_ di Lugo, che offrivagli a nome

delle sezioni riunite di quel collegio politico la candidatura alla

Deputazione, rispose, dopo averci pensato un pezzo, il 19 ottobre 1876,

così:

«Non le nascondo che pendei lungamente incerto (e quindi anche la

tardata risposta) fra l’accettare o no l’onorifica offerta. Me ne

sconsigliavano il pensiero di dovere intermettere, anche per poco,

quelli studi che furono e sono l’occupazione e il conforto della

mia vita, e più ancora la conoscenza, che io ho prima di ogni altro

e pienissima, della mia scarsezza e inesperienza dinanzi all’alto

officio. Ma per contro ripensai, o, meglio, qualche amico mi fece

ripensare: che, dopo aver sostenuto, come io feci sempre, l’utilità e

il dovere per la parte democratica di entrare nelle elezioni e nella

rappresentanza nazionale, ritrarmi ora io personalmente dal pericolo

della prova, sarebbe un disertare dinanzi alla battaglia, dopo aver

gridato agli altri _avanti avanti_....

»E però accetto. Accetto non foss’altro pel rischio della

battaglia.»[45]

Il 19 novembre, dopo avvenuta l’elezione, il Carducci, in un banchetto

offertogli dagli elettori, fece il suo discorso, diremo così, politico,

dichiarandosi poeta e repubblicano e sostenendo che la poesia, come

la intendeva e faceva lui, _non è tal colpa per cui un uomo abbia a

soffrire la diminuzione civile_. Quel discorso, splendido di concetti

e di forma, e in alcuni punti veramente eloquente, è oggi stampato nel

volume quarto delle opere, col titolo _Per la poesia e per la libertà_,

e mostra chiaramente che il Carducci non era un uomo politico possibile

nella Camera d’allora, nè, tanto meno, d’ora.

Del resto egli stesso era così poco desideroso d’andare a esercitare il

suo ufficio di deputato a Montecitorio, che il 31 gennaio 1877, alla

vigilia del sorteggio dei professori, mi scriveva: «Non sono andato a

Roma ancora, nè v’anderò se non dopo il sorteggio, se questo mi tornerà

favorevole. Se no, sono rassegnatissimo a starmene. Mi trovo molto bene

solo. Mi faccio sempre più orso. Viva Atta Troll.» E conchiudeva un

suo sfogo contro la politica parlamentare con queste parole: «Il vero

non esiste. Il bello si è rifugiato all’inferno e l’onesto in galera.»

Un poeta e idealista quale il Carducci come poteva trovarsi bene in

un’accolta di uomini, che, salvo qualche eccezione personale, è la

negazione della sincerità e dell’estetica? Egli, che aveva fatto allora

allora proposito di abbandonare la poesia dei giambi ed epodi, per

tornare all’arte pura e serena, egli a Montecitorio sarebbe diventato

idrofobo.

Meglio dunque che ne rimanesse fuori. E rimastone fuori, non gli

mancarono le occasioni di esporre la sua opinione sul Parlamento

e sui governi che ne furono via via la degna espressione. Quindici

anni dopo, nel novembre del 1883, scriveva: «Certo che, a giudicarlo

(il Parlamento) dal valor suo concettuale, da ciò che ammira come

eloquenza, da ciò che gusta come spirito, da ciò che crede politica

fina, e più dalle prede di voti che il Ministero esercita su quel suo

cabotaggio di piccolo corso, ci sarebbe da disperare: ma in fondo è

un collegio di buoni ragazzi, che vogliono, come i loro mandanti, più

figurare e divertirsi che lavorare: onde venti giorni di discorsi e

di emendamenti, e ordini del giorno a tonnellate, e dieci leggi votate

in dieci minuti: folla agli scandali, deserto ai bilanci: fanno forca,

burlando il maestro. Oh fate forca, fate forca allegramente, onorevoli:

già di tanta eloquenza non una parola echeggerà nell’avvenire.» E

conchiudeva: «Ho paura che, se con sì fatta gente non si fondano le

repubbliche, nemmeno si afforzino le monarchie: ho paura che intanto

abbiamo quel che ci meritiamo, Machiavelli Depretis e Tacito Chauvet:

ho paura che avremo nell’avvenire anche di peggio.»[46]

La profezia pur troppo si avverò.

