(1860-1871.)
Il Carducci a Bologna. — Il Carducci ed Emilio Teza. — La
toga a mezzo. — La prolusione e le prime lezioni del Carducci
all’Università. — Altri lavori. — Canzone in morte di Pietro
Thouar. — Il Gargani promesso sposo. — Morte del Gargani. — Lezioni
su Dante, Petrarca e Boccaccio. — L’ode _Nei primi giorni del
1862_. — Evoluzione del Carducci da monarchico a repubblicano. —
Periodo d’incubazione poetica. — Nuovi volumetti della _Collezione
Diamante_. — L’ode _Dopo Aspromonte_. — L’Inno _A Satana_ e la
pubblicazione delle _Poesie italiane del Poliziano_. — Lezioni
all’Università dall’anno 1862-63 in poi. — La _Rivista italiana_
e l’_Ateneo italiano_. — La Festa di Calandrino e un sonetto
inedito del Carducci. — Custoza e Lissa. — L’ode _Agli amici della
Val Tiberina_. — Mentana. — L’epodo per Odoardo Corazzini. — La
sospensione del Carducci. — Pubblicazione delle poesie _Levia
Gravia_. — Il primo periodo dei _Giambi ed Epodi_. — Le poesie
nella edizione Barbèra.
Ai primi di novembre il Carducci faceva i preparativi per il
trasferimento a Bologna, preparativi noiosi per tutti, noiosissimi per
lui, che non ebbe mai attitudine e pazienza a simili faccende. Intanto
veniva pensando alla prolusione, alla quale aveva scelto per soggetto:
«Delle diverse età storiche della letteratura italiana», ovvero
«Introduzione alla Storia letteraria d’Italia»; e si arrabbiava dello
stile,_ l’infame, l’iniquo, il traditore stile_, diceva lui; molto
diverso in ciò da certi scrittori odiernissimi, ai quali ogni profluvio
di parole che scoppia loro dalla penna è lo stile nel quale essi si
ammirano.
Il 6 di novembre mi comparve inaspettato in casa, portandomi il
volumetto delle _Satire di Salvator Rosa_ (nella Collezione Diamante)
da lui annotate e fornite d’una prefazione, ch’egli chiama «la più
elegante, academicamente parlando, delle sue prose», ed annunziandomi
che tra qualche giorno partiva per Bologna; partiva solo; la famiglia
sarebbe andata più tardi, quando egli avesse trovato casa. Partì
difatti la mattina del 10; e la sera, arrivando, trovò ad aspettarlo
all’ufficio della diligenza Emilio Teza, che, nominato anche lui
professore in quella Università dal Mamiani, lo aveva preceduto
di qualche giorno. Il Teza lo accompagnò quella sera stessa e la
mattina dipoi a vedere la città, che _gli parve dovesse piacergli ed
essere consentanea ai suoi gusti_. In quei primi giorni _desinavano
insieme_, e passavano _insieme di belle ore_; e insieme risero molto
alla solenne apertura degli studi, «dove, fra la calca dei canuti
professori con toga stola e pileo erano per giovinezza e giubba e
guanti bianchi spettabili» loro due. Il 23 mi scriveva: «Son dietro
a ricopiare la prolusione; che rimpastata di diversi elementi è
riescita pure non male (eccetto che per la dicitura), essendo una
introduzione non tutta volgare alla storia letteraria d’Italia, e un
programma degl’intendimenti che i classici veri portano nello studio
di quella. Ma son determinato di non darla a stampare; perchè troppo
v’è del discorso polizianesco (il discorso d’introduzione al giornale
_Il Poliziano_), e perchè deve rientrare in un lavoretto che medito
col titolo di _Pensieri per introduzione alla storia delle lettere
italiane_; il quale però per gli amici non sarà nulla di nuovo.»
Questo lavoretto diventò poi a poco a poco i cinque discorsi _Dello
svolgimento della letteratura nazionale_.
Il Carducci e il Teza, che avevano riso de’ vecchi professori in toga,
dovettero poi comprarsela anche loro, e se la comprarono a mezzo: «la
toga coll’ermellino col bàtolo e colla coda e il berrettone quadro
lungo con le frange intorno e una gran nappa in cima», che è cosa,
mi scriveva il Carducci, «da non potersi descrivere: pel berrettone
imagina la porta San Nicolò col suo torracchione in cima, e avrai un
quidsimile.»
*
* *
La sera del 3 di dicembre gli arrivò la famiglia, con la quale si
accomodò provvisoriamente alla meglio in una casa presso San Salvatore;
di dove nel maggio dell’anno dipoi (il maggio a Bologna è il tempo
degli sgomberi) andò ad abitare in Broccaindosso, una delle strade più
umili della città. Quivi rimase fino al 1876. Nel 1876 si trasferì in
Via Mazzini ad un ultimo piano del palazzo Rizzoli, proprio sotto il
tetto; ed ivi stette per ben quattordici anni fino al 1890, nel quale
anno tornò sulle mura Mazzini, nel quartiere di un villino, che abita
ancora.[35]
Ormai i più grossi pensieri erano passati, ed egli si trovava quasi in
ordine per cominciare le lezioni.
Aveva preso per argomento alle lezioni, che volea cominciare il 15,
la letteratura in Italia avanti Dante, e mentre andava preparandosi
mi scriveva: «Io sono dietro ai pesanti studi di erudizione: i quali
costringendomi a cercare tanti libri scritti male e molti francesi,
e molti d’ignobile modernità, finiranno con lo spegnere in me quel
pocolino di gusto che avevo preso, e col cancellarmi quel pocolino
di lingua che avanti i ventitrè anni avevo imparato.» Queste paure,
interamente vane, mostrano però come, anche in mezzo agli studi
d’erudizione, il sentimento dell’arte non lo abbandonasse mai.
Il 22 gennaio 1861 aveva fatto già cinque lezioni, che a lui
naturalmente parevano poche. E mi scriveva: «Gran calca alla
prolusione: molta gente alla prima lezione, specialmente giovani,
che mi piaceva: ora da ultimo quasi nessuno, perchè la lezione di
diritto commerciale messa su ultimamente mi toglie tutti i giovani:
uditori di fuora ne vengono pochi, chè non se la dicono gran fatto
cogli studi: tanto che stamane, che mi toccava, non ho fatto lezione,
perchè gli ascoltanti eran solamente tre.... Parlo delle origini
della letteratura italiana. E parendo a me che facciano cosa molto
irragionevole quegli storici e critici che ci danno a un tratto la
lingua e la letteratura come fatta, che ci dicono finita di subito
l’antichità col 476 in cui cadde l’impero, ho trattato nelle prime
quattro lezioni delle ragioni che erano già negli ultimi tempi della
letteratura latina per l’esistenza di una nuova letteratura.» La
lettera seguitava esponendo il contenuto e lo spirito di queste prime
lezioni, e le pazienti e faticose ricerche che aveva dovuto fare per
raccogliere, quasi tutto da sè, il materiale. «Nella seconda parte del
corso, ripigliava la lettera, andando dalla caduta alla restaurazione
dell’impero, da Odoacre a Carlo Magno, andrò penosamente cercando tutti
i testimonii che m’affermano la conservazione dell’arte e del pensiero
romano in Italia, e ordinandoli e cavandone altre deduzioni. Poi, da
Carlo Magno al sorgere dei comuni andrò studiando la formazion della
lingua (storicamente) e le origini della rima: dal sorgere dei comuni
alla morte di Federigo II studierò i monumenti della letteratura. Due
lezioni preparerò che non saranno volgari, Omero e Virgilio nel medio
evo.»
Mentre lavorava così per il corso all’Università veniva terminando
il volumetto delle _Poesie di Gabriele Rossetti_ per la Collezione
Diamante del Barbèra, che uscì in quello stesso anno, scriveva un
saggio sullo Scalvini, pensava ad una biografia del Leopardi per
la _Galleria contemporanea_ dello Stefani, e mandava innanzi di
tutta forza il grave lavoro della edizione delle _Poesie italiane_
del Poliziano. Aveva bisogno di lavorar molto e di guadagnare, per
rimettersi delle gravi spese che gli era costato il trasferimento. E
lo cruciava il pensiero che questi lavori gl’impedivano di attendere
alla poesia ora che gli pareva che _forse in quella avrebbe potuto fare
qualcosa_.
«Del Poliziano, diceva la lettera, ho già mandato a stampare la Giostra
e parte del comento, sul quale seguito a lavorare di gran lena; e
benchè abbia ristretto il disegno, che a principio era cosa di erudito
secentista, grave per me, noiosa e inutile agli altri, ne son contento.