*

* *

Nel giugno del 1877 il Carducci era a Massa, mandatovi dal Ministero

ad ispezionare quel liceo; e là scrisse nel giorno 13 la nota apposta

alle _Odi barbare_, per ispiegare la ragione del titolo e della novità

metrica da lui tentata. Il 14 mi scrisse una cartolina, invitandomi ad

andare a raggiungerlo per recarci insieme la domenica prossima, 17, a

Serravezza, a vedere l’amico Francesco Donati, ch’era là da qualche

tempo ammalato. Io non avevo più notizie di lui da qualche anno.

L’ultima sua lettera a me credo fosse del febbraio 1871 da Urbino,

dov’egli era insegnante di lettere italiane nel liceo fino dal 1866.

Arrivai a Massa il sabato sera; andai col Carducci, non mi ricordo

perchè, a far visita al Prefetto; e la mattina dipoi di buon’ora

partimmo con una carrozzella alla volta di Serravezza.

Il tempo era bellissimo. Uno splendido sole di giugno empiva di luce,

di movimento, di vita la lussureggiante vegetazione della campagna,

fresca e odorata dei vapori notturni discioltisi allora allora al

raggio del sole. Io vedevo per la prima volta quei luoghi, dei quali

aveva tante volte sentito celebrare la bellezza dal Carducci e dal

Donati; e il Carducci, a cui la vista di essi rinfrescava le dolci

memorie e le impressioni della fanciullezza, mi aiutava con le sue

parole a meglio sentirne l’incanto. Giunti in vicinanza del paese

lasciammo la vettura a piè d’una salita, affinchè il cavallo si

riposasse, e proseguimmo a piedi il resto della via. Trovata, dopo

qualche domanda alle prime persone che incontrammo, la casa dell’amico,

ci facemmo annunziare. Egli era fuori, non so se nell’orto, o presso

qualche conoscente: accorse subito, e rimase molto meravigliato e

giubilante della nostra visita, ch’era ben lontano dall’aspettarsi.

Ma oh quale dolorosa impressione provammo alla sua vista! E forse

non riuscimmo a nasconderla interamente; poichè egli, dopo le prime

espansioni di gioia e di affetto, si rannuvolò un poco e disse

tristamente: — Vedete come è ridotto il vostro Cecco! Vi ringrazio,

amici, che siete venuti a darmi l’ultimo addio. —

Veramente non c’era più in lui nemmen l’ombra dell’uomo di un tempo.

Quella faccia, nella sua alfieriana austerità, luminosa e serena, era

divenuta fredda e smorta; la fronte ampia, solcata d’infinite rughe,

pareva come rattratta; gli occhi, privi della loro vivezza e mobilità,

erano come velati d’una nube di tedio; le guance scarne e infossate. E

la barba da parecchi giorni non rasa, e i capelli incolti, e le vesti

trasandate davano al povero amico nostro l’aspetto di un uomo che,

sentendo d’avere un piè sulla fossa, avesse detto a sè stesso: a farmi

la _toilette_ per l’altro mondo non ci ho da pensare io.

Egli voleva pure offrirci qualche cosa, e non avendo niente lì sotto

mano, s’inquietava di non potere. Noi gli dicemmo che non avevamo

bisogno di niente, ch’eravamo venuti soltanto per vederlo e far due

chiacchiere con lui, che non potevamo trattenerci se non pochi istanti:

avevamo il legno che ci aspettava giù in fondo alla scesa, e dovevamo

ripartire subito. Tentammo contradire alle sue insistenti affermazioni

che non lo avremmo più riveduto, e ci provammo più volte a fargli

coraggio, pur sentendo la vanità delle nostre pietose menzogne.

Quella visita fu uno strazio: ci era penoso il rimanere, più penoso

l’andarcene. Qual contrasto fra quella vita che si spegneva e la

natura intorno esuberante di vigore, di calore, di luce! Come triste

il pensiero che davvero non ci saremmo più riveduti! Finalmente ci

facemmo un animo risoluto, abbracciammo l’amico, e quasi a forza,

poichè egli pareva non potersi staccare da noi, ci allontanammo. Aveva

voluto accompagnarci per un pezzetto di strada, benchè il camminare

lo affaticasse, e noi lo avessimo pregato di rimanere; poi fermatosi

su un rialto di dove si scorgeva buon tratto della strada che dovevamo

fare, seguitò a salutarci con la mano e con la voce fin che ci vide e

credè che noi potessimo udire le sue parole. Le ultime che ci giunsero

all’orecchio furono: — Addio per sempre. —

E fu vero: non passò un mese, ch’era morto. Il Carducci ed io volevamo

fare qualche memoria di lui; ma la mancanza di notizie della sua vita

ed altre difficoltà furono cagione che il nostro proposito rimase per

allora senza effetto. Certe cose, anzi molte cose, se non si fanno

subito, non si fanno più. La vita è così: gli avvenimenti si incalzano,

e il domani getta nel dimenticatoio molti propositi dell’ieri. Non

dispiace, son certo, al Carducci che io, ad ammenda della nostra

dimenticanza d’allora, abbia fatto qui ricordo dell’amico nostro.

E di altri dovrò farne.

Se per ciò queste mie note biografiche somiglieranno qua e là un

necrologio, che colpa ne ho io? Colpa sarebbe se dinanzi ai nomi dei

cari amici che ci precederono nel gran viaggio alla città dell’ignoto,

io non mi soffermassi per mandar loro almeno un saluto.

Salutiamo dunque anche il buon uomo Francesco Menicucci, che appunto in

quel tempo mancò ai vivi. Il 24 maggio, mentre il Carducci stava per

venire in Toscana a visitare i licei di Pisa e di Massa, la moglie di

lui partiva per Firenze a rivedere l’ultima volta suo padre, ch’era in

fine.

*

* *

Tornato a Bologna il Carducci consegnò allo Zanichelli la nota su le

_Odi barbare_, e queste furono subito finite di stampare e messe in

vendita.

Pochi giorni innanzi, l’editore stesso aveva pubblicato le poesie di

Olindo Guerrini, dal titolo _Postuma di Lorenzo Stecchetti_, iniziando

con questo volume e con le _Odi barbare_ la sua biblioteca elzeviriana,

che nei primi anni levò grande rumore, e fece girare la testa a molta

gente. Il vedere stampati i propri versi, o le prose, ma specialmente i

versi, in quelli eleganti volumetti civettuoli, faceva credere a molti

ch’e’ dovessero, come a loro anche agli altri, parere più belli.

La moda passò, come, o presto o tardi, passano tutte, e dei libri

durarono quelli che avevano ragione di durare. Ma è pur sempre vero

che, indipendentemente dal merito, _habent sua fata libelli_; o,

meglio, che _alii habent, alii merentur famam_; con questo però che

delle fame superiori al merito in generale pensa il tempo a fare

giustizia. Nei tre anni dal 1878 al 1880 furono fatte tre edizioni

delle _Odi barbare_ e sette dei _Postuma_ di Olindo Guerrini.