La vita del Leopardi non ho anche incominciata: ho quasi finito il
saggio su lo Scalvini, in cui vi sono parecchie cose acerbe, ma dette
freddamente, contro la letteratura odierna. Del resto annaspo di
molto: vedremo se poi saprò tesser nulla. Studio e leggo sempre sempre
sempre: non ho fatto conoscenza con nessuno, non vo da nessuno. Non
vo più neppure al caffè, nè piglio più ponce: sto sempre solo o col
Teza. Scrivo quasi tutto il giorno; oltre lo scrivere leggo di latino
e studio di greco; in due settimane mi sono ingollato la Elettra di
Sofocle, e sei libri di Virgilio, ho corretto il testo delle _Stanze_,
e scritto il comento a cinquantasei. Tu vedi che lavoro. Alla poesia
non so quando tornerò, ma vorrei fare una canzone sul monumento a
Giacomo Leopardi, finir l’ode alla libertà, fare un canto in terzine
su Roma, un’ode _La plebe_. Ma ho gran paura che non mi riesca più far
versi. Perchè l’idea in mente l’ho troppo grande; e fargli come gli
ho fatti fino ad ora non sarei contento.... Vedi, amico mio, vedi se
questa è superbia smisurata. Ma forse, più che superbia, è amore di
quest’arte degli Dei, contemplando la quale viverò e morirò, già che
acquistarne il magistero non posso.»
*
* *
Nel febbraio stava già preparando, come accennai, il volumetto delle
_Rime di Cino e d’altri del secolo XIV_, e si raccomandava agli amici
di Firenze per aver notizie e riscontri sui codici. Il 4 di giugno,
tornando, richiamatovi da me, sull’argomento della poesia, mi scriveva:
«Di me che ho a dirti? che mulino sempre poesie in testa, e non scrivo
mai un verso: per verissimo timore anzi disperazione che il fatto non
risponda all’idea mia. Pur un giorno qualche cosa scoppierà: e o sarà
un fiasco orribile, e allora addio alla poesia, o sarà qualche cosa....
Se in quest’anno mi riesce comporre o finire l’ode alla libertà, l’ode
sulla plebe, un canto di versi sciolti su i _Martiri_ ec., la canzone
per un monumento a Giacomo Leopardi, una (la chiamo così per ora, non
sapendo esprimermi altramente) _marsigliese italiana_ per le future
battaglie, e una canzone su la _Poesia_; stampo allora un libretto di
poesie fra vecchie e nuove, con le quali chiudo il periodo giovanile.
E dopo penso a scriver poemi. Poemi? Sì signore, poemi filosofici:
_Prometeo_ ec. ec.» Quanto alle lezioni diceva: «Le mie lezioni
finiscono giovedì, se pur son cominciate mai veramente. E vedi! una
delle poche consolazioni che oramai potessi avere, sarebbe far lezione
di letteratura come intendo io a un uditorio come vorrei io, cioè
vivente! perchè in verità sento che per questo ci sarei fatto.» Questo
uditorio vivente, che allora gli mancava, ebbe, come vedremo, il merito
di crearselo, nel giro di pochi anni, da sè.
La _marsigliese italiana_ ch’egli andava meditando dice chiaro
come, anche in mezzo ai gravi studi d’erudizione per preparare i
corsi universitari, il suo primo pensiero fosse sempre la patria.
La miracolosa impresa di Garibaldi, che, liberato in pochi mesi dal
Borbone la Sicilia e il regno di Napoli, presentava l’8 novembre 1860
a Vittorio Emanuele i plebisciti di quelle provincie, aveva aperto
alle più grandi speranze gli animi di tutti coloro che affrettavano
col desiderio la compiuta liberazione d’Italia. Era possibile lasciare
ancora Venezia in balía degli stranieri, Roma nel dominio dei preti?
Licenziando i suoi volontari, Garibaldi non avea forse detto loro di
tenersi pronti per le future battaglie? Il 18 febbraio 1861 si era
aperto a Torino il primo Parlamento italiano, il 14 marzo Vittorio
Emanuele era stato proclamato Re d’Italia; e pochi giorni dopo un voto
del Parlamento proclamava Roma capitale del nuovo regno. Si doveva
forse supporre che quel voto fosse un voto puramente platonico? E chi
poteva non desiderare che l’acquisto di Venezia e Roma fosse l’opera
del valore italiano?
Per allora le poesie che il Carducci andava mulinando non gli vennero
fatte. Forse gli altri studi a cui per dovere attendeva non glie ne
lasciarono l’agio; forse mancò la opportuna disposizione della mente;
forse il pensiero non era al tutto maturo. Nel giugno la morte di
Pietro Thouar e l’affetto grande ch’egli aveva a quell’uomo veramente
egregio gli suggerirono una canzone, in cui egli volle cercare il
semplice e il tenue, che si conveniva al soggetto, ma al quale la
natura sua era poco portata; e la canzone riuscì, pur nell’affetto,
un po’ fredda. Nel luglio scrisse due sonetti, _A Giovanni Procacci_
(pubblicato nella prima edizione dei _Levia Gravia_, con le sole
iniziali di lui nell’Indice[36]), ed _Omero_, e ne cominciò un terzo
pure su _Omero_; fra il novembre e il dicembre compose sei strofe
della Canzone _In morte di G. B. Niccolini_, che doveva seguitare coi
grandi nomi del concetto romano, poi la caduta della Chiesa cattolica
e il trionfo di Roma Italiana. Il Niccolini non era che un pretesto.
Stampando per la prima volta quel frammento di canzone nella seconda
edizione dei _Levia Gravia_, l’autore soppresse la prima strofe e metà
dell’ultima.
L’idea di pubblicare in quell’anno 1861 un volumetto di poesie
tra vecchie e nuove, nell’agosto era già tramontata, per la buona
ragione che le poesie nuove non erano state composte. Invece gli era
venuta l’idea di rimandare la stampa delle poesie a un altro anno, e
pubblicare prima un volumetto di prose. «Tanto per ispigrirmi, diceva;
perchè veggo bene che, se non faccio animo e rompo il ghiaccio, non
farò mai nulla.» Le prose dovevano essere: _Un sommario_ (filosofico)
_della storia letteraria d’Italia_; i Discorsi d’introduzione al
giornale _Il Poliziano_ molto accresciuti, e parecchi saggi di
biografia e critica storica e letteraria (Poliziano, Medici, Berni,
Casa, Tassoni, Rosa, Chiabrera, Testi, Menzini, Metastasio), alcuni
fatti, altri da fare.
Ma anche di questo disegno per allora e per un pezzo non ne fece
niente: e fu bene. Seguitò a lavorare e a studiare; e nel lavoro
e nello studio il suo forte ingegno venne sempre maturandosi e
affinandosi, e accumulando materiali preziosi sì per le lezioni sì per
le opere che doveva scrivere più tardi.
*
* *
Agli ultimi di luglio il Gargani, allora professore al liceo di Faenza,
andò a Bologna a trovare il Carducci, e a’ primi di agosto partirono
insieme per Firenze, dove nel settembre li raggiunsi anch’io da Torino.
Passammo insieme lietissimi giorni. Il Gargani era raggiante di gioia,
perchè promessosi sposo di una giovine, sorella d’un amico comune:
e noi eravamo tutti contenti del vederlo così felice. Ma, tornati
nell’ottobre ciascuno alla propria dimora, la mattina del 24 ricevei
una straziante lettera del Gargani, il quale mi annunziava che la sua
donna lo aveva abbandonato, ch’egli era corso immediatamente a Bologna,
a casa del Carducci, e che questi partiva quella sera stessa per
Firenze a chiedere ragione per lui. Il Carducci andò e tornò e non potè
che consigliare l’amico a darsi pace. Lo rivide ai primi di dicembre in
Bologna, poi nel febbraio del 1862 a Faenza, e gli parve di trovarlo
consolato. Se non che il 19 del mese stesso una lettera da Faenza
gli annunziava che il Gargani era malato gravemente: corse subito e
passò quasi intere due settimane al letto dell’amico, ragguagliandomi
quasi giorno per giorno degli alti e bassi della malattia, la quale
lasciava per allora poca speranza. La speranza venne alla metà del mese
di marzo; e il Carducci tornò a Bologna, ove seguitò a ricevere per
alcuni giorni notizie consolanti. La mattina del 29 un dispaccio lo
avvisò di un improvviso peggioramento: tornò a Faenza e trovò l’amico
in agonia, che non potè riconoscerlo. Mi scrisse subito: la lettera
terminava: «Ecco un’altra pagina, e delle più belle, della storia della
vita finita.» La memoria del Gargani durò sempre viva nell’animo del
Carducci. Scrisse allora un breve ricordo dell’amico, che fu pubblicato
in un giornale fiorentino, _Le Veglie letterarie_; fece di lui menzione
con questi versi nella poesia che chiudeva i _Levia Gravia_ nella prima
edizione e li apriva nell’ultima:
O ad ogni bene accesa
Anima schiva, e tu lenta languisti
Dall’acre ver consunta e non ferita:
Tua gentilezza intesa
Al reo mondo non fu, che la vestisti
Di sorriso e di sdegno; e sei partita:
ne parlò a lungo nel capitolo III delle _Risorse di San Miniato al
Tedesco_, pubblicate la prima volta nella seconda serie di _Confessioni
e Battaglie_ (Roma, Sommaruga, 1883). Diceva cominciando: «G. T.