Veramente lavoro d’arte nel libretto del Guerrini ce n’era, e c’erano

dei versi molto felici e molto girati bene, come diceva il Carducci;

ma c’era anche molta imitazione, e della roba scadente e volgare. Ciò

che fece la fortuna, veramente straordinaria, del libro, fu, oltre la

materia appartenente per tre quarti al genere voluttuario, la grande

facilità della verseggiatura, la naturalezza e semplicità della lingua

e dello stile. Non un verso duro, non una rima stiracchiata, non una

parola, non una frase, che non fosse a tutti chiarissima. Chi leggeva

capiva e si divertiva; e gli pareva che se avesse avuto voglia di fare

dei versi, li avrebbe voluti fare a quel modo. Ma certo anche il genere

entrò per buona parte nella fortuna del libro. Erano gli anni in cui le

porcherie dei romanzi dello Zola, non dirò erano perdonate all’autore

in grazia dell’arte sua, ma acquistavano ad essa ammiratori e lettori.

«Oggi in Italia, diceva un amico mio, parlando delle poesie del

Guerrini, per i _crevés_ ci vuole quel genere, come negli ultimi del

regno di Luigi Filippo e del secondo Impero: non vogliamo più sapere

delle grandi idee, delle grandi questioni, dei grandi amori del bello

e del vero, della grande arte: dateci della porcheria, dice la gioventù

scettica che vien su, dice la gente di mezza età affarista e vigliacca,

dicono i vecchi corrotti, e la canea dei critici e dei giornalisti

e dei professori e dei ciarlatani, dateci della porcheria, qui siamo

tutti d’accordo, qui non v’è più partito.»

Il volume, delle _Odi barbare_ venuto fuori quando d’ogni parte e

su tutti i giornali suonavano le lodi della felice facilità delle

poesie del Guerrini, non poteva naturalmente incontrare il gusto del

pubblico. Se nei primi tre o quattro giorni se ne venderono mille

copie, ciò si deve al fatto che la fama del poeta posava oramai sopra

basi granitiche; un libro suo nuovo bisognava comprarlo: ma alla

grande maggioranza, che gustava i versi dei _Postuma_ scorrenti come

un giulebbe, quelli delle _Odi barbare_ doveano di necessità parere

duri, sversati, sgarbati. Il Trezza ne scrisse un articolo di lode,

ragionato bene, nel _Diritto_; e un altro pure lodativo, ma leggiero,

il Barrili nel _Caffaro_. Ma di lì a poco, apriti cielo: scoppiò da

tutte le cateratte del giornalismo italiano un diluvio di censure

contro l’opera del _grande_, del _potente_, del _poderoso_ poeta, che

questa volta, poveretto, aveva perduto la bussola. Le critiche erano

un ammasso di bestialità, ma erano spontanee, sincere; erano uno sfogo

irresistibile di gente che non poteva trattenere più il peso delle idee

che le gravava l’intestino cerebrale, e doveva pure liberarsene, per

non scoppiare.

Passato il diluvio, e spazzatene le lordure nelle fogne, tornò a

splendere il sereno del buon senso; le bellezze delle _Odi barbare_

furono più generalmente comprese; e lo stesso Guerrini, uomo d’ingegno

vero, e fine e versatile, cominciò a farne anche lui.

L’anno dopo mise fuori un nuovo volume di versi, _Nova Polemica_,

migliore del primo, ma che non ebbe così grande e intero successo come

quello, per molte ragioni che qui sarebbe fuor di luogo cercare.

Le _Odi barbare_ ebbero anche il merito di suscitare importanti

questioni d’arte e di metrica, che non furono inutili al progresso

degli studi.

*

* *

Nel luglio e nell’ottobre del 1877 il Carducci andò a Perugia

commissario per gli esami di licenza liceale. «Qui il paese è veramente

bello, mi scriveva il 26 di luglio, tale che fa intendere la Scuola

umbra: che linee d’orizzonte, che digradare vaporoso di monti in

lontananza! Fui ad Assisi: è una gran bella cosa, paese, città e

santuario, per chi intende la natura e l’arte, nei loro accordi con la

storia, con la fantasia, con gli affetti degli uomini. Sono tentato

di fare due o tre poesie su Assisi e san Francesco.» Peccato che non

facesse altro che il bel sonetto _Santa Maria degli angeli_. Invece

nell’ottobre «passeggiando per la piazza Vittorio Emanuele, ov’era una

volta la Fortezza Paolina, e onde si vede oggi un panorama dell’Umbria,

che, fra le vedute non di mare, è certamente una delle più belle

d’Italia», cominciò il _Canto dell’amore_, che finì e pubblicò nel

gennaio dell’anno appresso pei tipi Zanichelli. Poi nel novembre 1878

la visita dei Reali a Bologna gli ispirò l’ode alcaica _Alla Regina

d’Italia_, che fu pubblicata l’anno stesso dagli stessi editori.

L’ode _Alla Regina_ suscitò le ire dei democratici repubblicani, i

quali oramai consideravano il Carducci come il poeta del loro partito.

Ma diciamo subito che ne provarono un senso come di sorpresa alcuni

degli amici stessi del poeta: il Nencioni fra gli altri e chi scrive

queste pagine; non per l’ode in sè, nella quale niente è di dinastico,

ma per il fatto che l’autore della _Consulta araldica_ e di _Versaglia_

avesse scritto un’ode _Alla Regina_. Il Nencioni, che non partecipò mai

le ammirazioni del Carducci per Robespierre e Saint-Just, appena letta

l’ode mi scrisse: «Che ti pare dell’ode alla Regina del Carducci? A me

ha fatto una curiosa impressione un’ode alla Regina scritta da Enotrio

Romano.» E mi lodava alcune parti dell’ode che più gli piacevano. Io

non nascosi al Carducci la mia impressione, ch’era su per giù quella

stessa del Nencioni; e il Carducci mi rispose spiegandomi come la cosa

era andata. «Anzi tutto, mi scrisse, l’ode me la ispirò Lodi. Per far

dispetto al _Fanfulla_ e a’ monarchici rabbiosi, perchè non fa un’ode

alla Regina? Tanto lei ha rifiutato la croce di Savoia, e nessuno ha un

appicco a dire, che voglia ringrazionirsi. Si può esser gentili senza

essere apostati.» Soggiungeva, aver saputo fino dal giugno innanzi

come la Regina ammirasse le sue poesie, e specialmente le odi barbare,

come avesse espresso il desiderio di vederlo quando andava a Bologna,

come avesse voluto ch’egli fosse proposto per la croce del merito;

soggiungeva avergli essa parlato con molta cortesia delle sue poesie.

«Tu intendi, proseguiva, che dopo tutto quello che di me e delle mie

poesie e delle odi barbare avevano detto e scritto i consorti, quelle

lodi e quelle attenzioni mi piacquero. Imparate un po’, canaglia, a

essere almeno educati: chè in quanto a capir qualche cosa è tempo

perduto. E credo che la Regina abbia veramente capito delle odi

barbare più assai che molti poeti e critici italiani. Ella è figlia

d’una donna sassone, ed è stata avvezza a leggere la poesia tedesca.

Se sapessero i poeti delle barcarole e i critici delle mandolinate

che io scrivo che un mezzo per capire le mie odi barbare è conoscere

la poesia tedesca! Ma tu m’intendi. I giornali clericali dicono: Dopo

Passanante, Carducci: il Carducci ha fatto l’attentato su la Regina;

e se la pigliano con la Regina che lodò le odi barbare. Arcangelo

Ghisleri nella _Rivista Repubblicana_ scrive un mucchio d’insolenze

e d’ignorantaggini e scipitaggini. La _Perseveranza_ scrive che al

suon delle odi alcaiche si vuol far l’evoluzione dalla monarchia alla

repubblica. Aurelio Saffi — lo riscontrai, dopo due mesi, la prima

volta, il giorno che si vendeva l’ode, — mi disse: — Prima di tutto, mi

rallegro di cuore per la bellissima ode. Voi avete dato una nobilissima

prova della squisitezza e gentilezza dell’animo italiano. Altro che ode

barbara! — Dopo tutto ciò io sono contento di me.»