Gargani morì d’amore e d’idealismo in Faenza il 29 marzo 1861», e
finiva: «Domani è il giorno dei morti. O amico, che giaci muto e freddo
nella fossa di Romagna, a te certo non spiace che io rinnovelli ancora
per un poco la memoria delle nostre estati fiorentine.»
*
* *
Nel secondo anno (1861-62) ebbe regolarmente inscritti alle sue lezioni
sei scolari, e trattò in esse del Petrarca, cominciando dal narrarne
la vita e i tempi. «Per ora, anzi per molti anni, mi scriveva il
22 dicembre 1861, non voglio nelle mie lezioni uscir mai da Dante,
Petrarca e Boccaccio: poi, studiati bene i gran fondamenti e le
colonne, passeremo agli architravi e alle parti del tempio.» Oltre gli
scolari, aveva anche degli uditori; e fino dai primi di quel secondo
anno cominciò a vedere l’effetto miracoloso che la sua parola faceva in
essi: parecchie volte alla fine di un sonetto o di una stanza del poeta
da lui illustrata, gli uditori uscivano spontaneamente in un fremito
d’assenso e di piacere. «Questo deriverà, diceva, dal grande affetto di
che mi riscaldo leggendolo e sviscerandolo: ma più certo dalla bellezza
sovrana di quei versi, che, più li studio, più mi paiono _divini_. Alle
bestie che ragliano su Messer Francesco canonico strame e mazzate.»
Io debbo farmi forza per non lasciare più spesso la parola al
Carducci quando parlo delle sue lezioni. Nelle lunghe lettere
ch’egli mi scriveva in quegli anni versava tutto sè stesso, tutta
l’esuberanza d’idee che gli studi ostinati e profondi facevano
sbocciare dall’ingegno caldo e fremente; e niente meglio di quelle
lettere potrebbe spiegare l’influenza grande che l’insegnamento suo
ebbe d’allora in poi sulla gioventù che accorreva alla sua scuola.
Facendo lezione, egli iniziava i suoi scolari alla intelligenza delle
sue poesie e delle opere con le quali doveva poi illustrare tutta la
letteratura italiana. In lui il professore, l’erudito, l’artista, il
poeta erano una cosa sola, erano cioè quattro faccie diverse della
stessa persona, ciascuna delle quali completava le altre.
Checchè egli mi scrivesse, il pensiero della poesia non lo abbandonava
mai; e la poesia che più spesso e più forte allora lo tentava era la
politica. L’8 gennaio 1862, lamentandosi del mio silenzio, mi scriveva:
«Vediamo se, mandandoti un’ode di 32 strofe, rispondi»; e mi mandava
l’ode _Nè primi giorni del 1862_, che aveva intenzione di pubblicare
subito. Il momento sarebbe stato opportuno; ma sulla fine del mese
stesso aveva mutato pensiero; e abbandonata anche l’idea di pubblicare
in quell’anno una raccolta di scritti in prosa, pensava invece di fare
nell’estate o nell’autunno «una edizioncina di RIME (_io rimatore_, a
dispetto di tutti i menestrelli che stampano POESIE, oggi che neppur
Domeneddio saprebbe più creare (ποιειν), LIRICHE oggi che _lira_ vuol
dire _svanzica_ o _franco_, CANTI oggi che non cantano se non che
i merli e gl’istrioni, serbo il titolo di RIME).» Aveva in animo di
ristampare alcune di quelle del volumetto sanminiatese, ed aggiungerne
delle nuove, tutte politiche.
*
* *
Sappiamo da lui stesso che in quei primi anni bolognesi il Carducci
non praticava nessuno, nemmeno dei suoi colleghi dell’Università,
ad eccezione del Teza; onde la evoluzione delle sue idee politiche,
che appunto allora stava facendosi, si fece unicamente per opera
degli avvenimenti pubblici e delle riflessioni e dei ragionamenti che
questi gli suggerivano. Nel 1859 egli aveva, come tutti gl’italiani
che volevano la liberazione dagli stranieri e l’unità della patria,
accettato la monarchia di Vittorio Emanuele, anzi presa per essa
una caldana, che, com’egli medesimo disse, non potè durare, perchè
logicamente la monarchia costituzionale è un’assurdità, praticamente
una immoralità; e perchè Governo e Parlamento fecero e fanno di tutto
perchè gli animi retti ed onesti prendano in aborrimento quella forma
ibrida di governo. Ma fino ai primi del 1862 egli non si era staccato
del tutto dalla monarchia: n’è prova questa strofe della poesia che
allora mi mandò. Il poeta, rivolto alla Libertà, le dice:
Pianta le insegne italiche
Di Roma tua sui mal vietati spaldi;
Guida all’Isonzo e all’Adige
Il tuo fedel Vittorio e Garibaldi.
La poesia fu però stampata soltanto nel 1871 e ridotta da 32 a 23
strofe, fra le quali manca questa che ho riferito: essa ricomparve
nella edizione definitiva dei _Levia Gravia_, ove le strofe crebbero
fino a 28, ma ricomparve mutata così:
Pianta le insegne italiche
Di Roma tua su i mal vietati spaldi,
Guida tonando a l’Adige
La secura virtù di Garibaldi.
Il perchè della mutazione è facile a capire: dopo l’8 gennaio, giorno
nel quale fu compiuta e mandata a me la poesia, il poeta aveva a poco a
poco perduta la fede nella monarchia come atta a compiere l’unità della
patria: e quando la pubblicò si era apertamente staccato da essa.
Non era passato ancora un mese dall’8 gennaio, e il Carducci mi
scriveva: «Udisti, frate, le dimostrazioni toscane sobillate dal
Ministero, che movono al grido di _Viva il papa_? Ah vergognosa
Italia ricasoliana! Ah sozza e laida e brutta plebaglia rinfantocciata
diplomaticamente! _Viva il papa_ nel 1862! Dopo Alfieri, Giordani e
Leopardi, Viva il papa! Viva il papa non re. Ma anzi come papa, come
prete è sempre più detestabile.... Io credo che i popoli non debbano
mentir mai: grideranno _Viva il papa_ per un fine che non sarà ch’e’
viva: ma cotesto grido in bocca de’ figliuoli e dei nepoti delle
migliaia di vittime fatte dal grande assassino cattolico è osceno....
E credi tu che s’andrà a Roma? Le son baie. A Roma non si va che con la
rivoluzione.»
Si aggiunga a ciò la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, il modo
indegno col quale il Governo e il Parlamento avevano trattato Garibaldi
ed i suoi dopo la gloriosa guerra che aveva riunito all’Italia le
provincie meridionali; si aggiungano finalmente le repressioni armate a
Sarnico ed Aspromonte delle spedizioni garibaldine tendenti a liberare
Venezia e Roma; e si intenderà facilmente come al Carducci ciò che nel
Re e nel Governo era prudenza politica, per paura di compromettere le
conquiste già fatte, sembrasse tradimento della patria.
*
* *
Egli mulinava sempre poesie: era questo un vero periodo d’incubazione:
i pensieri e belli e grandi gli affluivano in copia alla mente; ma non
si sentiva sicuro del modo di esternarli, e si proponeva di mettersi
tutto, per istudio di stile, su Omero e Virgilio, su Dante e l’Ariosto.
Il 16 maggio mi scriveva: «penso e immagino e fantastico e invento
sempre, stancandomi proprio solo nei pensieri: onde se, aggiuntavi la
vita romita e il non potere sfogarmi con nessuno e lo studio in cose
faticose, non impazzisco, è gran meraviglia della mia costituzione.»
Oltre quelle accennatemi precedentemente, aveva immaginato tre nuove
poesie liriche: _Alla Grecia, Gli Slavi, La Polonia_; poi un Epodo
satirico, a ecloga, _L’Arcadia nuova_, per isfogarsi contro i nuovi
Arcadi politici e letterari; poi una serie di canti, con intenzione
più larga e universale, contro la società com’è costituita ora; poi
una serie d’Idilli storici; finalmente un dramma, per rappresentare la
prima rivoluzione democratica di Firenze, _Giano della Bella_. «Tutte
queste poesie, mi diceva, eccetto il dramma, che non ho maturato bene,
le ho fatte tutte, le ho divise nelle loro strofe ec. Quel che manca è
la potenza di esprimerle.» Alla stampa di un volume di scritti in prosa
per ora non pensava più; cioè non pensava più al primo disegno, perchè
già ne avea in mente un altro. Il Barbèra stava per cominciare la
stampa dei poemi del Monti, ai quali egli voleva premettere un Saggio
_su l’ingegno e l’animo del mio buono_, diceva, _e coglione Vincenzo_.
Scritto questo discorso e fatta l’edizione, cui allora pensava, del
Berchet, si proponeva di comporre un libro in prosa (nel quale avrebbe
raccolto, rinsanguandole, parecchie delle prefazioni e dei discorsi
già fatti) con questo titolo: _La rivoluzione e la poesia in Italia
dal 1764 al 1848_; e me ne spiegava a parte a parte il disegno. La sua
mente era, come si vede, in continua ebullizione.
Ai primi di luglio venne, come aveva promesso, a trovarmi a Torino;
andai a prenderlo alla stazione, ed egli discese dal treno tenendo
sulle braccia alcuni volumi della prima edizione dei _Misérables_
di Victor Hugo, che avea portati con sè per seguitarne e compierne
la lettura durante il viaggio e nei giorni che sarebbesi trattenuto
a casa mia. Il capo degli _amici pedanti_, che leggeva e rileggeva,
per istudio di stile, Omero e Virgilio, Dante e l’Ariosto, non viveva
fuori del mondo, non si chiudeva tutto nello studio degli antichi e
nelle ricerche d’erudizione; la sua mente e il suo cuore erano aperti a
tutte le voci della vita, a tutte le manifestazioni dell’ingegno umano,
da qualunque parte venissero; e di lì a qualche anno si vide quale
influenza avessero sopra di lui le opere di Victor Hugo.
Tornato a Bologna si recò nel settembre a Firenze per attendere al
lavoro del Poliziano. Era addolorato e indignato per il tristo episodio
d’Aspromonte, dove il governo italiano aveva dato prova anche una volta
d’insipienza e di viltà; e a Firenze, in Riccardiana, con innanzi il
codice del suo poeta, e a lato le bozze di stampa, cominciò l’ode _Dopo
Aspromonte_, dove sono le terribili strofe contro Napoleone III, che
nella prima edizione delle _Poesie_ (Barbèra, 1871) furono omesse, e
la finì la sera in una camera che aveva in affitto. Mandandomela il 12
ottobre, avvertiva: «Bada, e’ fu scritta in poche ore. Dunque chiedo
perdono di parecchie strofette e di molte frasi _ineguali_, per non dir
peggio. Ma lirica e’ mi par che ve ne sia.» Le correzioni che poi vi
fece pubblicandola non furono molte nè gravi.
Nel febbraio del 1863 compose e pubblicò in un giornale di Firenze
_La gioventù_ (anno III, n. 3) la poesia _Il Carnevale_, che allora
chiamò _Idillio_: ma non era finita, e il poeta vi aveva scritto in
fine: _Il seguito a quest’altr’anno_. Il seguito venne invece cinque
anni più tardi, nel 1868: e allora la poesia fu ripubblicata intera in
un giornale di Bologna _L’amico del popolo_, che ne fece anche cento
estratti. La parte aggiunta fu l’ultima, _Voce di sotterra_.
*
* *
Ai 21 di marzo dello stesso anno 1863 nacque al Carducci la seconda
figliuola, cui mise nome Laura. Me ne dava notizia pochi giorni dopo,
scusandosi dell’avere per quella ed altre ragioni tardato a scrivermi,
e del non mandarmi ancora un articolo che io aspettavo da lui per la
_Rivista italiana_.[37]
In quei primi anni della dimora del Carducci a Bologna ci scrivevamo
lunghe e frequenti lettere, ragguagliandoci dei nostri studi, dei libri
che comperavamo, di quelli che andavamo leggendo. Con la lettera,
che mi portava la notizia della nascita della Lauretta, l’amico mi
parlava di alcuni scritti del Giordani, che aveva letto o riletto in
quei giorni. «Che meraviglia di stupenda scrittura quella del _Peccato
impossibile_! Ben poche pagine di Voltaire son degne di starle a
fronte: ma solo di lui. E che grande e splendido e terribile nemico
di tutti i vili nemici del genere umano era quel Giordani: il solo
veramente libero degli scrittori italiani moderni. E come scrittura,
e come pensiero, e come opera, io vado pazzo di quel _Peccato_. Oh
quanto avrei pagato che tutti i vescovi e arcivescovi avesser dato
noia al terribile piacentino, e che egli avesse fatto a tutti una
scrittura come è questa e quella al Sanvitali!» Alcuni giorni dopo, per
sollevarsi dai faticosi studi di erudizione, rileggeva il Cavalca. «Non
parmi vero di sdraiarmi, leggendo, per rimedio alle tante offe di stile
pedantesco o accademico o gotico che mi tocca ingoiare, qualche bella
pagina di prosa (rileggo il Cavalca, di cui ho acquistato tutte le
opere, e che mi è sempre più mirabile, o, per dir meglio, miracoloso:
parmi il Canova della prosa. Rileggi, ti prego, la Vita di Sant’Antonio
e quella di Sant’Apollonio, e stupisci a tanta potenza di stile di quel
povero stolto fratacchione).»
Ai primi d’ottobre andò a Firenze per dare l’ultima mano alla
edizione delle poesie italiane del Poliziano, e finire il discorso
d’introduzione. Il 15 mi scriveva: «Oggi è stampato l’ultimo foglietto
di conchiusione del Poliziano; e domani a sera saran pubblicate le
prime copie.» Con la medesima lettera mi mandava l’_Inno a Satana_,
composto in quei giorni, o meglio nella notte di uno di quei giorni,
per leggerlo il giorno di poi in un pranzo d’amici a Monte Asinario, al
quale assistevano, fra gli altri, Luigi Billi e Alessandro D’Ancona.
Mandandomelo, mi faceva le stesse avvertenze che per l’ode _Dopo
Aspromonte_: «È inutile ch’io segni al tuo giudizio le molte strofe
tirate giù alla meglio per finire, nelle quali è il concetto dilavato,
ma non la forma. Bisogna tornarci su, su questa poesia, e con molta
attenzione. Ma nonostante mi pare che pel concetto e pel movimento
lirico io possa contentarmene. Dopo letto, ricorda che è lavoro di
una notte.» Anche le correzioni fatte poi all’inno non furono molte nè
sostanziali.
A me parve subito allora, e pare anche oggi, che l’ode _Dopo
Aspromonte_ e l’_Inno a Satana_ segnassero un progresso notevole
nell’arte poetica dell’autore, non solo quanto al modo di concepire,
ma anche quanto alla forma, _appunto_ perchè l’autore nella foga
della ispirazione non si era troppo preoccupato di essa. Questa
preoccupazione venne dopo, e non fu male: oramai le poesie erano quello
che dovevano essere: e chi poteva dire leggendole che il poeta, per
comporle, avesse studiato in Omero e Virgilio, in Dante e nell’Ariosto?
Qualche lieve preoccupazione della forma si sente invece nel Carnevale,
che tuttavia per il concetto e per una maggior libertà e sicurezza di
esecuzione in confronto alle poesie degli anni innanzi, è degna di
stare accanto alle odi _Dopo Aspromonte_ e _Satana_ e prenunzia con
esse il poeta dei _Giambi ed Epodi_.