Il Ghisleri aveva nel suo articolo _mandato_ il Carducci _a scuola di

dignità dal Foscolo_, scrivendo, fra le altre, queste parole: «Che

direbbe lo sdegnoso cantore delle _Grazie_ nel vederle oggi buttate

in pascolo alla folla come un _instrumentum regni_?» E il Carducci

scriveva a me: «Ugo Foscolo non si contentò di fare de’ versi berenicei

su la Viceregina, ma stiaffò tanto d’Aiace sul viso a quel povero

Beauharnais che anche titolava di vigliacchi gl’Italiani, e mandò i

suoi versi a Milano perchè fossero veduti e approvati.»

Le ragioni addotte dal Carducci escludevano il più lontano sospetto

di cortigianeria dalla composizione dell’ode, e chi lo conosceva non

poteva avere avuto neppur l’ombra di tale sospetto; ma sopra tutte le

altre ragioni dell’averla composta stava, secondo me, questa, ch’egli

accenna in fine della lettera ad Achille Bizzoni del 19 gennaio

1879: «La Regina è una bella e gentilissima signora, che parla molto

bene, che veste stupendamente: ora non sarà mai detto che un poeta

greco e girondino passi innanzi alla grazia e alla bellezza senza

salutare.»[47] Insomma ciò che vinse il poeta fu l’_Eterno femminino_.

Il suggerimento del Lodi non avrebbe trovato l’animo di lui così

disposto ad accoglierlo, s’egli non avesse avuta già piena la mente

della visione della Regina nel breve passaggio di lei per Bologna.

Scritta l’ode, sentì più tardi il bisogno di spiegarne l’origine,

e scrisse la bella prosa _Eterno femminino regale_, pubblicata

nella _Cronaca bizantina_ del 1º gennaio 1882. Ma il fatto è che,

pur seguitando a credersi e proclamarsi repubblicano, il poeta con

quell’ode e con quella prosa muoveva i primi passi verso il suo ritorno

alla monarchia.

*

* *

Oramai i metri barbari erano entrati nel patrimonio artistico del

poeta; ed egli, pur allargandone le forme e perfezionandole, da qui

innanzi seguiterà a poetare ora in questi, ora negli antichi metri

rimati, secondo che gli uni o gli altri gli parrà si accordino meglio

alla forma organica con la quale i sentimenti e i pensieri poetici gli

si andranno determinando nella mente.

La seconda edizione delle _Odi barbare_ fu pubblicata nel 1878, con

innanzi il mio discorso su _I critici italiani e la metrica_ di esse

odi; la terza nel 1880 con la giunta di una _Bibliografia di alcune

opere del Carducci_.

Quando questa uscì, egli aveva già composto altre quattro delle più

belle fra le nuove _Odi barbare_: tutte quattro nel 1879: _Saluto

italico_ nel gennaio, _Pel Chiarone_ nell’aprile, _Per la morte

di Napoleone Eugenio_ nel giugno, _Fuori alla Certosa di Bologna_

nell’agosto. Le prime strofe dell’ode per Napoleone, ch’è e rimarrà

non solo una delle più belle fra le odi barbare, ma una delle più

belle liriche del Parnaso italiano, le scrisse fra un esame e l’altro

all’Università, letta ch’ebbe nei giornali la notizia della morte del

giovane principe. Uscito, andò alla libreria Zanichelli, chiese una

carta d’Aiaccio, la considerò un istante, si fece prestare un giornale

illustrato ove era una figura della casa ove nacque Bonaparte, e

tornato a casa, fra la sera e la mattina seguente finì l’ode. Ne aveva

cominciate anche altre; fra le quali fino dall’8 luglio 1878 _Miramar_,

che rimase incompiuta fino al settembre 1889. Tanto questa che _Saluto

italico_ gli furono ispirate dalla visita ch’egli fece a Trieste

appunto nel luglio 1878.

Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907) · 第 15 / 98 题