Dopo le poesie politiche del 1860 il Carducci era stato quasi tre anni
senza pubblicare versi; e quando pubblicò il _Carnevale_, poi se ne
pentì. Ma abbiamo visto come in quei tre anni egli, pur non scrivendone
che di rado, immaginasse continuamente poesie: e (cosa singolare) fra
le poche che scrisse non c’era propriamente nessuna di quelle che aveva
pensate. In quei tre anni il suo tempo fu quasi tutto occupato negli
studi di erudizione, di critica e di filologia per le lezioni e per
il Poliziano: se non che in mezzo a tali studi le concezioni poetiche
fiorivano come nel loro terreno naturale. Ciò potrà parer singolare a
quelli che ancora credono che il poeta debba essere un ignorante, ma
non parrà a coloro che invece sanno che la dottrina e la critica vere
sono non solo due grandi aiuti, ma due grandi fonti di ispirazione
poetica all’uomo di genio.
*
* *
Nelle lezioni dell’anno accademico 1862-63 e dei seguenti il Carducci
seguitò ad occuparsi, come già mi aveva annunziato, del Petrarca e
di Dante, ai quali poi aggiunse il Boccaccio. Il pensiero suo fin dal
principio fu di studiare a fondo, per una serie di anni, la storia del
gran triumvirato letterario italiano, cioè la storia dell’arte e del
pensiero in Italia nel _grande e glorioso trecento_, come diceva lui;
e questo studio lo fece come non era stato fatto mai, come non poteva
esser fatto da altri che da lui. Il 13 gennaio 1863 mi scriveva: «Ora
sono occupato tutto tutto nel duecento e trecento della letteratura
italiana; tutto tutto; e non mi rimane ora libera.... Mentre metto
insieme gran materia per un corso di lezioni dal 1183 al 1268, che
comincierò venerdì, seguito l’illustrazioni delle cose migliori del
Petrarca in confronto a Dante. Caro Beppe, non so quanto pagherei tu
fossi a sentire alcuna mia lezione d’illustrazioni sulle canzoni del
Petrarca: credi che le faccio con amore indicibile, e con una diligenza
così sottile, che non trovo da rimproverarmi per ora. Sono intorno alle
tre canzoni su gli occhi: e sono sempre più innamorato del mio gran
Petrarca, il quale nel fatto dello stile mi riesce perfetto.»
La pubblicazione del Poliziano, avvenuta, come abbiam visto, il 16
ottobre 1863, fece chiasso anche a Firenze. Vi fu chi lo chiamò lavoro
spaventoso: fra i pochi intelligenti produsse, come doveva, un senso
di meraviglia. A parte il discorso, importante per la dottrina, per
la bontà e novità dei giudizi, era la prima volta che il testo di uno
scrittore italiano usciva in Italia emendato secondo i dettami della
moderna critica dei testi: e le difficoltà che l’autore aveva dovuto
superare non erano poche nè piccole. E l’autore era sopra tutto un
poeta; e a Firenze passava per un poeta scapigliato.
È veramente incredibile quanto il Carducci lavorasse in quelli anni.
Nel 1862, oltre tutti gli altri lavori e studi di cui ho parlato,
pubblicò non meno di tre volumetti della Collezione Diamante; le Poesie
di Cino da Pistoia e d’altri del secolo XIV, ch’era venuto preparando,
come già dissi, fino dall’anno innanzi, i Canti e Poemi di Vincenzo
Monti (due volumi), pei quali non ebbe il tempo o l’opportunità di
scrivere il saggio che aveva divisato. Mentre stava ultimando il
Poliziano, preparò, pure per la Collezione Diamante, la traduzione
del poema di Lucrezio fatta dal Marchetti, nella quale, contro la sua
aspettazione, ebbe da fare moltissimo, e che pubblicò nel 1864. Nel
maggio era al sesto libro, e mi scriveva: «Mi confermo sempre più per
l’esperienza nell’opinione che in Italia non v’è un testo di classico
condotto, non dico bene, ma passabilmente da capo a fondo.»
Contemporaneamente attendeva a due altri lavori gravi e ponderosi, una
raccolta dei _Canti carnascialeschi_ per un editore di Milano, ed una
di Ballate per la _Collezione di antiche scritture italiane inedite
o rare_ fatta dal Nistri di Pisa sotto la direzione di Alessandro
D’Ancona. A proposito dei quali mi scriveva: «Ho finito di mettere
insieme il primo volume dei Carnascialeschi, e sono a metà del secondo:
forse la parte più difficile è passata. Preparo il secondo volume
delle Ballate per il D’Ancona; il secondo che sarà il primo stampato
e conterrà: 1º Tutte le Ballate del Medici, riviste su i codici ec.
(alcune inedite; molte stampate ma senza nome); 2º Tutte le Ballate
del Poliziano; 3º Tutte le Ballate del Giambullari, una del Pulci,
e qualche altra di qualcuno dei più famosi contemporanei del Medici.
Il primo dee contenere quelle del Sacchetti e degli altri trecentisti
della seconda metà e dei primi quattrocentisti: il terzo quelle del
Giustiniani e di altri non toscani: il quarto le anonime; molta roba
inedita e rarissima.»
Lavorava, lavorava, ma non aveva fretta di stampare. I disegni di
pubblicazioni di lavori originali, sia di verso, sia di prosa, si
succedevano, si modificavano, e poi restavano lettera morta; cioè no,
restavano materia viva, che aveva bisogno di essere meglio maturata e
lavorata, prima di diventare opera degna, secondo l’autore, di vedere
la luce. Nei tre anni dopo il 1860 e nei quattro che seguirono fino al
1868, il Carducci non pubblicò oltre i quattro già indicati, che due
altri volumetti della Collezione Diamante, il Lucrezio del Marchetti
nel 1864, e le tragedie del Monti nel 1865; poi un volumetto di poesie
di Matteo Frescobaldi nel 1866 (Pistoia) e tre sole poesie originali,
l’_Inno a Satana_, _Il Carnevale_, e l’ode _Agli amici della Val
Tiberina_, della quale parlerò più avanti.
L’_Inno a Satana_ fu stampato, in piccolissimo numero d’esemplari fuori
di commercio, nel novembre del 1865 a Pistoia, con in fronte il nome
di _Enotrio Romano_, che il Carducci prese allora per la prima volta. E
lo conservò fino alle prime _Odi barbare_, ma aggiungendovi dal 1871 in
poi il suo nome vero, messo or l’uno or l’altro dei due fra parentesi.
*
* *
Oltre i lavori dei quali ho fatto parola, collaborò negli anni dal
1863 al 1865 alla _Rivista italiana_, come già accennai, e nel 1866
all’_Ateneo italiano_ che a quella successe, mandando all’una e
all’altro articoli, quasi tutti d’erudizione e di critica, alcuni
dei quali (i più brevi) sono raccolti nella prima serie di _Ceneri e
faville_.
La _Rivista_ fu fondata nel 1860 a Torino dal ministro Mamiani, o
coll’assenso e l’aiuto di lui; e s’intitolò da prima _Effemeride
della pubblica istruzione_. Ne ebbe la direzione Luigi Ferri, allora
Segretario particolare, o, come oggi dicono, Capo di gabinetto del
Ministro. Quando al Mamiani successe il De Sanctis, e questi prese per
suo segretario Cesare Donati, la direzione della _Effemeride_ passò
a lui; che, dopo qualche tempo, quando il titolo del giornale era già
mutato in quello di _Rivista italiana con le effemeridi della pubblica
istruzione_, mi pregò di scriverci ed aiutarlo nella compilazione. A
poco a poco, non saprei dir come, la _Rivista_ rimase interamente nelle
mie braccia; ed io, quando nel 1865, col trasferimento della capitale,
dovei tornare a Firenze, la trasformai nell’_Ateneo italiano_, che
cominciò le sue pubblicazioni nel gennaio del 1866 e le terminò col
finire dell’anno. Erano fra i collaboratori della _Rivista_, e poi
dell’_Ateneo_ oltre il Carducci, il Teza, il Comparetti, il D’Ancona,
ed altri; uno dei più operosi Pietro Risi, allora professore al Liceo
d’Alessandria, uomo di vivo ingegno e di molta dottrina.
Nel gennaio del 1865, rispondendo, con lettera del 14, ad alcune
proposte mie di articoli per la _Rivista_, il Carducci mi scriveva:
«Le condizioni che mi proponi mi tornano: ma l’impedimento è nelle
moltissime brighe che mi si sono addensate intorno quest’anno.
Figurati che fra le altre mi han fatto consiglier di reggenza: non si
sa che cosa abbia a consigliare. Figurati che mi hanno appioppato la
supplenza di lettere italiane al Liceo; o meglio me la sono appioppata
da me, lasciandomi vincere alle strettissime istanze. E poi mi bisogna
finir presto lo scritto intorno le rime di Dante,[38] per cui mi sono
impegnato col Cellini. E poi ho da rivedere stampe del Monti e del
Rucellai. E poi ho le lezioni. Vedi se potrei, esser di più caricato.
Nonostante ho messo mano a un articolone in forma di lettera a te,
intitolato: _Appunti su la poesia popolare italiana del secolo XIII_; e
vedrò di finirtelo presto.» L’articolo, o meglio gli articoli vennero
soltanto verso la fine di febbraio e furono pubblicati nei fascicoli
della _Rivista_ del 6 e 13 marzo, con questo titolo: _Della lirica
popolare italiana del secolo XIII e XIV e di alcuni suoi monumenti
editi o trovati ultimamente_ (da lettera a G. Chiarini).[Per gli altri
scritti pubblicati dal Carducci nella _Rivista_, vedi le note a pag.
497]
*
* *
Circa la supplenza del Carducci al Liceo, ha narrato recentemente un
curioso aneddoto il commendatore Alberto Dall’Olio, ch’era a quel tempo
studente liceale, e fu testimone e parte del fatto.[39] Il professore
di lettere italiane del Liceo, già nominato, tardando a venire, ed
avendo fatto mala prova due altri supplenti, fu pregato il Carducci.
Egli allora a Bologna era noto in un cerchio abbastanza ristretto
di studiosi e di persone colte: i giovani del Liceo forse non ne
avevano sentito mai parlare; ad ogni modo non lo conoscevano. L’ultimo
professore ch’essi avevano avuto era Leopoldo Marenco; la cui _bella ed
elegante figura, tra di militare e di trovatore_, scrive il Dall’Olio,
_avevamo ancora dinanzi agli occhi_: «e ci risonava ancor negli orecchi
l’accento inspirato col quale egli ci leggeva, anzi ci declamava i
versi.»
Lascio narrare interamente all’antico scolare, che fu poi sindaco
di Bologna, l’ingresso del Carducci nella scuola, e quello che poi
avvenne. «Vedemmo avanzarsi impettito tra le due file di panche,
in aria tra spavalda e spaurita, un omino con una gran zazzera e
una barbetta nera arruffata. Vestiva un soprabito piuttosto corto,
scrupolosamente abbottonato, e teneva in mano.... un _gibus_.
»Salì sulla cattedra, e per prima cosa schiacciò nervosamente con
un bel colpo il suo _gibus_: non c’era nulla di straordinario, ma
noi cominciammo a guardarci l’un l’altro, e qualche sorriso corse
sommessamente per l’aula; egli se n’accorse e si rannuvolò. Fatto sta
che, quando prese a parlare, la sua voce era così incerta e la parola
gli usciva così a stento dal labbro, che la nostra ilarità, per poco
repressa, non potè più essere trattenuta. «Cet âge est sans pitié»;
è proprio così: e più il professore intaccava, e più noi ridevamo. Fu
dapprima un lieve susurro: poi crebbe, si innalzò, rumoreggiò in uno
strepito incomposto e sgarbato.
»Che in questo modo le cose non potessero andare innanzi era manifesto;
ma lo scioglimento fu rapido e brusco. Il timoroso professore ad un
tratto si fece ardito: si levò, raccolse le cartelle de’ suoi appunti:
con un energico pugno rialzò il malaugurato _gibus_, se lo piantò in
capo e mormorando rotte invettive uscì impetuosamente dall’aula.»
Gli scolari capirono d’averla fatta grossa. Entrò intanto il Preside,
che meravigliato e indignato disse loro chi era l’uomo al quale avevano
fatto quella villana accoglienza (sarebbe stato meglio l’avesse detto
prima): ed essi mortificati chiesero come potevano rimediare. Fu
stabilito di eleggere subito una commissione, della quale il Dall’Olio,
come il più giovane, doveva essere l’oratore, che, guidata dal Preside,
si recò nella sala dei professori, dove il Carducci era ancora. «Al
vederlo tutto accigliato e fiero, dice il Dall’Olio, io fui vinto dalla
soggezione, e balbettai a mala pena qualche parola; ma il Preside
parlò per noi, e il Carducci, burbero benefico se mai ve ne furono,
intese ciò che non gli avevamo saputo dire, e ci perdonò di gran cuore,
assicurandoci che presto avrebbe ripreso le sue lezioni.»
I giovani aspettarono con grande impazienza la ripresa delle lezioni,
che furono poche, perchè presto arrivò il nuovo titolare: «ma
quale traccia incancellabile, scrive il Dall’Olio, non lasciarono
esse nell’animo nostro, e quanta ammirazione non ne ritraemmo per
quell’omino, che da principio avevamo così male accolto!»
*
* *
Nelle vacanze autunnali del 1865 il Carducci venne a Firenze, dove io
ero già tornato da alcuni mesi con la famiglia. Avevo presa in affitto
una villetta sul Mugnone alle falde di Fiesole, che fu, finchè io vi
restai, il ritrovo de’ pochi amici rimasti dopo il 1859 a Firenze, e
di quelli che, come il Carducci, di tratto in tratto vi capitavano:
c’erano Francesco Donati e Giulio Cavaciocchi. Ai vecchi se ne aggiunse
uno nuovo, Pietro Risi, che ho già nominato, col quale io era da
qualche tempo in relazione amichevole per la collaborazione di lui
alla _Rivista_. Appena arrivato a Firenze, ai primi di Settembre, legò
subito stretta amicizia col Carducci, col Donati e con me. Di carattere
gioviale, franco ed aperto, amante del lieto conversare, ch’ei sapeva
tenere sempre desto, e trovandosi all’unisono col Carducci e con me
nelle opinioni letterarie filosofiche e politiche, egli fu l’anima dei
nostri amichevoli ritrovi in quei dolci mesi di settembre e d’ottobre.
Oh le belle passeggiate a Fiesole, in quelle domeniche piene di sole,
parlando di libri vecchi e nuovi, di edizioni rare, del nuovo giornale
l’_Ateneo_ che stavamo per fondare, discutendo di erudizione, di
poesia, di politica, dicendo male dei romantici, dei moderati, del
governo, inventando la società di Calandrino!
Io che avevo pochissimi libri, in confronto dei molti che aveva il
Carducci, provavo un gran piacere a regalargliene di tratto in tratto
qualcuno che sapevo a lui caro. Egli pur essendo, in fatto di libri,
il più ricco di tutti gli amici suoi letterati, ricco nella quantità e
nella qualità, tutte le volte che andava a trovare qualcuno di loro,
la prima domanda che faceva presentandosi era: Che libro mi regali
oggi? E tutti sentivano il dovere di fargli il regalo di un libro.
Una di quelle domeniche (me ne ricordo come fosse ieri), la domenica
del 2 ottobre, in cui si festeggiava per la prima volta Calandrino,
mentre facevamo la salita che dal Ponte alla Badia va a San Domenico,
dissi a un tratto al Carducci: Sai? ti voglio regalare il Virgilio del
Didot.[40] Il Carducci fece un salto e in segno di gioia gittò in aria
il cappello, che andò a cascare di là dalla siepe in un campo. Durammo
non poca fatica a raccoglierlo; poi ripigliammo, facendo i più matti
discorsi, il cammino per Fiesole, mentre a casa si stavano facendo
i preparativi per la festa. Al ritorno s’andò a cercare l’elitropia
per il Mugnone, ed empiteci le tasche di sassi neri, che battezzammo
per elitropia, se ne mise da per tutto, ma specialmente nei piatti
dei commensali: e mentre si aspettava l’ora del desinare, si scrisse,
collaborandovi tutti, il decreto che istituiva la società e la festa di
Calandrino. Il decreto fu scritto parte dal Carducci, parte dal Risi:
la parte più notevole e significativa di esso sono i _considerando_,
nei quali era detto: _esser debito di ogni nazione rendere onoranza
a quelli uomini che più conferirono a fermarne la indole; Calandrino
essere veramente quel che dicesi il tipo della stoltezza italiana_,
la quale pareva avere raggiunto a quei giorni _l’ultimo termine
della sua perfezione; mentre la nazione fu troppo larga di facili
onoranze ad uomini di gran lunga men degni, lui essere stato sempre
e al tutto dimenticato_.... Perciò s’instituiva una società nel nome
di lui, ed una festa annuale da celebrare in suo onore nel mese di
ottobre nei luoghi fatti solenni dalla memoria dell’_uom semplice e
di nuovi costumi_.[Vedi le note a pag. 498] La parte principale, anzi
sostanziale, della festa, era un banchetto, al quale ciascuno dei
convitati dovea _leggere o dire parole in prosa o in rima a gloria
dell’eroe_. Il Risi lesse un polimetro, il Donati una ballata, io una
novella, il Carducci questo sonetto:
Buon dì e buon anno dea Domineddio
A questo branco di brave persone.
Doh, non traete i sassi: i’ son ben io,
Bench’io non ho gonnella e capperone
Calandrin sono: e vengo con disio
Giù dal Canto alla macina in Mugnone:
E non vo’ per la pietra; ma giulío
Ho la ribeba in mano e le canzone.
Quanto vo’ bene a chi m’aprì l’avello!
Ch’or veggo rifiorir la mia casata,
E Buffalmacco e Bruno e Maso e Nello.
Deh dov’è monna Tessa mia dolciata
E ’l porco mio e ’l prete? I’ vo vedello
E salutar tutta la mia brigata.
Or non è diretata
La stirpe mia; or pe’ nostri confini
Son ventidue milioni i Calandrini
Attesi tutti e chini
L’elitropia a cercar dell’unità,
La libertà con la prosperità:
E pur va e pur va
Unguanno e l’altro, che sudati e lassi
S’han per le rene e ne’ garetti i sassi.
Più tristi ch’e’ tre assi
Son oggi i Buffalmacchi: e monna Tessa
Con la voce in falsetto di badessa
A ministrar s’è messa.
Or non son io che di mogliema impregno:
Più savio Calandrino ha il vostro regno.
Venga, ben venga il degno
Baron di Broglio che col vin v’ammalia:
Egli impregnò dell’unità d’Italia,
E figlia sempre, e a balia
Alloga tuttavia tanti figliuoli,
Che di Marradi avanzano i fagiuoli.
Nè manca chi v’imboli
Il porco e a voi con le pallotte apprenda
Che voi ’l rubaste e vogline l’ammenda.
Or sì ch’è reverenda
La mia gesta, e al favor tutto s’inchina
Di così fatta gente calandrina.
O prole mia divina,
Regno mio bello e popolo felice,
Io Calandrin, non Dante, com’uom dice,
Io fui la tua radice.
Goditi Alfonso[41] per vicario mio,
Chè starai bene con Domeneddio.
Or fatevi con Dio,
Brigatella discreta, e state sodi
Alla bombanza; ch’io men vo a Bengodi.
*
* *
Il Carducci alla fine d’ottobre tornò a Bologna, e il Risi indi a poco
andò a Siena, dove era stato trasferito come professore di Liceo.
Tornato a Bologna, il Carducci si mise tutto negli studi. Come dai
grandi materiali danteschi raccolti per le lezioni degli anni innanzi
aveva tratto fuori nel 1865 il discorso su le Rime di Dante, così
nell’anno di poi mise insieme di su i materiali stessi i tre discorsi
_Della varia fortuna di Dante_, che videro la luce nella _Nuova
Antologia_ dell’ottobre 1866 e marzo e maggio 1867.
Negli studi cercava una diversione agli incresciosi pensieri delle
vicende politiche. Aspromonte gli aveva lasciato nell’animo una grande
amarezza; la convenzione del settembre 1864 e il trasferimento della
capitale a Firenze erano sembrati a lui, come a molti, una tacita
rinunzia a Roma. Ebbe un barlume di speranza nella primavera del 1866,
quando l’alleanza con la Prussia e la guerra offrivano all’Italia
l’occasione di affermarsi e compiere la sua unità: invece avemmo
Custoza e Lissa, e l’umiliante regalo di Venezia, in premio dell’avere
arrestato Garibaldi alle porte di Trento. Una dura fatalità pareva
incombere sull’Italia. Il giugno 1867 il Carducci mi scriveva: «Pur
troppo le cose vanno male e di che modo! Vorrei raccogliermi solamente
negli studi e non pensar più a nulla, ma l’animo non me lo permette. Mi
sfogo di quando in quando a far sonetti.» Ne aveva pubblicati tre nella
_Rivista Bolognese_, un quarto, _Al Petrarca_, me lo mandava due giorni
dopo manoscritto insieme all’ode _Per la rivoluzione di Grecia_.
A queste poesie tenne dietro l’ode _Agli amici della Val Tiberina_.
Nell’agosto del 1867 il Carducci, accettando l’invito della famiglia
Corazzini, andò a passare qualche giorno alla Pieve San Stefano,
col proposito di visitare le sorgenti del Tevere. Nella vita sana e
patriarcale della campagna, in mezzo a gente di cuore e alla buona,
egli si sentiva rifatto, e ritrovava il suo buon umore. Il 15 agosto,
invitandomi a raggiungerlo, mi scrisse una lettera piena d’allegria
e di facezie, a cominciare dalla data: «giorno dell’Assunzione
di Maria Vergine [treno diretto per il Paradiso].» Ma il pensiero
degli avvenimenti politici non lo abbandonava neppur là. C’era tra i
fratelli Corazzini quell’Odoardo che pochi mesi dopo morì delle ferite
ricevute a Mentana. Naturale che in quei lieti ragionari si parlasse
del desiderio e del bisogno di vendicare la patria delle umiliazioni
patite. Da quei discorsi e dalla visita alle sorgenti del sacro
fiume nacque la poesia _Agli amici della Pieve_, che è veramente il
primo epodo, ed è una specie di fanfara, annunziante la spedizione di
Garibaldi su Roma.
Ahimè, se il governo, che aveva organizzato le sconfitte di Custoza
e di Lissa, era caduto sotto la generale riprovazione, quello che gli
successe era pure il governo che aveva dato all’Italia Aspromonte.
E le preparò Mentana.
Tornato a Bologna tutto pieno dell’entusiasmo che gli aveva dettato
l’ode, la quale fu subito stampata a Pistoia (Società tipografica
pistoiese, Carducci, Bongiovanni e C., XXV agosto MDCCCLXVII),
il Carducci si mise all’opera con gli altri membri di un comitato
dell’Associazione democratica per promuovere ed aiutare la spedizione
garibaldina nell’Agro Romano.
Inutile dire di che sdegno e dolore fu preso quando, dopo l’annunzio
dell’assassinio dei fratelli Cairoli a Villagloria e della vittoria di
Garibaldi a Monterotondo, seppe sbaragliati i garibaldini a Mentana
dagli _chassepots_ francesi, Garibaldi arrestato e tradotto nella
fortezza del Varignano. Chi poteva non coprirsi la faccia per la
vergogna di chiamarsi italiano? Più che il dolore, sfogò la feroce ira
sua nelle terribili strofe _Meminisse horret_, scritte nei primi giorni
di novembre a Firenze. Indi a poco ebbe a Bologna la notizia della
morte di Odoardo Corazzini, e gli ruppe dal cuore il famoso epodo,
che commosse tutti e che ai pochi intelligenti di poesia, ai quali la
politica non annebbiava l’intelletto, parve una cosa veramente nuova e
meravigliosa.
L’epodo fu pubblicato nel giornale democratico di Bologna _L’Amico
del Popolo_ del 19 e 20 gennaio 1868, e fattane subito una edizione a
parte in opuscoletto (Bologna, Tipografia degli Agrofili italiani). Fu
ristampato a Pistoia, riprodotto intero dal giornale _La Riforma_, e in
parte da un giornale di Palermo.
Una lettera del Carducci del 30 marzo 1869 mi diceva: «Eccoti una
ballata di Goethe, tradotta il sabato santo nello stesso metro e nello
stesso numero di versi».
Da qualche tempo s’era dato sul serio allo studio della lingua tedesca,
cominciato un po’ alla stracca col Teza fino dal 1862, e poi lasciato
andare. Ora lo aveva ripreso con l’aiuto d’un maestro, e con grande
passione, tanto che presto era riuscito a padroneggiare i poeti più
difficili; il Klopstock, il Goethe, lo Schiller, l’Uhland, l’Hölderlin,
il Platen, il Heine; i quali tutti, ma non tutti, s’intende, nello
stesso grado, egli ammirava e prediligeva. Da alcuni di essi, specie
dallo Schiller, tradusse molto, per suo esercizio, in prosa letterale;
poi dal Heine e da qualche altro venne in vario tempo traducendo in
versi alcune liriche, con felicità straordinaria.
*
* *
Nel novembre 1867 un decreto governativo trasferiva il Carducci dalla
cattedra d’italiano dell’Università bolognese a quella di latino
dell’Università di Napoli. Il Carducci non accettò il trasferimento, e
il Ministro dovè revocarlo.[42] Qualche mese appresso un altro decreto
lo sospendeva dall’insegnamento e dallo stipendio e lo deferiva al
Consiglio Superiore sotto l’accusa di sentimenti ed atti demagogici
e sovversivi, fra i quali la firma di un indirizzo al Mazzini ove si
facevano voti per un nuovo e migliore ordine di cose.
Imperava allora il Menabrea, che aveva mandato i soldati italiani a
far da comparsa alla tragedia di Mentana, e che aveva colleghi nel
Ministero il Gualterio, il Cantelli, ed il Broglio all’istruzione.
Il Carducci, per quanto disgustato, non si commosse affatto della
sospensione: mandò la sua difesa al Consiglio Superiore, ben sapendo
che le sue ragioni non avrebbero contato niente.[43] Il 21 maggio
1868 mi scriveva: «Io, amico mio, sto bene: lavoro al mio comento sul
Petrarca: riveggo le stampe d’un libretto di _Poeti erotici del secolo
XVIII_ per il Barbèra; gli preparo un altro libretto di poeti lirici
dello stesso secolo; scrivo una vita del Savioli erudita e critica per
la Deputazione di Storia patria; correggo per la lingua un informe
manoscritto d’un generale; fo lezione di storia a tre ufficiali.
Rade volte in vita mia son vissuto così quieto e sereno: aggiungi
che mi riman tempo per leggere; e leggo assai di Giovenale e delle
_Georgiche_. Vivo quieto e sereno; se bene qualche fiato dell’umana
viltà che mi giunge si provi a volermi commovere.»
Proprio in questo tempo aveva finito di correggere le ultime bozze
delle poesie _Levia Gravia_, che furono pubblicate il 1º di giugno
dalla Tipografia Niccolai e Quarteroni di Pistoia. Era la prima
raccolta di poesie che mandava fuori dopo il volumetto sanminiatese
del 1857; ed era molto diversa da tutte quelle che negli anni innanzi
aveva avuto in animo di fare. Comprendeva, in quattro libri, cinquanta
sonetti e ventiquattro fra odi e canzoni; la metà circa riprodotte
dal volumetto di San Miniato, l’altra metà nuove; nessuna d’argomento
politico.
Il libro di cui furono stampati soltanto trecento esemplari, a spese
dell’autore, ebbe pochissima diffusione: si può dire che fuori di
qualche amico e di qualche raro intelligente e amatore d’arte, ben
pochi ne compresero il valore.
Il Carducci aveva escluso deliberatamente dal suo volume tutte le
poesie politiche; ma gli avvenimenti pubblici erano stati e seguitavano
ad essere così gravi e dolorosi, che l’imagine loro assediava e
agitava continua l’animo del poeta. Era una specie di ossessione
che essi esercitavano sullo spirito di lui. Dopo Mentana, per tacer
d’altro, l’uccisione di Monti e Tognetti, e più tardi l’entrata a
Roma, che doveva essere un fatto glorioso, e fu una nuova vergogna.
Come tacere, come non protestare contro la viltà degli uomini che
rappresentavano l’Italia ufficiale? Quasi strappato a forza agli
studi d’erudizione e di critica nei quali cercava la pace, il poeta
pigliava per un istante la penna e scriveva: nel novembre del 1868
l’epodo per Monti e Tognetti, che fu subito pubblicato nel n. 339
del giornale _La Riforma_, e riprodotto in opuscolo (dalla Tipografia
Niccolai e Quarteroni di Pistoia), da vendersi a favore delle famiglie
dei decapitati; fra il 1868 e il ’69 i tre sonetti _Ehu pudor!_; nel
gennaio del 1870 l’epodo _In morte di Giovanni Cairoli_, che fu pure
pubblicato nella _Riforma_ (n. 45, 14 febbraio 1870); e nel giugno,
calmatosi un po’, quello _Per le nozze di Cesare Parenzo_, nel quale
al rabbioso impeto archilocheo degli altri epodi succedevano più miti
armonie.
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All’epodo per Monti e Tognetti, che il Carducci mi aveva mandato
manoscritto, io aveva fatto alcune osservazioni, alle quali egli
rispose cercando persuadermi che avevo torto; nonostante conchiudeva:
«Piglia tutto ciò per una esplicazione di teorica, non per una
difesa: vedi se ragionandovi sopra, ti puoi accostare a me; o,
altramente, significa pure le tue idee di nuovo e quelle che ti possono
sopravvenire. Perchè avrei caro che tu persuadessi me; allora in un
altro epodo (oramai sono il poeta degli epodi) mi atterrei alla tua
teorica.» Io avevo biasimata come non rispondente al vero, nella prima
parte dell’epodo, la rappresentazione del pontefice, che cinicamente
si frega le mani pensando alla scure che taglierà le teste dei due
condannati, e ci scherza sopra con un linguaggio sarcastico che mi
parve ributtante. Le risposte del Carducci lì per lì mi persuasero, ma
confesso che non riuscirono a farmi piacere interamente quella parte
della poesia.
Era questo il primo periodo dei _Giambi ed Epodi_, e terminava con esso
il decimo anno della dimora del Carducci a Bologna. In quei dieci anni
l’ingegno suo si era completamente svolto e affermato: non gli restava
che perfezionarsi e ascendere securamente al sommo dell’arte.
Intanto il Barbèra, il quale voleva bene al Carducci e sentiva la
potenza dell’ingegno di lui, ma era ben lontano dal parteciparne le
opinioni, e sapeva come editore fare gli affari suoi, gli offrì di
stampare in un volume tutte le sue poesie, comprese le ultime; ed
il Carducci accettò, e dentro l’anno approntò il volume, che uscì
nel febbraio 1871; diviso in tre parti: _Decennali_ (1860-1870),
_Levia Gravia_ (1857-1870), _Juvenilia_ (1850-1857). I _Decennali_
comprendevano tutte le poesie d’argomento politico, a cominciare
dall’ode _Sicilia e la Rivoluzione_, escluse le precedenti, che
l’editore voleva e l’autore non volle ristampare; i _Levia Gravia_
e _Juvenilia_ riproducevano, con qualche cosa di più, e una diversa
partizione, il volume pistoiese del 1868.
Nello stesso anno 1870 io proposi al Carducci di stampare dal Vigo un
volume di studi letterari: sulle prime disse di no, e offrì invece di
fare una raccolta di rime antiche (_Le caccie del secolo XIV_), per le
quali aveva già pronto molto materiale, e la _Vita Nuova_ di Dante con
tutte le rime che appartengono alla serie di essa, e con illustrazioni
scelte di altri, italiani e stranieri, e sue nuove. Alla mia insistenza
che l’una cosa non escludeva l’altra, si arrese, ma di mala voglia, e
il 23 dicembre mi scriveva: «L’anno venturo volevo consacrarlo intero
al mio Petrarca e al mio Dante: perchè frastornarmene? Sono annoiato
e infastidito del ristampare le mie poesie: perchè ricondannarmi,
povero asino, a portarmi dietro il concime e il letame della mia
propria stalla rivedendo le bruttissime prose? Lasciami svoltolarmi
nella grande erba verde del Petrarca, lasciami andar lento lento,
asino filosofo e critico, nella gran selva di Dante. Che importa a me
di tutto il mondo vivo? Voglio dimenticarlo.... Molto meglio di tutto
sarebbe che il Vigo si stesse contento per ora a far le _Caccie_.
Oh il bellissimo librettino che vogliam fare!... Altra cosa che mi
arride è la _Vita Nuova_ con tutti i suoi commenti e le poesie che
si riferiscono a cotesto ciclo della Vita di Dante, e forse anche
in un altro volumetto le poesie della _Scuola di parte bianca_,
Cavalcanti, Cino, Frescobaldi, ec. Sentirai la storia della _Vita
Nuova_ e del pensiero interiore di Dante, sentirai e dirai, bravo!
Ci lavoro ora all’Università: scrivo ora tutto il commento. Scriverò
le lezioni. Un altr’anno faremo un bel volume.» Tuttavia consentì a
stampare un volume di prose sue, a condizione che il Vigo non avesse
fretta, e gli lasciasse agio a finire e correggere alcuni scritti che
dovevano entrare nel volume. Nell’agosto dell’anno venturo venne per
una quindicina di giorni a Livorno, e fu conclusa definitivamente la
pubblicazione del volume degli _Studi letterari_, che tardò ancora tre
anni a venir fuori.